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Lotta al pH, c’è il campione

L’esomeprazolo è più efficace di altri inibitori di pompa protonica (PPI), nel controllare l’acidità intragastrica. Il modo migliore per verificare la farmacodinamica dei PPI è la misurazione della soppressione dell’acidità gastrica. Sono stati quindi confrontati gli effetti di dosi standard di esomeprazolo (40 mg) contro omeprazolo (20 mg), lansoprazolo (30 mg), pantoprazolo (40 mg) e rabeprazolo (20 mg), controllando il pH intragastrico nell’arco di 24 ore, dopo 5 giorni di trattamento. Lo studio ha coinvolto 44 pazienti con sintomi di malattia da reflusso gastroesofageo e negativi per l’H. pylori. Il profilo del pH è stato valutato dopo 5 giorni di trattamento e ogni 10-17 giorni veniva sostituito il farmaco con un altro. I pazienti presentavano un pH medio 4,0 quando trattati con esomeprazolo, 3,8 con rabeprazolo, omeprazolo o lansoprazolo e 3,6 con pantoprazolo. L’esomeprazolo era anche associato a un maggior numero di ore, nel quinto giorno di trattamento, in cui il pH rimaneva sopra a 4,0.
S.Z.

(Doctor’s Guide – DGDispach. ASHP: Esomeprazole Reduces Intragastric Acid More Effectively than Other PPIs)

http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53605


Cancro: anche a Padova chirugia innovativa per tumori addome

La chirurgia citoriduttiva ha alzato la sopravvivenza mediana da 6 a 20 mesiMilano, 19 giu. (Adnkronos Salute) - In sperimentazione anche a Padova, presso la Clinica Chirurgica II del Policlinico universitario, una metodica chirurgica innovativa contro le carcinosi e sarcomatosi peritoneali, neoplasie secondarie che colpiscono il 50% dei casi di tumore agli organi addominali. Fino a qualche tempo fa i pazienti colpiti erano condannati a lunghi viaggi della speranza verso gli Stati Uniti e il Giappone. Ma ora, riferiscono gli specialisti padovani impegnati in un convegno internazionale sul tema, possono essere trattati anche nel nostro Paese. Ancora in pochi centri (oltre a Padova solo alle Molinette di Torino, all'Istituto tumori di Milano e a quello di Roma), ma ''in modo soddisfacente''.

Secondo le casistiche americane ed europee, si legge infatti in una nota dal meeting padovano, la chirurgia citoriduttiva (questo il nome tecnico della metodica) ''ha alzato la sopravvivenza mediana da 6 a 20 mesi. E la guarigione, che nei casi di tumore ad alto grado di malignita' di attesta sul 10%, in casi di bassa malignita' puo' essere ottenuta nell'80-90% dei pazienti''. Possibili candidati a questa procedura sono ''le persone affette da tumori dello stomaco, del colon-retto e dell'ovaio, o da mesoteliomi e da sarcomi addominali con malattia avanzata a livello peritoneale''. Sulla base dell'incidenza di questi tumori si puo' quindi stimare che ''il numero di pazienti potenzialmente in grado di beneficiare di questo trattamento si aggira intorno ai 15mila ogni anno''. (Red-Opa/Adnkronos Salute)

http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=7452

Insulina aspart

In uno studio condotto su giovani diabetici di tipo 1, l’infusione sottocutanea continua di insulina aspart si è dimostrata più efficace nell’abbassare i livelli di emoglobina glicosilata (HbA1c) rispetto alle iniezioni quotidiane con insulina glargine e insulina aspart prima dei pasti. Lo studio prospettico randomizzato è ancora in corso ma i primi risultati sono stati presentati al congresso dell’American Diabetes Association. Da questi dati preliminari emerge come il ricorso all’insulina sottocutanea sia più efficace nel controllare gli zuccheri nel sangue, i livelli di HbA1c sono, infatti, scesi a 7,2 da 8,1% di partenza, la situazione, invece, è migliorata in modo assai meno significativo per i pazienti in terapia con insulina iniettata. L’auspicio dei ricercatori è che questa terapia possa venire utilizzata dai pazienti con diabete di tipo 1 più giovani, per determinare un miglior controllo metabolico e prevenire tardive complicazioni. M.M.

(Reuters Health, 18 giugno)

http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&lettera=
0&idref=33&aid=53607&sub_res=  


Tamoxifene a piccole dosi

Il tamoxifene riduce il rischio di tumore mammario ma aumenta il rischio di carcinoma endometriale e tromboembolie venose. Dato che questi effetti indesiderati sono, con tutta probabilità, dose-dipendenti un gruppo di ricercatori dello IEO (Istituto Europeo di Oncologia) ha testato l`efficacia antitumorale di dosi più basse. In totale 120 donne con tumore ER+ sono state randomizzate a ricever 1mg/die, 5mg/die oppure la dose standard (20mg/die) di tamoxifene per 4 settimane; come controlli sono state scelte 34 donne con carcinoma ER- e 29 ER+. Al basale e la termine dello studio si sono misurati i biomarker ematici di tumore al seno, patologia cardiovascolare e frattura ossea unitamente a un indice surrogato di proliferazione: l`espressione del Ki-67. La riduzione mediana di quest`ultimo fattore è stata del 15% in tutti e 3 i gruppi trattati con tamoxifene (mentre è cresciuto del 12,8% nei controlli), indipendentemente dalla dose che, invece, ha influenzato l`andamento di tutti gli altri marker.
E.L.

(Decensi A et al. A Randomized Trial of Low-Dose Tamoxifen on Breast Cancer Proliferation and Blood Estrogenic Biomarkers. J Natl Cancer Inst 2003; 95:779-790)

http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&lettera=0&idref=33&aid=53587&sub_res=

AR colta in anticipo

Recentemente in Toscana si sono incontrati alcuni dei maggiori esperti nazionali di artrite reumatoide per discutere gli aggiornamenti sui criteri diagnostici, l`evoluzione e le opzioni terapeutiche.

Diagnosi precoce
Essendo l`AR una malattia cronico-evolutiva, trattabile ma non ancora guaribile, la diagnosi dovrebbe essere il più precoce possibile, per consentire di intraprendere una terapia almeno entro 4-6 mesi dall'esordio. Nei decenni trascorsi i pazienti scontavano lunghi ritardi dovuti alla scarsa conoscenza della patologia, ora la situazione sta nettamente migliorando. La reumatologia è entrata a far parte della formazione universitaria dei medici e i criteri diagnostici, validati a livello internazionale, sono ormai noti.
Nel frattempo però sono progredite anche le conoscenze cliniche sulla patologia: ai tipici segni acuti si affianca anche una moltitudine di sintomi aspecifici.
Tre o più giunture gonfie, coinvolgimento delle falangi metatarsali o metacarpali, rigidità mattutina di durata superiore ai 30 minuti sono segnali inequivocabili che il paziente necessita una visita reumatologica. Malessere generale, febbricola, astenia, anoressia, artromialgie, invece, sono segni molto generici che possono presentarsi quando ancora non vi sono evidenti alterazioni radiologiche. In assenza di altre cause, così come in presenza di sintomatologia specifica ma riferibile ad una sola articolazione, il medico di famiglia si deve insospettire e prescrivere accertamenti specifici.

Evoluzione
Il decorso della malattia porta, nella maggior parte dei casi, all`interessamento di altre articolazioni, attraverso un`alternanza di fasi di remissione e riacutizzazione, con limitazioni funzionali progressivamente crescenti. Tuttavia possono presentarsi anche casi episodici, cui segue in pochi anni un recupero quasi completo, oppure casi ad esordio aggressivo in cui la progressione verso l`invalidità è rapida e massiva. Proprio la severità delle lesioni all`esordio, secondo le ultime ricerche, è un fattore prognostico del rischio di disabilità futura dei pazienti.
Tra i fattori di rischio modificabili, invece, si trova il fumo di sigaretta: i forti fumatori sono più a rischio di sviluppare la malattia, ancora di più se non hanno familiarità per l`artrite reumatoide. Resta fondamentale poi, sia come prevenzione primaria sia come trattamento, l`attività fisica, da svolgere con una precisa limitazione: quella di non effettuare movimenti che portino un carico eccessivo sulle articolazioni. Meglio poi poter intraprendere una fisiokinesiterapia specificamente indirizzata all`apprendimento dell`economia articolare, ovvero di movimenti alternativi per compiere azioni quotidiane risparmiando le articolazioni colpite.

Farmaci
I farmaci di fondo, DMARDs (Disease Modifying Anti-Rheumatic Drugs), somministrati tempestivamente sono in grado di migliorare il quadro clinico e funzionale e sembrano ritardare la progressione delle erosioni articolari. L`approccio farmacologico prevede oggi la terapia combinata con DMARDs, precoce e aggressiva, indipendentemente dalla severità dell`esordio, per impedire l`instaurarsi di danni irreversibili.
Ai DMARDs (metotressato, ciclosporina, sali d`oro, sulfasalazina e antimalarici di sintesi) vanno sempre associati gli analgesici e si affiancano, ora, nuovi principi attivi chiamati modificatori della risposta biologica. Si tratta di molecole nate dai progressi delle biotecnologie e dalle maggiori conoscenze dei meccanismi patogenetici dell`AAR, che hanno come bersagli cellule e molecole direttamente implicate nello sviluppo dell`infiammazione reumatoide.
In breve: anticorpi monoclonali contro i linfociti T; anticorpi monoclonali contro la citochina TNF alfa (infliximab; adalimumab); recettori solubili del TNF alfa capaci di neutralizzarne l`azione (etanercept); antagonisti dei recettori dell`interleuchina 1 (anakinra); interleuchina 10 di sintesi che svolge un`azione antinfiammatoria in contrasto con le altre citochine

Elisa Lucchesini

Conferenza Stampa "Artrite reumatoide, la parola ai pazienti" Spineto 31 maggio 2003
Relatori:
Roberto Marcolongo Direttore Istituto di Reumatologia - Università di Siena e Presidente della Lega Italiana contro le Malattie Reumatiche (LIMAR)
Gianfranco Ferraccioli Professore Ordinario di Reumatologia - Università di Udine e Membro Direttivo della Società Italiana di Reumatologia (SIR)
Alessandro Ciocci Responsabile Servizio di Reumatologia Clinica Villa Pia Roma e Presidente Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR)

http://pro.dica33.it/article


HPV: studio iss, 8 marcatori 'spia' di rischio cancro utero

PapillomavirusRoma, 12 giu (Adnkronos Salute) - Otto nuovi marcatori per 'spiare' l'evoluzione del papillomavirus. Un virus legato al tumore della cervice uterina. A testarli e' stato uno studio multidisciplinare coordinato dall'Istituto Superiore di Sanita', presentato oggi a Roma in un convegno sul tema, in corso all'Iss. Grazie alla messa a punto di questi nuovi marcatori per il papillomavirus (Hpv)- spiega una nota - e' stato possibile studiare le caratteristiche biologiche del tessuto in modo da predire il piu' precocemente possibile l'evoluzione della lesione precancerosa indotta dal virus, compresa la possibilita' di sviluppare eventuali metastasi.

Lo studio ha inoltre rilevato la presenza del virus in 9 donne su 10 affette da tumore al collo dell'utero, confermando ulteriormente il ruolo fondamentale svolto dall'Hpv nella genesi di questo tumore. Il passo successivo - spiegano gli esperti - sara' quello di conoscere quali tipi di virus circolino pia' di frequente nella donna infetta e quale sia il ruolo degli anticorpi anti-HPV prodotti dal suo sistema immunitario. ''La nostra ricerca - afferma Margherita Branca, del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell'Iss e responsabile del progetto - punta a individuare la relazione esatta che intercorre tra alcuni tipi di Hpv e le malattie della cervice uterina, in particolare il carcinoma. Si tratta - aggiunge - di un grande progetto che impegna diversi laboratori dell'Iss e altri centri di eccellenza nel tentativo di realizzare programmi di screening piu' approfonditi, ottenendo in tal modo diagnosi sempre piu' precoci''.

Lo studio, cominciato alla fine del 2002, ha esaminato sinora 150 tessuti tumorali appartenenti ad altrettante donne con diagnosi di carcinoma invasivo e di Sil (lesione intraepiteliale squamosa) di vario grado, lesioni cioe' che precedono la formazione del tumore vero e proprio. Se gli studi effettuati in precedenza avevano evidenziato la presenza del virus nel 70-80% dei casi esaminati, i ricercatori hanno ora potuto rintracciarlo in oltre il 90% dei tessuti analizzati, grazie alla sofisticata tecnica di indagine, la Polymerase Chain Reaction (PCR), in grado di evidenziare la presenza di piu' 'parti' dell'Hpv e di individuarne differenti tipi.

Il carcinoma della cervice uterina e' la seconda forma tumorale, dopo il cancro al seno, piu' diffusa nel mondo tra le donne al di sotto dei 50 anni. Ne colpisce infatti poco meno di 500mila ogni anno nel mondo, uccidendone circa 230mila. Nella sola Europa si registrano 65mila casi ogni anno, con 28mila decessi e in Italia sono 3.500 i nuovi casi annuali e 1.500 i morti. La seconda fase del progetto prevede il reclutamento di almeno 550 donne con infezione da HPV e/o con SIL di vario grado, delle quali 400 immunonormali e 150 immunodepresse. A questo scopo, l'Iss sta raccogliendo campioni dai centri clinici che collaborano al progetto, presso i quali le donne reclutate sono invitate a presentarsi per sottoporsi ai prelievi cervico-vaginali e di sangue. Lo scopo e' di studiare la risposta sierologica, ovvero la presenza di anticorpi anti-HPV, nelle donne portatrici di lesioni di vario grado e metterla quindi in relazione con la progressione e la regressione della malattia. (Red-Ife/Adnkronos Salute)

http://notizie.msd-italia.it/


Corticosteroidi nell’asma

Ultimo aggiornamento: 28/05/03

I corticosteroidi inalati sono notevolmente efficaci nel trattamento dell’asma ma possono causare effetti collaterali legati alla dose del farmaco: formazione di cataratta, glaucoma, riduzione della densità ossea e soppressione surrenalica. E’ stato quindi ipotizzato un approccio farmacologico che potesse ridurre il dosaggio senza diminuire il controllo sulla patologia.
Per dimostrarne la validità un team di ricercatori scozzesi ha reclutato 259 pazienti con diagnosi di asma, da almeno un anno, trattati con almeno 800mcg giornalieri di beclometasone dipropionato, oppure di budesonide oppure di fluticasone propionato, inalati. I partecipanti erano pazienti dei medici di medicina generale del sud e del centro della Scozia, lo studio è stato condotto in doppio cieco con un gruppo controllo; gli inalatori sono stati confezionati in modo apparentemente identico con etichetta “dose usuale” o “dose ridotta”, ma mentre il gruppo in studio ha ricevuto effettivamente una dose di farmaco normale, adeguata alla propria condizione e poi dimezzata, il gruppo controllo ha continuato a inalare la dose iniziale di corticosteroidi. Le visite di controllo sono state effettuate a tre, sei, nove e dodici mesi. I pazienti hanno comunque tenuto un diario del picco di flusso espiratorio e le misure venivano eseguite al mattino e alla sera. A ogni visita si effettuava una valutazione della morbidità dell’asma con un breve questionario che individuava un punteggio da 0 a 8, secondo il quale il controllo della patologia era buono quando il punteggio era pari a 2 o inferiore.
Ai partecipanti era stato detto che in caso di peggioramento o di incapacità di mantenere stabili i sintomi, si sarebbero dovuti rivolgere al medico. I ricercatori hanno considerato come aggravamento dell’asma ogni episodio che richiedeva una dose di corticosteroidi orale, mentre gli eventi correlati all’asma erano quelli che richiedevano ospedalizzazione, cure in pronto soccorso, visite dal medico di medicina generale, eventualmente anche a domicilio.

Dose dimezzata e buon controllo
Oltre al confronto tra i due gruppi di pazienti per verificare eventuali peggioramenti, obiettivo della ricerca era determinare la proporzione di pazienti con dose dimezzata in grado di mantenere sotto controllo la sintomatologia.
L’82% dei pazienti arruolati ha completato l’anno di follow up previsto dallo studio; nel gruppo selezionato per ricevere la dose dimezzata, l’84% riusciva a mantenere un buon controllo dell’asma, nel gruppo controllo l’81%; a tutti questi pazienti sono stati distribuiti i nebulizzatori con la dose di corticosteroidi dimezzata, presunta o reale. Il 49% del gruppo che prendeva realmente la dose di farmaco dimezzata ha completato lo studio con un buon controllo della patologia. Il 31% di questi pazienti e il 26% del gruppo controllo hanno riferito almeno un episodio di aggravamento durante l’anno, e le visite dal medico generalista erano la circostanza più comune in entrambi i gruppi. Forti differenze, invece, sono state trovate nella dose annuale di farmaco inalata: 390 mg di beclomethasone dipropionate nel gruppo a dosaggio ridotto contro 517 mg del gruppo di controllo, per un’assunzione media giornaliera inferiore di 384mcg.

Un buon approccio
La procedura ipotizzata si è, quindi, rivelata una strategia valida e sicura per i pazienti con asma stabile, in trattamento con almeno 1000mcg beclometasone dipropionato al giorno: i pazienti in osservazione hanno assunto il 25% di farmaco in meno rispetto al gruppo controllo senza differenze significative nel controllo dell’asma.
Per quanto il numero di pazienti osservati riduca la forza dell’analisi nell’indagare le differenze cliniche significative, gli autori sottolineano che i partecipanti sono stati reclutati in sei ampie aree del territorio scozzese, in tutte le categorie sociali rurali e urbane. Questa scelta permette, quindi, di estendere i risultati alla popolazione generale.

Simona Zazzetta

(Hawkins G et al. Stepping down inhaled corticosteroids in asthma: randomised controlled trial. BMJ 2003; 326: 1115) http://pro.dica33.it/article.asp?tipo=0&lettera=0&idref=969&aid=53569&sub_res=


La scelta terapeutica nella cardiopatia ischemica cronica dell'anziano

Trattamento medico o invasivo?
La scelta della cura per il trattamento delle cardiopatie ischemiche continua ad essere dibattuta. Ad oggi rimane ancora aperto il quesito se preferire una terapia medica oppure una terapia invasiva di rivascolarizzazione miocardica attraverso interventi di angioplastica o di chirurgia mini-invasiva. I dubbi ricadono soprattutto sul trattamento della coronaropatia cronica e, in particolare, per i pazienti di età più avanzata, dove una terapia medica ottimizzata si è spesso dimostrata efficace sia nella risoluzione della sintomatologia sia nel miglioramento della prognosi, con riduzione di morte e nuovi eventi coronarici. Per quanto concerne invece la sindrome coronaria acuta, si ha qualche certezza in più e il trattamento precoce di rivascolarizzazione mediante angioplastica (PTCA) sembra essere preferito nella grande maggioranza dei casi e soprattutto nei soggetti a rischio più elevato.


Lo studio TIME e le sue risposte
Lo studio randomizzato TIME (Trial of invasive versus medical therapy in elderly patients) ha cercato di dare alcune risposte al problema della scelta del trattamento nel caso specifico di pazienti anziani. Lo studio ha preso in esame una popolazione di circa trecento ultrasettantacinquenni con cardiopatia ischemica cronica che sono stati sottoposti a terapia invasiva o medica.
Nel 2001 sulla rivista Lancet sono stati pubblicati i primi risultati, che hanno messo in luce la superiorità del trattamento invasivo a breve termine (sei mesi), per quanto riguarda la risoluzione dei sintomi e il miglioramento della qualità di vita a fronte di una maggior frequenza di mortalità precoce. Questo è comprensibile alla luce dell'elevato rischio operatorio in una popolazione anziana con patologia grave in condizioni di emergenza.
Lo scorso marzo una seconda pubblicazione su Jama ha riportato i risultati dello stesso studio, ma a un anno di distanza dal trattamento. La qualità di vita e gli eventi cardiaci avversi maggiori (MACE) - come morte, infarto miocardio non fatale, successivi ricoveri ospedalieri per sindrome coronarica acuta, end-point principali dello studio - sono risultati simili per entrambi i trattamenti, a differenza di quanto era stato evidenziato da un confronto a breve termine. Il confronto è rimasto in pareggio nonostante l'evidenza che quasi il 50% dei soggetti sottoposti inizialmente a terapia medica ha avuto inseguito la necessità di un intervento di rivascolarizzazione.


Conclusioni
Nel caso di paziente anziano con cardiopatia ischemica acuta, non sembrano esserci differenze tra un trattamento medico e uno invasivo a distanza di un anno. Se è vero che dopo mesi l'incidenza di MACE è più alta nei soggetti con terapia medica ottimizzata, non deve essere dimenticato che dopo un anno i casi di decessi e di infarto miocardico acuto sono paragonabili in entrambi i gruppi come pure la qualità della vita.
Poiché l'intervento tardivo non sembra incidere negativamente sulla prognosi, gli autori si chiedono quindi "perché non attendere con una terapia medica ottimizzata finché la rivascolarizzazione meccanica non divenga assolutamente necessaria?". Questo anche in considerazione del notevole rischio operatorio precoce di malati anziani in situazione di emergenza-urgenza.
Un vantaggio dello studio è quello di avere incluso soggetti non in relazione all'estensione delle lesioni coronariche all'angiografia, ma sulla base della presentazione clinica della malattia, pazienti sintomatici per angor. Un aspetto che potrebbe essere valutato in futuro è il rapporto costo-efficacia fra le due strategie terapeutiche, considerando i costi elevati della cardiochirurgia, quelli un poco inferiori dell'angioplastica e probabilmente ancora più bassi, ma distribuiti in un periodo più lungo, della terapia medica.
Le conclusioni di questa analisi sembrano quindi rivalutare il ruolo di una terapia medica ottimizzata nella cardiopatia ischemica cronica in soggetti di età superiore a 75 anni, anche in presenza di condizioni di malattia avanzata.

A cura di Cesare Albanese

Pfisterer M, Buser P, Osswald S et al.
Outcome of elderly patients with chronic symptomatic coronary artery disease with an invasive vs optimized medical strategy; one year results of the randomized TIME trial
Jama 2003; 289: 1117-1123 [
abstract]

http://www.msd-italia.it/farmaci/perilmedico/
msd-watch/2003_14/articolo1.html
 


Viagra: uso a lungo termine

Uno studio, presentato all’American Academy of Physician Assistants, indica che il 95% degli uomini trattati con successo con il sildenafil, a lungo termine, è ancora soddisfatto dopo 4 anni di trattamento. I risultati ottenuti smentiscono l’ipotesi che il farmaco perda di efficacia nel tempo; 979 uomini di età media 58 anni sono stati trattati per 47 mesi e annualmente veniva loro chiesto se erano soddisfatti del farmaco e, se sì, se il trattamento aveva migliorato la capacità di iniziare un rapporto sessuale. Indipendentemente dalla causa della disfunzione, organica, psicogena o mista, il 95% degli uomini riferiva risposte positive; le reazioni avverse ci sono state nel 3,8% dei casi, ma senza effetti collaterali gravi.
S.Z.

(AAPA: Sildenafil Effective, Well Tolerated as Long-Term Treatment of Erectile Dysfunction By Paul D. Thacker. Doctor’guide)

http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53576


Basta la D per rinsaldare l'osso

La vitamina riduce le fratture osteoporotiche

Basterebbe una capsula di vitamina D3 ogni quattro mesi per tenere lontano il rischio di fratture negli anziani. L'assunzione del supplemento di calciferolo, proseguita per cinque anni, sembra ridurre sia l'incidenza complessiva di fratture sia, in modo ancor più marcato, quella delle fratture in zone abitualmente colpite dall'osteoporosi, senza provocare effetti avversi rilevanti.

Lo studio, realizzato in collaborazione dai geriatri della Scuola di medicina clinica dell'Università di Cambridge e dagli epidemiologi dell'Università di Oxford, è stato condotto in doppio cieco su circa 2.700 uomini e donne fra i 65 e gli 85 anni, reclutati dalla popolazione generale attraverso registri medici. I partecipanti sono stati assegnati a caso a uno dei due gruppi di trattamento: il primo assumeva ogni quattro mesi 100.000 UI di vitamina D3, il secondo un placebo.

Nel quinquennio dello studio circa 270 persone hanno riportato una frattura, che in oltre la metà dei casi riguardava una sede colpita d'abitudine dall'osteoporosi: l'anca, il polso o l'avambraccio, le vertebre. Il rischio relativo di incorrere una qualsiasi frattura per i pazienti in terapia con la vitamina rispetto a quelli che assumevano il placebo è stato inferiore del 22 per cento, e per le fratture nelle sedi tipiche dell'osteoporosi il calo è stato del 33 per cento. In chi aveva assunto la vitamina, inoltre, il rischio complessivo di morte è stato leggermente inferiore rispetto ai controlli, pur senza che la differenza assumesse rilievo statistico.

"I risultati sono simili a quelli ottenuti in precedenza con la somministrazione giornaliera di vitamina D in associazione al calcio" commenta Kay Tee Khaw, coordinatore della ricerca. "mentre non era stato ancora dimostrato il ruolo preventivo del solo apporto supplementare della vitamina"

puntualizza il ricercatore. "Certo, prima di proporre interventi su ampie fasce della popolazione saranno necessarie ulteriori verifiche, ma senza dubbio l'efficacia, la sicurezza e il basso costo (meno di una sterlina all'anno) di una terapia con vitamina D3 ne fanno un candidato ideale per la prevenzione delle fratture negli anziani".

di Annalisa Miglioranzi - Tempo Medico n. 764

26 April 2003

Fonte: Brit.Med.J. 2003; 320: 469 (e-mail: kk101@medschl.cam.ac.uk)

http://www.tempomedico.it/


La telemedicina diventa realtà

Cefriel, Consorzio per la Ricerca e la Formazione in Ingegneria dell’Informazione del Politecnico di Milano, presenta il sistema di telemedicina MedForge. L`innovativa piattaforma permette ai dottori lontani da ospedali specializzati (paesi stranieri, piccoli ospedali di provincia, medici in zone disagiate) di mettersi in contatto con strutture più grandi e attrezzate, condividere i dati dei pazienti e farsi supportare in casi particolarmente complessi. Caratteristiche distintive sono: semplicità d`uso, sicurezza e affidabilità della trasmissione dei dati, funzionamento anche con basse velocità di connessione (banda minima 9,6 Kbit/sec). L`interfaccia grafica è intuitiva e integra l`acquisizione dei dati in formato elettronico, attraverso apparati già oggi in commercio (scanner radiografici, fotocamere digitali, elettrocardiografi), le procedure di teleconsulto, la gestione di agende e promemoria, il sistema di amministrazione e di billing centralizzato. La semplicità d`uso nasce dall’esperienza maturata dal Cefriel nello sviluppo delle piattaforme già operative in Congo e in Nigeria, per offrire supporto ai dipendenti Eni e alle Maldive, Sharm el Sheikh e in Romania per gli assistiti Filo diretto.
E.L.

(Comunicato Stampa Ceftriel, Milano 13 maggio 2003)

http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53553


Ha preso avvio in Sicilia la campagna vaccinale anti-varicella


E’ in fase di avvio in Sicilia la campagna vaccinale anti-varicella promossa dalla Regione Siciliana (C.A. 22 Luglio 2002 n.°1087) mediante la somministrazione gratuita, presso i Centri di vaccinazione delle Aziende UUSSLL Siciliane, del vaccino Oka/Merk Varivax.

La campagna vaccinale prevede l’offerta gratuita in tutto il territorio regionale di una dose di vaccino a tutti i soggetti nel corso del secondo anno di vita ( contemporaneamente alla vaccinazione anti-morbillo-rosolia-parotite, iniziando dal 2003 con l’intera coorte nata nel 2001 ) ed a tutti i soggetti dodicenni, nati nel 1992, dalla cui anamnesi non risulti che abbiano già contratto la malattia.
Dal 1° Aprile 2003 potranno essere vaccinati i soggetti nati dal 1° Gennaio 2002.

Per evidenti motivi di controllo della malattia, che nel nostro territorio ha assunto un andamento endemico-epidemico, la vaccinazione è garantita anche ai fratelli dei vaccinandi ed a tutti gli esposti in età infantile per i quali se ne farà richiesta.

Nell’arco di dodici anni le due coorti si uniranno in maniera tale da creare una popolazione di età al di sotto dei 25 anni con copertura vaccinale completa (la campagna vaccinale antiepatite B è in tal senso illuminante).

Le modalità attuative della campagna vaccinale prevedono la partecipazione attiva dei Pediatri di Famiglia attraverso un’ opera di informazione e sensibilizzazione delle Famiglie, anche per mezzo di poster e depliant informativi predisposti dalla Regione e messi a disposizione presso gli ambulatori pediatrici.

All’adesione alla vaccinazione seguirà l’invio dei soggetti interessati presso i Centri di vaccinazione delle varie Aziende SSLL.

Fonte : Fimp Sicilia

http://www.vaccini.net/