La pillola
dell'obbedienza. Tra pochi giorni, il Ritalin, un
farmaco a base di metilfenidato, un'anfetamina, sarà di
nuovo in commercio
Tra
pochi giorni, il Ritalin, un farmaco a base di
metilfenidato, un'anfetamina, sarà di nuovo in commercio
su decreto del Ministero della Salute. Servirà a curare
il cosiddetto «Disturbo da deficit dell'attenzione con
iperattività» (Adhd: Attention Deficit Hyperactivity
Disorder), una sindrome che colpisce bambini in età
scolare e prescolare, caratterizzata da irrequietezza,
difficoltà di concentrazione, sbadataggine, impulsività,
svogliatezza, poca disponibilità all'ascolto. Il
metilfenidato, il principio attivo del Ritalin, è stato
scoperto da un ricercatore italiano nel 1955. Brevettato
dalla Novartis Pharma, una multinazionale svizzera, il
Ritalin veniva utilizzato per pazienti psichiatrici
depressi e nei casi di epilessia. Nel 1989 è stato messo
fuori commercio, perché utilizzato come dimagrante e
come psicostimolante da studenti. Fino al marzo dello
scorso anno, compariva nella sottotabella I della
Tabella n. 7 della Farmacopea, insieme alla cocaina,
agli oppiacei, all'eroina e all'Lsd. Da quella data, è
passato, per decreto ministeriale, nella sottotabella IV,
dove sono presenti le benzodiozepine, gli psicofarmaci
per intenderci.
All'interrogazione parlamentare con la quale Tiziana
Valpiana di Rifondazione Comunista chiedeva lumi al
ministro Sirchia su questa promozione, il
sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ha risposto
che mantenere il Ritalin nel posto originario «avrebbe
significato porre un ostacolo all'accesso del farmaco da
parte dei giovani pazienti affetti da Adhd». E per qunto
riguarda i pericolosi effetti che uno stupefacente può
avere su un organismo in età evolutiva, Guidi ha
assicurato che il farmaco si potrà ottenere solo con una
ricetta speciale.
In America
e in Inghilterra si fa largo uso di questo medicinale da
vari anni. In particolare, negli Stati Uniti dai quattro
ai sei milioni di bambini «iperattivi», dai tre anni di
età, vengono trattati con il Ritalin, che è stato
soprannominato la cocaina dei bimbi o anche «la pillola
dell'obbedienza». Tuttavia, solo qualche giorno fa la
Food and Drug Administration, l'ente americano che si
occupa dei farmaci, ha rilasciato un parere allarmante
secondo cui i bambini depressi trattati con farmaci
antidepressivi presentano comportamenti autolesionisti.
Anche nella scheda tecnica del Ritalin si legge che «un
uso abusivo può indurre una marcata assuefazione e
dipendenza psichica con vari gradi di comportamento
anormale». È così? «Si tratta di uno psicofarmaco e,
come tale, può dare simili effetti» risponde un medico
della Novartis, che preferisce rimanere anonimo. Nella
scheda c'è scritto anche: «Si richiede un'attenta
sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto
poiché si possono rilevare grave depressione e
iperattività cronica».
In pratica
il farmaco provocherebbe gli stessi effetti che dovrebbe
curare. «È una cosa che avviene per molti farmaci»,
continua il medico. Quello che conta, aggiunge, è che il
Ritalin «ha un'incredibile efficacia nella patologia
dell'Adhd, come dimostra un'impressionante mole di dati
scientifici».
Ma che
dire degli effetti collaterali? La «Guida all'uso dei
farmaci per i bambini», distribuita dal Ministero della
Salute, Direzione generale dei farmaci, parla di:
«cambiamenti di pressione sanguigna, angina pectoris,
perdita di peso, psicosi tossica, possibilità di
suicidio durante la fase di astinenza». Non è un po'
preoccupante? «I farmaci fanno male, è una cosa
risaputa» chiarisce Stefano Vella, direttore del
Dipartimento del Farmaco dell'Istituto Superiore di
Sanità. «Anche l'aspirina ha provocato decessi. E, però,
quando le medicine servono, vanno somministrate. Il
cervello si ammala come tutti gli altri organi, e, come
negli altri casi, va curato. Il Ritalin funziona, se
somministrato correttamente e al bambino giusto.
L'importante è non abusarne». E, per evitare abusi, il
Ministero della Salute ha istituito il Registro Italiano
dell'Adhd, che servirà a controllare la correttezza
delle prescrizioni, che saranno fatte esclusivamente da
Centri d'eccellenza istituiti nelle diverse Regioni, e a
valutare gli effetti.
L'Adhd,
dunque. Ma di cosa si tratta esattamente? Per ammissione
degli psichiatri stessi, fino ad oggi non c'è unanimità
sulla diagnosi. «Ci sono molti dubbi che la cosiddetta
sindrome dell'Adhd esista - afferma Enrico Nonnis,
neuropsichiatra infantile della Asl Rm E - Ammesso e non
concesso, coinvolge, comunque, un numero di soggetti
molto inferiore a quanto si vuol far credere. È una
patologia non chiara anche perché chi soffre di
iperattività presenta altre categorie diagnostiche
sintomatologiche come la depressione, i disturbi
ossessivo-compulsivi, i disturbi dell'apprendimento e
del linguaggio, ansia e disordini dell'umore. Tutti
sintomi per i quali il Ritalin non sarebbe indicato».
Vella
bolla di oscurantismo chi mette in dubbio l'esistenza di
questa malattia. «L'Adhd esiste, eccome. Ci sono
famiglie distrutte da questo problema. Certo gli
americani usano una griglia un po' troppo larga per la
valutazione, ma da qui a dire che la patologia non
esiste ce ne corre». E quanti sono i bambini malati in
Italia? «Non lo sappiamo» risponde Vella. «Il Registro è
nato anche per verificare questo».
Una
ricerca di tipo epidemiologico volta ad individuare
l'incidenza di disturbi mentali nei ragazzi dagli 11 ai
14 anni, partita nel novembre del 2002 e appena
conclusa, ha evidenziato che meno del 2 per cento della
popolazione preadolescente soffre di Adhd. «Il problema
è molto meno frequente di quanto si ipotizzasse»
ammettono i ricercatori dell'Istituto di
Neuropsichiatria infantile Eugenio Medea di Lecco, uno
dei futuri Centri d'eccellenza, che ha promosso la
ricerca autorizzata dall'Istituto superiore della Sanità
e finanziata dal Ministero della Salute.
E allora?
«Attenzione - avverte Nonnis -. Il Ritalin si sta
rivelando un cavallo di Troia. Il neonato Registro
Italiano dell'Adhd ha avallato l'esistenza di questa
patologia che deve essere curata necessariamente con
farmaci. Si tratta di un'operazione un po' commerciale e
un po' politica. Si perpetua una cultura e si mantiene
un'abitudine che è quella di ricorrere al farmaco come
unica possibilità di cura, una specie di deus
ex-machina. Dal Ministero mi aspetto lo stesso zelo e la
stessa attenzione nel predisporre servizi per l'infanzia
e nel creare una cultura della salute. La risposta ad un
bambino iperattivo o comunque ad un bambino che
manifesta un disagio psicologico, non può essere
prevalentemente farmacologica; deve essere soprattutto
di tipo sociale, psicoterapeutico, di collaborazione con
la famiglia e con altre istituzioni come la scuola».
Testo di
Marina Piccone
Tratto da:
www.unita.it
Inserito da: Marcello Paolocci
(marcellopaolocci@yahoo.it)
Markers
per atrofia gastrica
Introduzione
Helicobacter
Pilori (HP) è un patogeno umano comunemente causa di
condizioni precancerose come la gastrite atrofica (con o
senza metaplasia), la gastrite non-atrofica oppure di
adenocarcinoma gastrico vero e proprio. Hp è stato
riconosciuto come carcinogeno di Classe I.
Fortunatamente solo una parte minore di pazienti
HP-positivi sviluppa un’atrofia gastrica che rappresenta
una lesione precoce di neoplasia gastrica. Attualmente
l’atrofia gastrica, cosi come la metaplsia intestinale
(altra lesione precancerosa) non puo’ essere
diagnosticata senza un’indagine endoscopica con prelievo
bioptico. Lo screening della popolazione asintomatica
mediante endoscopia e’ impraticabile e costoso. Per tale
motivo sarebbe interessante poter dosare nel sangue dei
markers specifici per l’atrofia gastrica.
Lo studio
Si tratta
di uno studio controllato, cieco che si propone di
determinare se la gastrina e il pepsinogeno sono markers
specifici per l’atrofia gastrica nei pazienti
asintomatici. Centoquarantasette soggetti asintomatici
sono stati sottoposti ad una indagine endoscopica con
multiple biopsie gastriche ottenute per esame
istologico, esame colturale e test rapido dell’ureasi.
Sono stati successivamente dosati nel siero attraverso i
metodi standard la gastrina (totale e G17) e il
pepsinogeno (I-II). L’atrofia gastrica e’ stata
diagnosticata istologicamente in accordo con i criteri
internazionali. Tre patterns principali di gastrite sono
stati distinti: a)gastrite non-atrofica, b) gastrite
atrofica ristretta all’antro o predominante nell’antro,
c) gastrite ristretta al corpo. E’ stato determinato un
valore cut-off per ogni test sierico delle gastriti
non-atrofiche versus le gastriti atrofiche ristrette o
predominanti dell’antro.
Risultati
Non sono
state riscontrate differenze significative tra il
dosaggio sierico di gastrina e pepsinogeno nelle
gastriti atrofiche rispetto alle gastriti non atrofiche
ristrette o predominanti dell’antro. Per fare diagnosi
di gastrite atrofica ristretta o predominante nell’antro
erano necessari un valore sierico di gastrina di 2.13
(95% intervallo di confidenza), di gastrina-17 di 1.55
(95% intervallo di confidenza), di pepsinogeno I di 2.74
e di pepsinogeno II di 1.74 e, contemporaneamente, di
pepsinogeno I e II di 1.8.
Conclusioni
Il tumore
gastrico rappresenta la seconda piu’ frequente causa in
tutto il mondo. L’atrofia gastrica Helicobacter
Pylori-positiva (la maggior parte dei casi coesistente
con una metaplasia intestinale) e’ stata evidenziata
come uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo
di una neoplasia gastrica. L’atrofia gastrica sembra
regredire se l’Helicobacter Pylori viene eradicato e
cio’ sembra rappresentare un passaggio potenzialmente
reversibile nella patogenesi della patologia. Endoscopia
ed esame istologico sono validi metodi per investigare
la presenza di atrofia gastrica ma sono invasivi,
costosi, poco ripetibili e difficilmente utilizzabili
come test di screening. Di notevole importanza,
pertanto, e’ ricercare dei markers specifici dosabili
nel siero. Il risultato di questo studio e’ che in una
popolazione asintomatica, il valore sierico di gastrina
(totale e G17) e il pepsinogeno (I-II) non sono in grado
di discriminare tra una gastrite non-atrofica da una
atrofica ristretta all’antro o predominante nell’antro.
Federico
Accrocca
(Chiara Ricci. Serological markers for
gastric atrophy in asymptomatic patients infected with
Helicobacter pylori. Am J
Gastroenterol 2004; 99:1910-1915)
Betabloccanti e controllo glicemico
Ultimo aggiornamento 17/12704
Introduzione
Il controllo metabolico è il fattore maggiormente
predittivo di eventi cardiovascolari nei pazienti
diabetici, come stabilito dai più rilevanti studi quali
lo UK Prospective Diabetes Study (UKPDS).
Il rischio cardiovascolare in corso di diabete può
essere ridotto utilizzando in prima istanza inibitori
del sistema renina-angiotensina (ISRA), ACE-inibitori o
antagonisti del recettore II dell`angiotensina, mentre
per raggiungere i valori pressori attualmente indicati
nelle linee guida (<130/80mm/Hg) può essere necessario
aggiungere altri farmaci anti-ipertensivi, come i
betabloccanti. Lo scopo di questo lavoro è stato quello
di comparare gli effetti di diversi betabloccanti sul
controllo glicemico di soggetti con diabete ed
ipertensione arteriosa in trattamento con ISRA.
Lo studio
Nello studio GEMINI sono stati inclusi 1235 pazienti di
età compresa tra i 36 e gli 85 anni, con diabete di tipo
2 (emoglobina glicata [HbA1c] 6.5%-8.5%) ed ipertensione
(>130/85mmHg), e seguiti per 35 settimane. I soggetti
sono stati randomizzati e ad ognuno è stato
somministrato carvedilolo (6.25-25 mg) o metoprololo
(50-200 mg). Nei due gruppi sono state misurate le
differenze rispetto ai valori iniziali di HbA1c dopo 5
mesi di terapia di mantenimento, nonchè la pressione
arteriosa e tutti i principali parametri di laboratorio
utilizzati nella valutazione del rischio
cardiovascolare.
Risultati
I due gruppi di pazienti hanno mostrato differenti
valori di HbA1c rispetto all`inizio della terapia; il
valore medio di HbA1c è risultato maggiore in soggetti
trattati con metropololo (0.13%; P<0.001) ma non nei
soggetti trattati con carvedilolo. Il gruppo trattato
con carvedilolo, inoltre, ha mostrato un miglioramento
della sensibilità insulinica ed una minore tendenza allo
sviluppo di microalbuminuria. I valori di pressione
arteriosa sono risultati nel range terapeutico atteso in
tutti e due i gruppi.
Conclusioni
Lo studio GEMINI è stato il primo studio randomizzato
che abbia comparato gli effetti di due differenti
betabloccanti sul controllo glicemico e sui fattori di
rischio cardiovascolare in pazienti diabetici. Questo
lavoro ha dimostrato che il carvedilolo consente una
stabilizzazione dei valori dell`HbA1c, migliora
l`insulino-resistenza e rallenta lo sviluppo della
microalbuminuria in concomitanza con l`uso di ISRA
rispetto al metoprololo; in futuro, questi effetti dei
betabloccanti dovranno essere valutati in studi condotti
a lungo termine.
Federico Pantellini
(Gorge L. Bakris et al. Metabolic effects
of carvedilol vs metoprolol in patients with type 2
diabetes mellitus and hypertension.
JAMA 2004; 292:2227-2236)
http://pro.dica33.it/
Eutiroidismo in gravidanza
L`ipotiroidismo in gravidanza si può accompagnare a
deficit nello sviluppo cognitivo del feto e ad
un`aumentata mortalità fetale. È noto anche che durante
la gravidanza aumenta il fabbisogno di ormoni tiroidei
della madre. Di conseguenza le donne affette da
ipotiroidismo devono aumentare progressivamente, durante
la gravidanza, la quota di levotiroxina che assumono
normalmente.
Per una gestione ottimale di queste pazienti un`equipe
di medici della clinica endocrinologia di Brigham e del
Women`s Hospital di Boston ha effettuato uno studio
prospettico.
Il protocollo dell`indagine
Gli autori della ricerca hanno seguito le donne con
ipotiroidismo che desideravano un figlio sia prima che
durante la gravidanza. I controlli programmati
prevedevano la misurazione della funzione tiroidea,
della gonadotropina corionica umana e dell`estradiolo.
Le analisi sono state fatte prima del concepimento,
circa ogni due settimane nel primo trimestre di
gravidanza e dopo mensilmente. Contemporaneamente
venivano aumentate le dosi di levotiroxina in modo da
mantenere, per tutta la durata della gravidanza, le
concentrazioni di tireotropina ai valori registrati
prima del concepimento.
Le osservazioni compiute
Tra le 19 pazienti reclutate si sono verificate 20
gravidanze (una gemellare), 17 delle quali concluse a
termine, due si sono concluse con un parto prematuro e
l`altra è terminata con aborto spontaneo.
Tutte le 17 donne con decorso nella norma hanno avuto
bisogno di un incremento delle dosi di levotiroxina. In
media, tra l`ottava settimana e il termine del sesto
mese di gestazione, il fabbisogno di levotiroxina è
cresciuto del 47%, raggiungendo un plateau intorno alla
sedicesima settimana. La somministrazione delle dosi
così incrementate è stata necessaria fino al momento del
parto.
Suggerimenti conclusivi
Riesaminando i dati raccolti, gli autori dell`indagine
stimano che il fabbisogno di levotiroxina inizi ad
aumentare già intorno alla quinta settimana di
gravidanza. Considerata l`importanza dell`eutiroidismo
materno per il corretto sviluppo cognitivo del feto, i
ricercatori propongono di incrementare del 30% la dose
materna di levotiroxina non appena si abbia la conferma
della gravidanza. Dopodiché i livelli sierici di
tireotropina devono essere monitorati regolarmente per
consentire gli opportuni aggiustamenti della terapia.
Elisabetta Lucchesini
(Alexander EK et al. Timing and Magnitude
of Increases in Levothyroxine Requirements during
Pregnancy in Women with Hypothyroidism.
N Engl
J Med 2004; 351:241-249)
http://pro.dica33.it/
Monitoraggio del paziente con trauma cranico
Le
cadute accidentali sono comuni negli anziani disabili e
spesso sono causa di trauma cranico che può essere
complicato da un ematoma cerebrale con esito mortale.
Come monitorare questi soggetti e di chi è la
responsabilità medico-legale nel caso che un paziente,
già valutato in Pronto Soccorso per un trauma cranico e
dimesso senza ricovero con la raccomandazione di un
monitoraggio delle sue condizioni cliniche, a distanza
di due giorni manifesti poi a domicilio o in casa di
riposo la complicanza di un'ematoma cerebrale con esito
mortale?
Responsabilità
Le responsabilità riguardano tutti i sanitari
intervenuti nel caso, per ognuno dei quali si procede
alla valutazione della singola condotta in rapporto ai
rispettivi compiti assistenziali.
Il medico ospedaliero che effettua una dimissione
incauta a seguito della quale il paziente decede per
omesse cure commette un'imprudenza colposa illecita
responsabile di omicidio colposo, secondo la sentenza n.
514/2004 della Cassazione sezione penale Quarta.
Quando il paziente viene dimesso ed è assistito a
domicilio la responsabilità passa al medico curante e al
personale di assistenza.
Il medico che omette il ricovero ospedaliero necessario
risponde almeno di omissione d'atti d'ufficio, secondo
la sentenza n. 9493 del 02.05.1995 della Cassazione
sezione penale Sesta.
Se l'assistito è asintomatico e non necessita di
ricovero, il medico curante è tenuto a dare le
necessarie disposizioni per monitorare le condizioni
cliniche dell'assistito agli infermieri nelle residenze
protette o ai familiari a domicilio quando il
monitoraggio può essere ragionevolmente affidato alle
cure parentali.
L'infermiere che disattende le direttive del medico di
segnalare l'insorgenza di un'emergenza richiedente cure
non rinviabili a favore dell'assistito in carico, si
rende responsabile di omicidio colposo se l'assistito
decede per mancanza di cure urgenti, secondo la sentenza
n. 9638/2000 della Cassazione sezione penale Quarta.
Il fatto che molti Dipartimenti d'Emergenza adottino
protocolli di monitoraggio per l'osservazione dei
sintomi di eventuali complicanze e abbiano la
consuetudine di rilasciarli ai pazienti con trauma
cranico dimessi e reinviati a domicilio, fa ritenere che
le Aziende Ospedaliere legittimino il monitoraggio
affidato alle cure parentali di soggetti privi di ruolo
sanitario, come possono essere anche le assistenti non
sanitarie di una casa per anziani priva di assistenza
infermieristica notturna.
Dunque anche in capo a questi soggetti non sanitari può
gravare una responsabilità per omessa sorveglianza, se
disattendono l'obbligo di custodia e le disposizioni
impartite (Giustizia Penale, 1993, II : 682).
Come monitorare
Un trauma cranico può essere complicato dalla comparsa
di un ematoma cerebrale epidurale che provoca la morte
dell'assistito se non viene subito riconosciuto
all'esordio delle manifestazioni cliniche, inviato in
ospedale e rimosso chirurgicamente.
E' necessario pertanto attivare il 118 per sottoporre a
valutazione medica ogni paziente che riporta un trauma
cranico e quindi monitorare i pazienti già sottoposti a
valutazione medica d'emergenza per trauma cranico.
Il monitoraggio per il precoce riconoscimento della
comparsa di un'ematoma cerebrale epidurale
post-traumatico prevede che l'assistito venga tenuto in
osservazione ogni due ore per almeno 72 ore, attivando
subito il 118 se compaiono uno o più dei seguenti segni
o sintomi principali:
- anisocoria
- sonnolenza inconsueta, stato saporoso, coma
- agitazione psicomotoria inconsueta, stato confusionale
- perdita della motilità di uno o più arti
- crisi convulsiva
- cefalea, vomito
- dispnea con respiro stertoroso
- crisi ipertensiva con pressione superiore a 180/110
La vaccinazione causa malattie autoimmunitarie?
(Anna Gentile e Alessandra Russo .
Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia.
Università di Messina)
Vaccino antinfluenzale e sindrome di
Guillain-Barrè
La sindrome di Guillain-Barrè è una poliradicoloneurite
demielinizzante che evolve in una progressiva paralisi. Sebbene
l’esatta origine non sia nota, è stato supposto un meccanismo
immunologico con attivazione dell’immunità umorale e cellulare.
Si ritiene che un’infezione virale (campylobacter jejuni, virus
di Epstein-Barr, virus epatite B, citomegalovirus) possa
determinare un’immunizzazione crociata verso gli antigeni della
mielina.
Diversi vaccini sono stati associati alla comparsa di sindrome
di Guillain-Barrè, ma il vaccino antinfluenzale è quello più
frequentemente interessato.
E’ stato suggerito un ruolo causale del vaccino antinfluenza
A/New Jersey in seguito ad una campagna per la vaccinazione
negli Stati Uniti nel 1976-1977
(1).
Un aumento dei casi riportati di sindrome di Guillain-Barrè,
manifestatisi entro settimane (soprattutto entro le prime 5
settimane) dalla somministrazione del vaccino, ha portato alla
temporanea sospensione del programma di vaccinazione. Ulteriori
indagini hanno dimostrato che l’incidenza della sindrome era 4-8
volte superiore nella popolazione vaccinata rispetto alla
popolazione generale. Il numero in eccesso di casi era di 1 caso
in più ogni 100.000 vaccinazioni.
Studi epidemiologici che hanno valutato il rischio di sindrome
di Guillain-Barrè non sono stati in grado di riprodurre questi
risultati nelle successive campagne di vaccinazione. Tuttavia,
un’analisi retrospettiva delle campagne di vaccinazioni
effettuata nel 1992-1993 e 1993-1994 ha mostrato che i casi
riportati di sindrome di Guillain-Barrè si manifestavano
principalmente entro le 6 settimane, ma la stima dell’eccesso
del rischio era soltanto 1 caso in più su 1 milione di
vaccinazioni (2).
Un’analisi dei dati del Vaccine Adverse
Events Reporting System (VAERS)
(3)
ha riscontrato un aumento del rischio di sindrome di
Guillain-Barrè acuta e severa in associazione al vaccino
antinfluenzale in confronto al vaccino tetano+difterite.
Tale studio ha identificato una variazione significativa
nell’incidenza di sindrome di Guillain-Barrè fra le diverse
aziende produttrici del vaccino antinfluenzale, suggerendo che
una diversa concentrazione dell’endotossina in tali vaccini può
essere importante per lo sviluppo della malattia.
Raramente è stato valutato il rischio di recidive della sindrome
di Guillain-Barrè dopo successive vaccinazioni. Un caso isolato
di recidiva della malattia è stato riportato in 2 pazienti
rivaccinati con il ceppo implicato nell’epidemia del 1976
(4),
mentre in un altro caso non vi sono state recidive in un
paziente che aveva ricevute diversi ceppi di virus influenzale
nell’arco dei 15 anni successivi all’episodio di sindrome di
Guillain-Barrè (5).
Un altro studio condotto su pazienti con precedente storia di
tale sindrome o con poliradicoloneurite infiammatoria cronica
suggerisce che il rischio di ricomparsa di sintomi neurologici é
minimo dopo la vaccinazione soltanto con sintomi minori,
compresi i pazienti in cui è stata suggerita una relazione
temporale tra l’episodio iniziale e una precedente vaccinazione
(6).
Vaccino per l’epatite B e sclerosi multipla
La sclerosi multipla è un disordine autoimmunitario
infiammatorio del sistema nervoso centrale con una distruzione
della guaina mielinica che circonda i neuroni. E’ noto che la
malattia è causata da un insieme di fattori genetici ed
ambientali, tuttavia non è chiara la sequenza degli eventi che
la scatenano.
Alcuni case report descrivono la manifestazione di sintomi
demielinizzanti subito dopo la vaccinazione
(7),
anche se essendo casi isolati non possono garantire una
relazione causale, ma possono rappresentare una semplice
coincidenza temporale. Il primo report che associava il vaccino
per l’epatite B alla demielinizzazione in due pazienti è stato
pubblicato su Lancet nel 1991
(8).
In seguito, alcuni neurologi francesi hanno descritto 35 casi di
demielinizzazione primaria manifestatasi 8 settimane dopo la
vaccinazione per l’epatite B, successivamente confermata come
sclerosi multipla nella metà dei pazienti
(9).
Nel 1998, la raccolta delle segnalazioni spontanee di sclerosi
multipla da parte del sistema di farmacovigilanza francese ha
portato il Ministero della Salute a sospendere temporaneamente
il programma di vaccinazione nelle scuole per l’epatite B
iniziato nel 1995.
Nonostante non esistano evidenze dirette a sostegno di una
plausibilità biologica di un’associazione fra vaccino per
l’epatite B e la sclerosi multipla, nella comunità scientifica e
nei media ciò ha provocato un fervido dibattito e la mancanza di
dati epidemiologici contribuisce a tale confusione.
Dal 1994, più di 1000 segnalazioni di disturbi demielinizzanti a
livello centrale o periferico (di cui nell’80% dei casi si
trattava di sclerosi multipla) sono state riportate al sistema
di farmacovigilanza francese. L’analisi di queste segnalazioni
spontanee non evidenzia caratteristiche cliniche particolari di
tali pazienti e la maggior parte dei casi corrisponde
all’epidemiologia nota della sclerosi multipla. In particolare,
non è stato identificato nessun caso di sclerosi multipla in
bambini al di sotto dei 3 anni. Inoltre, non vi è una
correlazione fra la comparsa dei sintomi e lo schema di
vaccinazione.
In Francia sono stati vaccinati per l’epatite B circa 30 milioni
di pazienti, ma i dati delle segnalazioni spontanee non
consentono una corretta valutazione del problema, per tale
motivo sia in Francia che in altri Paesi sono stati condotti
diversi studi epidemiologici.
Anche utilizzando diversi disegni (pre- e post-esposizioni,
caso-controllo, studi di coorte comparativi retrospettivi), 7
studi non sono stati in grado di evidenziare un aumento
statisticamente significativo del rischio di sclerosi multipla
dopo vaccinazione per l’epatite B in soggetti sani, né tra gli
adulti né tra gli adolescenti
(10-15).
In base a tali risultati negativi, l’Istituto di Medicina
americano ed altre commissioni d esperti sono arrivati alla
conclusione che vada rigettata l’evidenza di tale correlazione
(16).
Un’analisi rischio-beneficio, su una popolazione di
pre-adolescenti vaccinati in Francia, ha portato alla
conclusione che i benefici associati a tale vaccino superano
notevolmente l’aumento massimo ipotetico del rischio del primo
episodio di malattia demielinizzante centrale
(17).
Soltanto uno studio caso-controllo molto recente all’interno del
General Practice Research Database suggerisce che il vaccino
ricombinante per l’epatite B somministrato entro i 3 anni prima
dell’esordio dei primi sintomi della sclerosi multipla può
essere associato ad un aumento significativo del rischio di
malattia (18).
Bisogna sottolineare però che la maggior parte degli studi
risultati negativi mancavano di un potere statistico tale da
rilevare anche un lieve aumento dell’incidenza della patologia.
L’esistenza di una sottopopolazione suscettibile ad un maggior
rischio di sviluppare la malattia può non causare un aumento
globale dell’incidenza della malattia e pertanto non può essere
escluso.
Inoltre, nonostante i case report individuali, le evidenze
epidemiologiche attuali non sostengono un’associazione causale
con diversi altri vaccini (quali influenza, tetano, morbillo,
parotite, rosolia) e l’esordio o l’esacerbazione della malattia
demielinizzante del sistema nervoso centrale, al di là del tempo
di vaccinazione (11).
Vaccinazione e diabete di tipo 1
Si ritiene che fattori genetici ed ambientali siano coinvolti
nell’insorgenza del diabete mellito di tipo 1, una malattia che
deriva dalla distruzione autoimmune delle cellule beta
pancreatiche. Inoltre, alcune evidenze suggeriscono un ruolo
delle infezione nella patogenesi di tale malattia in soggetti
predisposti, ma i meccanismi con cui l’infezione virale provoca
diabete autoimmune non sono ancora chiariti
(19).
Diversi dati sperimentali hanno suggerito che la vaccinazione
potrebbe proteggere o aggravare la comparsa di diabete, in base
al momento della vaccinazione
(20).
In accordo a ciò, Classen e Classen
(21)
hanno ipotizzato che diversi vaccini somministrati alla nascita
possono ridurre il rischio di sviluppare diabete mellito mentre
la vaccinazione effettuata a 2 mesi dalla nascita ne aumenta il
rischio.
Tale teoria è basata sui risultati di un aumento del rischio di
diabete autoimmune in topi diabetici non obesi (NOD) dopo
somministrazione di vaccini pediatrici
(22).
Tuttavia altri ricercatori, che hanno utilizzato lo stesso
modello animale e un simile schema di vaccinazione, non sono
stati in grado di riprodurre gli stessi risultati dopo 10, 12 e
14 settimane e hanno persino suggerito una lieve riduzione
dell’incidenza di diabete autoimmune o una moderata riduzione
della glicemia (23).
La raccolta dei dati relativi agli esseri umani da diversi studi
epidemiologici non conferma un’associazione causale fra
vaccinazione e aumento del rischio del diabete di tipo 1
(19).
Studi caso-controllo o ecologici indicano che né il vaccino per
la pertosse né quello per la tubercolosi hanno un effetto
significativo sull’incidenza della malattia diabetica
(24,25).
In uno studio caso-controllo canadese, l’incidenza relativa al
vaccino BCG era simile nei pazienti con diabete di tipo 1 e nei
controlli. Tuttavia, gli autori suggeriscono un ritardo
nell’insorgenza di diabete nel gruppo vaccinato alla nascita
rispetto ai non vaccinati (26).
Uno studio caso-controllo svedese non ha evidenziato un aumento
del rischio di diabete a seguito di altre vaccinazioni,
addirittura con il vaccino per il morbillo è stata riscontrata
una riduzione del rischio (27).
Un ampio studio caso-controllo basato sulla popolazione ha
utilizzato i dati di 4 Organizzazioni Sanitarie (HMO) negli
Stati Uniti in modo da esaminare gli effetti di diversi vaccini
(28).
I bambini con diabete mellito di tipo 1 congenito sono stati
accoppiati a 3 controlli in base al tipo di HMO, al sesso, alla
data di nascita e durata del programma sanitario.
Valutando 252 casi di diabete mellito di tipo 1 e 768 controlli,
non è stato evidenziato un aumento del rischio di diabete con
nessun vaccino somministrato di routine.
Non vi era differenza nel rischio di diabete fra bambini
vaccinati alla nascita contro l’epatite B e quelli che hanno
ricevuto la loro prima dose a 2 mesi dalla nascita o
successivamente, suggerendo che la data di vaccinazione non
influiva sulla probabilità di sviluppare diabete. Infine uno
studio caso-controllo su 317 bambini con familiarità (primo
grado) per diabete mellito di tipo 1 non ha dimostrato
un’associazione significativa fra lo sviluppo di autoimmunità
verso le cellule beta e l’esposizione a più vaccini e nessuna
influenza rispetto al momento dell’esposizione
(29).
In Finlandia, il dibattito è stato focalizzato sul possibile
aumento del rischio d’incidenza del diabete mellito di tipo 1
associato temporalmente con l’introduzione a livello nazionale
del vaccino contro l’haemophilus influenzae di tipo B (Hib).
Tuttavia, un ampio studio di follow-up della durata di 10 anni
su 110.000 bambini finlandesi, che hanno partecipato ad un trial
clinico sul vaccino Hib, non ha evidenziato un aumento del
rischio di diabete nei bambini vaccinati per la prima volta
all’età di 24 mesi in confronto ad una coorte nata nei
precedenti 24 mesi prima del periodo di vaccinazione
(30).
Classen e Classen (31)
hanno ri-analizzato questi dati, giungendo alla conclusione che
vi era un aumento dell’incidenza cumulativa nei bambini
vaccinati a 3 mesi che hanno ricevuto 4 dosi rispetto ai non
vaccinati.
Un altro studio di follow-up, della durata di 10 anni condotto
su bambini statunitensi, non è riuscito ad identificare un
aumento del rischio di diabete da Hib
(32).
Uno studio recente suggerisce che l’Hib rappresenti un fattore
di rischio per lo sviluppo di autoanticorpi misurati ad un anno
di età (33).Gli
autori ipotizzano che tale vaccino provochi un effetto
policlonale stimolante aspecifico con un’importanza clinica
maggiore in presenza di altri fattori che stimolano le cellule
beta.
Sebbene siano necessari ulteriori dati riguardanti gli effetti
del vaccino Hib per risolvere tale problematica, non è chiaro se
il vaccino può essere associato ad un aumento del rischio di
diabete, indipendentemente dal tempo della vaccinazione e dal
fatto che i bambini abbiano familiarità per il diabete.
Vaccinazione e artrite reumatoide e lupus
Le uniche evidenze si basano su case report isolati e su piccoli
gruppi di pazienti che sviluppano artrite reumatoide e lupus
eritematoso sistemico alcuni giorni o settimane dopo la
vaccinazione (7,34).
La presenza dell’antigene HLA B27 nella maggior parte dei
pazienti che sviluppano artrite reumatoide suggerisce un
possibile ruolo della vaccinazione in soggetti predisposti.
Poiché la maggior parte delle segnalazioni riguardano il vaccino
per l’epatite (35,36),
sono stati effettuati due studi caso-controllo utilizzando i
dati inglesi del General Practice Research Database, allo scopo
di esaminare una possibile associazione tra il vaccino per
l’epatite B ed il rischio di artrite reumatoide o lupus
(37,38).
I risultati non hanno evidenziato un aumento del rischio di
entrambe le malattie dopo vaccino per l’epatite B e, dal momento
che esiste un notevole incremento del rischio di lupus nella
sottopopolazione di pazienti con più di 40 anni, è necessario
ampliare gli studi.
Vaccinazione nei pazienti affetti da malattia
autoimmune
In uno studio randomizzato in doppio cieco su 104 pazienti con
sclerosi multipla, il rischio di relapse o progressione della
malattia in un periodo di follow-up di 6 mesi è risultato simile
nei pazienti esposti a vaccino antinfluenzale o a placebo
(39).
Un ampio studio caso-crossover utilizzando i dati di 643
pazienti inclusi nel Database Europeo per la Sclerosi Multipla
non è stato in grado di identificare un aumento del rischio di
relapse nei 2 mesi successivi alla vaccinazione per epatite B,
tetano e influenza in confronto ai periodi controllo senza
vaccinazione (40).
Tuttavia, bisogna sottolineare che tali risultati si basavano
soltanto su 89 pazienti vaccinati nei 12 mesi prima del giorno
del “relapse” della sclerosi multipla.
Il vaccino antinfluenzale non sembra esacerbare i sintomi
dell’artrite reumatoide o l’attività del lupus eritematoso
sistemico, se si fa un confronto rispetto a soggetti non
vaccinati(34,41,42).
Risultati simili sono stati riportati in pazienti affetti da
lupus eritematoso sistemico immunizzati con vaccini contro lo
pneumococco, il tossoide del tetano o Hib
(34,43).
In un campione di pazienti affetti da artrite reumatoide, la
vaccinazione antiepatite B è stata considerata sicura rispetto
alla mancata vaccinazione (44).
Sebbene sia necessaria un’ulteriore indagine, tali studi
indicano che la vaccinazione non deve essere scoraggiata nei
pazienti affetti da una malattia autoimmune progressiva.
Conclusione
Sebbene i vaccini di solito siano considerati sicuri, esiste un
dibattito riguardante gli effetti avversi potenzialmente severi.
In passato molti ricercatori hanno indagato su una possibile
correlazione fra immunizzazione e comparsa di malattie
autoimmuni, ma in base ai dati disponibili non sono emerse delle
evidenze conclusive (45).
|
La
terapia ormonale in menopausa non migliora l'attività mentale,
anzi…
Ulteriori incertezze sui benefici
della terapia ormonale sostitutiva si aggiungono a quelle già
emerse dalle branche principali della Women's Health Initiative
(WHI). Com'è noto, l'ampio studio statunitense sugli effetti
degli estrogeni e della loro combinazione con i progestinici
nelle donne in menopausa ha fornito dati poco incoraggianti; i
benefici riscontrati, vale a dire la ridotta incidenza di
fratture dell'anca in entrambi i protocolli e di cancro del
colon nell'associazione estrogeni-progestinici, non sono apparsi
sufficienti a controbilanciare gli esiti negativi.
A suffragare i dubbi
sull'opportunità di instaurare una terapia ormonale sostitutiva
in menopausa sono ora i risultati definitivi dello studio
Women's Health Initiative Memory Study (WHIMS), dedicato agli
effetti sulle funzioni cognitive. L'assenza di una qualsiasi
azione neuroprotettiva, attribuita agli estrogeni esogeni in
base a precedenti osservazioni, è stata dapprima verificata nel
caso dell'associazione con i progestinici e oggi confermata
anche per la monoterapia.
"Anzi, oltre a mancare i supposti
vantaggi, sono emersi effetti negativi che rendono la terapia
sostitutiva definitivamente sconsigliabile" affermano i
neuropsicologi del WHIMS. "Nelle pazienti del campione, infatti,
la dose giornaliera di estrogeni equini coniugati ha peggiorato
le prestazioni cognitive globali anzichè migliorarle e ha
aumentato il rischio di demenza e di deficit cognitivo lieve
invece di ridurlo".
Per il WHIMS sono state reclutate
circa 7.500 donne di età compresa tra i 65 e i 79 anni, trattate
con la monoterapia estrogenica o con quella combinata. Entrambi
gli schemi di trattamento ormonale sono stati sperimentati in
doppio cieco con placebo e le prestazioni cognitive valutate in
condizioni basali e poi annualmente per 5-7 anni. Per quanto
riguarda la performance cognitiva globale, sono emerse
differenze significative tra le donne assegnate alla terapia con
estrogeni e quelle che hanno assunto il placebo: le prime hanno
riportato al 3MSE punteggi inferiori, che sono rimasti tali per
tutta la durata dello studio.
"Tali differenze, pur di entità
modesta, sono risultate comunque costanti in tutte le analisi,
separate e cumulative, effettuate sui dati dei due protocolli
terapeutici" precisano gli autori. "E non sono state influenzate
neppure dall'eliminazione dei dati relativi alle pazienti alle
quali, prima o nel corso della sperimentazione, è stato
diagnosticato un ictus".
Secondo gli studiosi, quest'ultimo
fatto dimostrerebbe che il declino cognitivo riscontrato non può
essere ricondotto a una patologia cerebrovascolare, ma è lecito
supporre che, data l'età delle partecipanti, qualche
modificazione neuropatologica ancora non manifesta fosse già
presente al momento del loro reclutamento nello studio e che la
terapia ormonale possa avere aggravato tale stato degenerativo
preclinico.
Quanto all'incidenza di demenza e
di deficit cognitivo lieve, nessuno dei due trattamenti, quello
estrogenico e quello combinato, ha sortito l'atteso
miglioramento. Al contrario, per entrambi si è registrato un
numero maggiore di casi nelle donne in terapia che in quelle
assegnate al placebo. Un ulteriore elemento a favore
dell'ipotesi che gli ormoni esogeni possono compromettere le
condizioni di vascolarizzazione del cervello, ammettendo, ancora
una volta, che nelle pazienti del campione possano avere
precipitato una forma di demenza preesistente a uno stadio molto
precoce.
"In sintesi, le conclusioni alle
quali si era già arrivati per l'associazione
estrogeni-progestinici si possono ribadire anche per i soli
estrogeni" dichiarano i ricercatori statunitensi. "Il
trattamento sostitutivo non previene un eventuale declino
cognitivo nel periodo postmenopausale, ma può addirittura
favorirlo".
Lon Schneider, editorialista
della University of Southern California, rimarca da un lato la
mancanza di riscontri oggettivi specifici a sostegno
dell'ipotesi dei danni vascolari degli ormoni, dall'altro il
possibile peso che l'età relativamente avanzata delle donne
studiate può avere avuto nell'annullare eventuali effetti
benefici della terapia. "Dai risultati del WHIMS si può
certamente trarre la conclusione che la terapia sostitutiva è
sconsigliabile dopo i 65 anni" dichiara Schneider "mentre non si
può escludere che un trattamento estrogenico instaurato
all'esordio della menopausa, di breve durata e magari con dosi e
molecole diverse da quelle qui utilizzate possa invece
avvantaggiare le funzioni cognitive".
di Monica Oldani -
Tempo Medico n. 783
28 settembre 2004
Fonte: JAMA 2004;
291: 2947 e 2959 e 3005.
(e-mail:
e-mail: mespelan@wfubmc.edu)
http://www.tempomedico.it/2004/783/new.php?id=002
Il
futuro del Pap test
Il Pap test, esame per la diagnosi precoce del
tumore della cervice uterina, si trova ora a fare i conti con un
moderno concorrente.
La nuova metodica è un'evoluzione di quella convenzionale: il
prelievo si esegue nello stesso modo mentre l'esame citologico
si effettua su “strato sottile”. La spatola con il campione di
materiale raccolto dal tessuto cervicale (invece di essere
strisciata su un vetrino da microscopio) viene immersa e
risciacquata in una fiala contenente una soluzione apposita. In
questo modo tutte le cellule presenti vengono sicuramente
raccolte e la fiala è pronta per essere inviata ad un
processore. Il processore esegue in automatico alcune operazioni
(dispersione, raccolta e trasferimento) al termine delle quali,
sul preparato allestito sul vetrino, ci saranno solo le cellule
dell'eso e dell'endocervice su cui il citologo dovrà fare la sua
valutazione diagnostica.
Pro…
L'applicazione di questa tecnica tende a
diminuire il numero di falsi positivi e falsi negativi.
La lettura del vetrino risulta semplificata perché le cellule
sono isolate, non vi sono più tracce di emazie o muco vaginale
che interferiscono con l'analisi e che spesso portano ad un
risultato di non adeguatezza del preparato: un problema
piuttosto comune con il Pap test convenzionale che obbliga la
paziente a sottoporsi nuovamente al test.
Inoltre, senza che la donna debba sottoporsi ad un secondo
prelievo, sulla medesima fiala si possono effettuare anche altre
analisi come ad esempio la tipizzazione del papilloma virus.
…e contro
Il costo della metodica su strato sottile è maggiore di quello
del Pap test tradizionale, ed è necessario che il personale
addetto alla lettura dei preparati riceva un addestramento
specifico per poter leggere i nuovi campioni. Infatti, una volta
presa confidenza con la nuova tecnica, il citologo non può
continuare a leggere anche i vetrini allestiti con il metodo
tradizionale: i due metodi si escludono a vicenda.
Nuovo è meglio?
Tecnicamente la nuova metodica ha dimostrato di
essere migliore di quella classica. È più affidabile e più
sensibile, riesce a individuare un numero maggiore di lesioni di
basso grado, sfuggite al Pap test. Sicuramente con l'esame su
strato sottile si potrebbe eradicare il cervico-carcinoma
invasivo. Come spesso accade, però, i meriti non sono solo del
mezzo ma anche dell'uso che se ne fa.
Quando fu introdotto, il Pap test in pochi anni ridusse la
mortalità per tumore maligno del 70%, ma poi, nell'ultimo
decennio, le statistiche si sono stabilizzate e recentemente vi
è una leggera tendenza al peggioramento.
Il cervico-carcinoma attualmente non è molto diffuso ma, a
fronte di una carcinogenesi molto lenta, una volta sviluppatosi
è particolarmente aggressivo. La sopravvivenza a 5 anni dopo
asportazione del tumore, infatti, è inferiore a quella per il
tumore del seno.
Il Pap test, indipendentemente dalla metodica utilizzata, può
prevenire lo sviluppo del tumore a condizione che ci si
sottoponga regolarmente all'esame. Sia in Europa che in Italia,
infatti, vi sono molte donne che eseguono il test regolarmente,
ma vi sono ancora donne che non lo eseguono mai. Ridurre la
mortalità significa poter raggiungere quest'ultimo gruppo di
donne con programmi di screening organizzati.
Screening poi ottimizzazione
In sostanza, come hanno già fatto il Ministero della Salute
scozzese e quello inglese, prima si effettuano programmi di
screening invitando tutte le donne a sottoporsi al test, poi si
abbandona progressivamente la vecchia metodica a favore di
quella più moderna. In questo modo si massimizzano i benefici
ottenibili in termini di riduzione degli interventi demolitivi e
della mortalità. Solo così il rapporto costo/beneficio della
citologia su strato sottile diventa sostenibile a livello
nazionale.
In Italia alcune ASL stanno già seguendo questo esempio: il
Veneto ha iniziato con un programma di screening nel distretto
di Verona nel 1997, che si è poi allargato a tutte le ASL della
regione. Il passo successivo è stata l'introduzione della nuova
tecnica.
Elisabetta Lucchesini
Proteine
assolte nella gotta
Ultimo aggiornamento 19/03/04
Si è sempre creduto che alimenti ricchi di
purine o una dieta iperproteica favorissero
l`insorgere della gotta. Parallelamente alcuni
studi sul metabolismo hanno avanzato l`ipotesi
che il consumo di latticini potesse avere un
effetto preventivo.
Una parziale revisione del primo assunto, e una
completa conferma della seconda ipotesi,
giungono ora da un grande studio prospettico
durato ben 12 anni.
Lo studio
Per correlare il tipo di dieta con l`insorgenza
della gotta, sono stati arruolati 47.150 uomini
che, al basale, non presentavano segni o storia
di iperuricemia. Il tipo di alimentazione
prevalente è stato rilevato, tramite
questionario, ogni 4 anni e confrontato con i
nuovi casi di gotta insorti. Il questionario
semiquantitativo registrava la frequenza di
assunzione media di oltre 130 cibi e bevande,
riferita alla media dell`anno precedente la
compilazione.
I nuovi casi di gotta, registrati sempre tramite
questionario ma ogni due anni, venivano
confermati se rispettavano almeno 6 degli 11
criteri previsti dall`American College of
Rheumatology.
I risultati
In totale sono stati 730 i novi casi di gotta
confermati durante tutto il periodo
d`osservazione. Rispetto al consumo di carne, il
rischio relativo degli uomini nel quintile più
alto (assunzione maggiore), confrontati con i
soggetti nel quintile più basso, è risultato
essere di 1,41. Per il consumo di pesce, invece,
comparando gli stessi quintili il rischio
relativo è risultato di 1,51 per gli uomini che
ne consumavano di più.
Al contrario, l`incidenza dei nuovi casi di
gotta è risultata inversamente proporzionale al
consumo di latticini. Gli uomini nel quintile
più alto, rispetto all`apporto di latticini,
avevano un rischio relativo di incorrere nella
patologia di 0,56 rispetto agli uomini del
quintile più basso.
Commento
Le associazioni dimostrate in questo studio
risultano indipendenti dalla presenza di altri
fattori di rischio, quali un elevato indice di
massa corporea, età avanzata, ipertensione,
consumo di alcolici, utilizzo di diuretici e
insufficienza renale cronica.
Inoltre, la correlazione positiva tra consumo di
carne o pesce e nuovi casi di gotta, non si può
estendere alle proteine animali in genere. Non
si riscontra, infatti, nessuna correlazione tra
il rischio di patologia e una dieta
iperproteica, sia essa di origine animale o
vegetale. Così come non vi è associazione tra il
consumo di vegetali ricchi di purine e
l`incidenza della gotta.
Anzi, le proteine contenute nei vegetali
sembrano possedere un effetto protettivo, anche
se più contenuto rispetto a quello manifestato
dai latticini.
Il ruolo dei derivati del latte è facilmente
giustificabile, dato che il loro contenuto in
purine è minimo e che caseina e lattoalbumina
possiedono un effetto uricosurico.
Più complesso, invece, comprendere il ruolo
degli altri alimenti, se non si entra nel
dettaglio delle purine e del loro metabolismo.
Quali e quante purine siano esattamente
contenute nei vari alimenti, infatti, non è
noto, soprattutto considerando le modificazioni
apportate dalla cottura. La biodisponibilità
delle stesse purine, poi, è molto variabile:
quella dell`RNA è maggiore di quella del DNA,
per esempio. In generale i ribonucleotidi sono
assorbiti meglio degli acidi nucleici e
l`adenina più della guanina.
In conclusione, l`unica restrizione
consigliabile in soggetti predisposti riguarda
gli alimenti di origine animale ricchi di
purine.
Elisa Lucchesini
(Choi HK et al. Purine-Rich
Foods, Dairy and Protein Intake, and the Risk of
Gout in Men.
N Engl J Med 2004; 350:1093-1103)
http://pro.dica33.it/article
Il
bisturi e l'anca
Uno studio statunitense affronta il tema dei
tempi dell'intervento dopo una frattura d'anca
di Valeria
Confalonieri -
Tempo Medico n. 781
Fonte: JAMA 2004; 291: 1738
Intervenire
presto sulla frattura d'anca non migliora la
sopravvivenza né il recupero funzionale del
paziente, anche se riduce il dolore, il periodo
di inabiltà e probabilmente le complicanze
legate al prolungarsi della degenza. Questi sono
i dati forniti da uno studio prospettico di
coorte eseguito da un gruppo di ricercatori
statunitensi, che ha coinvolto circa 1.200
pazienti dai cinquant'anni in su, ricoverati in
quattro ospedali newyorkesi e seguiti per sei
mesi dopo l'intervento chirurgico di riduzione
della frattura.
"Rimandare
l'intervento su un'anca fratturata significa
ritardare la mobilizzazione del paziente, e
questo può influenzare la ripresa funzionale
successiva per il protrarsi del riposo a letto:
questa condizione, infatti, è associata a
complicazioni come le tromboembolie, le
infezioni urinarie, l'atelettasia polmonare e
ulcere da decubito" precisa Albert Siu, il
coordinatore della ricerca. "D'altra parte,
intervenire precocemente senza prima
stabilizzare le condizioni mediche può aumentare
il rischio di complicanze perioperatorie".
Per capire come
comportarsi i ricercatori hanno valutato qual
era l'influenza sulla mortalità, sulla ripresa
funzionale motoria, sul dolore provato dopo il
ricovero in ospedale e sul numero di giorni di
degenza di un intervento all'anca effettuato
entro 24 ore dalla frattura. Circa il 34 per
cento dei casi considerati è entrato in sala
operatoria entro 24 ore, con un tempo medio di
19 ore, mentre i restanti infortunati sono stato
operati dopo tale intervallo di tempo (in media
dopo 41 ore circa).
E' emerso che la
precocità dell'intervento non era associata a un
miglioramento della mortalità né a un
miglioramento delle funzioni motorie. In ogni
caso i pazienti andati sotto il bisturi entro 24
ore avevano avuto un dolore grave o molto grave
per meno giorni e una permanenza a letto
inferiore.
"Se inoltre si
analizzano solo i pazienti che al momento del
ricovero avevano i parametri vitali più stabili,
ovvero quelli che erano nelle condizioni
cliniche migliori, è emerso che l'intervento
precoce riduceva il rischio di complicazioni
maggiori tipo le polmoniti con sintomi
respiratori o ipossia, le aritmie, l'ischemia
del miocardio e le alterazioni emodinamiche in
genere" precisa Siu.
Dallo studio
sembra emergere che intervenire precocemente
sulla frattura dell'anca non migliora la
sopravvivenza e il recupero funzionale, ma
garantisce un sollievo più pronto dal dolore e
accorcia l'allettamento. Per cui, laddove le
condizioni cliniche lo permettano, si potrebbe
intervenire senza attendere lo stabilizzarsi del
quadro clinico. "Il punto è proprio questo"
conclude il ricercatore. "E' necessario
individuare subito i soggetti che possono trarre
un beneficio dall'intervento precoce e
indirizzarli con celerità alle unità di
chirurgia dedicate a questo tipo di operazioni:
in altre parole l'intervento deve essere mirato
ai soggetti stabili dal punto di vista medico.
Per tutti gli altri è necessaria una valutazione
accurata del rapporto tra rischio e beneficio". |