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Lo
studio SMART interrotto a causa dei gravi effetti collaterali
provocati dal Salmeterolo
GlaxoSmithKline
ha interrotto nel gennaio 2003 uno studio clinico che valutava
l'effetto del Salmeterolo ( Serevent Inhalation Aerosol ) nel
trattamento dell'asma.
Nel corso dello studio clinico è' stato osservato un trend
verso un aumento della mortalità per asma o di gravi episodi
asmatici.
Il rischio è risultato maggiore nei pazienti afro-americani ed
in coloro che non assumevano corticosteroidi.
L'FDA ha ricevuto segnalazioni di casi mortali dopo assunzione
del Salmeterolo. ( FDA 2003 )
Per
maggiori informazioni: www.asmaonline.net
www.broncopneumologia.net
L'FDA
ha richiesto di inserire nelle schede tecniche dei prodotti a
base di Salmeterolo una nuova avvertenza in seguito alle
conclusioni dello studio SMART
Negli Usa, l'FDA
ha richiesto a GlaxoSmithKline di inserire una nuova avvertenza
( warning )nelle schede tecniche dei prodotti contenenti
Salmeterolo ( Serevent Inhalation Aerosol, Serevent Diskus,
Advair Diskus ).
Nel " box warning " si avvisano i pazienti che nello
studio clinico SMART è stato osservato un aumento di mortalità
e di attacchi asmatici minaccianti la vita in coloro che
assumevano il Salmeterolo rispetto ai pazienti trattati con
placebo.
Su 13.174 pazienti trattati con Salmeterolo ci sono stati 13
decessi e 36 casi di morte e di episodi asmatici minaccianti la
vita.
L'FDA ritiene tuttavia che i benefici del trattamento con
Salmeterolo superino i possibili rischi. ( FDA 2003 )
Per
maggiori informazioni:
www.asmaonline.net
www.medicinanews.it
Dubbi
sull'impiego delle metilxantine in associazione alla terapia
standard nel trattamento delle esacerbazioni della
broncopneumopatia cronica ostruttiva
Una
meta-analisi condotta su 4 studi clinici ( 169 pazienti ) non ha
mostrato vantaggi significativi nell'associare le metilxantine
alla terapia standard nel trattamento delle esacerbazioni della
broncopneumopatia cronica ostruttiva ( BPCO ).
Inoltre i pazienti trattati con metilxantine hanno presentato
una maggiore incidenza di nausea e vomito.
Gli studi clinici hanno riguardato l'Aminofillina per via
endovenosa e la Teofillina per os.
Per
maggiori informazioni :
www.broncopneumologia.net
www.pneumologia.org
Cuore:
fibrillazione atriale colpisce 10% over 70
Bologna,
16 set. (Adnkronos Salute) - La fibrillazione atriale (Fa) e'
un'aritmia cardiaca piuttosto diffusa, e che in alcune forme
colpisce fino al 10% della popolazione con oltre 70 anni di eta'.
Ma quando e' 'in rosa' puo' fare la sua comparsa anche prima,
fra i 45 e i 55 anni, e diventa piu' pericolosa. Sono questi
solo alcuni dei dati che verranno presentati nel corso del
congresso 'Atrial fibrillation 2003' a Bologna, organizzato da
Alessandro Capucci, primario della divisione di Cardiologia
dell'Ospedale 'Guglielmo da Saliceto' di Piacenza.
Di
fibrillazione atriale ''non si muore'', spiegano gli esperti,
''ma la convivenza con questa patologia diventa, negli anni,
sempre piu' difficile''. Uno studio danese ha pero' evidenziato
un'incidenza della mortalita' di 2,5 volte piu' elevata nelle
donne rispetto agli uomini, e un'incidenza di eventi ischemici
cerebrali di 4,6 volte superiore. ''Le donne in generale -
riferiscono gli esperti - si ammalano di meno. Ma per loro le
conseguenze possono essere piu' gravi, specie se l'aritmia non
viene riconosciuta in tempo e quindi curata nel modo
appropriato''. Una delle novita' di cui si discutera' a Bologna
riguarda i farmaci antiaritmici che ''funzionano meglio se
associati a quelli ad azione sistemica, in particolare ai
bloccanti del sistema renina-angiotensina come gli Ace inibitori
e i sartanici''. Buone speranze sono riposte sui bloccanti della
serotonina, ''un'altra sostanza implicata nel meccanismo
dell'ipertensione arteriosa che puo' favorire l'insorgenza di
fibrillazione atriale. Il 35% di chi ne e' colpito, infatti -
proseguono gli esperti - e' iperteso''. La Fa si combatte anche
a tavola: ''Fattori aggravanti e scatenanti l'aritmia possono
essere il consumo di molte tazzine di caffe', l'alcol (specie i
superalcolici) e il 'debole' per la liquirizia, che tende a
favorire un incremento della pressione arteriosa e a ridurre
alcuni sali minerali come potassio e magnesio''. Nel 90% dei
casi si puo' arrivare alla diagnosi corretta e al controllo con
la terapia. Solo il 5% dei casi richiede interventi piu'
impegnativi come l'ablazione delle vene polmonari e/o il
pace-maker e il defibrillatore automatico.
''La
prevenzione degli ictus o eventi cerebro-vascolari - riferisce
Alessandro Capucci - e' oggi possibile con il dicumarolo,
farmaco che si dimostrato piu' efficace dell'aspirina, ma che
richiede una frequente messa a punto del suo dosaggio con
prelievi. Influendo negativamente sulla qualita' della vita dei
malati. Da quattro anni a Piacenza opera una clinica
specializzata nella diagnosi e cura della fibrillazione atriale.
A dirigere il centro e' proprio Alessandro Capucci, che ha
trattato ormai 940 pazienti ''con ottimi risultati in termini di
terapia e miglioramento della qualita' di vita''. (Chs/Adnkronos
Salute)
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapimfab.asp?Id=7869
Spirale
medicata per l'endometriosi
Uno
studio pilota italiano, condotto alla Clinica Ginecologica
Mangiagalli di Milano, propone un nuovo approccio all'endometriosi.
Si tratta di un dispositivo intrauterino spirale - medicato con
levonorgestrel. Il dispositivo, Lng-IUD, viene impiegato
successivamente all'intervento chirurgico laparoscopico. Nello
studio sono state quindi coinvolte 40 donne in età fertile, non
nullipare, che avevano lamentato dismenorrea grave per almeno 6
mesi e alle quali è stata diagnosticata endometriosi
sintomatica di grado I-IV. Metà del campione è stata avviata
all'intervento conservativo e l'altra metà all'intervento più
applicazione dello IUD medicato. A un anno dall'intervento sono
stati valutati, attraverso una scala analogica visuale, tre
end-point: presenza e intensità della dismenorrea, dispareunia,
dolore della pelvi non legato alla mestruazione. Nel gruppo
sottoposto al nuovo trattamento, i casi di dismenorrea
moderata-grave sono stati il 10%, il 45% nel gruppo di
controllo. In definitiva, il rischio assoluto di recidive si è
ridotto del 35%, il che significa evitare il ritorno della
dismenorrea in una paziente su tre. Si attende ora la
valutazione a 5 anni. Vercellini P et al. Comparison
of a levonorgestrel-releasing intrauterine device versus
expectant management after conservative surgery for symptomatic
endometriosis: a pilot study. Fertil
Steril 2003; 80(2):305-9
http://www.isfonline.it/cont/010new/446.jsp
A
rischio glaucoma se la cravatta è troppo stretta
Settembre
2003
Meglio
essere un po’ meno eleganti ed abbandonare la cravatta, o
almeno non stringerla troppo, se non si vuole andare incontro al
glaucoma con maggior probabilità: lo rivela uno studio sul
British Journal of Ophthalmology.
Lo
studio
I
ricercatori hanno misurato la pressione intraoculare
nell’occhio di 20 uomini sani e in 20 pazienti con glaucoma
mentre portavano una camicia dal colletto aperto, tre minuti
dopo aver fatto un nodo stretto alla cravatta e tre minuti dopo
averlo sciolto.
I
risultati
Il
60% degli uomini con glaucoma ed il 70% dei partecipanti sani
presentava un incremento della pressione sanguigna intraoculare
tre minuti dopo aver annodato la cravatta; non si avevano
differenze fra i due gruppi prima e dopo il nodo.
Il
commento
L’aumento
della pressione interna all’occhio è il maggior fattore di
rischio per lo sviluppo e la progressione del glaucoma. “Un
nodo della cravatta troppo stretto, in effetti, può aumentare
la resistenza del reflusso venoso attraverso la vena giugulare
e, di conseguenza, può far salire la pressione interna
all’occhio”, spiega il professor Carlo Sborgia, ordinario di
oftalmologia dell’università di Bari, “a lume di logica,
quindi, esiste un razionale per il risultato apparso sulla
rivista britannica”.
Le
conseguenze
Gli
autori affermano che portare abitualmente un nodo stretto
potrebbe aumentare il rischio di glaucoma e che sottoporsi ad un
test di misurazione della pressione oculare con la cravatta
stretta al collo potrebbe falsare i risultati, portando a
considerare come affetti da glaucoma dei soggetti sani.
“Tuttavia, lo studio pare essere poco più che una pura
curiosità: difficilmente si può arrivare a stringere la
cravatta tanto da portare a conseguenze così serie e
soprattutto permanenti come il glaucoma. E annodarla così
stretta da falsare un test della pressione intraoculare potrebbe
portare allo strangolamento, prima che ad un’errata
diagnosi!”, conclude Sborgia.
Carlo
Sborgia è professore ordinario di oftalmologia presso
l’Università di Bari, dove dirige il Dipartimento di
Oftalmologia e la Clinica Oculistica del Policlinico. I suoi
campi di interesse sono la chirurgia refrattiva, della cataratta
e del glaucoma.
http://www.okmedico.it/mediconews/informazione/info_20030904.jsp
Le
terapie ipolipidemizzanti non rallentano la formazione delle
placche
La
progressione delle placche calcificate coronariche non sembra
influenzata dal grado di controllo della lipidemia ottenuto
mediante la terapia statinica. Di fatto, questo potrebbe
significare che, per quanto riguarda l'arginamento della
progressione delle patologie subcliniche, abbassare il livello
di LDL non è necessariamente un bene. Di fatto le statine non
producono un rallentamento significativo del progresso annuale
della placca (9,1% vs 9,3%), ma la loro azione benefica è ben
conosciuta: essa potrebbe essere quindi dovuta al cosiddetto
"effetto pleiotropico", che agisce direttamente
sull'arteria a prescindere dagli effetti sulle LDL.
(Am
J Cardiol 2003;92:334-336)
Sindrome da astinenza e dipendenza da tramadolo:
casi clinici riportati in letteratura.
(Antonino Micali e Laura Galatti,
Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia,
Università di Messina)
Caso n. 1
(1)
Una
donna di 46 anni, essendosi rotta un braccio, ebbe prescritto il
tramadolo per alleviare il dolore dopo alcuni interventi
chirurgici. Aveva una storia di alcolismo e dipendenza da
pentazocina ma aveva affermato di averne fatto a meno per molti
anni. La paziente iniziò ad assumere dosi di tramadolo più
elevate di quelle prescritte, ottenendo le prescrizioni da
diversi medici, anche dopo che il problema ortopedico si era
risolto. Un anno dopo era arrivata a prendere più di trenta
compresse al giorno da 50 mg, non era più in grado di condurre
una vita normale ed usciva di casa solo per ottenere le
prescrizioni che le permettevano di continuare tale assunzione.
Alla fine si presentò in un pronto soccorso con una sindrome di
astinenza e conseguentemente venne trattata con metadone.
Il tramadolo può dare dipendenza e sindrome di astinenza in
pazienti che hanno già una storia di dipendenza. Ciò sembra
confermato da altri casi in letteratura
(2-3),
in cui è descritto che tutti i pazienti:
-
presentano una storia di
alcolismo o dipendenza da oppioidi o vari psicofarmaci;
-
dopo una iniziale prescrizione
per dolori reumatici o di altro tipo sono ritornati per una
successiva prescrizione, cercando benessere, distacco,
rilassamento, euforia o sedazione;
-
spesso hanno aumentato la dose,
generalmente nel tentativo di mantenere gli effetti
desiderati;
-
hanno presentato una sindrome
di astinenza variabile da pochi giorni a settimane;
-
hanno ricevuto, alcuni di essi,
una terapia sostitutiva a causa della dipendenza da oppioidi.
Caso n. 2
(4)
Una bambinaia di 36 anni iniziò ad assumere il tramadolo (50
mg/die)
per dolore dentario ed ebbe presto bisogno del farmaco per
“agire normalmente”. Dopo 6 anni aumentò la dose a 300 mg/die.
Inizialmente ottenne il tramadolo dal reparto ospedaliero dove
lavorava, ma successivamente, si trovò nella condizione di
dedicare sempre più tempo a reperire il farmaco. Parecchie volte
tentò di smettere senza successo, nonostante le gravi
conseguenze sociali, professionali e fisiche (incluse due
convulsioni generalizzate). A parte il fumo, non aveva storie di
dipendenza.
Caso n. 3
(5)
Una donna di 29 anni, senza nessuna precedente storia di abuso,
iniziò ad assumere tramadolo (50 mg ogni 4/6 ore) per dolori da
sindrome del tunnel carpale. Gradualmente aumentò la dose,
ottenendo il tramadolo da diversi prescrittori presentandosi
loro con ferite facciali che si autoinfliggeva. Dopo 3 anni
arrivò ad assumerne circa 1500 mg/die. Presentatasi in ospedale
per disintossicarsi dopo la comparsa di convulsioni, interrotto
il farmaco, andò incontro a sindrome di astinenza. Il tramadolo
venne gradualmente sospeso in sei giorni. Parecchi mesi dopo la
paziente cercò ancora il farmaco per lesioni che sembravano
autoinflitte.
Il
tramadolo può dare dipendenza e sindrome di astinenza anche in
pazienti che non hanno precedenti di dipendenza.
Caso n. 4
(6)
Una donna di 60 anni assunse il tramadolo (300 mg/die) per un
dolore alla spalla. Quando interruppe il trattamento ebbe
insonnia, attacchi di panico e dolore addominale. Tali sintomi
non vennero alleviati da tranquillanti, ma scomparvero quando
riassunse il tramadolo. Il farmaco venne gradualmente ridotto in
3 settimane fino alla sospensione totale ed i sintomi non
ricomparvero.
Caso n. 5
(7)
Una donna di 45 anni, che assumeva da 1 anno tramadolo (50-100
mg/die) per fibromialgia e cefalea, andò incontro a sindrome
d'astinenza una settimana dopo aver esaurito il farmaco durante
un viaggio. La sindrome si caratterizzò per: sindrome delle
gambe senza riposo, insonnia, dolori acuti alla schiena (che le
impedivano di camminare), dolori diffusi, emicrania, stato
depressivo, aggressività e nervosismo, tremore, sbadigliamenti e
starnuti, tachicardia con pressione arteriosa elevata, sete,
vampate alternate a brividi, nausea, e crampi addominali con
diarrea.
Sono presenti in letteratura anche altri casi simili
(8-10).
Il
tramadolo può dare sindrome di astinenza anche in pazienti che
non hanno precedenti di dipendenza e che lo usano a dosi
terapeutiche (fino a 400 mg/die).
Caso n. 6
(9)
Un bambino, 24 ore dopo il parto, sviluppò tachipnea,
tachicardia, ipertonia muscolare, segni di tetano cui, 24 ore
dopo, seguì un colpo apoplettico. La causa venne trovata quando
la madre ammise che stava assumendo tramadolo (300 mg/die) da 4
anni, dopo una iniziale prescrizione a seguito di una
colicistectomia.
Il
tramadolo, come altri analgesici oppioidi, assunto nei periodi
tardivi di una gravidanza può dare sindrome di astinenza nel
neonato.
Report nazionali di farmacovigilanza
Negli Stati Uniti (11),
dopo un monitoraggio di 3 anni, il tramadolo ha comportato la
segnalazione di 283 possibili o documentati casi di eccessivo
uso, 171 casi sospetti, ma documentati inadeguatamente, di
eccessivo uso e 306 casi di sindrome d'astinenza, con una
incidenza mensile (sulla base dei dati di vendita) di circa 1
caso per 100.000 pazienti. Nel 97,3% dei casi adeguatamente
segnalati era presente una precedente dipendenza da oppioidi,
alcool o farmaci.
In uno studio americano (12)
della durata di 3 anni e condotto su 1.601 operatori sanitari
con una storia di dipendenza da alcool o altri psicofarmaci e
che erano entrati in un programma federale di terapia,
l'incidenza annuale della dipendenza da tramadolo è risultata
pari allo 0,7%.
Alla FDA sono stati notificati 912 casi di dipendenza da
tramadolo tra marzo 1995 e giugno 2001
(13).
Il “Committee on Safety of Medicine” inglese
(14)
riporta che il tramadolo avrebbe la capacità di dare dipendenza
o sindrome di astinenza in circa 1 paziente su 6.000. La
sintomatologia insorgerebbe in media dopo 3 mesi (da 10 a 409
giorni) di trattamento. Nell'85% dei pazienti la dose
giornaliera assunta era quella raccomandata (fino a 400 mg/die).
Il 94% dei pazienti non aveva una storia di alcolismo o
dipendenza da oppioidi.
Il tramadolo sarebbe il terzo principio attivo più
frequentemente implicato nelle sindromi d'astinenza notificate
al British Pharmacovigilance Network
(15).
Una conclusione
La rivista Prescrire International
(16)
a proposito del tramadolo afferma che:
-
porta ad un rischio di
dipendenza ed abuso, anche in pazienti che non hanno una
storia di abuso di farmaci,
-
una sua improvvisa sospensione,
anche quando usato alle dosi consigliate, può indurre sintomi
da astinenza,
-
bisognerebbe raccomandare ai
pazienti di sospenderlo gradualmente, specialmente dopo un
periodo prolungato di trattamento,
-
ogni sua nuova prescrizione è
una buona opportunità per rivalutarne la necessità,
-
il suo uso non dovrebbe essere
banalizzato.
Bibliografia
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tramadol dependence.
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Rev Prescr
2003; 23: 112-113.
http://www.farmacovigilanza.org
Lesioni
viste per caso
I
rilievi incidentali di esami radiologici come la TAC meritano
spesso ulteriori indagini. Questo non solo per le masse
toraciche (battezzate da tempo incidentalomi) ma anche per
l'ispessimento degli organi cavi dell'apparato
gastrointestinale, che molto spesso giustificherebbero il
ricorso all'endoscopia. Lo conferma uno studio
retrospettivo statunitense, che ha coinvolto 117 pazienti
sottoposti a tomografia dal marzo 1997 al marzo 1998. Anomalie
endoscopicamente rilevabili sono state riscontrate nel 96% dei
pazienti che presentavano ispessimento del sigma o del retto e
nell'81 per cento di quelli con ispessimento dell'esofago
distale. Nel secondo esame sono stati intercettati tra l'altro 4
casi di carcinoma colon-rettale e 7 casi di varici esofagee.
L'ispessimento del cieco, invece, si è rivelato
scarsamente indicativo: soltanto il 13% delle successive
indagini dirette è risultato positivo.
Qai
Q et al. Incidental
findings of thickening luminal gastrointestinal organs on
computed tomography: an absolute indication for endoscopy. Am
J Gastroenterol 2003; 98(8):1734 fonte:http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=
Retrieve&db=PubMed&list_uids=12907326&dopt=Abstract
http://www.isfonline.it/cont/010new/432.js
Epatotossicità
da Flutamide, un antiandrogeno
La
Flutamide ( Eulexin ) è un farmaco che trova indicazione
nel trattamento del carcinoma della prostata.
Per le sue proprietà antiandrogeniche il farmaco viene anche
impiegato nel trattamento della sindrome dell’ovaio
policistico.
Nel settembre 1999 l’FDA aveva fatto inserire nella scheda
tecnica dell’Eulexin un “box warning” in cui si informava
i medici ed i pazienti della possibile epatotossicità della
Flutamide.
Avvertenze
Ci sono state segnalazioni di ospedalizzazione ed in rari casi
di morte dovuti a ad insufficienza epatica nei pazienti che
hanno assunto Flutamide.
Il danno epatico si può manifestare con: aumento dei livelli
plasmatici di transaminasi, ittero, encefalopatia epatica e
morte associata ad insufficienza epatica acuta.
In alcuni pazienti il danno epatico è risultato reversibile
dopo immediata interruzione del trattamento.
Circa la metà dei casi di epatotossicità si sono presentati
entro i primi 3 mesi di trattamento con Flutamide.
Prima di iniziare il trattamento con Flutamide dovrebbero essere
misurati i livelli plasmatici di transaminasi.
La Flutamide non è raccomandata nei pazienti con valori di
alanina aminotranferasi ( ALT ) che superano di 2 volte il
limite superiore dei valori normali.
I livelli plasmatici di transaminasi dovrebbero essere misurati
mensilmente nei primi 4 mesi di terapia e successivamente in
modo periodico.
I test riguardanti la funzionalità epatica devono essere
eseguiti al presentarsi dei primi segni e sintomi, quali nausea
, vomito, dolore addominale, senso di stanchezza, anoressia ,
sintomi simil-influenzali , ittero, tensione al quadrante
superiore destro. (1)
Dopo la commercializzazione negli Usa della Flutamide, tra il
febbraio 1989 ed il dicembre 1994 , l’FDA aveva ricevuto la
segnalazione che 20 pazienti erano morti e che 26 erano stati
ospedalizzati per epatotossicità dovuta alla Flutamide.
L’incidenza di tali reazioni avverse è stata di 3 per 10.000
utilizzatori di Flutamide , un valore questo superiore di 10
volte l’incidenza attesa di ospedalizzazione per danno epatico
acuto non infettivo pari a 2,5 per 100.000 uomini di 65 anni ed
oltre.
L’autopsia di 6 persone decedute ha evidenziato necrosi
significative. (2) ( Xagena2003 )
Fonti:
1) FDA
2) Wysowsky DK, Fourcroy JL, J Urol 1996: 155: 209-212
Farma2003http://www.farmacovigilanza.net/
|