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Inutile
aggiungere l'alendronato all'ormone paratiroideo
L'ormone
paratiroideo e l'alendronato non hanno effetto sinergico; anzi
la loro associazione sembra frenare l'attività anabolica
dell'ormone. La deludente dimostrazione giunge da due studi
indipendenti.
Sulla
carta l'ipotesi della sinergia poteva funzionare. L'ormone
paratiroideo aumenta la robustezza dell'osso soprattutto
stimolandone la formazione, mentre l'alendronato, un bifosfonato,
agirebbe soprattutto riducendone il riassorbimento.
"Nonostante fossero già stati fatti studi sull'impiego
dell'ormone paratiroideo associato agli estrogeni dopo la
menopausa, nessuno aveva mai verificato gli effetti del
concomitante utilizzo di un bifosfonato" premette Dennis
Black, primo firmatario di una delle due ricerche che ha visto
la collaborazione dei numerosi studiosi costituenti il
Parathyroid Hormone and Alendronato Group.
Poco meno di 250 donne in post menopausa e con osteoporosi sono
state divise in tre gruppi, trattati rispettivamente con
alendronato, ormone paratiroideo o con l'associazione dei due
per un anno. "I risultati non hanno confermato la sinergia
dei due preparati" commenta Black. "Un aumento della
densità ossea a livello vertebrale, determinato attraverso una
MOC, si è osservato in tutti e tre i gruppi senza differenze
sostanziali; l'aumento della densità volumetrica, indicativa
della componente trabecolare dell'osso e valutata alla TC, è
stato invece doppio nel gruppo trattato con il solo ormone
rispetto agli altri due".
Analogo
iter per la seconda ricerca, questa volta condotta su una
popolazione maschile. "Partendo da premesse analoghe
abbiamo trattato 80 uomini affetti da osteoporosi con
alendronato, ormone paratiroideo o entrambi, per 30 mesi
complessivi; nel gruppo trattato con l'associazione, la terapia
ormonale è stata iniziata sei mesi dopo l'avvio dell'alendronato"
spiega Joel Finkelstein, del Massachusetts General Hospital di
Boston e coordinatore della seconda ricerca. Anche qui i
risultati confermerebbero che l'ormone da solo funziona meglio
che in coppia. "L'aumento della densità minerale ossea,
determinata sia in sede vertebrale sia femorale mediante MOC, è
stato maggiore nel gruppo trattato con il solo ormone
paratiroideo rispetto agli altri due" spiega Finkelstein.
Come
spiegare i risultati e soprattutto quali messaggi trarre dai due
studi? "Il più forte, da applicare alla componente
trabecolare delle vertebre, è che, nonostante la terapia di
associazione sia forse migliore del solo alendronato, l'ormone
paratiroideo da solo è più efficace dei due farmaci
insieme" commenta in un editoriale Sundeep Khosla,
endocrinologo presso la Mayo Clinic a Rochester. "Smentendo
le ipotesi di effetti additivi o sinergici, l'alendronato sembra
infatti contrastare l'attività anabolica dell'ormone
paratiroideo a livello trabecolare".
Due
punti cruciali appaiono infatti il tipo di componente ossea (trabecolare
o corticale) e il tempo di somministrazione dei farmaci. Al
contrario delle vertebre, il collo del femore è ricco
soprattutto di osso corticale. In questa sede, nello studio
sulle donne in menopausa, il trattamento con il solo ormone
portava dopo un anno a una densità ossea invariata o
leggermente ridotta, mentre l'associazione di alendronato
preveniva tale riduzione. Tuttavia nello studio sugli uomini, più
lungo, si vede che questo beneficio dell'alendronato è solo
momentaneo. Il dato iniziale è infatti simile: dopo 18 mesi di
terapia, la densità ossea corticale era ridotta in chi assumeva
solo l'ormone rispetto agli altri gruppi. Tuttavia al termine
dello studio, dopo 30 mesi, il gruppo con solo ormone
paratiroideo aveva superato gli altri. "In riferimento alla
componente corticale, un eventuale vantaggio iniziale
dell'aggiunta di alendronato alla terapia ormonale avrebbe
tutt'al più effetti transitori" osserva dunque Khosla.
"Inoltre, l'ormone paratiroideo induce un aumento della
massa ossea corticale, aumento che sembra anche più importante,
ai fini della resistenza meccanica, dell'incremento di densità.
Poiché l'alendronato ostacola tale effetto, anche a questo
livello l'associazione potrebbe essere svantaggiosa".
Uno
dei meccanismi alla base dell'insuccesso del tandem
farmacologico potrebbe essere proprio l'associazione temporale.
"Poiché l'ormone paratiroideo agisce soprattutto sugli
osteoblasti maturi, incrementandone la funzione e l'emivita, non
è escluso che esso possa anche stimolare la differenziazione
osteoblastica. In condizione di ridotto turnover cellulare, come
si verifica durante e dopo una terapia con alendronato, l'ormone
potrebbe essere meno efficace semplicemente perché ci sono meno
osteoblasti da stimolare" conclude Khosla.
Come
trattare allora l'osteoporosi e in che tempi? Molti pazienti
sono già trattati con un bifosfonato, che quindi dovrebbe
essere sospeso in caso di indicazione al trattamento con ormone
paratiroideo. Meglio ancora, tale secondo trattamento andrebbe
distanziato, anche se ciò porterebbe a un periodo di finestra
senza terapia. Potrebbe invece essere utile l'impiego di un
bifosfonato in seguito alla terapia ormonale, per ridurre il
riassorbimento osseo dopo aver però già ottenuto un valido
aumento della massa ossea globale.
di
Donatella Gambini - Tempo
Medico n. 773
4
dicembre 2003
http://www.tempomedico.it/2003/773/new.php?id=001
Coronarie,
la RM apre una nuova epoca diagnostica
La
risonanza magnetica per scrutare i difetti del cuore e
verificare in modo non invasivo l'esito di infarti. E' la
rivoluzione tecnologica che si sta diffondendo in Italia e che
potrà rivoluzionare i metodi di diagnosi cardiovascolare.
"Si tratta di una vera e propria innovazione - spiega
Sabino Iliceto, direttore del dipartimento di Medicina clinica e
sperimentale dell'università di Padova - grazie alla quale si
potrà valutare anche l'integrità delle coronarie."La RM
del cuore - spiega Iliceto - consente un'esplorazione totalmente
non invasiva dell'organo fornendo una qualità di immagine
assolutamente irraggiungibile con i metodi tradizionali.
L'enorme capacità di esplorazione ottenibile con la RM consente
l'esame del cuore in tutte le sue componenti; anche in corso di
ischemia cardiaca, seguita o meno da infarto - prosegue il
cardiologo - si possono generare danni la cui rilevazione è
pressoché impossibile da ottenere con i test tradizionali".La
risonanza magnetica, se utilizzata dopo l'iniezione di un
liquido di contrasto consente di identificare la sede e
l'estensione di infarti nuovi e vecchi, di valutare la fase
acuta dell'infarto, il danno arrecato dall'occlusione coronarica
acuta e il beneficio provenuto dall'eventuale utilizzo di
strategie terapeutiche per salvare muscolo cardiaco e quindi la
vita. medicinagenerale.info@it.buongiorno.com
Le
linee guida inglesi sul trattamento farmacologico dell’asma
negli adulti
Il British Thoracic Society ( BTS ) e lo Scottish
Intercollegiate Guidelines Network ( SIGN ) hanno redatto le
linee guida sulla gestione dei pazienti con asma ( British
Guideline on the Management of Asthma ).
L’obiettivo del trattamento farmacologico dell’asma è il
controllo dei sintomi , prevenzione delle esacerbazioni ed il
raggiungiento della migliore funzione polmonare , con il minor
numero possibile di effetti indesiderati.
A) Asma intermittente lieve
I farmaci consigliati sono i broncodilatatori a breve azione.
Tra questi i beta 2-agonisti a breve durata d’azione per via
inalatoria presentano un effetto più rapido e minori effetti
indesiderati rispetto ad altri farmaci.
B) Terapia preventiva regolare
Gli steroidi per via inalatoria sono i farmci più efficaci nel
prevenire le esacerbazioni d’asma.
Gli steroidi per via inalatoria dovrebbero essere prescritti a
pazienti con recenti esacerbazioni, con asma notturno, alterata
funzione polmonare, o quando si impiegano i beta2-agonisti per
via inalatoria più di una volta al giorno.
Nell’asma lieve-moderata il dosaggio degli steroidi per via
inalatoria deve essere appropriato alla gravità della malattia.
Negli adulti il dosaggio iniziale dovrebbe essere di 400 microg/die
di Beclometasone o equivalenti.
Nel mantenimento, il dosaggio degli steroidi per inalazione deve
essere il dosaggio più basso necessario per il controllo
efficace dell’asma.
Gli attuali steroidi per inalazione sono leggermente più
efficaci se assunti 2 volte al giorno anziché una sola volta.
A dosaggi inferiori a 800 microg/die gli steroidi per inalazione
sono sufficientemente sicuri. Sono stati segnalati casi di
disfonia e di candidiasi orale.
Tuttavia l’impiego continuato degli steroidi per inalazione
potrebbe comportare effetti indesiderati a livello osseo.
Alcuni studi hanno mostrato una possibile riduzione,
dose-correlata, della densità ossea.
Altri studi hanno mostrato effetti sulla funzione
adrenocorticale di non chiaro significato.
Il Beclometasone e la Budesonide sono quasi equivalenti nella
pratica clinica ; ci possono essere delle variazioni riguardo ai
“delivery devices”.
Il Fluticasone fornisce uguale attività clinica rispetto al
Beclometasone e alla Budesonide , ma a dosaggio più ridotto.
Tuttavia l’evidenza che il minor dosaggio sia causa di un
numero inferiore di effetti indesiderati è limitata.
C) Terapia add-on ( aggiuntiva )
La terapia aggiuntiva può essere presa in considerazione
qualora non si raggiunga un’efficace prevenzione delle
esacerbazioni d’asma o qualora si desideri ridurre il dosaggio
degli steroidi.
Una soglia di dosaggio degli steroidi per via inalatoria non può
essere definita in linea generale.
Ai pazienti che già assumono steroidi per via inalatoria (
200-800 microg/die ), può essere aggiunto un beta-2 agonista di
lunga durata d’azione per via inalatoria.
In caso di mancata risposta al beta 2-agonista “long acting”
per via inalatoria, la somministrazione di questo ultimo farmaco
deve essere interrotta ed il dosaggio dello steroide portato a
800 microg/die se il paziente non già assumeva questa dose.
In presenza di una risposta al beta2-agonista “long acting”
, ma con scarso controllo degli episodi asmatici , è opportuno
aumentare il dosaggio dello steroide per via inalatoria a 800
microg/die e continuare ad assumere il beta2-agonista.
Qualora il controllo rimanga ancora inadeguato con l’aggiunta
del beta2-agonista “long-acting” e dopo aver aumentato il
dosaggio dello steroide per via inalatoria, è possibile
ricorrere ad un altro farmaco ( un antagonista del recettore dei
leucotrieni, una teofillina, o un beta-2 agonista a lento
rilascio ).
Gli anticolinergici non producono generalmente alcun beneficio,
mentre i cromoni solo benefici marginali.
D) Impiego frequente e continuato degli steroidi per os
I pazienti che assumono per un lungo periodo ( più di 3 mesi )
steroidi per os o che richiedono frequenti cicli di terapia con
steroidi per os ( 3-4 per anni ) sono a rischio di reazioni
avverse sistemiche.
Questi pazienti richiedono un costante controllo della pressione
sanguigna. Inoltre si può sviluppare diabete mellito ed
osteoporosi.
Gli steroidi per os dovrebbero essere impiegati nel controllo
dell’asma ai minori dosaggi possibili.
Gli steroidi per via inalatoria sono i farmaci più efficaci per
ridurre l’impiego degli steroidi per os.
L’evidenza è invece limitata per i beta2-agonisti
“long-acting” , per le teofilline , o per gli antagonisti
del recettore dei leucotrieni.
Gli immunosoppressori ( Metotrexato , Ciclosporina e Sali
d’Oro ) possono ridurre l’impiego delgi steroidi per os, ma
questi farmaci presentano effetti indesiderati importanti. (
Xagena 2003 )
Fonte: BTS/SIGN British Guideline on the Management of Asthma /
2003
Nota : I dosaggi degli steroidi per via inalatoria riportati
nelle Linee Guida si riferiscono al Beclometasone
www.asmaonline.net
Aloperidolo
sempre in forma
Tra
aloperidolo, farmaco di vecchia generazione, e olanzapina non
esistono differenze sostanziali nel ridurre i sintomi
schizofrenici o nel migliorare la qualità di vita dei pazienti.
È quanto emerge da uno studio condotto su 300 veterani
statunitensi e pubblicato sulla rivista JAMA. Sebbene, infatti,
il farmaco più recente migliori la memoria e il funzionamento
cerebrale più di quanto non faccia l’aloperidolo, determina,
al contempo, aumento di peso e maggior rischio di diabete.
Olanzapina inoltre ha costi superiori, fino a 9000 dollari in più
per paziente all’anno. M.M.
(Rosenheck
R. et al. Effectiveness and Cost of Olanzapine and Haloperidol
in the Treatment of Schizophrenia: A Randomized Controlled
Trial. JAMA.
2003;290:2693-2702.)
Antibiotici
contro l'ansia
I
fluoroquinoloni, una classe di antibiotici di cui fanno parte
norfloxacina, ciprofloxacina e ofloxacina, si sono rivelati
efficaci nel combattere l'ansia. Uno studio dell'università
della California ha infatti approfondito la capacità
ansiolitica di questi farmaci, finora conosciuta come effetto
collaterale, e ha effettuato piccole modifiche molecolari che
permettono di eliminare il potere antibiotico e potenziare
quello ansiolitico al punto da renderli efficaci come le
benzodiazepine.I fluoroquinoloni così modificati sarebbero
addirittura meglio degli ansiolitici tradizionali perché, nelle
sperimentazioni sui topi, hanno dimostrato di provocare
tranquillità senza indurre sonnolenza come molti
ansiolitici.
Medicina generale e' una produzione Buongiorno Vitaminic SpA
Deficit
di Vitamina D
In
una recente conferenza che si è svolta a Washington sotto
l’egida dei National Institutes of Health statunitensi si è
lanciato l’allarme: il deficit di vitamina D è sempre più
diffuso, tanto da assumere quasi i contorni di un’epidemia.
Lo
studio
La
conferenza americana si è occupata per due giorni di definire
il problema della carenza di vitamina D, allo scopo di
individuare politiche di salute pubblica capaci di arginare
quello che sembra un fenomeno sempre più esteso. Il documento
emerso nel corso della conferenza raccoglie dati provenienti da
numerose ricerche, facendo il punto sul deficit vitaminico.
I
risultati
Questi
gli aspetti principali della carenza di vitamina D:
-
Circa il 25% della popolazione americana è affetta da carenza
di vitamina D;
-
I motivi per questa carenza sono i più vari: dalla riduzione
del consumo di alimenti ricchi di calcio e vitamina D, ad
esempio il latte, alle abitudini di vita sedentarie, che
diminuiscono la quantità di tempo passata al sole;
-
Le conseguenze sono serie: dal rachitismo all’osteoporosi,
fino all’aumento del rischio di diabete, ipertensione,
malattie del sistema immunitario e alcuni tipi di tumore.
Come
riuscire ad evitare il deficit di vitamina D?
Secondo
gli esperti d’oltreoceano, il miglior metodo è bere latte,
alimento che è anche ricco di calcio e proteine, e fare più
attività fisica all’aria aperta.
Il
commento
“Purtroppo
non possiamo pensare che si tratti di dati veri soltanto per gli
Americani, che notoriamente hanno abitudini molto diverse dalle
nostre”, fa notare la professoressa Maria Luisa Brandi,
endocrinologa dell’università di Firenze, “anche in Italia
un continuo incremento nel numero di soggetti affetti da carenza
di vitamina D è ormai ben documentato negli anziani. Nei più
giovani non ci sono ancora dati certi, e più volte sono stati
proposti studi epidemiologici che accertino la situazione:
tuttavia, è lecito supporre che anche in bambini e adulti la
realtà italiana non si discosti molto da quella dipinta dagli
Statunitensi”.
Le
conseguenze
“Queste
osservazioni ci devono spingere a mettere in pratica abitudini
più sane, come quelle suggerite dalla conferenza di Washington:
bere latte, fare attività fisica all’aperto”, conferma
l’endocrinologa, “inoltre, interventi che possono sembrare
assolutamente semplici sortiscono effetti molto positivi: uno
studio osservazionale condotto in Veneto dal professor Adami,
dell’università di Verona, dimostrò qualche tempo fa che la
somministrazione di una fiala di vitamina D una volta
all’anno, eseguita presso il medico di famiglia, è in grado
di ridurre il rischio di fratture. Può quindi bastare anche
poco per avere buoni risultati, però come sempre occorrono anni
per cambiare le abitudini della gente. Le conseguenze
dell’informazione e dell’educazione che già da tempo ci
impegniamo a fare si vedranno solo fra qualche tempo”.
Maria
Luisa Brandi è docente di endocrinologia presso l’Università
di Firenze e lavora presso il Servizio di Endocrinologia
dell’ospedale Careggi della stessa città. Esperta di tumori
endocrini ereditari, si occupa di malattie del metabolismo
minerale e soprattutto di osteoporosi.
http://www.okmedico.it/bibliomedico/ric_patologie.jsp
Spasmo
da mouse
Si tratta, probabilmente, di una nuova sindrome di origine
occupazionale, e con tutta probabilità dovuta
all’informatizzazione del posto di lavoro. Denominata spasmo
del palmaris brevis, è stata osservata al Dipartimento di
Scienze Neurologiche dell`Università di Bologna. I pazienti, 4
uomini e una donna, d`età compresa tra i 21 e i 48 anni,
presentavano tutti spasmi spontanei, irregolari e non dolorosi
al muscolo palmare breve, associati a sensazione di aghi e
spilli nel quinto dito della mano destra. La sintomatologia era
seguita ad un uso prolungato di mouse e tastiera e,
inizialmente, scompariva al cessare del lavoro; dopo alcuni mesi
però, il fenomeno persisteva per tutta la giornata.
Le indagini
Tutti i pazienti sono stati sottoposti a elettromiografia della
mano destra, studio della conduzione motoria e sensoria dei
nervi ulnari bilaterali, risonanza magnetica o tomografia
assiale computerizzata del tratto cervicale, radiografia ed
ecografia del polso, blocco regionale del nervo ulnare destro
con iniezione di lidocaina 2% nel polso. Solo tre, invece, hanno
subito anche un`esplorazione chirurgica del canale destro di
Guyon, che comunque non ha modificato la sintomatologia.
L`elettromiografia ha evidenziato un`anomala attività
spontanea, caratterizzata da scariche irregolari di singoli
potenziali dell`unità motoria e miochimia (frequenza delle
scariche da 5 a 25 Hz), solo nel muscolo palmare breve. Le
contrazioni erano sempre associate ad un visibile arricciamento
dell`eminenza ipotenare.
I risultati
Una leggera compressione a livello dell`osso pisiforme, così
come la stimolazione elettrica o tattile del quinto dito (dal
lato del palmo), erano in grado di indurre lo spasmo. Il blocco
con lidocaina non ha influito sull`attività spontanea. Tutte le
altre indagini hanno avuto esiti nella norma.
La sindrome da spasmo del muscolo palmare breve ha una tipica
descrizione clinica ed elettromiografica, può essere idiopatica
oppure associata a lesioni del nervo ulnare.
Gli autori dell`articolo ipotizzano, per i casi da loro
esaminati, una lesione del nervo ulnare situata in posizione
distale rispetto al polso. In questo modo, infatti, sarebbe
sfuggita alla risonanza o alla TAC. Data la posizione del
muscolo, poi, è possibile che traumi bruschi e ripetuti al
polso abbiano causato uno stiramento del muscolo stesso
comprimendolo contro l`osso pisiforme. Lo schiacciamento cronico
dell`eminenza ipotenare prossimale, dovuto all`uso della
tastiera e del mouse, potrebbe aver stirato il ramo superficiale
del nervo ulnare a livello del polso. Il meccanismo non è certo
chiarito, ma risulta molto probabile una danno funzionale e
focale al ramo superficiale del nervo ulnare, probabilmente con
trasmissione efaptica.
Elisa Lucchesini
(Liguori
R et al. Palmaris brevis spasm: An occupational syndrome.
Neurology 2003; 60:1705-1707)
Ursodesossicolico
con cautela
L'acido
ursodesossicolico è sempre più impiegato nella colestasi
epatica cronica ed è noto per essere ben tollerato. Scoperto il
ruolo degli acidi biliari nella regolazione del metabolismo
epatico dei farmaci, alcuni ricercatori hanno rivisitato la
letteratura alla ricerca di possibili interazioni farmacologiche
con l'acido ursodesossicolico. La revisione conferma il profilo
di tollerabilità della molecola ma anche la presenza
d'interazioni. Colestiramina, colestimide, colestipolo,
idrossido d'alluminio e smectite, infatti, riducono
l'assorbimento dell'ursodesossicolico. Inoltre dai substrati del
citocromo P4503A, come ciclosporina, nitrendipina e dapsone, ci
si devono aspettare fenomeni d'interferenza. Hempfling
W et al. Ursodeoxycholic acid adverse effects and drug
interactions. Alimentary Pharmacology & Therapeutics 2003;
18(10):963-972
Scompenso
cardiaco: la digossina migliora la performance atriale sinistra
La
terapia con digossina migliora la funzione di pompa atriale
sinistra ed i sintomi nei pazienti con scompenso cardiaco.
Secondo diversi autori, l'atrio sinistro svolge soltanto una
funzione passiva che segue quella del ventricolo sinistro, ma il
presente articolo dimostra il contrario: l'atrio sinistro si
comporta come una camera indipendente che tenta di implementare
la funzione ventricolare sinistra in corso di scompenso
cardiaco. La funzione atriale sinistra è in correlazione
significativa con la concentrazione sierica di digossina al 12°
giorno di terapia, il che è importante perchè misurando
l'energia cinetica dell'atrio sinistro è possibile risalire ai
livelli di digossina; inoltre, in pazienti con atrio dilatato,
è possibile effettuare il dosaggio della digossina sulla base
di questa correlazione. (Heart 2003;89:1308-1315)
Un'ecografia
ben fatta
Un'indagine
che ha coinvolto 487 pazienti, ricoverati tra il 1999 e il 2002
all'ospedale Sacco di Milano, rivaluta l'impiego degli
ultrasuoni. In presenza di seri disturbi intestinali,
l'ecografia è un'ottima indagine primaria: adeguatamente
interpretata è in grado di identificare le varie patologie
infiammatorie e anche di localizzare le aree colpite. I soggetti
arruolati sono stati sottoposti a ecografia e poi radiografia,
endoscopia e/o chirurgia secondo le necessità. L'esito
dell'ecografia è risultato sovrapponibile a quello ottenuto con
le successive indagini, confermando le 336 diagnosi di patologie
intestinali. La metodica inoltre mostra un potere diagnostico
maggiore per la localizzazione dei disturbi infiammatori
dell'ileo e del colon sigmoide e discendente, ma difficilmente
intercetta anomalie site nel retto, duodeno e digiuno
prossimale. Parente
F et al. Role of early ultrasound in detecting inflammatory
intestinal disorders and identifying their anatomical location
within the bowel. Alimentary
Pharmacology & Therapeutics 2003; 18(10
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