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Rimonabant,
il capostipite dei bloccanti del recettore CB1 dei cannabinoidi
Rimonabant
( Acomplia ) è il capostipite di una nuova classe di farmaci,
chiamati bloccanti selettivi del recettore CB1 dei cannabinoidi.
Sette studi clinici , divisi in due programmi di sviluppo stanno
valutando Rimonabant :
a)
Programma RIO ( Rimonabant In Obesity )
Il
programma RIO ha arruolato più di 6.600 pazienti in sovrappeso/obesità
ed ha come obiettivo quello di valutare il ruolo di Rimonabant
nel trattamento dell'obesità ( mantenimento del peso perduto,
prevenzione del ripristino del peso dopo perdita di peso,
miglioramento dei fattori di rischio associati all'obesità ,
come diabete, dislipidemia.
b)
Programma STRATUS ( Studies With Rimonabant And Tobacco Use ).
Il
Programma STRATUS ha arruolato 6.500 pazienti con l'obiettivo di
valutare il ruolo di Rimonabant nella cessazione di fumare,
nell'astinenza nel lungo periodo , e nella prevenzione del
guadagno di peso dopo la cessazione di fumare.
L'obesità
ed il fumare sembrano essere associati all'iperstimolazione del
sistema degli endocannabinoidi, un sistema fisiologico che
svolge un ruolo nel mantenimento del bilancio energetico
attraverso la regolazione dell'assunzione di cibo e del consumo
energetico.
Inoltre
il sistema degli endocannabinoidi svolge anche un ruolo nella
dipendenza da tabacco.
Nelle
persone in sovrappeso/obesità, l'eccessiva assunzione di cibo e
l'accumulo di grasso è associato ad iperstimolazione del
sistema degli endocannabinoidi.
Il
recettore CB1 è presente sia nel cervello che in altri tessuti
( es. tessuto adiposo ).
Il
Rimonabant, bloccando in modo selettivo i recettori CB1, tende a
normalizzare il sistema degli endocannabinoidi alterato.
Nelle
persone in sovrappeso/obese l'azione di Acomplia si traduce in
una perdita di peso, ridotta circonferenza vita , e
miglioramento del metabolismo dei lipidi e del glucosio.
Nei
soggetti che fumano, Acomplia favorisce la cessazione del fumo
senza successivo guadagno di peso.( Sanofi-Synthelabo 2004 - Xagena
)
Automonitoraggio
della glicemia
La
possibilità dell'autocontrollo della glicemia è divenuta da
tempo un'arma strategica essenziale per attuare un trattamento
individuale personalizzato per e con il singolo paziente;
permette, infatti, la misurazione della glicemia direttamente
dalla persona con diabete o dai familiari. Una continua
evoluzione che offre strumenti sempre più raffinati a medico e
paziente.
Gli
strumenti per l'autocontrollo glicemico
Il
prelievo da siti alternativi
Gli
strumenti per l'autocontrollo glicemico
Il
costante miglioramento delle tecniche e degli strumenti per l'automonitoraggio,
hanno reso l'operazione di misurazione dei valori glicemici:
-
più
pratica, attraverso la riduzione delle dimensioni degli
strumenti di misurazione e dei tempi di risposta, e del
volume di campione di sangue necessario
-
più
affidabile, ridimensionando il peso delle variabili legate
all'operatore
-
più
comunicabile. La capacità di memoria dei lettori permette
di registrare un numero significativo di misurazioni,
includendo data e ora, e di trasferire per via elettronica i
dati.
Gli
apparecchi più classici per l'autodeterminazione della glicemia
permettono di effettuare la
misurazione analizzando un mini prelievo di sangue
intero, in genere capillare, ottenuto pungendo il polpastrello
di un dito. I polpastrelli sono il sito di prelievo ottimale, in
quanto il valore glicemico a questo livello è correlabile con
quello arterioso. Strumenti di più recente realizzazione,
inoltre, necessitano di un volume inferiore di sangue e
permettono di effettuare il mini prelievo anche in sedi
alternative. Il sangue depositato su una striscia
contenente materiale reattivo è poi inserita nello strumento
per la lettura.
I
modelli oggi in commercio sono semplici da utilizzare e riducono
al minimo le operazioni che il paziente deve eseguire prima
della lettura (ad esempio, non c'è bisogno di asciugare il
sangue in eccesso sulla striscia reattiva prima della lettura).
È consigliabile scegliere gli apparecchi che memorizzano i
valori glicemici rilevati e possono essere collegati al pc
mediante un apposito cavo che permette di trasferire le
informazioni conservate nella memoria su un computer per
l'analisi e la stampa.
La maggior parte dei modelli possiede una sensibilità e
riproducibilità dei risultati soddisfacente per il monitoraggio
della glicemia. I sistemi oggi disponibili permettono, inoltre,
una rilevazione glicemica continua nelle 24 ore (su cui ci
soffermeremo prossimamente).
Per saperne di più…
http://www.emmj.it/categorie/c12.html
Il
prelievo da siti alternativi
Anche in occasione dell'ultimo Congresso dell'International
Diabetes Federation (IDF) a Parigi, è stata più volte
sottolineata l'importanza dell'utilizzo di aree alternative,
rispetto ai polpastrelli, per il prelievo sul quale effettuare
l'autocontrollo della glicemia. Il prelievo, infatti, risulta
essere meno doloroso a livello dell'avambraccio o del palmo: un
elemento che può influire sull'accettabilità del monitoraggio
glicemico domiciliare e sull'adesione a lungo termine del
paziente.
Le aree alternative forniscono, tuttavia, una quantità di
sangue molto limitata, per cui è importante in questi casi
disporre di strumenti che necessitino di un basso volume
ematico.
I
vantaggi
Meno dolore. È possibile scegliere dove effettuare il prelievo,
ad esempio, lo si può effettuare anche dal braccio con minor
dolore: una zona in cui sono presenti meno terminazioni nervose
rispetto alle dita.
Meno sangue. È necessaria una più piccola quantità di sangue,
quindi, è possibile praticare una puntura più superficiale con
minor dolore anche per il prelievo dalle dita.
Meno fastidio. Risultati accurati in soli 5 secondi, nessuna
attesa. Anche in condizioni difficili.
Qualche
esempio
La Therasense propone il Freestyle. Il più efficiente strumento
in termini di volume ematico, con i suoi appena 0.3 mcl di
sangue necessario questo modello può essere usato per
effettuare i prelievi in altre parti del corpo oltre che nei
polpastrelli. Un modo meno doloroso per sottoporsi a test più
frequenti nell'arco della giornata, quindi, ad un miglior
monitoraggio, e permettere un intervento più efficace nel
contrastare il diabete.
http://www.msd-italia.it/farmaci/perilmedico/
Per
saperne di più
http://www.therasense.com/FreeStyleFlash/index.asp
Anche
la LifeScan presenta uno strumento che permette il prelievo
alternativo: il OneTouch Ultra. Le sue strisce reattive non solo
necessitano di una quantità inferiore di sangue, ma lo aspirano
automaticamente, indicando se il campione è sufficiente per una
lettura accurata. La nuova striscia riceve il campione
all'estremità e non dall'alto come le vecchie strisce.
Per
saperne di più
http://www.lifescaneurope.com/it/paziente/prodotti/ultra
Denti
nuovi per gli adulti
Denti
nuovi e completamente naturali anche a tarda età. E' una
promessa allettante quella del ricercatore Paul Sharpe del King's
College di Londra, tanto da approdare sulle pagine della
prestigiosa rivista The Economist: presto, assicura, si potranno
far ricrescere i denti negli adulti. Quella che gli addetti del
settore hanno già ribattezzato come la nuova branca della
odontoiatria rigenerativa promette, infatti, di fare miracoli.
Ma in cosa consiste la tecnica messa a punto dal ricercatore
inglese? I neonati, spiega, non hanno denti visibili, ma sono
dotati di una sorta di proto-denti nascosti nelle gengive.
Questi, definiti primordia, derivano dall'interazione tra due
tipi di cellule di base: le cellule epiteliali e quelle
cosiddette mesenchimali. Proprio coltivando i due tipi di
cellule e facendole interag ire, come accadrebbe in natura,
Sharpe è riuscito a creare un dente primordium artificiale.Il
ricercatore ha aggregato le cellule staminali fino a formare
piccoli pezzetti di tessuto, che ha poi ricoperto con epitelio
orale. Cosa accade a questo punto? Le cellule dell'epitelio
orale, in un certo senso, già sanno di essere programmate per
diventare parte di un dente, e "istruiscono" dunque le
cellule staminali affinché si trasformino in cellule orali
mesenchimali.Il primordium che ne risulta, trapiantato nel rene
di un topo (un ambiente ideale perché ben irrorato di sangue e
ossigeno), si trasforma appunto in un dente. La speranza di
Sharpe è di riuscire presto a impiantare un primordium nelle
gengive di un paziente, al posto di un dente rimosso o caduto.
Dopo l'impianto, afferma il ricercatore, il proto-dente dovrebbe
crescere, formare radici che si impiantino nella mascella e
spuntare in bocca nell'arco di poche settima ne.Affinché il
miracolo si compia davvero, però, sarà necessario
"convincere" il primordium a trasformarsi in un dente
maturo. Ciò sarebbe possibile attivando specifici geni. Tutto
sta nell'identificare quali esattamente. Sebbene siano infatti
migliaia i geni coinvolti nella formazione di un organo come il
dente, essi si "accendono" con una sorta di meccanismo
a cascata: l'attivazione di uno, cioè, innesca il funzionamento
del gene successivo. A questo punto, spiegano gli esperti, è
necessario riuscire a identificare e attivare i primi geni del
meccanismo a cascata, il cui numero si presume essere limitato.
Primary
Prevention Project : nei pazienti con diabete di tipo 2
l’Aspirina a basso dosaggio ha scarsi effetti nella
prevenzione primaria della malattia cardiovascolare
Il
Primary Prevention Project ha valutato l’efficacia degli
antiaggreganti piastrinici e degli antiossidanti nella
prevenzione primaria degli eventi cardiovascolari nei pazienti
con diabete di tipo 2.
Lo studio condotto dai Ricercatori del Mario Negri ha coinvolto
1.031 pazienti con diabete, di età maggiore o uguale a 50 anni,
senza un precedente evento cardiovascolare.
L’Aspirina è stata somministrata a basso dosaggio ( 100 mg/die
), mentre la vitamina E a 300 mg/die.
L’end point primario composito era rappresentato da: morte
cardiovascolare, ictus, o infarto miocardico.
Il Primary Prevention Project è stato interrotto prima del
previsto ( dopo in media 3,7 anni ) dal Data Safety and
Monitoring Board.
Nei pazienti con diabete, il trattamento con Aspirina a basso
dosaggio ha prodotto una riduzione non significativa dell’end
point principale ( rischio relativo, RR = 0,90 ) e negli eventi
cardiovascolari totali ( RR= 0,89 ), ed un aumento non
significativo nella mortalità cardiovascolare ( RR= 1,23 ).
Nei soggetti non diabetici il rischio relativo per l’end point
primario, per gli eventi cardiovascolari totali, e per la
mortalità cardiovascolare è stato 0,59, 0,69 e 0,32 ,
rispettivamente.
La vitamina E non ha prodotto invece nessuna significativa
riduzione dell’end point sia nei pazienti con diabete che nei
soggetti non diabetici.
I dati del Primary Prevention Project indicano che nei pazienti
con diabete l’effetto dell’Aspirina a basso dosaggio nella
prevenzione primaria della malattia cardiovascolare è ridotto,
a differenza dei soggetti non diabetici.
Gli Autori ritengono necessario verificare su grandi numeri il
ruolo dell’Aspirina nella prevenzione primaria della malattia
cardiovascolare nei pazienti con diabete. (
Xagena2003 )
Sacco M et al, Diabetes Care 2003; 26:3264 – 3272
Mesoteliomi
a venire
Nel generale miglioramento delle statistiche relative ala cancro
nel suo insieme, c’è un’epidemia che non ha ancora
raggiunto il suo picco. Si tratta del mesotelioma pleurico,
malattia di cui ormai si conosce la causa pressoché esclusiva:
l’esposizione all’amianto. E’ questo il tema di un
editoriale del BMJ che, seppure legato alla realtà britannica
caratterizzata da 1800 morti l’anno, affronta una questione
che riguarda un po’ tutti i paesi europei. Non forse gli Stati
Uniti dove, essendosi accorti prima della minaccia posta
dall’uso dell’amianto, questo materiale è uscito dal
mercato in tempi precedenti, diminuendo il periodo di
esposizione e, quindi, anticipando il picco epidemico.
Una storia naturale insidiosa
Come è noto, lo sviluppo del tumore, conosciuto nelle varianti
istologiche epitelioide e sarcomatoide, può richiedere per
svilupparsi non meno di 25 anni dal momento della prima
esposizione per arrivare fino a 50. Si è calcolato poi che chi
ha cominciato lavorazioni pericolose dai 13-14 anni per poi
proseguire per tutta la vita lavorativa ha una possibilità di
sviluppare la malattia in un caso su 5. In Gran Bretagna il
massimo impiego dell’amianto si è avuto nel 1955, la sua
regolamentazione ed esclusione risale alla metà degli anni
ottanta, quindi il picco è atteso per il 2015-2020. Il quadro
della situazione anche Francia, Germania, Irlanda e svizzera
hanno attuato misure anti-amianto nel periodo 1970-1989 e
l’Italia, in particolare, ne ha proibito espressamente
l’impiego dal 1992, anche se già in precedenza misure
limitative e di protezione erano state poste. Se è vero che la
massima mortalità si avrà nei carpentieri e negli addetti a
opere di isolamento, è bene ricordare che anche le mogli che
lavavano gli indumenti di lavoro delle persone esposte sono
state colpite dal mesotelioma, come è accaduto anche in Italia.
E una presentazione disperante
La diagnosi non è assolutamente facile: dolori toracici,
difficoltà respiratorie dovute all’effusione pleurica non
sono segni specifici. Il quadro radiologico aiuta poco, e anche
l’esame dell’essudato pleurico o le biopsie mediante
ago-aspirazione spesso non sono decisivi e resta il ricorso alla
biopsia chirurgica. Non è raro, comunque, che già quando si
hanno i primi sospetti il polmone colpito presenti un anello
dello spessore di 1 cm che lo costringe completamente. Il fatto,
dunque, è che ci si trova di fronte a pazienti anziani (70
anni) destinati a un progressivo degrado della funzionalità
respiratoria e a un dolore difficilmente trattabile. Non è il
caso, però, di assumere atteggiamenti rinunciatari, secondo
l’autore. Infatti sembra sempre più praticabile la via della
chirurgia radicale, quantomeno ai finio del miglioramento della
qualità della vita residua. L’intervento consiste nella
pneumonectomia totale con asportazione di pericardio e
diaframma, alla quale si associano radioterapia dell’emitorace
svuotato e diversi regimi di chemio adiuvante e neo-adiuvante.
In alcune casistiche, peraltro molto selezionate e con tumore
epitelioide, la sopravvivenza a 5 anni è del 48%. D’altra
aprte in Gran Bretagna sta partendo ora il trial controllato
MARS (Mesothelioma and Radical Surgery) che dovrebbe fornire
indicazioni più precise. Ma anche rinunciando dall’opzione più
demolitiva, molto per il paziente può essere fatto, a
cominciare dal controllo dei versamenti pleurici con interventi
toracoscopici. Inoltre non si nasconde che anche in caso di
inoperabilità, con una diagnosi precoce per quanto possibile,
esiste sempre la possibilità della chemioterapia. Ed è in
questo ambito che, seppur non citata dall’editoriale, può a
breve esserci una novità. Infatti un nuovo antimetabolita, il
pemetrexed (inibitore della timidilato-sintetasi) in
associazione a cisplatino, si è rivelato superiore negli studi
di Fase III rispetto al solo cisplatino, candidandosi al ruiolo
di trattamento di piuma linea. L’ideale sarebbe che al picco
dell’epidemia previsto si accompagni anche un picco di novità
in campo terapeutico. E’ in gioco la vita di 100000 persone
nell’Occidente industrializzato.
Maurizio Imperiali
(Treasure
T et al. Radical surgery for mesothelioma. BMJ. 2004 Jan
31;328(7434):237-8.
Manegold C. Pemetrexed (Alimta, MTA, multitargeted
antifolate, LY231514) for malignant pleural mesothelioma. Semin
Oncol. 2003 Aug;30(4 Suppl 10):32-6.
Peto J et al. The European mesothelioma epidemic. Br J Cance
rhttp://pro.dica33.it/article.asp?idref=2004&aid=53943
1999;79: 666-72)
Paroxetina
dolce contro il dolore
Un
esperimento su topi da laboratorio fornisce interessanti spunti
di approfondimento sui meccanismi antinocicettivi sottesi
all'azione della paroxetina. Il test della piastra riscaldata
conferma l'efficacia antidolorifica di paroxetina, efficacia che
viene annullata dal naloxone, suggerendo un'azione, diretta o
indiretta, dell'antidepressivo a livello dei recettori oppioidi.
Inoltre, l'effetto antidolorifico della paroxetina risulta
annullato dalla somministrazione di ondansetron (un 5-HT3
atagonista) ma non da quella di ketanserina (un 5-HT2
antagonista). Rispetto all'impiego dei triciclici quindi,
l'utilizzo di un SSRI è sicuramente meglio tollerato e sembra
anche offrire ottime prospettive non solo per il dolore cronico
ma anche per quello acuto.
Duman EN et al. Possible involvement of opioidergic and serotonergic
mechanisms in antinociceptive effect of paroxetine in acute pain.
J Pharmacol Sci 2004; 94(2):161-5
Un
cerotto contraccettivo al posto della pillola
Una volta applicato resiste anche a doccia e bagno turco
In
arrivo il contraccettivo che non si ingoia come la pillola, ma
si applica come un cerotto. Si chiama Evra, e sarà in vendita
dall'8 marzo in tutte le farmacie italiane.
Si applica ogni sette giorni, aderisce perfettamente e si lascia
sulla pelle tutta la settimana. Il trattamento, per avere
efficacia contraccettiva, deve essere usato una volta alla
settimana e tenuto per tre settimane di seguito con un
interruzione la quarta settimana. Resiste a docce, bagni e saune
non oltre i 40 gradi. E', però,controindicato in caso di grave
soprappeso.
"Un'alternativa comoda e sicura soprattutto per le più
giovani e per le over 40", ha spiegato Andrea R. Genazzani,
direttore della Clinica di ostetricia e ginecologia
dell'ospedale Santa Chiara di Pisa., perché le prime non
dovranno ricordarsi di assumere la dose quotidiana, le seconde,
più a rischio di effetti collaterali come tumori o fibromi
uterini, potranno beneficiare del basso dosaggio ormonale e del
fatto che il principio attivo, per agire, non ha bisogno di
passare dal fegato evitando possibili disturbi intestinali.
Il cerotto è già disponibile negli Stati Uniti e in altri
stati europei ed è stato studiato su oltre 3.300 donne per un
totale di 22 mila cicli.
Usarlo sarà molto semplice: basta applicarlo una volta alla
settimana per tre volte a partire dal primo giorno di
mestruazione. Alessandra Graziottin, direttore del Centro di
ginecologia e sessuologia medica dell'ospedale San Raffaele
Resnati di Milano spiega che il cerotto "lo si può
posizionare ovunque tranne che sul seno".
Farmaci
uniti contro l'artrite
Gli
effetti debilitanti dell`artrite reumatoide sono l`esito di
complessi meccanismi che agiscono sia nell`immediato sia a lungo
termine. Agli esordi della patologia, la ridotta funzionalità
è dovuta principalmente agli effetti locali e sistemici
dell'infiammazione. Nel corso degli anni, invece, il processo
infiammatorio cronico induce danni funzionali e strutturali, per
lo più non reversibili anche con le terapie più recenti.
La maggior parte degli specialisti preferisce iniziare la
terapia con un singolo farmaco di fondo e, in genere, il
metotrexato rappresenta la prima scelta. Tuttavia molti pazienti
rispondono solo parzialmente anche alle dosi massime tollerate e
ciò riguarda il metotrexato e tutte le altre monoterapie.
Questi pazienti ottengono migliori risultati con trattamenti
combinati di due DMARD`s che agiscono in sinergia, consentendo
di non sommare gli effetti tossici. Ancora una volta, però,
nonostante l'ampia scelta possibile tra le molecole da
combinare, permane una quota di malati che risponde molto poco
al trattamento.
Si pensava che i nuovi farmaci biologici, mirati ad
antagonizzare le citochine responsabili del processo
infiammatorio, essendo più selettivi sarebbero stati anche più
efficaci e avrebbero risolto la questione dei non-responders.
L`efficacia unita alla tollerabilità gioca sicuramente a favore
delle nuove molecole, impiegate sia da sole che in associazione,
come dimostrano alcuni dei maggiori studi pubblicati. I notevoli
passi avanti, penalizzati dai costi elevati delle nuove
molecole, non hanno però eliminato del tutto i casi di pazienti
che non beneficiano del trattamento.
Gli studi
Lo studio ATTRACT ha dimostrato come infliximab, anticorpo
monoclonale chimerico anti-TNFalfa, aggiunto al metotrexato
risulti efficace anche nei soggetti che non rispondevano alla
monoterapia con il farmaco di fondo.
Altro studio stessi risultati per etanercept, proteina
ricombinante costituita dalla fusione della parte extracellulare
del recettore p75 del TNFalfa e della porzione Fc di una
molecola di IgG.
Un altro trial, ARMADA, è giunto alle stesse conclusioni
utilizzando adalimumab, anticorpo monoclonale umano diretto
contro il TNFalfa.
Infine lo studio ERA ha fatto un passo avanti: reclutando
pazienti mai trattati con metotrexato ha dimostrato la
superiorità clinica di etanercept, sia in termini di risposte
ottenute che in termini di rallentamento della progressione
radiologica.
Da tutti questi presupposti nasce lo studio TEMPO (Trial of
Etanercept and Methotrexate with radiograqfic Patient Outcomes)
pubblicato sullo stesso numero di Lancet, che confronta i due
farmaci in monoterapia e combinati tra loro. Il trial
multicentrico, randomizzato, in doppio cieco ha reclutato 682
pazienti. La remissione della malattia (stabilita per valori
dell`indice d`attività inferiori a 1,6) si è manifestata nel
35% dei pazienti trattati con entrambi i farmaci, nel 13% del
gruppo metotrexato e nel 16% del gruppo etanercept. Ottimi anche
gli esiti radiologici: nessuna progressione nel primo anno per
l`80% del gruppo in terapia combinata, contro il 68% e il 57%
rispettivamente con metotrexato ed etanercept da soli.
I dubbi
Anche lo studio TEMPO, pur riuscendo a raddoppiare il tasso di
risposta grazie a un`ottimale combinazione di farmaci, mantiene
una quota di pazienti in cui, nonostante i trattamenti, la
patologia permane in fase attiva.
Prende sempre più corpo allora l`ipotesi della "finestra
di opportunità" intesa come fase iniziale della malattia.
In questo stadio, di non facile individuazione, l`infiammazione
sembra rispondere meglio ai trattamenti; qui un approccio
precoce e aggressivo potrebbe essere in grado di contrastare
efficacemente gli esiti strutturali e funzionali sul lungo
termine.
La maggior parte degli studi condotti finora, inclusi quelli
citati in precedenza, sono stati effettuati su pazienti in cui
la malattia si era già manifestata da diversi anni. Forse la
chiave di svolta risiede nel fattore "tempo". La
prossima generazione di trial dovrà prendere in considerazione
pazienti con diagnosi recente, per confermare o smentire
l`esistenza della "finestra di opportunità".
Elisa Lucchesini
(Schnabel
A. Disease-modifying antirheumatic drugs: enhancing efficacy by
combination. Lancet 2004; 363:670-671
Donne
in ospedale, più per nevrosi e avvelenamenti
La
salute delle donne si legge anche dai dati sui ricoveri: in
generale finiscono in un letto di ospedale il 14% in piu'
rispetto agli uomini; ma escluso il momento della maternita'
l'ingresso in ospedale e' causato, in misura piu' che doppia
rispetto agli uomini, da nevrosi depressive, e per avvelenamenti
il 50% in piu' sempre rispetto agli uomini. I dati, illustrati
da Laura Pellegrini, direttore dell'agenzia sanitaria per i
servizi regionali, nel corso di un convegno al ministero sulla
salute, sono riferiti al 2001 e mettono in luce le differenze
percentuali per alcune patologie. Ebbene, a parte gli interventi
osteoarticolari (doppi fra le donne), la donna detiene il record
nei ricoveri per i disturbi della nutrizione (130% in piu') e
per l'obesita' (50% in piu'). Dati di difficile lettura, ha
ammesso Pellegrini, dietro ai quali spesso si nasconde un
disagio. Per effetti tossici dei farmaci, infatti, il numero dei
ricoveri al femminile e' doppio rispetto a quelli maschili. Le
differenze di genere, ha ricordato Pellegrini citando un recente
documento dell'organizzazione mondiale della sanita' (Oms)
riguardano infatti anche le malattie ma anche il modo in cui
l'uomo e la donna rispondono ai trattamento e ai diversi modi in
cui i servizi sanitari si offrono ai due sessi. "Non vi e'
dubbio - ha concluso Pellegrini - che una efficace politica di
promozione della salute di uomini e donne debba rispondere,
oltre ai dati sulla prevalenza di malattie e di disturbi nei due
sessi, anche di informazioni sulla realta' di vita, sui diversi
ruoli lavorativi, la diversa esposizione ai rischi per la
salute, sulle preferenze nel ricorso ai servizi sanitari
(medicina di base o specialistica, servizi territoriali o
ospedalieri). (ANSA).
Malattie
respiratorie, nuova insidia per le donne
Mario
De Quarto
Sono
circa sette milioni gli italiani che soffrono di malattie
croniche dell'apparato respiratorio ma molti di essi non se ne
rendono conto, considerando tosse e affanno come fastidi
ordinari e inevitabili. Bronchite, asma, broncopneumopatia
ostruttiva (BPCO) rendono la vita dei pazienti sempre più a
rischio e sempre meno agevole. La BPCO in particolare, dovuta
principalmente al fumo delle sigarette, colpisce quattro milioni
di persone e ne uccide 18 mila ogni anno soltanto in Italia. E
le donne (è quanto emerge dagli studi più recenti) sembrano più
indifese degli uomini: l'esplosione del vizio del fumo tra il
gentil sesso e differenze anatomiche e ormonali le rendono molto
più esposte a forme di ostruzione respiratoria.
L'allarme
dei pneumologi della Fondazione della Uip, lanciato oggi nel
corso di un apposito incontro a Roma, viene al termine della
prima fase della campagna del Camper del Respiro, svoltasi
finora a Bari, Genova e Catania. L'iniziativa consiste in
minilaboratori attrezzati per esami semplici e gratuiti nelle
piazze cittadine, a disposizione di chiunque voglia
approfittarne. Ebbene, i primi mesi di campagna hanno messo in
evidenza una preoccupante frequenza di problemi respiratori
cronici e hanno rivelato che l'8,4 delle persone era
assolutamente inconsapevole di avere la BPCO o in generale una
riduzione patologica della malattia respiratoria: una scoperta
sottolineata con preoccupazione dai medici, perché porta il
paziente con grave ritardo alla diagnosi della malattia e alla
cura.
Da
qui un invito alla popolazione e ai medici di famiglia a
considerare con più facilità l'opportunità di sottoporsi al
semplicissimo e non invasivo esame della spirometria, ovvero la
misurazione della capacità polmonare. Per la prevenzione e
l'informazione sull'argomento la Fondazione dei pneumologi
italiani ha programmato due importanti iniziative che partiranno
a gennaio: un numero verde (800.585.558) che i pazienti potranno
chiamare gratuitamente per conoscere gli indirizzi dei centri
dove è possibile praticare indagini approfondite e uno spot di
pubblicità progresso che verrà trasmesso sulle principali reti
televisive.
"Per
le donne - ha spiegato Leonardo Fabbri, pneumologo membro del
comitato scientifico del progetto internazionale Gold (Global
Initiative Lung Disease) dell'Organizzazione mondiale della
Sanità - smettere di fumare è biologicamente più difficile, i
sostituti della nicotina sono meno d'aiuto che negli uomini, e
la diminuzione della capacità polmonare che porta all'enfisema
è più rapida".
"Il
gentil sesso - aggiunge il prof. Vincenzo Fogliani, presidente
della Fondazione Uip - è anche meno sensibile ai farmaci usati
per curare le malattie respiratorie. Ad esempio si è scoperto
che i bronchi femminili si irritano con maggiore facilità di
quelli del maschio. Anche l'assunzione delle terapie ormonali,
in ogni età, sembra influenzare il meccanismo infiammatorio
cellulare alla base di queste patologie. Differenze che unite
all'aumento di BPCO e di asma potrebbero determinare tra qualche
anno anche una maggiore mortalità di donne rispetto agli
uomini".
La
ranolazina riduce gli attacchi di angina e aumenta la capacità
di esercizio
Assunta
insieme ad altri farmaci anti-angina, la ranolazina sembrerebbe
in grado di ridurre la frequenza degli attacchi anginosi e di
aumentare la capacità di esercizio in soggetti che soffrono di
angina cronica grave. E’ quanto emerso da uno studio
pubblicato di recente sul Journal of the American Medical
Association (JAMA Janauary 21, 2004; 291:309-316).
Studio
-
Bernard R. Chaitman della St. Louis University School of
Medicine e alcuni colleghi hanno valutato l’efficacia della
ranolaziona nel migliorare la capacità di esercizio in soggetti
che presentavano angina cronica e con attacchi e ischemie anche
a basse intensità di lavoro nonostante assumessero dosi
standard di altri farmaci anti-angina come atenololo, l’amlodipina
o il diltiazem.
-
Nello studio sono stati considerati 823 adulti con angina
cronica. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere due
volte al dì placebo o 750 mg o 1000 mg di ranolazina.
-
Come verifica, dopo 2, 6 e 12 settimane dall’inizio della
terapia, i pazienti si sono dovuti esercitare su un “tappeto
rollante”, 12 o 4 ore dopo aver assunto il farmaco.
Risultati
-
La ranolazina si è rivelata in grado di ridurre la frequenza
degli attacchi di angina e il consumo di nitrati se aggiunta a
una terapia standard con un farmaco anti-angina tra i tre più
prescritti (atenololo, l’amlodipina o il diltiazem).
-
La riduzione nella frequenza degli attacchi di angina, rispetto
a quanto osservato con il placebo, è stata di poco meno di un
attacco a settimana nei soggetti che hanno assunto il farmaco al
dosaggio di 750 mg e poco superiore in quelli che hanno assunto
la ranolazina al dosaggio di 1000 mg.
-
La durata dell’esercizio dopo 12 settimane di terapia è
aumentata maggiormente nei soggetti che hanno assunto la
ranolazina rispetto a quanto osservato nel gruppo placebo.
Commento
“Si
tratta di uno studio abbastanza iniziale sulla ranolazina,
composto farmacologico appartenente a una nuova classe di
farmaci anti-angina non ancora in commercio. I risultati,
sebbene incoraggianti, sono comunque preliminari. Gli effetti
puri del nuovo farmaco non sono ancora definiti e nello studio
in esame potrebbero essere stati in parte determinati dall’uso
contemporaneo di altri farmaci anti-anginosi tradizionali. La
casistica analizzata è discreta, tuttavia non esaustiva, per
questo penso che i risultati necessitino di ulteriori
conferme” commenta Maurizio Di Biasi dell’Unità operativa
di cardiologia del Policlinico Multimedia di Milano.
Conseguenze
In
un editoriale di accompagnamento all’articolo, Peter Berger
della Duke University segnala che “la disponibilità di un
altro farmaco anti-anginoso, come la ranolazina, efficace e
apparentemente sicuro potrebbe essere particolarmente importante
per quei pazienti con angina che non sono candidati a interventi
di rivascolarizzazione. L’uso della ranolazina potrebbe, in
futuro, influenzare, inoltre, la frequenza e il momento
dell’intervento di angioplastica e di by-pass nella nutrita
schiera di pazienti con angina che sono, invece, candidati
ammissibili a queste procedure”. Secondo Di Biasi la
ranolazina meriterebbe di essere studiata ancora, visto che
esistono i presupposti per un’azione positiva. “Ad ogni modo
non penso che lo studio possa avere delle ricadute cliniche a
breve termine” puntualizza il cardiologo.
Maurizio
Di Biasi è cardiologo presso il Laboratorio di emodinamica
dell’Unità operativa di cardiologia del Policlinico
Multimedia di Milano. Il suo principale campo di interesse è
dato dagli stent in vasi di piccolo calibro.
http://www.okmedico.it/mediconews/in
Test
di gravidanza domiciliari meno sensibili del previsto
La
maggior parte dei test di gravidanza domiciliari (HPT) non sono
abbastanza sensibili da rilevare una gravidanza all'atto di un
ciclo mensile saltato, ed i medici dovrebbero tenerne conto.
Dalla loro introduzione nel 1975, più di 20 marchi propongono
questi prodotti, la cui sensibilità dichiarata è a volte di
> 99% a partire dal primo giorno di ritardo. All'atto dei
test, in assenza del ciclo per un mese, un test della
sensibilita di 100 mIU/ml è in grado di rilevare
approssimativamente il 16% delle gravidanze. Sarebbe necessario
revisionare le diciture sulle confezioni in modo da avere
un'idea più chiara dell'accuratezza diagnostica dei test, allo
scopo di evitare ritardi nella diagnosi di gravidanza, e non
solo per iniziare più precocemente possibile l'assistenza
prenatale, ma per permettere adeguate variazioni terapeutiche e
comportamentali in funzione della gravidanza stessa (astensione
da alcool, tabacco e medicazioni inappropriate), o per
effettuare una terminazione della gravidanza più precoce
possibile se desiderata. (Am J Obstet Gynecol. 2004;190:100-105)
Identificata
la molecola ‘conserva-colesterolo’
Scoperta
la molecola che aiuta il colesterolo che raccogliamo dai cibi a
restare nel nostro corpo mettendo a rischio la salute di cuore e
vasi. La scoperta, spiegata sull'ultimo numero della prestigiosa
rivista Science, non solo offre il bersaglio principe da colpire
con nuovi principi attivi per abbassare il colesterolo, ma
spiega anche come funziona un farmaco abbassa-colesterolo di
recente approvato dall'ente americano per il controllo di
alimenti e farmaci (Fda).
La
molecola, trovata dall'équipe di Micheal Graziano dell'Istituto
di Ricerca Schering-Plough, è stata battezzata Niemann-Pick C1
like 1 (NPC1L1), è colpevole di assorbire il colesterolo
nell'intestino. I ricercatori si sono mossi seguendo gli indizi
a disposizione e sfruttando potenti tecnologie. Indagando sulle
cellule intestinali (enterociti) che assorbono il grasso
cattivo, gli studiosi hanno passato in rassegna a uno a uno
tutti i geni accesi in queste cellule e identificato quelli che
producono proteine esposte alla superficie cellulare e in grado
di legare il colesterolo, due requisiti obbligatori per la
molecola di cui erano a caccia. Così hanno trovato NPC1L1 e
hanno verificato la sua presenza sul tratto di superficie
intestinale adibito al transito di colesterolo. In cerca di
altre prove hanno preso alcuni topolini togliendo loro il gene
NPC1L1. La conseguenza è stata che questi animali assorbivano
il 70% in meno di colesterolo. Il farmaco dal meccanismo
misterioso, inoltre, su di loro non aveva effetto mentre lo
aveva sui topi normali. Ciò dimostra, spiega Graziano, che il
farmaco agisce proprio su NPC1L1.
Il
caffè riduce il rischio di diabete
Recenti
studi hanno documentato una relazione tra un elevato consumo di
caffè e un basso rischio di diabete mellito, ma senza
distinguere tra assunzione di caffè normale o decaffeinato. In
questo studio
prospettico di coorte(Coffee Consumption and Risk for
Type 2 Diabetes Mellitus http://www.annals.org/cgi/content/abstract/140/1/1 i
ricercatori del'Università di Harvard in collaborazione con il
Ministero della Salute Messicano hanno valutato la correlazione
tra consumo di caffè e bevande contenti caffeina e l'incidenza
di diabete tipo 2 in una popolazione di 41.934 uomini e 84.276
donne che all'inizio dell'analisi non presentavano diabete,
malattie cardiovascolari e neoplasie.
L'analisi
del consumo di caffeina, eseguito mediante questionario, ha
documentato nei maschi e nelle femmine, rispettivamente, 1333 e
4085 nuovi casi di diabete tipo 2 con una correlazione inversa
tra assunzione di caffè e diabete, per i dati corretti per l'età,
l'indice di massa corporea e altri fattori di rischio. E' stato
possibile stratificare il rischio di malattia diabetica nella
popolazione in cinque categorie, relativamente al consumo
regolare di tazze di caffè giornaliere (0, <1, da 1 a 3, da
4 a 5, >6) che era negli uomini 1.00, 0.98, 0.93, 0.71, 0.46
(p=0.007) e nelle donne 1.00, 1.16, 0.99, 0.70, 0.71
(p<0.001). Lo studio dimostrava anche una riduzione del
rischio del 26% negli uomini e 15% nelle donne che assumevano più
di 4 tazze al giorno di caffè decaffeinato.
Quindi,
in accordo con i dati degli studi a breve finora realizzati,
l'assunzione di caffeina mediante caffè o altre bevande è
associata ad un rischio basso di diabete sia negli uomini che
nelle donne, confermando le qualità della caffeina nel ridurre
la sensibilità insulinica e nel migliorare la tolleranza ai
glucidi. Ulteriori
studi sono necessari per averne la certezza senza,
per questo, negare e negarci una bella tazza di caffè.
a
cura di Chiara Mariani
Questa
pubblicazione riflette i punti di vista e le esperienze
dell'autore e non necessariamente quelli della Merck Sharp &
Dohme Italia S.p.A.
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