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Automonitoraggio
della terapia anticoagulante
Maggiore
libertà nella gestione della Terapia anticoagulante orale (TAO)
da parte del paziente che finalmente può usufruire di strumenti
per l'autocontrollo domiciliare dei parametri di coagulazione.
Il coagulometro ha reso reale il controllo domiciliare
dell'anticoagulante: con i vantaggi analoghi a quelli che già
da tempo l'autodeterminazione della glicemia ha dato al paziente
diabetico. Oltre ad eliminare il ripetuto traumatismo delle vene
lo strumento restituisce autonomia ai pazienti che possono
disporre in modo immediato del proprio tempo di protrombina.
I
benefici
La diffusione del coagulometro offre, infatti, la possibilità
dell'autoprelievo capillare che, attraverso poche e semplici
operazioni, permette di ottenere direttamente un monitoraggio
del livello di anticoagulazione. Questo ha favorito la nascita e
la diffusione di nuovi modelli operativi come l'autogestione
parziale o totale della terapia da parte dei pazienti. La
maggiore autonomia ha implicato, inoltre, una partecipazione
più cosciente e attiva del paziente alla terapia.
Nella TAO, infatti, un controllo del tempo di protrombina o dei
livelli di International Normalized Ratio (INR) è fondamentale
per migliorare l'efficacia nella prevenzione delle complicanze
tromboemboliche. I fattori che possono modificare i livelli di
INR sono numerosi per tanto diventa fondamentale un controllo
continuo del livello di anticoagulazione: il monitoraggio,
infatti, quando eseguito ad intervalli regolari, secondo una
prescrizione del medico che tenga conto dei diversi fattori di
rischio individuali, aumenta notevolmente il livello di
sicurezza per la vita del paziente sottoposto a terapia.
Come
funziona?
Coagulometro, approvato dalla FDA, è uno strumento in grado di
dare immediatamente il valore INR attraverso un semplice
prelievo di sangue capillare, fornendo risultati accurati
paragonabili a quelli dei test di laboratorio. Si tratta di un
leggero e maneggevole strumento portatile, corredato di apposite
cartucce monouso in cui sono stratificati gli elementi reattivi.
Ogni cartuccia è dotata di un codice su cui sono memorizzati i
dati per il suo riconoscimento e quelli di calibrazione.
Le
modalità d'uso sono semplici infatti è dimostrato come possa
essere utilizzato da pazienti appositamente formati da personale
sanitario nel monitoraggio della terapia anticoagulante.
Il
paziente preleva una goccia di sangue capillare attraverso la
puntura del dito della mano con una apposita lancetta. Il sangue
fresco non eparinato viene depositato nell'apposito spazio della
cartuccia, dove attraverso speciali reattivi liofilizzati
avviene la formazione del coagulo.
Durante tale processo, un magnete elettrico attira le particelle
di ferro, mentre un fotometro a laser misura la velocità del
loro movimento. Quando il coagulo è completamente formato ha
termine la misurazione.
Il tempo impiegato dal sangue a coagularsi rappresenta il tempo
di protrombina, che viene sia espresso in valori assoluti
(secondi) sia valutato in base al rapporto e al valore
percentuale derivante dal confronto con il tempo di protrombina
di plasma di riferimento. I dati tra i quali figura anche il
valore INR sono visualizzati su un display.
In
altre parole, è sufficiente:
- Inserire una striscia test nello strumento e pungere il dito.
- Depositare la goccia di sangue (10µl) sulla striscia.
- Leggere il risultato e confrontarlo con gli intervalli di INR
di riferimento.
I
vantaggi
Oltre all'elevata correlazione tra i risultati Coagulometro e
gli standard WHO, tra i vantaggi vi è sicuramente l'autonomia
maggiore dei pazienti nonché la possibilità di autogestione
parziale o totale della terapia anticoagulante. Una maggiore
autonomia che comporta una partecipazione più cosciente e
attiva alla terapia e un aumento significativo del livello di
sicurezza per la vita del paziente. L'uso di una sola goccia di
sangue capillare ha permesso, inoltre, di limitare il
traumatismo delle vene. Inoltre, un solo minuto di attesa per
monitorare la situazione della coagulazione.
http://web.tin.it/cardiolink/PR-BG-anticoagu.htm
Ictus:
rischio aumentato nelle donne ipertese che fanno uso di terapia
ormonale
Nelle
donne ipertese che fanno uso di terapia ormonale sostitutiva il
rischio di ictus risulta più che raddoppiato (2,35 volte la
norma), a differenza di quanto accade nelle donne normotese.
Negli stessi soggetti, il rischio è di 1,54 volte la norma in
caso di uso di estrogeni, e di 3 volte in caso di uso di terapia
combinata. Secondo questi risultati, l'uso della terapia
ormonale sostitutiva dovrebbe essere sconsigliato nelle donne
ipertese fino a quando non si otterranno dati più approfonditi.
In base ai dati oggi disponibili, però, è opportuno usare
estrema cautela nell'uso di tale terapia anche in pazienti
diabetiche e portatrici di un qualsiasi fattore di rischio di
aterosclerosi, tromboembolia o tumore mammario. Una prosecuzione
naturale di questo studio potrebbe portare all'identificazione
di una categoria di pazienti dove la terapia ormonale è sicura.
(Arch Neurol 2003;60:1363-1364,1379-1384)
http://www.adnsalute.it/ADNsalute
Biopsia
del linfonodo sentinella e dissezione ascellare a confronto nel
tumore al seno
Il
gruppo milanese dell'Istituto Europeo di Oncologia ha pubblicato
i risultati dello studio sull'efficacia della biopsia del
linfonodo sentinella nella diagnosi delle metastasi ascellari da
carcinoma mammario.
La linfadenectomia ascellare è attualmente considerata lo
standard di riferimento nella valutazione dell'entità
patologica del cavo ascellare. Nonostante ciò, negli stadi
precoci la linfadenectomia è un potenziale overtreatment ed è
responsabile di un peggioramento nella qualità di vita delle
donne operate.
La biopsia del linfonodo sentinella è una proposta che nasce
per trovare una soluzione a questo inconveniente, ma non sono
ancora disponibili dati conclusivi sulla sua capacità di
sostituire la metodica standard.
Lo studio randomizzato di Veronesi e coll. ha reclutato, dal
marzo 1998 al dicembre 1999, 516 pazienti con neoplasia mammaria
di diametro non superiore a 2 centimetri. Le donne sono state
suddivise in due gruppi dopo aver effettuato tutte la biopsia
del linfonodo sentinella. Nel primo gruppo (A) tutte le donne
sono state sottoposte a linfadenectomia, mentre nell'altro (B)
la linfadenectomia è stata eseguita solo nelle pazienti con
linfonodo sentinella positivo per metastasi.
In entrambi i gruppi il numero di donne con linfonodo sentinella
positivo è risultato sovrapponibile: 83/257 (32.3%) nel gruppo
A e 92/259 (35,5%) nel gruppo B.
Dopo la linfadenectomia, 8 pazienti delle 174 del gruppo A con
linfonodo sentinella negativo hanno presentato metastasi
linfonodali ed altre 2 micrometastasi in un solo linfonodo.
L'accuratezza della metodica sperimentale è stata quindi del
96.9%, la sensibilità del 91.2% e la specificità del 100%. Nel
gruppo trattato con linfadenectomia dopo biopsia del linfonodo
sentinella, dunque, la frequenza dei falsi negativi (8.8%) ed il
valore predittivo del risultato negativo (95.4%) sono risultati
sovrapponibili ai dati già riportati in letteratura.
Gli eventi
avversi sono stati rilevati ad un follow-up mediano
di 46 mesi. Dei 34 eventi complessivi, 25 erano relativi ad una
ripresa della malattia (15 casi nel gruppo A e 10 nel gruppo B).
Secondo
le conclusioni degli autori la biopsia del linfonodo sentinella
è stata una metodica accurata nel determinare lo stadio di un
tumore della mammella e nell'individuare le pazienti con tumore
di dimensioni minori che possono in questo modo giovarsi di una
linfadenectomia.
L'editoriale
di Krag e Ashikaga, pubblicato sullo stesso numero del NEJM,
commenta lo studio del gruppo milanese sollevando alcune
problematiche di natura metodologica.
La prima su cui l'editoriale invita a riflettere è: qual è il
prezzo in termini di sopravvivenza che si è disposti a pagare
per ottenere una riduzione degli effetti collaterali?
Probabilmente non esiste una risposta giusta in assoluto,
piuttosto bisogna tenere a mente il gap (5%) che esiste
attualmente tra la linfadenectomia ascellare e l'osservazione.
Secondo gli autori dell'editoriale, infatti, uno studio di
questo tipo deve avere come obiettivo primario la valutazione
della sopravvivenza. Altri studi clinici in corso sull'argomento
(NSABP-B32 e ACOSOG-Z0011) hanno già tenuto conto di questa
valutazione, prevedendo di arruolare oltre 5000 pazienti ognuno.
Se
l'obiettivo primario del trial milanese è stato "la
capacità predittiva della biopsia del linfonodo sentinella
nell'individuare le metastasi linfonodali", secondo Krag e
Ashikaga la linfadenectomia avrebbe dovuto eseguirsi in tutte le
pazienti dopo la biopsia del linfonodo sentinella e non solo in
una parte di esse.
Solo l'esame patologico di tutti i linfonodi asportati, infatti,
può determinare la reale efficacia predittiva della metodica
sperimentale. Inoltre, i dati ottenuti nel gruppo di pazienti
sottoposte ad entrambe le procedure hanno confermato risultati
già noti, sottolineando l'accuratezza della metodica nel
determinare lo stadio della neoplasia.
Quale informazione aggiuntiva ci si attendeva dallo studio,
visto che la tecnica utilizzata per determinare il linfonodo
sentinella era stata la stessa in tutte le donne? Si sono
chiesti gli editorialisti, come ci si può attendere una diversa
frequenza di positività linfonodale nei due gruppi?
Un ulteriore punto critico dell'editoriale è legato al
carattere monoistituzionale dello studio. Oggi è inaccettabile
che una singola istituzione riesca a reclutare un numero
adeguato di casi per un trial.
Krag ed Ashikaga hanno concluso sottolineando che il linfonodo
sentinella è una procedura sicuramente meno invasiva della
dissezione ascellare, ma per affermare la sua equivalenza ed un
beneficio in termini di sopravvivenza rispetto alla metodica
standard servono numeri molto maggiori.
A cura di
Flavia
Longo - Oncologia Medica - Policlinico Umberto I -
Roma
Giovanni Mansueto - Oncologia Medica - ASL Frosinone
Immunologia
Clinica
Gli autoanticorpi aiutano a diagnosticare l'artrite reumatoide
in fase preclinica
Gli
anticorpi anti-peptide citrullinato anticiclico (CCP) ed il
fattore reumatoide IgA (IgA-RF) sono fattori altamente
predittivi dello sviluppo di artrite reumatoide diversi anni
prima della presentazione dei sintomi. Secondo gli autori,
questi autoanticorpi rivestono un ruolo diretto nella patogenesi
della malattia. Studi recenti hanno dimostrato che le
modificazioni post-traslazionali delle proteine possono essere
importanti nell'inizio di malattie autoimmuni quali l'artrite
reumatoide. Combinando la presenza di anticorpi anti-CCP e di
IgA-RF si ottiene un valore predittivo del 99%. Questo tipo di
test può migliorare la diagnosi precoce dell'artrite reumatoide,
e quindi anche la terapia, nonchè riservare applicazioni
potenziali anche ad altre malattie autoimmuni. (Arthritis
Rheum. 2003;48:2741-2749)
http://www.adnsalute.it/ADNsalute/news.nsf?OpenDatabase
Effetti
indesiderati a carico dei neonati dopo assunzione materna degli
antidepressivi SSRI
L'impiego da
parte della madre di farmaci antidepressivi SSRI durante o dopo
la gravidanza può comportare effetti indesiderati nei neonati.
Le reazioni avverse sarebbero di due tipi: a) effetto da
sospensione del farmaco dopo esposizione intrauterina ; b)
effetto tossico da ingestione con il latte materno.
I più comuni effetti indesiderati osservati nei neonati sono
stati : agitazione, scarsa nutrizione, ipotonia, sintomi
gastrointestinali.
L'insonnia/letargia è stata invece osservata solo con
l'assunzione degli antidepressivi SSRI con il latte matterno. (
ADRAC 2003 )
Per
maggiori informazioni:
www.farmacovigilanza.net
www.psichiatriaonline.net
Bypass
gastrico nel diabetico obeso
Questo
intervento dovrebbe costituire la terapia standard per i
soggetti affetti da diabete di tipo 2 obesi
L'intervento
di bypass gastrico in laparoscopia determina una sostanziale
perdita di peso e risolve più dell'80% dei casi di diabete di
tipo 2. Secondo gli autori, questo intervento dovrebbe
costituire la terapia standard per i soggetti affetti da diabete
di tipo 2 obesi in modo patologico. La maggior parte dei
pazienti che vi si sottopongono raggiungono infatti un
eccellente controllo biochimico della glicemia, e beneficiano
clinicamente della sospensione della maggior parte dei
medicinali antidiabetici, compresa l'insulina. In quest'ottica,
sono i pazienti più giovani a giovarsi maggiormente
dell'intervento, evitando anni di malattia debilitante e
progressiva. (Ann Surg.
2003;238:467-485)
http://www.adnsalute.it/ADNsalute/news.nsf?OpenDatabase
Vaccino
antifluenzale, pediatri contro pediatri
I
pediatri di famiglia della Fimp dicono "no" alla
vaccinazione di massa dei bambini contro l'influenza e
rassicurano i genitori, allarmati dopo l'invito della Società
italiana di pediatria (Sip) di sottoporre tutti i piccoli a
immunizzazione. "Noi
pediatri di famiglia ci dissociamo dall'iniziativa della Società
italiana di pediatria e siamo contrari alla vaccinazione di
massa contro l'influenza
- ha detto Pier Luigi Tucci, presidente della Federazione
italiana medici pediatri (Fimp) - La
vaccinazione contro l'influenza non è utile nella prevenzione e
nel controllo della Sars. E' utile, invece, per i bambini
affetti da malattie croniche o che abitino insieme ad adulti
sofferenti di malattie croniche".
In
questi giorni, ha raccontato il pediatra, i genitori stanno
subissando di telefonate gli studi medici per sapere se
sottoporre i piccoli al vaccino. Per Tucci, comunque, è
auspicabile che sia allargato il numero dei bambini da
vaccinare, specie nella fascia di età 6-24 mesi. Particolare
attenzione dovrà essere riservata, inoltre, ai bambini che
soffrono di malattie respiratorie ricorrenti e a bambini in
situazioni che, a giudizio del pediatra che li cura, necessitino
di una copertura vaccinale, specie se frequentano asili nido e
scuole materne.
La
presa di posizione della Fimp, conclude Tucci, scaturisce dalla
valutazione del gruppo di lavoro sulle vaccinazioni. Per la Fimp
sarebbe comunque auspicabile aumentare l'attuale copertura
vaccinale - stimata attorno al 5-10% - fino al 15-20%.
Obesità:
contro i chili di troppo inutile mangiare fibre
Boston,
2 ott. (Adnkronos Salute) - Per liberarsi dei chili di troppo e'
inutile assumere integratori alimentari a base di fibre. Questi
prodotti infatti, anche se danno un senso di sazieta' non
riducono l'appetito. Quindi ne' le fibre fermentabili (la
pectina o il betaglucano, estratto dai cereali), ne' quelle non
fermentabili (la metilcellulosa) aiutano a ridurre il peso
corporeo, a meno di essere accompagnata dalla 'classica' dieta.
La smentita sulle 'miracolose' proprieta' dimagranti di queste
sostanze arriva da uno studio statunitense pubblicato sul
'Journal of Nutrition'.
Susan B.
Roberts della Tufts University di Boston, ha studiato un
campione di uomini e donne (eta', 23-46 anni) sovrappeso. I
volontari hanno assunto, per un periodo di 3 settimane, 27
grammi al giorno di fibre non fermentabili (nf). Quindi, dopo
quattro settimane di 'riposo', hanno integrato la dieta, per
altre tre settimane, con 27 grammi giornalieri di fibre
fermentabili (ff). Le successive analisi hanno indicato che il
senso di sazieta' veniva aumentato dalle fibre, in particolare,
dalle nf. Tuttavia questo senso di 'pienezza' non aveva alcun
effetto sulla quantita' di cibo ingerito, che rimaneva identica
sia consumando le ff che le nf. Inoltre, nessuno dei due tipi di
fibre riusciva a ridurre il peso corporeo o lo spessore dei
tessuti adiposi.
Questi
risultati contraddicono quelli suggeriti da precedenti studi
sugli animali che indicavano come le fibre, soprattutto le ff,
fossero in grado di ridurre il cibo ingerito e il peso corporeo.
Quindi, secondo i ricercatori: ''il solo utilizzo delle fibre,
se non e' associato a una dieta controllata, non puo' aiutare in
alcun modo a dimagrire''. (Red-Pac/Adnkronos Salute)
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=7990
Eradicare
l’H.P.a tempo di record
Gli Archives of
Internal Medicine hanno pubblicato uno studio di equivalenza
dedicato all`eradicazione dell`Helicobacter pylori. Sono stati
posti a confronto la terapia con tre farmaci somministrati per
sette giorni e un`inedito schema a quattro farmaci somministrati
una volta sola. Nello studio sono stati coinvolti 160 pazienti
dispeptici positivi al test breath test per l`urea. Al termine
dello studio la percentuale di eradicazione era del 95% nella
terapia "one day" e di 90% nell`altro gruppo, una
differenza non significativa. Il nuovo regime presenta notevoli
vantaggi: meno costoso e più favorevole alla compliance. Resta
da vedere se lo schema sarà altrettanto efficace nei pazienti
affetti da ulcera peptica o altre patologie più gravi associate
all`infezione.
(Lara
LF et al. One-Day Quadruple Therapy Compared With 7-Day Triple
Therapy for Helicobacter pylori Infection. Arch Intern
Med 2003; 163:2079-2084)
http://pro.dica33.it/news.asp?tipo=1&idref=33&aid=53731
Lotta
al pneumococco
Ultimo aggiornamento: 17/09/03
La campagna per la vaccinazione antinfluenzale amplia il
bersaglio: la Circolare del Ministero della Salute, infatti,
approfitta dell`appuntamento autunnale per ribadire l`importanza
della vaccinazione antipneumococcica.
"Negli adulti ad alto rischio di complicazioni e negli
anziani è possibile effettuare la vaccinazione antinfluenzale
contemporaneamente ad altre vaccinazioni, in particolare con
quella antipneumococcica, le cui indicazioni sono
sostanzialmente le stesse dell’antinfluenzale.
Mentre la vaccinazione antinfluenzale va ripetuta annualmente,
per l’antipneumococcica sono indicate dosi di richiamo ogni
cinque anni" (Ministero della Salute Circolare n.5 del 22
luglio 2003).
12.000 decessi l’anno in Italia
Lo Streptococcus pneumoniae è un batterio con una diffusione
ubiquitaria ed è responsabile di malattie invasive quali
meningite, sepsi e polmoniti batteriche che colpiscono
prevalentemente i bambini e gli anziani. Soggetti deboli,
quindi, già a rischio influenza e relative complicanze.
Le infezioni acute del parenchima polmonare sono ancora oggi,
una delle più frequenti cause di morte per malattie
respiratorie e costituiscono circa il 10% delle cause di
ricovero ospedaliero. Le patologie croniche delle vie
respiratorie, d`altra parte, rappresentano la terza causa di
morbosità e mortalità nella fascia di età oltre i 65 anni,
con una prevalenza di 233 casi ogni 1.000 abitanti. Nel 25-50%
dei casi le polmoniti batteriche acquisite in comunità sono
causate dallo streptococco pneumoniae che, negli anziani, lascia
spesso (25% dei casi) esiti invalidanti.
La mortalità e la morbosità della malattia da pneumococco
raggiungono, negli over 65 anni, punte del 40% in caso di
batteriemie e del 55% se si tratta di meningiti.
Globalmente in Italia si stimano circa 12.000 decessi all’anno
per tutte le patologie da pneumococco.
Vaccinare chi, come, quando
Per gli anziani e coloro che soffrono di patologie croniche a
carico del sistema immunitario, dell’apparato
cardiocircolatorio o metabolico le infezioni pneumococciche
possono mettere in serio pericolo la salute e la sopravvivenza.
Su questo sono tutti d`accordo e, infatti, la stessa FIMMG,
attraverso i suoi iscritti si fa promotrice di una maggior
sensibilizzazione su questi rischi. Il Medico di Medicina
Generale è l`interlocutore più adatto per consigliare la
vaccinazione antipneumococcica a quelli, tra i suoi pazienti,
che ne trarrebbero beneficio.
Secondo le indicazioni, basate su dati epidemiologici
d`efficacia, il vaccino antipneumococcico andrebbe somministrato
a: ultrasessantacinquenni; tutti i soggetti dai 2 ai 64 anni
d`età affetti da malattie croniche cardiache, polmonari,
renali, epatiche o da diabete mellito; tutti i soggetti, da 2 a
64 anni, con asplenia funzionale o anatomica. In questa
popolazione a rischio è dimostrato che la vaccinazione riduce
del 43% i ricoveri per polmonite, del 29% la mortalità e del
57-75% i casi di batteriemia da pneumococco. Inoltre il vaccino
è consigliato, anche se induce una protezione inferiore, nei
soggetti immunocompromessi, come gli alcolisti, i pazienti con
AIDS, linfomi, leucemie, anemia falciforme; oppure chi viene
sottoposto a radio o chemioterapie.
Attualmente, il vaccino polisaccaridico in commercio in Italia
è costituito da 23 antigeni, corrispondenti a più del 90% dei
sierotipi di pneumococco circolanti sul territorio.
La vaccinazione, che può essere effettuata contemporaneamente
ad altre (antinfluenzale), può essere fatta in qualsiasi
momento dell’anno e determina la comparsa di una risposta
protettiva nell’arco di 2-3 settimane nella maggioranza dei
soggetti adulti vaccinati. Una dose di vaccino garantisce una
protezione per 3-5 anni.
Non è stata valutata la sicurezza d’uso del vaccino
polisaccaridico antipneumococcico durante il primo trimestre di
gravidanza. Comunque non sono state riscontrate conseguenze
negative tra i neonati le cui madri erano state inavvertitamente
vaccinate durante la gravidanza.
Elisa Lucchesini
(EXPERT
REPORT "Giudizio sulla raccomandabilità della vaccinazione
antipneumococcica"
Dr. Fabrizio Pregliasco - Istituto di Virologia - Università
degli Studi di Milano
Comunicato Stampa Vox Idee Milano, 5 settembre 2003)
http://pro.dica33.it/article.asp?tipo
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