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Lotta
al pH, c’è il campione
L’esomeprazolo
è più efficace di altri inibitori di pompa protonica
(PPI), nel controllare l’acidità intragastrica. Il modo
migliore per verificare la farmacodinamica dei PPI è la
misurazione della soppressione dell’acidità gastrica.
Sono stati quindi confrontati gli effetti di dosi standard
di esomeprazolo (40 mg) contro omeprazolo (20 mg),
lansoprazolo (30 mg), pantoprazolo (40 mg) e rabeprazolo (20
mg), controllando il pH intragastrico nell’arco di 24 ore,
dopo 5 giorni di trattamento. Lo studio ha coinvolto 44
pazienti con sintomi di malattia da reflusso gastroesofageo
e negativi per l’H. pylori. Il profilo del pH è stato
valutato dopo 5 giorni di trattamento e ogni 10-17 giorni
veniva sostituito il farmaco con un altro. I pazienti
presentavano un pH medio 4,0 quando trattati con
esomeprazolo, 3,8 con rabeprazolo, omeprazolo o lansoprazolo
e 3,6 con pantoprazolo. L’esomeprazolo era anche associato
a un maggior numero di ore, nel quinto giorno di
trattamento, in cui il pH rimaneva sopra a 4,0.
S.Z.
(Doctor’s
Guide – DGDispach. ASHP: Esomeprazole Reduces Intragastric
Acid More Effectively than Other PPIs)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53605
Cancro: anche a Padova chirugia innovativa per tumori addome
Milano,
19 giu. (Adnkronos Salute) - In sperimentazione anche a
Padova, presso la Clinica Chirurgica II del Policlinico
universitario, una metodica chirurgica innovativa contro le
carcinosi e sarcomatosi peritoneali, neoplasie secondarie
che colpiscono il 50% dei casi di tumore agli organi
addominali. Fino a qualche tempo fa i pazienti colpiti erano
condannati a lunghi viaggi della speranza verso gli Stati
Uniti e il Giappone. Ma ora, riferiscono gli specialisti
padovani impegnati in un convegno internazionale sul tema,
possono essere trattati anche nel nostro Paese. Ancora in
pochi centri (oltre a Padova solo alle Molinette di Torino,
all'Istituto tumori di Milano e a quello di Roma), ma ''in
modo soddisfacente''.
Secondo
le casistiche americane ed europee, si legge infatti in una
nota dal meeting padovano, la chirurgia citoriduttiva
(questo il nome tecnico della metodica) ''ha alzato la
sopravvivenza mediana da 6 a 20 mesi. E la guarigione, che
nei casi di tumore ad alto grado di malignita' di attesta
sul 10%, in casi di bassa malignita' puo' essere ottenuta
nell'80-90% dei pazienti''. Possibili candidati a questa
procedura sono ''le persone affette da tumori dello stomaco,
del colon-retto e dell'ovaio, o da mesoteliomi e da sarcomi
addominali con malattia avanzata a livello peritoneale''.
Sulla base dell'incidenza di questi tumori si puo' quindi
stimare che ''il numero di pazienti potenzialmente in grado
di beneficiare di questo trattamento si aggira intorno ai
15mila ogni anno''. (Red-Opa/Adnkronos Salute)
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=7452
Insulina
aspart
In
uno studio condotto su giovani diabetici di tipo 1,
l’infusione sottocutanea continua di insulina aspart si è
dimostrata più efficace nell’abbassare i livelli di
emoglobina glicosilata (HbA1c) rispetto alle iniezioni
quotidiane con insulina glargine e insulina aspart prima dei
pasti. Lo studio prospettico randomizzato è ancora in corso
ma i primi risultati sono stati presentati al congresso
dell’American Diabetes Association. Da questi dati
preliminari emerge come il ricorso all’insulina
sottocutanea sia più efficace nel controllare gli zuccheri
nel sangue, i livelli di HbA1c sono, infatti, scesi a 7,2 da
8,1% di partenza, la situazione, invece, è migliorata in
modo assai meno significativo per i pazienti in terapia con
insulina iniettata. L’auspicio dei ricercatori è che
questa terapia possa venire utilizzata dai pazienti con
diabete di tipo 1 più giovani, per determinare un miglior
controllo metabolico e prevenire tardive complicazioni. M.M.
(Reuters
Health, 18 giugno)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&lettera=
0&idref=33&aid=53607&sub_res=
Tamoxifene
a piccole dosi
Il
tamoxifene riduce il rischio di tumore mammario ma aumenta
il rischio di carcinoma endometriale e tromboembolie venose.
Dato che questi effetti indesiderati sono, con tutta
probabilità, dose-dipendenti un gruppo di ricercatori dello
IEO (Istituto Europeo di Oncologia) ha testato l`efficacia
antitumorale di dosi più basse. In totale 120 donne con
tumore ER+ sono state randomizzate a ricever 1mg/die, 5mg/die
oppure la dose standard (20mg/die) di tamoxifene per 4
settimane; come controlli sono state scelte 34 donne con
carcinoma ER- e 29 ER+. Al basale e la termine dello studio
si sono misurati i biomarker ematici di tumore al seno,
patologia cardiovascolare e frattura ossea unitamente a un
indice surrogato di proliferazione: l`espressione del Ki-67.
La riduzione mediana di quest`ultimo fattore è stata del
15% in tutti e 3 i gruppi trattati con tamoxifene (mentre è
cresciuto del 12,8% nei controlli), indipendentemente dalla
dose che, invece, ha influenzato l`andamento di tutti gli
altri marker.
E.L.
(Decensi
A et al. A Randomized Trial of Low-Dose Tamoxifen on Breast
Cancer Proliferation and Blood Estrogenic Biomarkers. J Natl
Cancer Inst 2003; 95:779-790)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&lettera=0&idref=33&aid=53587&sub_res=
AR
colta in anticipo
Recentemente
in Toscana si sono incontrati alcuni dei maggiori esperti
nazionali di artrite reumatoide per discutere gli
aggiornamenti sui criteri diagnostici, l`evoluzione e le
opzioni terapeutiche.
Diagnosi precoce
Essendo l`AR una malattia cronico-evolutiva, trattabile ma
non ancora guaribile, la diagnosi dovrebbe essere il più
precoce possibile, per consentire di intraprendere una
terapia almeno entro 4-6 mesi dall'esordio. Nei decenni
trascorsi i pazienti scontavano lunghi ritardi dovuti alla
scarsa conoscenza della patologia, ora la situazione sta
nettamente migliorando. La reumatologia è entrata a far
parte della formazione universitaria dei medici e i criteri
diagnostici, validati a livello internazionale, sono ormai
noti.
Nel frattempo però sono progredite anche le conoscenze
cliniche sulla patologia: ai tipici segni acuti si affianca
anche una moltitudine di sintomi aspecifici.
Tre o più giunture gonfie, coinvolgimento delle falangi
metatarsali o metacarpali, rigidità mattutina di durata
superiore ai 30 minuti sono segnali inequivocabili che il
paziente necessita una visita reumatologica. Malessere
generale, febbricola, astenia, anoressia, artromialgie,
invece, sono segni molto generici che possono presentarsi
quando ancora non vi sono evidenti alterazioni radiologiche.
In assenza di altre cause, così come in presenza di
sintomatologia specifica ma riferibile ad una sola
articolazione, il medico di famiglia si deve insospettire e
prescrivere accertamenti specifici.
Evoluzione
Il decorso della malattia porta, nella maggior parte dei
casi, all`interessamento di altre articolazioni, attraverso
un`alternanza di fasi di remissione e riacutizzazione, con
limitazioni funzionali progressivamente crescenti. Tuttavia
possono presentarsi anche casi episodici, cui segue in pochi
anni un recupero quasi completo, oppure casi ad esordio
aggressivo in cui la progressione verso l`invalidità è
rapida e massiva. Proprio la severità delle lesioni
all`esordio, secondo le ultime ricerche, è un fattore
prognostico del rischio di disabilità futura dei pazienti.
Tra i fattori di rischio modificabili, invece, si trova il
fumo di sigaretta: i forti fumatori sono più a rischio di
sviluppare la malattia, ancora di più se non hanno
familiarità per l`artrite reumatoide. Resta fondamentale
poi, sia come prevenzione primaria sia come trattamento,
l`attività fisica, da svolgere con una precisa limitazione:
quella di non effettuare movimenti che portino un carico
eccessivo sulle articolazioni. Meglio poi poter
intraprendere una fisiokinesiterapia specificamente
indirizzata all`apprendimento dell`economia articolare,
ovvero di movimenti alternativi per compiere azioni
quotidiane risparmiando le articolazioni colpite.
Farmaci
I farmaci di fondo, DMARDs (Disease Modifying Anti-Rheumatic
Drugs), somministrati tempestivamente sono in grado di
migliorare il quadro clinico e funzionale e sembrano
ritardare la progressione delle erosioni articolari.
L`approccio farmacologico prevede oggi la terapia combinata
con DMARDs, precoce e aggressiva, indipendentemente dalla
severità dell`esordio, per impedire l`instaurarsi di danni
irreversibili.
Ai DMARDs (metotressato, ciclosporina, sali d`oro,
sulfasalazina e antimalarici di sintesi) vanno sempre
associati gli analgesici e si affiancano, ora, nuovi
principi attivi chiamati modificatori della risposta
biologica. Si tratta di molecole nate dai progressi delle
biotecnologie e dalle maggiori conoscenze dei meccanismi
patogenetici dell`AAR, che hanno come bersagli cellule e
molecole direttamente implicate nello sviluppo
dell`infiammazione reumatoide.
In breve: anticorpi monoclonali contro i linfociti T;
anticorpi monoclonali contro la citochina TNF alfa (infliximab;
adalimumab); recettori solubili del TNF alfa capaci di
neutralizzarne l`azione (etanercept); antagonisti dei
recettori dell`interleuchina 1 (anakinra); interleuchina 10
di sintesi che svolge un`azione antinfiammatoria in
contrasto con le altre citochine
Elisa Lucchesini
Conferenza Stampa "Artrite reumatoide, la parola ai
pazienti" Spineto 31 maggio 2003
Relatori:
Roberto Marcolongo Direttore Istituto di Reumatologia -
Università di Siena e Presidente della Lega Italiana contro
le Malattie Reumatiche (LIMAR)
Gianfranco Ferraccioli Professore Ordinario di Reumatologia
- Università di Udine e Membro Direttivo della Società
Italiana di Reumatologia (SIR)
Alessandro Ciocci Responsabile Servizio di Reumatologia
Clinica Villa Pia Roma e Presidente Associazione Nazionale
Malati Reumatici (ANMAR)
http://pro.dica33.it/article
HPV:
studio iss, 8 marcatori 'spia' di rischio cancro utero
Roma,
12 giu (Adnkronos Salute) - Otto nuovi marcatori per
'spiare' l'evoluzione del papillomavirus. Un virus legato al
tumore della cervice uterina. A testarli e' stato uno studio
multidisciplinare coordinato dall'Istituto Superiore di
Sanita', presentato oggi a Roma in un convegno sul tema, in
corso all'Iss. Grazie alla messa a punto di questi nuovi
marcatori per il papillomavirus (Hpv)- spiega una nota - e'
stato possibile studiare le caratteristiche biologiche del
tessuto in modo da predire il piu' precocemente possibile
l'evoluzione della lesione precancerosa indotta dal virus,
compresa la possibilita' di sviluppare eventuali metastasi.
Lo
studio ha inoltre rilevato la presenza del virus in 9 donne
su 10 affette da tumore al collo dell'utero, confermando
ulteriormente il ruolo fondamentale svolto dall'Hpv nella
genesi di questo tumore. Il passo successivo - spiegano gli
esperti - sara' quello di conoscere quali tipi di virus
circolino pia' di frequente nella donna infetta e quale sia
il ruolo degli anticorpi anti-HPV prodotti dal suo sistema
immunitario. ''La nostra ricerca - afferma Margherita
Branca, del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza
e Promozione della Salute dell'Iss e responsabile del
progetto - punta a individuare la relazione esatta che
intercorre tra alcuni tipi di Hpv e le malattie della
cervice uterina, in particolare il carcinoma. Si tratta -
aggiunge - di un grande progetto che impegna diversi
laboratori dell'Iss e altri centri di eccellenza nel
tentativo di realizzare programmi di screening piu'
approfonditi, ottenendo in tal modo diagnosi sempre piu'
precoci''.
Lo
studio, cominciato alla fine del 2002, ha esaminato sinora
150 tessuti tumorali appartenenti ad altrettante donne con
diagnosi di carcinoma invasivo e di Sil (lesione
intraepiteliale squamosa) di vario grado, lesioni cioe' che
precedono la formazione del tumore vero e proprio. Se gli
studi effettuati in precedenza avevano evidenziato la
presenza del virus nel 70-80% dei casi esaminati, i
ricercatori hanno ora potuto rintracciarlo in oltre il 90%
dei tessuti analizzati, grazie alla sofisticata tecnica di
indagine, la Polymerase Chain Reaction (PCR), in grado di
evidenziare la presenza di piu' 'parti' dell'Hpv e di
individuarne differenti tipi.
Il
carcinoma della cervice uterina e' la seconda forma
tumorale, dopo il cancro al seno, piu' diffusa nel mondo tra
le donne al di sotto dei 50 anni. Ne colpisce infatti poco
meno di 500mila ogni anno nel mondo, uccidendone circa
230mila. Nella sola Europa si registrano 65mila casi ogni
anno, con 28mila decessi e in Italia sono 3.500 i nuovi casi
annuali e 1.500 i morti. La seconda fase del progetto
prevede il reclutamento di almeno 550 donne con infezione da
HPV e/o con SIL di vario grado, delle quali 400
immunonormali e 150 immunodepresse. A questo scopo, l'Iss
sta raccogliendo campioni dai centri clinici che collaborano
al progetto, presso i quali le donne reclutate sono invitate
a presentarsi per sottoporsi ai prelievi cervico-vaginali e
di sangue. Lo scopo e' di studiare la risposta sierologica,
ovvero la presenza di anticorpi anti-HPV, nelle donne
portatrici di lesioni di vario grado e metterla quindi in
relazione con la progressione e la regressione della
malattia. (Red-Ife/Adnkronos Salute)
http://notizie.msd-italia.it/
Corticosteroidi
nell’asma
Ultimo
aggiornamento: 28/05/03
I
corticosteroidi inalati sono notevolmente efficaci nel
trattamento dell’asma ma possono causare effetti
collaterali legati alla dose del farmaco: formazione di
cataratta, glaucoma, riduzione della densità ossea e
soppressione surrenalica. E’ stato quindi ipotizzato un
approccio farmacologico che potesse ridurre il dosaggio
senza diminuire il controllo sulla patologia.
Per dimostrarne la validità un team di ricercatori scozzesi
ha reclutato 259 pazienti con diagnosi di asma, da almeno un
anno, trattati con almeno 800mcg giornalieri di
beclometasone dipropionato, oppure di budesonide oppure di
fluticasone propionato, inalati. I partecipanti erano
pazienti dei medici di medicina generale del sud e del
centro della Scozia, lo studio è stato condotto in doppio
cieco con un gruppo controllo; gli inalatori sono stati
confezionati in modo apparentemente identico con etichetta
“dose usuale” o “dose ridotta”, ma mentre il gruppo
in studio ha ricevuto effettivamente una dose di farmaco
normale, adeguata alla propria condizione e poi dimezzata,
il gruppo controllo ha continuato a inalare la dose iniziale
di corticosteroidi. Le visite di controllo sono state
effettuate a tre, sei, nove e dodici mesi. I pazienti hanno
comunque tenuto un diario del picco di flusso espiratorio e
le misure venivano eseguite al mattino e alla sera. A ogni
visita si effettuava una valutazione della morbidità
dell’asma con un breve questionario che individuava un
punteggio da 0 a 8, secondo il quale il controllo della
patologia era buono quando il punteggio era pari a 2 o
inferiore.
Ai partecipanti era stato detto che in caso di peggioramento
o di incapacità di mantenere stabili i sintomi, si
sarebbero dovuti rivolgere al medico. I ricercatori hanno
considerato come aggravamento dell’asma ogni episodio che
richiedeva una dose di corticosteroidi orale, mentre gli
eventi correlati all’asma erano quelli che richiedevano
ospedalizzazione, cure in pronto soccorso, visite dal medico
di medicina generale, eventualmente anche a domicilio.
Dose dimezzata e buon controllo
Oltre al confronto tra i due gruppi di pazienti per
verificare eventuali peggioramenti, obiettivo della ricerca
era determinare la proporzione di pazienti con dose
dimezzata in grado di mantenere sotto controllo la
sintomatologia.
L’82% dei pazienti arruolati ha completato l’anno di
follow up previsto dallo studio; nel gruppo selezionato per
ricevere la dose dimezzata, l’84% riusciva a mantenere un
buon controllo dell’asma, nel gruppo controllo l’81%; a
tutti questi pazienti sono stati distribuiti i nebulizzatori
con la dose di corticosteroidi dimezzata, presunta o reale.
Il 49% del gruppo che prendeva realmente la dose di farmaco
dimezzata ha completato lo studio con un buon controllo
della patologia. Il 31% di questi pazienti e il 26% del
gruppo controllo hanno riferito almeno un episodio di
aggravamento durante l’anno, e le visite dal medico
generalista erano la circostanza più comune in entrambi i
gruppi. Forti differenze, invece, sono state trovate nella
dose annuale di farmaco inalata: 390 mg di beclomethasone
dipropionate nel gruppo a dosaggio ridotto contro 517 mg del
gruppo di controllo, per un’assunzione media giornaliera
inferiore di 384mcg.
Un buon approccio
La procedura ipotizzata si è, quindi, rivelata una
strategia valida e sicura per i pazienti con asma stabile,
in trattamento con almeno 1000mcg beclometasone dipropionato
al giorno: i pazienti in osservazione hanno assunto il 25%
di farmaco in meno rispetto al gruppo controllo senza
differenze significative nel controllo dell’asma.
Per quanto il numero di pazienti osservati riduca la forza
dell’analisi nell’indagare le differenze cliniche
significative, gli autori sottolineano che i partecipanti
sono stati reclutati in sei ampie aree del territorio
scozzese, in tutte le categorie sociali rurali e urbane.
Questa scelta permette, quindi, di estendere i risultati
alla popolazione generale.
Simona
Zazzetta
(Hawkins
G et al. Stepping down inhaled corticosteroids in asthma:
randomised controlled trial. BMJ 2003; 326: 1115)
http://pro.dica33.it/article.asp?tipo=0&lettera=0&idref=969&aid=53569&sub_res=
La
scelta terapeutica nella cardiopatia ischemica cronica
dell'anziano
Trattamento
medico o invasivo?
La scelta della cura per il trattamento delle cardiopatie
ischemiche continua ad essere dibattuta. Ad oggi rimane
ancora aperto il quesito se preferire una terapia medica
oppure una terapia invasiva di rivascolarizzazione
miocardica attraverso interventi di angioplastica o di
chirurgia mini-invasiva. I dubbi ricadono soprattutto sul
trattamento della coronaropatia cronica e, in particolare,
per i pazienti di età più avanzata, dove una terapia
medica ottimizzata si è spesso dimostrata efficace sia
nella risoluzione della sintomatologia sia nel miglioramento
della prognosi, con riduzione di morte e nuovi eventi
coronarici. Per quanto concerne invece la sindrome coronaria
acuta, si ha qualche certezza in più e il trattamento
precoce di rivascolarizzazione mediante angioplastica (PTCA)
sembra essere preferito nella grande maggioranza dei casi e
soprattutto nei soggetti a rischio più elevato.
Lo studio TIME e le sue risposte
Lo studio randomizzato TIME (Trial of invasive versus
medical therapy in elderly patients) ha cercato di dare
alcune risposte al problema della scelta del trattamento nel
caso specifico di pazienti anziani. Lo studio ha preso in
esame una popolazione di circa trecento
ultrasettantacinquenni con cardiopatia ischemica cronica che
sono stati sottoposti a terapia invasiva o medica.
Nel 2001 sulla rivista Lancet sono stati pubblicati i primi
risultati, che hanno messo in luce la superiorità
del trattamento invasivo a breve termine (sei mesi), per
quanto riguarda la risoluzione dei sintomi e il
miglioramento della qualità di vita a fronte di una maggior
frequenza di mortalità precoce. Questo è comprensibile
alla luce dell'elevato rischio operatorio in una popolazione
anziana con patologia grave in condizioni di emergenza.
Lo scorso marzo una seconda pubblicazione su Jama ha
riportato i risultati dello stesso studio, ma a un anno di
distanza dal trattamento. La qualità di vita e gli eventi
cardiaci avversi maggiori (MACE) - come morte, infarto
miocardio non fatale, successivi ricoveri ospedalieri per
sindrome coronarica acuta, end-point principali dello studio
- sono risultati simili per entrambi i trattamenti, a
differenza di quanto era stato evidenziato da un confronto a
breve termine. Il confronto è rimasto in pareggio
nonostante l'evidenza che quasi il 50% dei soggetti
sottoposti inizialmente a terapia medica ha avuto inseguito
la necessità di un intervento di rivascolarizzazione.
Conclusioni
Nel caso di paziente anziano con cardiopatia ischemica
acuta, non sembrano esserci differenze tra un trattamento
medico e uno invasivo a distanza di un anno. Se è vero che
dopo mesi l'incidenza di MACE è più alta nei soggetti con
terapia medica ottimizzata, non deve essere dimenticato che
dopo un anno i casi di decessi e di infarto miocardico acuto
sono paragonabili in entrambi i gruppi come pure la qualità
della vita.
Poiché l'intervento tardivo non sembra incidere
negativamente sulla prognosi, gli autori si chiedono quindi
"perché non attendere con una terapia medica
ottimizzata finché la rivascolarizzazione meccanica non
divenga assolutamente necessaria?". Questo anche in
considerazione del notevole rischio operatorio precoce di
malati anziani in situazione di emergenza-urgenza.
Un vantaggio dello studio è quello di avere incluso
soggetti non in relazione all'estensione delle lesioni
coronariche all'angiografia, ma sulla base della
presentazione clinica della malattia, pazienti sintomatici
per angor. Un aspetto che potrebbe essere valutato in futuro
è il rapporto costo-efficacia fra le due strategie
terapeutiche, considerando i costi elevati della
cardiochirurgia, quelli un poco inferiori dell'angioplastica
e probabilmente ancora più bassi, ma distribuiti in un
periodo più lungo, della terapia medica.
Le conclusioni di questa analisi sembrano quindi rivalutare
il ruolo di una terapia medica ottimizzata nella cardiopatia
ischemica cronica in soggetti di età superiore a 75 anni,
anche in presenza di condizioni di malattia avanzata.
A
cura di Cesare Albanese
Pfisterer
M, Buser P, Osswald S et al.
Outcome
of elderly patients with chronic symptomatic coronary artery
disease with an invasive vs optimized medical strategy; one
year results of the randomized TIME trial
Jama 2003; 289: 1117-1123 [abstract]
http://www.msd-italia.it/farmaci/perilmedico/
msd-watch/2003_14/articolo1.html
Viagra: uso a lungo termine
Uno studio,
presentato all’American Academy of Physician Assistants,
indica che il 95% degli uomini trattati con successo con il
sildenafil, a lungo termine, è ancora soddisfatto dopo 4
anni di trattamento. I risultati ottenuti smentiscono
l’ipotesi che il farmaco perda di efficacia nel tempo; 979
uomini di età media 58 anni sono stati trattati per 47 mesi
e annualmente veniva loro chiesto se erano soddisfatti del
farmaco e, se sì, se il trattamento aveva migliorato la
capacità di iniziare un rapporto sessuale.
Indipendentemente dalla causa della disfunzione, organica,
psicogena o mista, il 95% degli uomini riferiva risposte
positive; le reazioni avverse ci sono state nel 3,8% dei
casi, ma senza effetti collaterali gravi.
S.Z.
(AAPA:
Sildenafil Effective, Well Tolerated as Long-Term Treatment
of Erectile Dysfunction By Paul D. Thacker. Doctor’guide)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53576
Basta
la D per rinsaldare l'osso
La
vitamina riduce le fratture osteoporotiche
Basterebbe
una capsula di vitamina D3 ogni quattro mesi per tenere
lontano il rischio di fratture negli anziani. L'assunzione
del supplemento di calciferolo, proseguita per cinque anni,
sembra ridurre sia l'incidenza complessiva di fratture sia,
in modo ancor più marcato, quella delle fratture in zone
abitualmente colpite dall'osteoporosi, senza provocare
effetti avversi rilevanti.
Lo
studio, realizzato in collaborazione dai geriatri della
Scuola di medicina clinica dell'Università di Cambridge e
dagli epidemiologi dell'Università di Oxford, è stato
condotto in doppio cieco su circa 2.700 uomini e donne fra i
65 e gli 85 anni, reclutati dalla popolazione generale
attraverso registri medici. I partecipanti sono stati
assegnati a caso a uno dei due gruppi di trattamento: il
primo assumeva ogni quattro mesi 100.000 UI di vitamina D3,
il secondo un placebo.
Nel
quinquennio dello studio circa 270 persone hanno riportato
una frattura, che in oltre la metà dei casi riguardava una
sede colpita d'abitudine dall'osteoporosi: l'anca, il polso
o l'avambraccio, le vertebre. Il rischio relativo di
incorrere una qualsiasi frattura per i pazienti in terapia
con la vitamina rispetto a quelli che assumevano il placebo
è stato inferiore del 22 per cento, e per le fratture nelle
sedi tipiche dell'osteoporosi il calo è stato del 33 per
cento. In chi aveva assunto la vitamina, inoltre, il rischio
complessivo di morte è stato leggermente inferiore rispetto
ai controlli, pur senza che la differenza assumesse rilievo
statistico.
"I
risultati sono simili a quelli ottenuti in precedenza con la
somministrazione giornaliera di vitamina D in associazione
al calcio" commenta Kay Tee Khaw, coordinatore della
ricerca. "mentre non era stato ancora dimostrato il
ruolo preventivo del solo apporto supplementare della
vitamina"
puntualizza
il ricercatore. "Certo, prima di proporre interventi su
ampie fasce della popolazione saranno necessarie ulteriori
verifiche, ma senza dubbio l'efficacia, la sicurezza e il
basso costo (meno di una sterlina all'anno) di una terapia
con vitamina D3 ne fanno un candidato ideale per la
prevenzione delle fratture negli anziani".
di
Annalisa Miglioranzi - Tempo
Medico n. 764
26
April 2003
Fonte:
Brit.Med.J. 2003; 320: 469 (e-mail: kk101@medschl.cam.ac.uk)
http://www.tempomedico.it/
La
telemedicina diventa realtà
Cefriel, Consorzio per la
Ricerca e la Formazione in Ingegneria dell’Informazione
del Politecnico di Milano, presenta il sistema di
telemedicina MedForge.
L`innovativa piattaforma permette ai dottori lontani da
ospedali specializzati (paesi stranieri, piccoli ospedali di
provincia, medici in zone disagiate) di mettersi in contatto
con strutture più grandi e attrezzate, condividere i dati
dei pazienti e farsi supportare in casi particolarmente
complessi. Caratteristiche distintive sono: semplicità
d`uso, sicurezza e affidabilità della trasmissione dei
dati, funzionamento anche con basse velocità di connessione
(banda minima 9,6 Kbit/sec). L`interfaccia grafica è
intuitiva e integra l`acquisizione dei dati in formato
elettronico, attraverso apparati già oggi in commercio
(scanner radiografici, fotocamere digitali,
elettrocardiografi), le procedure di teleconsulto, la
gestione di agende e promemoria, il sistema di
amministrazione e di billing centralizzato. La semplicità
d`uso nasce dall’esperienza maturata dal Cefriel nello
sviluppo delle piattaforme già operative in Congo e in
Nigeria, per offrire supporto ai dipendenti Eni e alle
Maldive, Sharm el Sheikh e in Romania per gli assistiti Filo
diretto.
E.L.
(Comunicato Stampa
Ceftriel, Milano 13 maggio 2003)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53553
Ha
preso avvio in Sicilia la campagna vaccinale anti-varicella
E’ in fase di avvio in Sicilia la campagna vaccinale
anti-varicella promossa dalla Regione Siciliana (C.A. 22
Luglio 2002 n.°1087) mediante la somministrazione gratuita,
presso i Centri di vaccinazione delle Aziende UUSSLL
Siciliane, del vaccino Oka/Merk Varivax.
La campagna vaccinale prevede l’offerta gratuita in tutto
il territorio regionale di una dose di vaccino a tutti i
soggetti nel corso del secondo anno di vita (
contemporaneamente alla vaccinazione
anti-morbillo-rosolia-parotite, iniziando dal 2003 con
l’intera coorte nata nel 2001 ) ed a tutti i soggetti
dodicenni, nati nel 1992, dalla cui anamnesi non risulti che
abbiano già contratto la malattia.
Dal 1° Aprile 2003 potranno essere vaccinati i soggetti
nati dal 1° Gennaio 2002.
Per evidenti motivi di controllo della malattia, che nel
nostro territorio ha assunto un andamento endemico-epidemico,
la vaccinazione è garantita anche ai fratelli dei
vaccinandi ed a tutti gli esposti in età infantile per i
quali se ne farà richiesta.
Nell’arco di dodici anni le due coorti si uniranno in
maniera tale da creare una popolazione di età al di sotto
dei 25 anni con copertura vaccinale completa (la campagna
vaccinale antiepatite B è in tal senso illuminante).
Le modalità attuative della campagna vaccinale prevedono la
partecipazione attiva dei Pediatri di Famiglia attraverso
un’ opera di informazione e sensibilizzazione delle
Famiglie, anche per mezzo di poster e depliant informativi
predisposti dalla Regione e messi a disposizione presso gli
ambulatori pediatrici.
All’adesione alla vaccinazione seguirà l’invio dei
soggetti interessati presso i Centri di vaccinazione delle
varie Aziende SSLL.
Fonte : Fimp Sicilia
http://www.vaccini.net/
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