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Psichiatria:
600mila famiglie con un malato grave in Italia
Sono
600mila le famiglie italiane che vivono il dramma di figli,
genitori o fratelli con una psicopatologia grave. In 200mila
casi il familiare malato non risponde ai farmaci o non vuole
curarsi, e ha comportamenti aggressivi verso se stesso o gli
altri. Questa la fotografia allarmante emersa dal convegno su
'La famiglia e il disagio psichico', che si e' svolto a Roma.
''Numerose famiglie vivono spesso in uno stato di perenne
allarme, e il piu' delle volte sono sole'', sottolinea Tonino
Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e
psichiatri cattolici.
E
al disagio si somma la vergogna: ''Da un recente sondaggio
Mens-Doxa - ricorda Cantelmi - emerge che il 70% degli italiani,
se avesse un familiare malato, non ne parlerebbe con gli altri.
Per paura, vergogna e timore dello stigma. In molti chiedono
servizi per la salute mentale piu'vicini al cittadino e piu' 'umanizzati'.
Ma e' grande anche la disinformazione: la maggioranza dei nostri
concittadini ha pregiudizi sugli psicofarmaci e confonde
depressione con schizofrenia''. Secondo un Rapporto
dell'Organizzazione mondiale della sanita', poi, ''nei casi di
schizofrenia solo l'8% delle famiglie beneficia di interventi
psicoeducativi, nonostante siano considerati fondamentali per il
trattamento. Si tratta - prosegue lo psichiatra - di una
patologia che nel nostro Paese colpisce 25.000 persone''. Ma la
realta' del disagio psichico e' ben piu' ampia: secondo i
ricercatori, un adulto su quattro ha nel corso della vita
qualche disturbo psichico. E il problema colpisce anche i
bambini. ''Circa l'8% di ragazzini e adolescenti soffre di un
disturbo mentale, in genere non riconosciuto e non curato -
ricorda Dorina Bianchi, capogruppo Udc in Commissione Affari
sociali - mentre intervenendo subito si potrebbe risolvere
numerosi problemi''.
''Oggi
la psichiatria non e' piu' la 'medicina dei matti' - sottolinea
Paolo Pancheri, psichiatra della Sapienza di Roma - La richiesta
di aiuto arriva soprattuto da persone affette di depressione e
disturbi d'ansia''. E se non si interverra', ''proprio la
depressione nel 2020 sara' la prima malattia in Europa e Italia,
superando tumori e cardiopatie'', ammonisce il sottosegretario
alla Salute, Antonio Guidi. ''Entro il mese di marzo arrivera'
in Aula alla Camere il testo unificato sulla salute mentale -
annuncia Maria Burani Procaccini, presidente della Commissione
parlamentare per l'infanzia - Urge creare 'reti di soccorso'
intorno alle famiglie, per cogliere i primi segni di disagio e
non lasciare soli i familiari dei malati''. (Mal/Adnkronos
Salute)
Metformina
assolta
La
metformina è un noto ipoglicemizzante orale, indicato nei
soggetti con diabete di tipo 2. Appartiene, però, alla famiglia
delle biguanidi e sconta alcuni pregiudizi nati da un`altra
biguanide: la fenformina. La fenformina fu ritirata dal mercato
statunitense nel 1977 proprio a causa di un`incidenza di 40-64
casi per 100.000 pazienti/anno di acidosi lattica, alcuni dei
quali fatali. Per la metformina l`incidenza stimata dagli studi
di popolazione sarebbe di 2-9 casi, tuttavia le segnalazioni
raccolte finora riguardano pazienti con altre gravi condizioni e
non consentono di stabilire un preciso rapporto di
causa/effetto. Inoltre l`incidenza così stimata risulta
sovrapponibile ai 9 casi per 100.000 persone/anno dei pazienti
con diabete di tipo 2 non in terapia con metformina.
In Italia la fenformina si trova ancora in commercio, associata
a una sulfonamide, così come avviene anche per alcuni
medicinali contenenti metformina. In entrambi i casi, il
foglietto illustrativo dei farmaci riporta, tra gli effetti
collaterali, l`eventualità dell`acidosi lattica.
Per fare chiarezza, alcuni ricercatori californiani hanno
effettuato una corposa revisione di tutta la letteratura
scientifica, esaminando trial prospettici e studi osservazionali
di coorte della durata di almeno 1 mese, in cui l`uso di
metformina fosse paragonato a placebo o ad altre terapie
ipoglicemizzanti.
La metanalisi
Sono stati inclusi nella revisione e nella successiva metanalisi
194 studi, per un totale di 56.692 partecipanti, di cui 18.689
nel gruppo metformina e 38.003 nel gruppo di confronto. La
durata media degli studi considerati era di 2,1 anni e i
trattamenti confrontati con metformina erano: placebo, dieta,
insulina, gliburide, gliclazide, glipizide, glibenclamide,
glimepiride, clorpropamide, tolbutamide, acarbosio, nateglinide,
repaglinide, miglitolo, troglitazone, rosiglitazone e gomma guar.
Una volta ricompattati e rielaborati i dati però, non sono
emersi casi di acidosi lattica, fatali o non fatali. Sono stati
contattati anche gli autori dei singoli studi che, quando hanno
potuto rispondere, hanno confermato l`assenza degli episodi di
acidosi.
I ricercatori hanno scelto allora, come endpoint secondari, i
valori serici di lattato al basale, durante la terapia e dopo
stimolo indotto con cibo o esercizio fisico. Va precisato che
questi parametri non erano disponibili per tutti gli studi
considerati: comunque, anche in questo caso, non ci sono state
differenze significative tra metformina, placebo e le altre
terapie utilizzate.
In particolare, i valori di lattato al basale erano 10,2 +/- 2,3
mg/dl; durante il trattamento con metformina 11,2 +/- 2,8 mg/dl;
mentre con l`uso di fenformina i valori erano più elevati di
6,8 mg/dl. Non significative le differenze nette dei valori
sierici tra il gruppo metformina e il gruppo altre terapie,
anche prima e dopo stimolazione. In aggiunta, coinque degli
studi revisionati non fornivano i valori di lattato ma li
avevano misurati riscontrando indici normali in entrambi i
gruppi terapeutici confrontati.
Conclusioni
Non esistono evidenze che confermino un maggior rischio di
acidosi lattica nei diabetici in trattamento con metformina. È
anche vero che, a causa delle controindicazioni del farmaco, i
soggetti con insufficienza renale o epatica vengono quasi sempre
esclusi da questi studi.
Gli autori della metanalisi non propendono però per una
sottostima dei casi: rileggendo, infatti, tutte le segnalazioni
di acidosi lattica (comparse dopo il ritiro della fenformina),
esse appaiono più legate a concomitanti condizioni patologiche,
capaci di aggravare l`equilibrio sistemico del paziente, che non
al tipo di trattamento ipoglicemizzante in uso.
Elisa
Lucchesini
(Shelley
R et al. Risk of Fatal and Nonfatal Lactic Acidosis With
Metformin Use in Type 2 Diabetes Mellitus: Systematic Review and
Meta-analysis. Arch Intern Med 2003; 163:2594-2602)
http://www.edraspa.it/
Diabete:
nuova pomata all'arginina migliora la circolazione e la
temperatura nei piedi
L'applicazione
topica di una pomata alla L-arginina migliora la circolazione e
la temperatura nel piede dei pazienti diabetici. Non è ancora
noto però se ciò possa tradursi in un minor tasso di
formazione di ulcere o in una guarigione accelerata delle
stesse. La L-arginina, un aminoacido classificato come
integratore alimentare, è il precursore biochimico dell'ossido
nitrico, che controlla il flusso ematico a livello locale
rilassando la muscolatura liscia dell'endotelio. Nel diabete, i
livelli di L-arginina sono bassi, mentre sono elevati quelli di
dimetilarginina asimmetrica, un inibitore dell'enzima che
converte la L-arginina in ossido nitrico. Gli autori
suggeriscono un approfondimento delle ricerche per determinare
se l'applicazione di questo medicamento possa ridurre il tasso
di amputazioni o di altre complicanze relative al piede
diabetico. (Diabetes Care. 2004;27:284-285)
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Lasonil:
botte vecchia, vino nuovo !
Il
Lasonil (Bayer) è una specialità medicinale di
automedicazione ben nota, a base di eparinoidi, con usi
terapeutici anti-infiammatori ed anti-reumatici. A partire
da marzo 2003, è stato sostituito con un nuovo medicinale
da banco, il Lasonil gel C.M. 2.5%, non più a base di
eparinoidi, ma a base di ketoprofene. La nuova specialità
medicinale mantiene, quindi, sempre lo stesso nome “Lasonil”,
ma viene solamente accompagnato da una sigla C.M. che sta
per composizione modificata. Ci sembra opportuno
evidenziare che l’aver mantenuto sempre lo stesso nome
di fantasia, seppur aggiungendo la sigla C.M., potrebbe
non essere sufficiente ad informare il paziente o comunque
a renderlo consapevole che sta assumendo un farmaco con un
principio attivo nuovo, completamente differente e quindi
con un diverso profilo di tollerabilità.
Quale
FANS nei bambini?
E’
stato distribuito da parte del Ministero della Salute la
“Guida all’uso dei farmaci per i bambini”. Il libro,
tradotto dal “Medicines for Children”, formulario
pediatrico nazionale inglese edito dal Royal College of
Paediatricians and Child Health, rappresenta un’utile
guida alla prescrizione dei farmaci in pediatria. Per
quanto riguarda gli antinfiammatori non steroidei (FANS)
la Guida, pur illustrando adeguatamente quelle che sono le
linee guida d’utilizzo di questi farmaci, si basa però
sul mercato inglese dove la situazione è molto diversa da
quella italiana. In Italia infatti tra i FANS più
utilizzati si trovano farmaci che non sono presenti sul
mercato inglese e che quindi non vengono discussi nella
Guida stessa. Riteniamo pertanto che possa essere utile
commentare il profilo di rischio dei FANS in pediatria,
partendo dai dati della segnalazione spontanea.
L’intento è quello di chiarire l’attuale situazione
del mercato italiano e riconsiderare le linee guida del
loro utilizzo. Nella banca dati interregionale del GIF (www.gruppogif.org)
sono presenti 111 segnalazioni riferite a FANS in
pediatria, con 113 farmaci sospetti Le reazioni segnalate
includono reazioni gravi quali: quattro insufficienze
renali acute, due porpore e una epistassi per l’ac.
niflumico/morniflumato, sei angioedemi e una ulcera
gastrica emorragica per l’ac. acetilsalicilico, quattro
emorragie rettali e due angioedemi per il ketoprofene.
Non avendo a disposizione i dati di consumo in pediatria e
commentando dati che si riferiscono a periodi diversi in
diverse regioni non è possibile collegare il numero delle
segnalazioni al numero degli esposti. La situazione
italiana per quanto riguarda l’uso dei FANS in pediatria
è comunque peculiare: il morniflumato ad esempio non è
in vendita nel Regno Unito mentre in Italia è, assieme al
ketoprofene, tra gli antinfiammatori più usati.
Dell’acido niflumico/morniflumato abbiamo parlato su
FOCUS nel numero di agosto 2001, commentando lo studio
coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e la Dear
Doctor Letter emanata dal Ministero della Salute. Le
conclusioni di quell’articolo rimangono ancora valide:
la scarsità di documentazione sul profilo di rischio di
questo farmaco non sembra giustificare il suo largo
utilizzo in pediatria. Anche il ketoprofene non ha un
profilo rischio/beneficio migliore di altri FANS e la sua
tossicità gastrointestinale è più alta di quella
dell’ibuprofene, come evidenziato anche dalle
segnalazioni spontanee.
Le indicazioni d’uso ricordate dalla Guida sono
assolutamente condivisibili, e sono state già riportate
nel nostro bollettino: come analgesico/antipiretico nelle
situazioni più comuni il farmaco di prima scelta è il
paracetamolo. Quando serva un antinfiammatorio quello con
il miglior rapporto rischio/beneficio è l’ibuprofene.
L’ac. acetilsalicilico rimane controindicato per la sua
associazione con la pur rarissima sindrome di Reye, come
ribadito nello scorso ottobre dal CSM inglese. Gli
antinfiammatori sistemici (codice ATC M01A) con
indicazioni in pediatria in commercio in Italia sono pochi
(Tabella 3).
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Tabella
3. Antinfiammatori sistemici in commercio con
indicazioni d’uso in pediatria.
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Ibuprofene
(dai 6 mesi)
Nureflex Bambini (sospensione per os 150 ml)
Ketoprofene
(dai 6 anni)
Oki (bustine 80 mg, gocce 80 mg/ml, supposte 30 e
60 mg)
Zepelindue (bustine 80 mg, supposte 30 e 60 mg)
Morniflumato
(dai 6 mesi)
Flomax (bustine 350 mg)
Flumarin (supposte 400 mg)
Morniflu (bustine 350 mg, supposte 400 mg)
Niflam BB (supposte 285 mg)
Naproxene
(dai 5 anni)
Algonapril (compresse e supposte 500 mg, solo
nell’artrite reumatoide giovanile)
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Gli
altri FANS sono controindicati, anche se alcuni di questi
vengono citati come utilizzabili nel bambino dalla Guida (diclofenac
e piroxicam). Tutti i FANS sono sconsigliati nei bambini
entro i 6 mesi di vita, tranne particolare situazioni
specialistiche come l’uso dell’indometacina nel
trattamento del dotto arterioso pervio.
L’ac. acetilsalicilico da solo è presente in un’unica
specialità con indicazioni in pediatria, il Cemirit
pediatrico (compresse da 200 mg). Quasi tutte le altre
specialità a base di acido acetilsalicilico sono
controindicate sotto i 12 anni. Non viene detto nulla al
riguardo per il Cardioaspirin (compresse da 100 mg) che
però ha indicazioni esclusivamente cardiovascolari e l’Aspirinetta
(compresse da 100 mg). Una attenta analisi dei FANS in
commercio ha messo in evidenza alcune incongruenze che
indubbiamente possono generare confusione in chi li deve
prescrivere. Lo spazio a disposizione non ci consente di
fare una analisi dettagliata, che comunque non rientra
negli scopi del bollettino.
Evidenziamo alcune di queste incongruenze:
-
tutte
le specialità a base di ibuprofene tranne quella
indicata in tabella risultano controindicate sotto i
12 anni, anche nelle formulazioni (gocce) che si
presterebbero per un utilizzo in pediatria;
-
vi
sono in commercio specialità a base di ketoprofene
che, pur avendo medesima formulazione e dose inferiore
(gocce 25 mg/ml e bustine da 50 mg) rispetto ad altre
specialità indicate in pediatria, sono controindicate
nei bambini al di sotto dei 15 anni;
-
specialità
medicinali contenenti morniflumato con la medesima
forma farmaceutica hanno dosi consigliate differenti
(28,5 mg/kg contro 40 mg/kg).
E’
indubbio che alcune di queste considerazioni possano
contribuire a rendere non del tutto chiare ai pediatri le
indicazioni provenienti dalle linee guida. Crediamo che un
ulteriore intervento del Ministero della Salute, da un
lato revisionando e rendendo più uniformi i foglietti
illustrativi dei FANS, dall’altro fornendo delle linee
guida sul loro utilizzo in pediatria maggiormente aderenti
alla realtà nazionale, contribuirà certamente a
migliorare la situazione.
http://www.farmacovigilanza.org/focus/200311/#par4
Ace
inibitori nella prevenzione primaria
Sono
in grado di prevenire le complicanze nefropatiche nei
pazienti senza proteinuria? Sembra di no, stando a
un`accurata revisione dei principali studi in proposito,
effettuata dal Journal of Family Practice. Tuttavia
l`analisi dei testi chiarisce finalmente il ruolo e la
sicurezza d`impiego di questi farmaci. Nei pazienti
diabetici (sia tipo 1 sia tipo 2), infatti, si osserva un
ritardo nella progressione dell`AER (albumin excretion
rate) dopo trattamento prolungato con un ACE inibitore.
Beneficio che non appare più significativo restringendo
il campo d`indagine al sottogruppo che, al basale, non
presentava ancora microalbuminuria. In definitiva quindi
l`ACE inibitore, oltre a ridurre significativamente il
rischio di eventi cardiovascolari, ritarda la progressione
del danno renale, mentre non può impedirne la comparsa.
EL
(Sferra
L et al. Do ACE inhibitors prevent nephropathy in type 2
diabetes without proteinuria? The Journal of Family
Practice 2004; 53 (1):68-69)
Salute:
stomaco brucia a 1 italiano su 4
Roma,
5 feb. (Adnkronos Salute) - Lo stomaco brucia a un
italiano su quattro. E' il reflusso esofageo, malattia in
aumento, che colpisce sempre piu' giovani. Fra gli 'over
65' sono le donne a soffrirne di piu'. Sotto accusa stress
e obesita', che accendono bruciore di stomaco e rigurgito.
''Questa
e' una patologia - spiega il professore Vincenzo Savarino,
ordinario di gastroenterologia all'universita' di Genova,
durante un vertice a Madrid - figlia dei guai del
benessere come stress e sovrappeso, ma anche di farmaci
utilizzati per combattere soprattutto alcune malattie
cardiache. Fra le cause anche l'incidenza dell'ernia
iatale che, dopo i cinquanta anni, fa spesso la sua
comparsa''. I sintomi si possono combattere con gli
inibitori della pompa protonica, farmaci che agiscono
bloccando l'eccesso di acido cloridrico prodotto da
cellule nello stomaco. Secondo gli ultimi dati del
ministero della Salute, nel 2001 i ricoveri per reflusso
esofageo in Italia sono stati 4.827 in regime ordinario
(di cui 2.432 donne) e 2.283 in day hospital. I piu'
colpiti sono stati i piccoli fino a un anno, con 1.859
ricoveri (964 maschietti e 895 femminucce). Segue la
fascia d'eta' 45-64 anni (682 ricoveri: 374 donne e 308
uomini) e quella dai 25 ai 44 anni (647 ricoveri: 326
donne e 321 uomini). In day hospital, 1.156 ricoveri hanno
riguardato le donne.
Per
esofagite da reflusso, una complicanza della malattia
rappresentata da lesioni, nel 2001 sono stati 7.287 i
ricoveri in regime ordinario, di cui 3.837 hanno
interessato uomini. Piu' colpite le fasce d'eta' 45-64
anni (1876 ricoveri: 842 donne e 1034 uomini) e 25-44 anni
(1799 ricoveri: 1042 uomini e 757 donne). Sempre nel 2001,
i ricoveri per esofagite da reflusso in day hospital sono
stati 3.435 (1770 uomini e 1665 donne). Il maggior numero
si e' concentrato fra 25 e 44 anni (1135 ricoveri) e poi
fra 45 e 64 anni (1.066). (Red-Dam/Adnkronos
Salute)
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=8820
Sostanze
premonitrici
La
lipoproteina Lp(a) si conferma un marker predittivo di
rischio cardiovascolare anche negli anziani, ma solo nella
popolazione maschile
Anche
per il cuore delle persone anziane l’eccesso di
lipoproteina nel sangue si conferma un pericoloso segnale
di allerta, ma solo se il cuore è di sesso maschile. E’
quanto emerge da uno studio statunitense pubblicato sul
New England Journal of Medicine e condotto in
collaborazione tra l’HeartMasters di Dallas e il John
Hopkins Hospital di Baltimora, che ha convalidato il ruolo
della lipoproteina Lp(a) quale importante marker
predittivo di malattia cardiovascolare negli uomini al di
sopra di 65 anni ma non nelle donne della stessa età. Che
la lipoproteina Lp(a) sia un fattore di rischio per ictus
e disturbi cardiovascolari è noto da tempo, dato il suo
coinvolgimento nei processi aterosclerotici e trombogenici,
ma le osservazioni sinora si erano limitate alla
popolazione adulta. L’intento dei ricercatori è stato
quello di indagare il significato prognostico della
proteina anche nei soggetti più anziani. Hanno così
selezionato una popolazione di quasi 4.000 individui –
2.375 donne e 1597 uomini di età uguale o superiore a 65
anni e non affetti da alcun disturbo circolatorio - e li
hanno seguiti per 7,4 anni allo scopo di valutare la
correlazione tra anomalie cardiovascolari e livelli
sierologici di Lp(a). Ne è emerso che, rispetto agli
uomini con i livelli più bassi di lipoproteina, i maschi
con il più alto dosaggio avevano un rischio tre volte
superiore di sviluppare un ictus e più di due volte
maggiore di morire per cause cardiovascolari; la mortalità
per tutte le cause era due volte più elevata. Dopo
l’aggiustamento per i diversi altri parametri
considerati nello studio (età, pressione, peso,
colesterolemia, ecc.) si è visto che il rischio relativo
legato alla Lp(a) non variava. Queste correlazioni non
sussistevano invece nella popolazione femminile. I
ricercatori hanno pertanto concluso che anche negli
anziani la Lp(a) rappresenta un fattore di rischio
indipendente di ictus e mortalità cardiovascolare, oltre
che di mortalità per tutte le cause, ma solo nella
popolazione maschile.
Fonte:
Ariyo AA et al. Lp(a) lipoprotein, vascular disease, and
mortality in the elderly. New England Journal of Medicine
2003; 349: 2108-2115
©
Sanofi-Synthelabo S.p.A
Ticlopidina
sicura anche in associazione
Un
recente studio dedicato alla prevenzione dell'ictus
ricorrente ha messo a confronto un regime terapeutico
basato sulla sola ticlopidina (200 mg/die) e un altro
basato sull'associazione di ticlopidina (100 mg/die) e ASA
(81mg/die). I 270 pazienti sono stati seguiti in media per
un anno e 6 mesi, registrando per i due regimi un tasso di
eventi ischemici ed emorragici sovrapponibile (attorno al
10%); risultati sovrapponibili sono stati ottenuti anche
per il periodo esente da malattia. Buono il profilo di
sicurezza: in entrambi i bracci dello studio si è
registrato un solo caso di effetto avverso grave; nel
gruppo della sola ticlopidina un paziente ha sviluppato
neutropenia, mentre nel gruppo dell'associazione in un
paziente si sono presentate trombocitopenia e ulcera
gastrica. Secondo gli autori lo studio dimostra
l'efficacia e la tollerabilità dei due tipi di
trattamento anche a lungo termine. Esce confermata anche
la possibilità di attuare una profilassi antiaggregante
anche nei soggetti intolleranti all'acido
acetilsalicilico.
Ito E et al. Ticlopidine
alone versus ticlopidine plus aspirin for preventing
recurrent stroke. Intern Med. 2003 Sep; 42(9): 793-9
http://www.edraspa.it/
L`infezione
apre la strada al ca prostatico?
Più
volte si è avanzata l’ipotesi che le infezioni
prostatiche siano un fattore di rischio per lo sviluppo
del carcinoma. A indagare il nesso viene ora uno studio
caso controllo statunitense, dove 409 pazienti con
carcinoma prostatico diagnosticato tra il 1980 e il 1996
sono stati confrontati con due controlli sani ciascuno.
Dai dati rilevati il rischio relativo sale a 1,7 nelle
persone che hanno precedenti di prostatite di qualsiasi
tipo, mentre giunge a 2,5 per quelli cui è stata
diagnosticata una prostatite acuta (tuttavia, eliminando i
casi in cui l’infezione risaliva a meno di due anni dal
giorno indice scendeva a 1,9). Non c’è invece alcuna
relazione tra le forme infiammatorie rappresentate dal
dolore pelvico (RR 0,9). Secondo gli autori, dunque, la
relazione potrebbe esserci, ma i dati non consentono di
giungere a una conclusione, anche a causa della carenza di
marker che consentano di valutare l’eventuale ruolo di
infezioni e infiammazioni come promoter del tumore.
(Roberts
RO et al. Prostatitis as a risk factor for prostate cancer.
Epidemiology. 2004 Jan; 15(1): 93-9)
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Diabete
di tipo I: parziale efficacia dell'insulina glargine rispetto
alla NPH
Nell'analisi
delle variabili secondarie l'insulina glargine non appare
superiore alla NPH per quanto riguarda la correzione
dell'emoglobina glicosilata. La somministrazione basale
di insulina glargine una volta al giorno per 4 settimane come
parte di un regime a dosi giornaliere multiple è sicura, e
risulta più efficace dell'insulina NPH nel diminuire i livelli
di glucosio plasmatico a digiuno solamente nei soggetti che in
precedenza avevano assunto insulina NPH due volte al giorno, ma
non in quelli che avevano assunto insulina NPH una volta al
giorno. (Diabetes Care 2000; 23:1137-42)
Cerotto
al Fentanil efficace
a lungo termine contro il dolore tumorale
Il
cerotto transdermico al fentanil (TTS-F) è un'opzione
analgesica a lungo termine sicura ed efficace contro il dolore
tumorale moderato o grave, sia in pazienti che hanno
precedentemente ricevuto morfina che negli altri. L'analisi dei
pazienti a distanza di 28 giorni, 6 mesi e 12 mesi dall'inizio
della terapia ha dimostrato un miglioramento statisticamente
significativo in tutti i parametri relativi al dolore ed alla
qualità della vita (P < 0,001), indipendentemente dal tipo
di dolore o da qualsiasi altra caratteristica del paziente. Il
TTS-F dovrebbe dunque costituire un approccio analgesico di
prima linea in pazienti che soffrono di dolore tumorale moderato
o grave che siano adeguatamente selezionati e monitorati. (Int J
Cancer 2003;107:486-492)
Ictus
secondari a bypass coronarico più spesso di natura embolica
La
maggior parte degli ictus secondari a bypass coronarico sono ad
eziologia embolica (62,1% dei pazienti); seguono le eziologie
multiple (10,1%), seguite dall'ipoperfusione (8,8%), l'eziologia
lacunare (3,1%) e trombotica (1%). Nel complesso, l'ictus segue
il 4,3% degli interventi di bypass coronarico, ma in pochi casi
la ricerca si è focalizzata sulle cause di questi ictus; nel
presente studio, tale causa è rimasta ignota nel 12,6% dei
casi. Secondo la ricerca, le maggiori opportunità di riduzione
nel tasso di ictus risiede nell'identificazione dei collegamenti
fra le terapie cliniche e le fonti emboligene, nonchè nella
modifica di tali terapie allo scopo di scongiurare tali
evenienze. (Stroke 2003;34:2830-2834)
http://www.adnsalute.it/
Sospensione
cardiospirina
I
soggetti affetti da malattia coronarica che interrompono
l'assunzione dell'aspirina, a causa per esempio di un intervento
chirurgico o di una trattamento odontoiatrico, potrebbero essere
a rischio di eventi coronarici secondari alla sospensione del
farmaco. E' quanto suggerisce uno studio presentato in occasione
del congresso annuale dell'American College of Chest Physicians.
Dallo studio è, infatti, emerso che pazienti precedentemente
sotto controllo sono andati incontro a eventi coronarici, tra
cui angina instabile e infarto miocardio, nella settimana
immediatamente successiva alla sospensione dell'aspirina.
StudioNello studio Emile Ferrari e alcuni colleghi
dell'University Hospital Pasteur hanno considerato 1.236
pazienti ricoverati in ospedale per sindrome coronarica allo
scopo di individuare quali soggetti fossero stati ospedalizzati
in seguito all'eventuale sospensione della terapia con
aspirina.Risultati- Dei pazienti ricoverati, 51 erano andati
incontro a eventi coronarici acuti, tra cui angina instabile,
trombosi di stent e infarto, meno di una settimana dopo la
sospensione dell'aspirina.- Prima dell'interruzione del
trattamento, questi stessi pazienti avevano assunto l'aspirina
per almeno tre mesi.- Sebbene i soggetti avessero una storia di
attacchi cardiaci e angina stabile, nessuno era andato incontro
a un evento cardiovascolare instabile prima della sospensione
della terapia con aspirina.- Le principali ragioni che hanno
portato alla sospensione dell'aspirina sono state: intervento
chirurgico di una certa rilevanza, trattamento odontoiatrico e
non compliance.Commento"Lo studio segnala che nel 4 al 5
per cento dei soggetti che vengono ricoverati per una sindrome
coronaria acuta, e che erano già dei coronarici noti, era stata
sospesa l'assunzione dell'aspirina nella settimana precedente.
Per essere certi della correlazione tra i due eventi
bisognerebbe avere anche altri elementi che purtroppo non sono
disponibili. Ad ogni modo credo sia importante informare sia i
cittadini sia i medici sui potenziali rischi associati alla
sospensione dell'aspirina" commenta Carlo Schweiger,
presidente dell'Heart Care Foundation Onlus e responsabile della
divisione di cardiologia riabilitativa dell'Ospedale di
Passirana (Rho).Conseguenze"Lo studio sottolinea
l'importanza di valutare con attenzione l'opportunità di
sospendere o meno l'aspirina in presenza di procedure
chirurgiche minori in cui il rapporto rischio/beneficio potrebbe
essere più a favore del rischio con la sospensione. Il concetto
è quello di tenere presente che la sospensione dell'aspirina
può esporre il paziente a un rischio di recidiva di sindrome
coronaria acuta. Questo è un messaggio importante che dovrebbe
indurre i pazienti anche a una maggiore compliance e i medici a
non suggerire con leggerezza l'interruzione della terapia.
Indirettamente lo studio evidenzia anche quanto sia importante
assumere l'aspirina in modo continuativo nel tempo: la non
compliance comporta infatti dei rischi da non prendere sotto
gamba. Questo problema si inserisce poi nel contesto più ampio
della politerapia che dovrebbero seguire i pazienti
coronaropatici: ci sono ormai almeno quattro classi
farmacologiche che si sono dimostrate di provata efficacia nel
post-infarto e queste sono i beta-bloccanti, gli ace-inibitori,
le statine e l'aspirina (antiaggreganti). Si può dire che
nessun paziente che abbia avuto una coronaropatia dovrebbe
rimanere senza questi farmaci. In questo senso individuare degli
studi che segnalino l'importanza di questi trattamenti può
essere molto utile per stimolare e motivare i pazienti, a volte
asintomatici, ad accettare e seguire la politerapia
suggerita" segnala Schweiger.
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