Archivio Navigando Gennaio-Marzo

Psichiatria: 600mila famiglie con un malato grave in Italia

Sono 600mila le famiglie italiane che vivono il dramma di figli, genitori o fratelli con una psicopatologia grave. In 200mila casi il familiare malato non risponde ai farmaci o non vuole curarsi, e ha comportamenti aggressivi verso se stesso o gli altri. Questa la fotografia allarmante emersa dal convegno su 'La famiglia e il disagio psichico', che si e' svolto a Roma. ''Numerose famiglie vivono spesso in uno stato di perenne allarme, e il piu' delle volte sono sole'', sottolinea Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.

E al disagio si somma la vergogna: ''Da un recente sondaggio Mens-Doxa - ricorda Cantelmi - emerge che il 70% degli italiani, se avesse un familiare malato, non ne parlerebbe con gli altri. Per paura, vergogna e timore dello stigma. In molti chiedono servizi per la salute mentale piu'vicini al cittadino e piu' 'umanizzati'. Ma e' grande anche la disinformazione: la maggioranza dei nostri concittadini ha pregiudizi sugli psicofarmaci e confonde depressione con schizofrenia''. Secondo un Rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanita', poi, ''nei casi di schizofrenia solo l'8% delle famiglie beneficia di interventi psicoeducativi, nonostante siano considerati fondamentali per il trattamento. Si tratta - prosegue lo psichiatra - di una patologia che nel nostro Paese colpisce 25.000 persone''. Ma la realta' del disagio psichico e' ben piu' ampia: secondo i ricercatori, un adulto su quattro ha nel corso della vita qualche disturbo psichico. E il problema colpisce anche i bambini. ''Circa l'8% di ragazzini e adolescenti soffre di un disturbo mentale, in genere non riconosciuto e non curato - ricorda Dorina Bianchi, capogruppo Udc in Commissione Affari sociali - mentre intervenendo subito si potrebbe risolvere numerosi problemi''.

''Oggi la psichiatria non e' piu' la 'medicina dei matti' - sottolinea Paolo Pancheri, psichiatra della Sapienza di Roma - La richiesta di aiuto arriva soprattuto da persone affette di depressione e disturbi d'ansia''. E se non si interverra', ''proprio la depressione nel 2020 sara' la prima malattia in Europa e Italia, superando tumori e cardiopatie'', ammonisce il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi. ''Entro il mese di marzo arrivera' in Aula alla Camere il testo unificato sulla salute mentale - annuncia Maria Burani Procaccini, presidente della Commissione parlamentare per l'infanzia - Urge creare 'reti di soccorso' intorno alle famiglie, per cogliere i primi segni di disagio e non lasciare soli i familiari dei malati''. (Mal/Adnkronos Salute)  

Metformina assolta

La metformina è un noto ipoglicemizzante orale, indicato nei soggetti con diabete di tipo 2. Appartiene, però, alla famiglia delle biguanidi e sconta alcuni pregiudizi nati da un`altra biguanide: la fenformina. La fenformina fu ritirata dal mercato statunitense nel 1977 proprio a causa di un`incidenza di 40-64 casi per 100.000 pazienti/anno di acidosi lattica, alcuni dei quali fatali. Per la metformina l`incidenza stimata dagli studi di popolazione sarebbe di 2-9 casi, tuttavia le segnalazioni raccolte finora riguardano pazienti con altre gravi condizioni e non consentono di stabilire un preciso rapporto di causa/effetto. Inoltre l`incidenza così stimata risulta sovrapponibile ai 9 casi per 100.000 persone/anno dei pazienti con diabete di tipo 2 non in terapia con metformina.
In Italia la fenformina si trova ancora in commercio, associata a una sulfonamide, così come avviene anche per alcuni medicinali contenenti metformina. In entrambi i casi, il foglietto illustrativo dei farmaci riporta, tra gli effetti collaterali, l`eventualità dell`acidosi lattica.
Per fare chiarezza, alcuni ricercatori californiani hanno effettuato una corposa revisione di tutta la letteratura scientifica, esaminando trial prospettici e studi osservazionali di coorte della durata di almeno 1 mese, in cui l`uso di metformina fosse paragonato a placebo o ad altre terapie ipoglicemizzanti.

La metanalisi
Sono stati inclusi nella revisione e nella successiva metanalisi 194 studi, per un totale di 56.692 partecipanti, di cui 18.689 nel gruppo metformina e 38.003 nel gruppo di confronto. La durata media degli studi considerati era di 2,1 anni e i trattamenti confrontati con metformina erano: placebo, dieta, insulina, gliburide, gliclazide, glipizide, glibenclamide, glimepiride, clorpropamide, tolbutamide, acarbosio, nateglinide, repaglinide, miglitolo, troglitazone, rosiglitazone e gomma guar.
Una volta ricompattati e rielaborati i dati però, non sono emersi casi di acidosi lattica, fatali o non fatali. Sono stati contattati anche gli autori dei singoli studi che, quando hanno potuto rispondere, hanno confermato l`assenza degli episodi di acidosi.
I ricercatori hanno scelto allora, come endpoint secondari, i valori serici di lattato al basale, durante la terapia e dopo stimolo indotto con cibo o esercizio fisico. Va precisato che questi parametri non erano disponibili per tutti gli studi considerati: comunque, anche in questo caso, non ci sono state differenze significative tra metformina, placebo e le altre terapie utilizzate.
In particolare, i valori di lattato al basale erano 10,2 +/- 2,3 mg/dl; durante il trattamento con metformina 11,2 +/- 2,8 mg/dl; mentre con l`uso di fenformina i valori erano più elevati di 6,8 mg/dl. Non significative le differenze nette dei valori sierici tra il gruppo metformina e il gruppo altre terapie, anche prima e dopo stimolazione. In aggiunta, coinque degli studi revisionati non fornivano i valori di lattato ma li avevano misurati riscontrando indici normali in entrambi i gruppi terapeutici confrontati.

Conclusioni
Non esistono evidenze che confermino un maggior rischio di acidosi lattica nei diabetici in trattamento con metformina. È anche vero che, a causa delle controindicazioni del farmaco, i soggetti con insufficienza renale o epatica vengono quasi sempre esclusi da questi studi.
Gli autori della metanalisi non propendono però per una sottostima dei casi: rileggendo, infatti, tutte le segnalazioni di acidosi lattica (comparse dopo il ritiro della fenformina), esse appaiono più legate a concomitanti condizioni patologiche, capaci di aggravare l`equilibrio sistemico del paziente, che non al tipo di trattamento ipoglicemizzante in uso.

Elisa Lucchesini

(Shelley R et al. Risk of Fatal and Nonfatal Lactic Acidosis With Metformin Use in Type 2 Diabetes Mellitus: Systematic Review and Meta-analysis. Arch Intern Med 2003; 163:2594-2602)

http://www.edraspa.it/

Diabete: nuova pomata all'arginina migliora la circolazione e la temperatura nei piedi

L'applicazione topica di una pomata alla L-arginina migliora la circolazione e la temperatura nel piede dei pazienti diabetici. Non è ancora noto però se ciò possa tradursi in un minor tasso di formazione di ulcere o in una guarigione accelerata delle stesse. La L-arginina, un aminoacido classificato come integratore alimentare, è il precursore biochimico dell'ossido nitrico, che controlla il flusso ematico a livello locale rilassando la muscolatura liscia dell'endotelio. Nel diabete, i livelli di L-arginina sono bassi, mentre sono elevati quelli di dimetilarginina asimmetrica, un inibitore dell'enzima che converte la L-arginina in ossido nitrico. Gli autori suggeriscono un approfondimento delle ricerche per determinare se l'applicazione di questo medicamento possa ridurre il tasso di amputazioni o di altre complicanze relative al piede diabetico. (Diabetes Care. 2004;27:284-285)  

Lasonil: botte vecchia, vino nuovo !

Il Lasonil (Bayer) è una specialità medicinale di automedicazione ben nota, a base di eparinoidi, con usi terapeutici anti-infiammatori ed anti-reumatici. A partire da marzo 2003, è stato sostituito con un nuovo medicinale da banco, il Lasonil gel C.M. 2.5%, non più a base di eparinoidi, ma a base di ketoprofene. La nuova specialità medicinale mantiene, quindi, sempre lo stesso nome “Lasonil”, ma viene solamente accompagnato da una sigla C.M. che sta per composizione modificata. Ci sembra opportuno evidenziare che l’aver mantenuto sempre lo stesso nome di fantasia, seppur aggiungendo la sigla C.M., potrebbe non essere sufficiente ad informare il paziente o comunque a renderlo consapevole che sta assumendo un farmaco con un principio attivo nuovo, completamente differente e quindi con un diverso profilo di tollerabilità.

Quale FANS nei bambini?

E’ stato distribuito da parte del Ministero della Salute la “Guida all’uso dei farmaci per i bambini”. Il libro, tradotto dal “Medicines for Children”, formulario pediatrico nazionale inglese edito dal Royal College of Paediatricians and Child Health, rappresenta un’utile guida alla prescrizione dei farmaci in pediatria. Per quanto riguarda gli antinfiammatori non steroidei (FANS) la Guida, pur illustrando adeguatamente quelle che sono le linee guida d’utilizzo di questi farmaci, si basa però sul mercato inglese dove la situazione è molto diversa da quella italiana. In Italia infatti tra i FANS più utilizzati si trovano farmaci che non sono presenti sul mercato inglese e che quindi non vengono discussi nella Guida stessa. Riteniamo pertanto che possa essere utile commentare il profilo di rischio dei FANS in pediatria, partendo dai dati della segnalazione spontanea. L’intento è quello di chiarire l’attuale situazione del mercato italiano e riconsiderare le linee guida del loro utilizzo. Nella banca dati interregionale del GIF (www.gruppogif.org) sono presenti 111 segnalazioni riferite a FANS in pediatria, con 113 farmaci sospetti Le reazioni segnalate includono reazioni gravi quali: quattro insufficienze renali acute, due porpore e una epistassi per l’ac. niflumico/morniflumato, sei angioedemi e una ulcera gastrica emorragica per l’ac. acetilsalicilico, quattro emorragie rettali e due angioedemi per il ketoprofene.
Non avendo a disposizione i dati di consumo in pediatria e commentando dati che si riferiscono a periodi diversi in diverse regioni non è possibile collegare il numero delle segnalazioni al numero degli esposti. La situazione italiana per quanto riguarda l’uso dei FANS in pediatria è comunque peculiare: il morniflumato ad esempio non è in vendita nel Regno Unito mentre in Italia è, assieme al ketoprofene, tra gli antinfiammatori più usati.
Dell’acido niflumico/morniflumato abbiamo parlato su FOCUS nel numero di agosto 2001, commentando lo studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e la Dear Doctor Letter emanata dal Ministero della Salute. Le conclusioni di quell’articolo rimangono ancora valide: la scarsità di documentazione sul profilo di rischio di questo farmaco non sembra giustificare il suo largo utilizzo in pediatria. Anche il ketoprofene non ha un profilo rischio/beneficio migliore di altri FANS e la sua tossicità gastrointestinale è più alta di quella dell’ibuprofene, come evidenziato anche dalle segnalazioni spontanee.
Le indicazioni d’uso ricordate dalla Guida sono assolutamente condivisibili, e sono state già riportate nel nostro bollettino: come analgesico/antipiretico nelle situazioni più comuni il farmaco di prima scelta è il paracetamolo. Quando serva un antinfiammatorio quello con il miglior rapporto rischio/beneficio è l’ibuprofene. L’ac. acetilsalicilico rimane controindicato per la sua associazione con la pur rarissima sindrome di Reye, come ribadito nello scorso ottobre dal CSM inglese. Gli antinfiammatori sistemici (codice ATC M01A) con indicazioni in pediatria in commercio in Italia sono pochi (Tabella 3).

Tabella 3. Antinfiammatori sistemici in commercio con indicazioni d’uso in pediatria.

Ibuprofene (dai 6 mesi)
Nureflex Bambini (sospensione per os 150 ml)

Ketoprofene (dai 6 anni)
Oki (bustine 80 mg, gocce 80 mg/ml, supposte 30 e 60 mg)
Zepelindue (bustine 80 mg, supposte 30 e 60 mg)

Morniflumato (dai 6 mesi)
Flomax (bustine 350 mg)
Flumarin (supposte 400 mg)
Morniflu (bustine 350 mg, supposte 400 mg)
Niflam BB (supposte 285 mg)

Naproxene (dai 5 anni)
Algonapril (compresse e supposte 500 mg, solo nell’artrite reumatoide giovanile)

Gli altri FANS sono controindicati, anche se alcuni di questi vengono citati come utilizzabili nel bambino dalla Guida (diclofenac e piroxicam). Tutti i FANS sono sconsigliati nei bambini entro i 6 mesi di vita, tranne particolare situazioni specialistiche come l’uso dell’indometacina nel trattamento del dotto arterioso pervio.
L’ac. acetilsalicilico da solo è presente in un’unica specialità con indicazioni in pediatria, il Cemirit pediatrico (compresse da 200 mg). Quasi tutte le altre specialità a base di acido acetilsalicilico sono controindicate sotto i 12 anni. Non viene detto nulla al riguardo per il Cardioaspirin (compresse da 100 mg) che però ha indicazioni esclusivamente cardiovascolari e l’Aspirinetta (compresse da 100 mg). Una attenta analisi dei FANS in commercio ha messo in evidenza alcune incongruenze che indubbiamente possono generare confusione in chi li deve prescrivere. Lo spazio a disposizione non ci consente di fare una analisi dettagliata, che comunque non rientra negli scopi del bollettino.
Evidenziamo alcune di queste incongruenze:

  • tutte le specialità a base di ibuprofene tranne quella indicata in tabella risultano controindicate sotto i 12 anni, anche nelle formulazioni (gocce) che si presterebbero per un utilizzo in pediatria;

  • vi sono in commercio specialità a base di ketoprofene che, pur avendo medesima formulazione e dose inferiore (gocce 25 mg/ml e bustine da 50 mg) rispetto ad altre specialità indicate in pediatria, sono controindicate nei bambini al di sotto dei 15 anni;

  • specialità medicinali contenenti morniflumato con la medesima forma farmaceutica hanno dosi consigliate differenti (28,5 mg/kg contro 40 mg/kg).

E’ indubbio che alcune di queste considerazioni possano contribuire a rendere non del tutto chiare ai pediatri le indicazioni provenienti dalle linee guida. Crediamo che un ulteriore intervento del Ministero della Salute, da un lato revisionando e rendendo più uniformi i foglietti illustrativi dei FANS, dall’altro fornendo delle linee guida sul loro utilizzo in pediatria maggiormente aderenti alla realtà nazionale, contribuirà certamente a migliorare la situazione.

 http://www.farmacovigilanza.org/focus/200311/#par4  

Ace inibitori nella prevenzione primaria

Sono in grado di prevenire le complicanze nefropatiche nei pazienti senza proteinuria? Sembra di no, stando a un`accurata revisione dei principali studi in proposito, effettuata dal Journal of Family Practice. Tuttavia l`analisi dei testi chiarisce finalmente il ruolo e la sicurezza d`impiego di questi farmaci. Nei pazienti diabetici (sia tipo 1 sia tipo 2), infatti, si osserva un ritardo nella progressione dell`AER (albumin excretion rate) dopo trattamento prolungato con un ACE inibitore. Beneficio che non appare più significativo restringendo il campo d`indagine al sottogruppo che, al basale, non presentava ancora microalbuminuria. In definitiva quindi l`ACE inibitore, oltre a ridurre significativamente il rischio di eventi cardiovascolari, ritarda la progressione del danno renale, mentre non può impedirne la comparsa.
EL

(Sferra L et al. Do ACE inhibitors prevent nephropathy in type 2 diabetes without proteinuria? The Journal of Family Practice 2004; 53 (1):68-69)  

Salute: stomaco brucia a 1 italiano su 4

Roma, 5 feb. (Adnkronos Salute) - Lo stomaco brucia a un italiano su quattro. E' il reflusso esofageo, malattia in aumento, che colpisce sempre piu' giovani. Fra gli 'over 65' sono le donne a soffrirne di piu'. Sotto accusa stress e obesita', che accendono bruciore di stomaco e rigurgito.

''Questa e' una patologia - spiega il professore Vincenzo Savarino, ordinario di gastroenterologia all'universita' di Genova, durante un vertice a Madrid - figlia dei guai del benessere come stress e sovrappeso, ma anche di farmaci utilizzati per combattere soprattutto alcune malattie cardiache. Fra le cause anche l'incidenza dell'ernia iatale che, dopo i cinquanta anni, fa spesso la sua comparsa''. I sintomi si possono combattere con gli inibitori della pompa protonica, farmaci che agiscono bloccando l'eccesso di acido cloridrico prodotto da cellule nello stomaco. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, nel 2001 i ricoveri per reflusso esofageo in Italia sono stati 4.827 in regime ordinario (di cui 2.432 donne) e 2.283 in day hospital. I piu' colpiti sono stati i piccoli fino a un anno, con 1.859 ricoveri (964 maschietti e 895 femminucce). Segue la fascia d'eta' 45-64 anni (682 ricoveri: 374 donne e 308 uomini) e quella dai 25 ai 44 anni (647 ricoveri: 326 donne e 321 uomini). In day hospital, 1.156 ricoveri hanno riguardato le donne.

Per esofagite da reflusso, una complicanza della malattia rappresentata da lesioni, nel 2001 sono stati 7.287 i ricoveri in regime ordinario, di cui 3.837 hanno interessato uomini. Piu' colpite le fasce d'eta' 45-64 anni (1876 ricoveri: 842 donne e 1034 uomini) e 25-44 anni (1799 ricoveri: 1042 uomini e 757 donne). Sempre nel 2001, i ricoveri per esofagite da reflusso in day hospital sono stati 3.435 (1770 uomini e 1665 donne). Il maggior numero si e' concentrato fra 25 e 44 anni (1135 ricoveri) e poi fra 45 e 64 anni (1.066). (Red-Dam/Adnkronos Salute)

http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=8820

Sostanze premonitrici
La lipoproteina Lp(a) si conferma un marker predittivo di rischio cardiovascolare anche negli anziani, ma solo nella popolazione maschile

Anche per il cuore delle persone anziane l’eccesso di lipoproteina nel sangue si conferma un pericoloso segnale di allerta, ma solo se il cuore è di sesso maschile. E’ quanto emerge da uno studio statunitense pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto in collaborazione tra l’HeartMasters di Dallas e il John Hopkins Hospital di Baltimora, che ha convalidato il ruolo della lipoproteina Lp(a) quale importante marker predittivo di malattia cardiovascolare negli uomini al di sopra di 65 anni ma non nelle donne della stessa età. Che la lipoproteina Lp(a) sia un fattore di rischio per ictus e disturbi cardiovascolari è noto da tempo, dato il suo coinvolgimento nei processi aterosclerotici e trombogenici, ma le osservazioni sinora si erano limitate alla popolazione adulta. L’intento dei ricercatori è stato quello di indagare il significato prognostico della proteina anche nei soggetti più anziani. Hanno così selezionato una popolazione di quasi 4.000 individui – 2.375 donne e 1597 uomini di età uguale o superiore a 65 anni e non affetti da alcun disturbo circolatorio - e li hanno seguiti per 7,4 anni allo scopo di valutare la correlazione tra anomalie cardiovascolari e livelli sierologici di Lp(a). Ne è emerso che, rispetto agli uomini con i livelli più bassi di lipoproteina, i maschi con il più alto dosaggio avevano un rischio tre volte superiore di sviluppare un ictus e più di due volte maggiore di morire per cause cardiovascolari; la mortalità per tutte le cause era due volte più elevata. Dopo l’aggiustamento per i diversi altri parametri considerati nello studio (età, pressione, peso, colesterolemia, ecc.) si è visto che il rischio relativo legato alla Lp(a) non variava. Queste correlazioni non sussistevano invece nella popolazione femminile. I ricercatori hanno pertanto concluso che anche negli anziani la Lp(a) rappresenta un fattore di rischio indipendente di ictus e mortalità cardiovascolare, oltre che di mortalità per tutte le cause, ma solo nella popolazione maschile.

Fonte: Ariyo AA et al. Lp(a) lipoprotein, vascular disease, and mortality in the elderly. New England Journal of Medicine 2003; 349: 2108-2115
© Sanofi-Synthelabo S.p.A

Ticlopidina sicura anche in associazione

Un recente studio dedicato alla prevenzione dell'ictus ricorrente ha messo a confronto un regime terapeutico basato sulla sola ticlopidina (200 mg/die) e un altro basato sull'associazione di ticlopidina (100 mg/die) e ASA (81mg/die). I 270 pazienti sono stati seguiti in media per un anno e 6 mesi, registrando per i due regimi un tasso di eventi ischemici ed emorragici sovrapponibile (attorno al 10%); risultati sovrapponibili sono stati ottenuti anche per il periodo esente da malattia. Buono il profilo di sicurezza: in entrambi i bracci dello studio si è registrato un solo caso di effetto avverso grave; nel gruppo della sola ticlopidina un paziente ha sviluppato neutropenia, mentre nel gruppo dell'associazione in un paziente si sono presentate trombocitopenia e ulcera gastrica. Secondo gli autori lo studio dimostra l'efficacia e la tollerabilità dei due tipi di trattamento anche a lungo termine. Esce confermata anche la possibilità di attuare una profilassi antiaggregante anche nei soggetti intolleranti all'acido acetilsalicilico.

Ito E et al. Ticlopidine alone versus ticlopidine plus aspirin for preventing recurrent stroke. Intern Med. 2003 Sep; 42(9): 793-9

http://www.edraspa.it/

L`infezione apre la strada al ca prostatico?

Più volte si è avanzata l’ipotesi che le infezioni prostatiche siano un fattore di rischio per lo sviluppo del carcinoma. A indagare il nesso viene ora uno studio caso controllo statunitense, dove 409 pazienti con carcinoma prostatico diagnosticato tra il 1980 e il 1996 sono stati confrontati con due controlli sani ciascuno. Dai dati rilevati il rischio relativo sale a 1,7 nelle persone che hanno precedenti di prostatite di qualsiasi tipo, mentre giunge a 2,5 per quelli cui è stata diagnosticata una prostatite acuta (tuttavia, eliminando i casi in cui l’infezione risaliva a meno di due anni dal giorno indice scendeva a 1,9). Non c’è invece alcuna relazione tra le forme infiammatorie rappresentate dal dolore pelvico (RR 0,9). Secondo gli autori, dunque, la relazione potrebbe esserci, ma i dati non consentono di giungere a una conclusione, anche a causa della carenza di marker che consentano di valutare l’eventuale ruolo di infezioni e infiammazioni come promoter del tumore.

(Roberts RO et al. Prostatitis as a risk factor for prostate cancer. Epidemiology. 2004 Jan; 15(1): 93-9)

 

Diabete di tipo I: parziale efficacia dell'insulina glargine rispetto alla NPH              

Nell'analisi delle variabili secondarie l'insulina glargine non appare superiore alla NPH per quanto riguarda la correzione dell'emoglobina glicosilata. La somministrazione basale di insulina glargine una volta al giorno per 4 settimane come parte di un regime a dosi giornaliere multiple è sicura, e risulta più efficace dell'insulina NPH nel diminuire i livelli di glucosio plasmatico a digiuno solamente nei soggetti che in precedenza avevano assunto insulina NPH due volte al giorno, ma non in quelli che avevano assunto insulina NPH una volta al giorno. (Diabetes Care 2000; 23:1137-42)  

Cerotto al Fentanil efficace a lungo termine contro il dolore tumorale

Il cerotto transdermico al fentanil (TTS-F) è un'opzione analgesica a lungo termine sicura ed efficace contro il dolore tumorale moderato o grave, sia in pazienti che hanno precedentemente ricevuto morfina che negli altri. L'analisi dei pazienti a distanza di 28 giorni, 6 mesi e 12 mesi dall'inizio della terapia ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo in tutti i parametri relativi al dolore ed alla qualità della vita (P < 0,001), indipendentemente dal tipo di dolore o da qualsiasi altra caratteristica del paziente. Il TTS-F dovrebbe dunque costituire un approccio analgesico di prima linea in pazienti che soffrono di dolore tumorale moderato o grave che siano adeguatamente selezionati e monitorati. (Int J Cancer 2003;107:486-492)

Ictus secondari a bypass coronarico più spesso di natura embolica

La maggior parte degli ictus secondari a bypass coronarico sono ad eziologia embolica (62,1% dei pazienti); seguono le eziologie multiple (10,1%), seguite dall'ipoperfusione (8,8%), l'eziologia lacunare (3,1%) e trombotica (1%). Nel complesso, l'ictus segue il 4,3% degli interventi di bypass coronarico, ma in pochi casi la ricerca si è focalizzata sulle cause di questi ictus; nel presente studio, tale causa è rimasta ignota nel 12,6% dei casi. Secondo la ricerca, le maggiori opportunità di riduzione nel tasso di ictus risiede nell'identificazione dei collegamenti fra le terapie cliniche e le fonti emboligene, nonchè nella modifica di tali terapie allo scopo di scongiurare tali evenienze. (Stroke 2003;34:2830-2834)

http://www.adnsalute.it/


Sospensione cardiospirina

I soggetti affetti da malattia coronarica che interrompono l'assunzione dell'aspirina, a causa per esempio di un intervento chirurgico o di una trattamento odontoiatrico, potrebbero essere a rischio di eventi coronarici secondari alla sospensione del farmaco. E' quanto suggerisce uno studio presentato in occasione del congresso annuale dell'American College of Chest Physicians. Dallo studio è, infatti, emerso che pazienti precedentemente sotto controllo sono andati incontro a eventi coronarici, tra cui angina instabile e infarto miocardio, nella settimana immediatamente successiva alla sospensione dell'aspirina. StudioNello studio Emile Ferrari e alcuni colleghi dell'University Hospital Pasteur hanno considerato 1.236 pazienti ricoverati in ospedale per sindrome coronarica allo scopo di individuare quali soggetti fossero stati ospedalizzati in seguito all'eventuale sospensione della terapia con aspirina.Risultati- Dei pazienti ricoverati, 51 erano andati incontro a eventi coronarici acuti, tra cui angina instabile, trombosi di stent e infarto, meno di una settimana dopo la sospensione dell'aspirina.- Prima dell'interruzione del trattamento, questi stessi pazienti avevano assunto l'aspirina per almeno tre mesi.- Sebbene i soggetti avessero una storia di attacchi cardiaci e angina stabile, nessuno era andato incontro a un evento cardiovascolare instabile prima della sospensione della terapia con aspirina.- Le principali ragioni che hanno portato alla sospensione dell'aspirina sono state: intervento chirurgico di una certa rilevanza, trattamento odontoiatrico e non compliance.Commento"Lo studio segnala che nel 4 al 5 per cento dei soggetti che vengono ricoverati per una sindrome coronaria acuta, e che erano già dei coronarici noti, era stata sospesa l'assunzione dell'aspirina nella settimana precedente. Per essere certi della correlazione tra i due eventi bisognerebbe avere anche altri elementi che purtroppo non sono disponibili. Ad ogni modo credo sia importante informare sia i cittadini sia i medici sui potenziali rischi associati alla sospensione dell'aspirina" commenta Carlo Schweiger, presidente dell'Heart Care Foundation Onlus e responsabile della divisione di cardiologia riabilitativa dell'Ospedale di Passirana (Rho).Conseguenze"Lo studio sottolinea l'importanza di valutare con attenzione l'opportunità di sospendere o meno l'aspirina in presenza di procedure chirurgiche minori in cui il rapporto rischio/beneficio potrebbe essere più a favore del rischio con la sospensione. Il concetto è quello di tenere presente che la sospensione dell'aspirina può esporre il paziente a un rischio di recidiva di sindrome coronaria acuta. Questo è un messaggio importante che dovrebbe indurre i pazienti anche a una maggiore compliance e i medici a non suggerire con leggerezza l'interruzione della terapia. Indirettamente lo studio evidenzia anche quanto sia importante assumere l'aspirina in modo continuativo nel tempo: la non compliance comporta infatti dei rischi da non prendere sotto gamba. Questo problema si inserisce poi nel contesto più ampio della politerapia che dovrebbero seguire i pazienti coronaropatici: ci sono ormai almeno quattro classi farmacologiche che si sono dimostrate di provata efficacia nel post-infarto e queste sono i beta-bloccanti, gli ace-inibitori, le statine e l'aspirina (antiaggreganti). Si può dire che nessun paziente che abbia avuto una coronaropatia dovrebbe rimanere senza questi farmaci. In questo senso individuare degli studi che segnalino l'importanza di questi trattamenti può essere molto utile per stimolare e motivare i pazienti, a volte asintomatici, ad accettare e seguire la politerapia suggerita" segnala Schweiger.