Effetti
cardiovascolari a lungo termine dell’apnea
ostruttiva del sonno negli uomini: interesse
della pressione positiva
(The Lancet 365: 1046-1053, J.M. Marin et
al. -
19 marzo 2005)
Questo studio prospettico osservazionale
conferma che l’apnea ostruttiva del sonno
aumenta il rischio di eventi cardiovascolari
fatali e non fatali e dimostra che la
pressione positiva continua riduce questo
rischio. Lo studio ha incluso 377 uomini
russatori semplici, 403 uomini affetti da
apnea ostruttiva del sonno da leggera a
moderata non trattati, 235 con una patologia
grave ma non trattati, 372 soggetti affetti
trattati con pressione positiva continua per
via nasale e 264 controlli sani
sovrapponibili per età ed indice di massa
corporea. I partecipanti sono stati seguiti
almeno una volta all’anno per un periodo
medio di 10.1 anni, i pazienti trattati con
pressione positiva sono stati visitati a 3 e
a 6 mesi e successivamente una volta
all’anno ed è stata valutata la loro
compliance rispetto alla pressione positiva.
L’incidenza più elevata di eventi
cardiovascolari fatali (decesso per infarto
del miocardio o eventi cerebrovascolare) e
non fatali (infarto del miocardio, eventi
cerebrovascolari, intervento coronarico di
bypass o di angiografia) è stata osservata
nei pazienti affetti da apnea grave e non
trattati (1.06 per 100 persone-anno e 2.13
per 100 persone-anno). Seguivano i pazienti
trattati con una patologia da leggera a
moderata (0.55, p=0.02 e 0.89, p<0.0001),
poi i russatori semplici (0.34, p=0.0006 e
0.58, p<0.0001), i pazienti trattati con
pressione positiva (0.35, p=0.0008 e 0.64,
p<0.0001) e i controlli 0.3, p=0.0012 e
0.45, p<0.0001). Un trattamento con
pressione positiva delle sindromi gravi da
apnea morfeica ridurrebbe quindi di 3 volte
il rischio di eventi cardiovascolari mortali
e riporterebbe la probabilità di un evento
cardiovascolare grave a livello di quella
dei soggetti sani o dei russatori semplici
Sintomi
depressivi,
sesso e
rischio di
malattia di
Alzheimer
(Ann.
Neurol.
2005; 57:
381-387, G.
Dal Forno)
La
depressione
costituisce
un fattore
di rischio o
un prodromo
della
malattia di
Alzheimer?
Per cercare
di
rispondere a
questa
domanda, è
stato
valutato il
rischio di
demenza e di
malattia di
Alzheimer in
una coorte
di 1.357
soggetti
appartenenti
ai 2 sessi,
seguiti per
un periodo
di 14 anni e
partecipanti
a uno studio
di maggior
portata, il
Baltimore
Longitudinal
Study of
Aging.
La ricerca
dei sintomi
depressivi e
una
valutazione
medica e
neuropsicologica
completa
sono state
prospettivamente
raccolte
ogni 2 anni.
I fattori di
rischio
vascolare
sono stati
analizzati
come
co-variabili.
I sintomi
depressivi
di
pre-morbilità
aumentavano
significativamente
il rischio
di demenza,
e più
specificamente
quello di
malattia di
Alzheimer,
solamente
tra i
soggetti
di sesso
maschile.
Tale rischio
era due
volte
superiore
rispetto ai
soggetti
privi di
precedenti
depressivi,
indipendentemente
dalla
presenza di
una
patologia
vascolare.
Conclusioni:
l’impatto
dei sintomi
depressivi
sul rischio
di demenza e
di malattia
di Alzheimer
è diverso a
seconda del
sesso, e
sembra
interessare
unicamente i
soggetti di
sesso
maschile. Il
ruolo della
depressione
come fattore
di rischio
di demenza
deve dunque
essere
analizzato
tramite
studi
separati nell'uomo
e nella
donna
Riduzione
del
rischio
di
fibrillazione
atriale
con
losartan
(J. Am.
Coll.
Cardiol.
2005;
45:
712-9,
Kristian
Wachtell)
www.cardiosource.com
Trattamenti
antiipertensivi
che
inducono
riduzioni
sovrapponibili
della
pressione
arteriosa
possiedono
gli
stessi
effetti
sulla
prevenzione
del
rischio
di
fibrillazione
atriale?
Nello
studio
LIFE (Losartan
Intervention
For End
point) 9.193
pazienti
sono
stati
randomizzati
per un
inibitore
dei
recettori
dell’angiotensina
(losartan)
e
atenololo.
Di
questi
pazienti,
8.851
senza FA
sono
stati
seguiti
per 4.8
anni.
Una FA è
stata
riscontrata
in 150
pazienti
randomizzati
per il
losartan
versus
221
pazienti
in
atenololo
(6.8 vs
10.1 per
1.000
pazienti-anno)
corrispondenti
a un
rischio
relativo
di 0.67
(p =
0.001)
malgrado
riduzioni
simili
della
pressione
arteriosa.
I
pazienti
in
losartan
tendevano
a
mantenere
più a
lungo il
ritmo
sinusale
rispetto
a quelli
trattati
con
atenololo.
I
pazienti
che
presentavano
una FA
avevano
un
rischio
triplo
di
eventi
cerebrovascolari.
Il
rischio
di
presentare
un
evento
cerebrovascolare al
momento
del
passaggio
alla FA
era
inferiore
nei
pazienti
in
trattamento
con
losartan.
L’insorgenza
di una
fibrillazione
atriale
e di
eventi
cerebrovascolari
è minore
con il
losartan
rispetto
all’atenololo
negli
ipertesi
con IVS.
Riduzione
delle
placche
aterosclerotiche
misurate
con RMI
in
terapia
con
atorvastatina.
(J. Am.
Coll.
Cardiol.
2005;
45:
733-42,
Atsushi
Yonemura)
www.cardiosource.com
In 40
pazienti
ipercolesterolemici
randomizzati
per
atorvastatina
5 o 20
mg, lo
spessore
della
parete e
della
superficie
delle
placche
aterosclerotiche
delle
lesioni
dell’aorta
sono
state
valutate
a 12
mesi di
intervallo
mediante
RMI.
L’atorvastatina
20 mg ha
ridotto
più
significativamente
le LDL
rispetto
alla
dose
inferiore.
La
riduzione
della
PCR è
risultata
sovrapponibile
nei due
gruppi.
L’atorvastatina
20 mg ha
ridotto
significativamente
lo
spessore
e la
superficie
delle
placche
aterosclerotiche,
mentre
la dose
di 5 mg
non ha
apportato
alcuna
modificazione.
Il grado
di
regressione
delle
placche
dell’aorta
toracica
è
fortemente
correlato
alla
riduzione
del
colesterolo-LDL.
Il
trattamento
mediante
atorvastatina
20 mg
riduce
la
rilevanza
dell’aterosclerosi
toracica
e
ritarda
la
progressione
dell’aterosclerosi
addominale.
Le
placche
di
aterosclerosi
dell’aorta
toracica
e
addominale
presentano
suscettibilità
diversa
ai
trattamenti
ipolipemizzanti
Ansia e
rischio di
morte
improvvisa
coronarica
nella donna (Circulation
2005; 111:
480-487,
Christine M.
Albert)
Un elevato
livello di
ansia è
stato
associato a
un rischio
aumentato di
coronaropatia
e di morte
improvvisa
coronarica
nell’uomo.
L’ansia,
valutata
secondo
l’indice di
Crown-Crisp
(CCI) è
stata
correlata
con
l’esistenza
di una
coronaropatia
nei
partecipanti
a uno studio
su
infermieri (Nurses’
Health Study).
Tra le 72.359
donne
indenni da
precedenti
cardiovascolari
nel 1988,
nei 12 anni
di follow-up
si sono
verificati
97 morti
improvvise
di origine
coronarica e
267 decessi
di origine
coronarica,
nonché 930
infarti del
miocardio
non mortali.
Un punteggio
elevato di
CCI si
associa ad
un rischio
accresciuto
di morte
improvvisa e
di decesso
di origine
coronarica,
ma non ad un
rischio
aumentato di
infarto
miocardico.
Le donne con
un punteggio
> 4 sulla
scala del
CCI
presentano
un rischio
di morte
improvvisa
accresciuto
di 1.59
volte (CI
95%,
0.97-2,60),
un rischio
di decesso
coronarico
accresciuto
di 1.3 volte
(CI 95%,
0.97-1.75)
rispetto
alle donne
con punteggi
di 0 e 1.
Gli elevati
livelli di
ansia
sembrano
essere
associati ad
un
incremento
del rischio
di morte
improvvisa e
di decesso
di origine
coronarica.
La glicemia
a digiuno è
un potente
fattore
predittivo
di mortalità
a 30 giorni
in corso di
infarto del
miocardio
(Circulation
2005; 111:
754-760,
Mahmoud
Suleiman et
al.)
La
correlazione
tra la
glicemia a
digiuno (>8h
di digiuno)
e la
mortalità in
corso di
infarto del
miocardio è
stata
studiata in
735 pazienti
non
diabetici. A
30 giorni,
sono
deceduti 9
pazienti con
glicemia a
digiuno
normale
(2%), contro
11 (10%), 14
(13%) e 31
pazienti
(29%) con
glicemie a
digiuno nel
secondo,
terzo e
quarto
terzile.
Anche il
rischio di
mortalità
negli stessi
gruppi
aumenta di
4.6 volte
nel primo
terzile
(P=0.003),
di 6.4 volte
nel secondo
(P=0.0001) e
di 11.5
volte nel
terzo
(P=0.0001).
Esiste una
stretta
correlazione
tra il
livello di
glicemia a
digiuno e la
mortalità a
30 giorni
nei pazienti
non
diabetici
ospedalizzati
per un
infarto del
miocardio.
Tamoxifene e
trombosi venosa
(Circulation 2005;
111: 650-656, Andrea
Decensi)
www.circ.ahajournals.org
Il tamoxifene
è un modulatore del
recettore
estrogenico che
potrebbe aumentare
il tasso di trombosi
venose. L’incidenza
di trombosi venose è
stata studiata in 5.408
pazienti
isterectomizzate e
randomizzate tra
tamoxifene 20 mg/die
o placebo per 5
anni. Durante questo
periodo, sono
insorte 28 trombosi
profonde sotto
placebo e 44 sotto
tamoxifene. Il
rischio di trombosi
è massimo nelle
donne di età
superiore a 55 anni,
in quelle con un
indice di massa
corporea > 25 kg/m2,
con ipertensione
arteriosa, con
ipercolesterolemia,
con tabagismo attivo
e con famigliarità
coronarica. Le donne
con i fattori di
rischio tradizionali
per l’aterosclerosi
presentano un
rischio accresciuto
di trombosi venosa
profonda durante il
trattamento con
tamoxifene.
Rischio di
traumi legato
all’assunzione
di
benzodiazepine
nei soggetti
anziani: studio
prospettico a 5
anni
(J. Am. Geriatr.
Soc. 2005; 53:
233-241, Tamblyn
R.)
Questo studio
prospettico,
condotto in
Canada, ha
valutato 253.244
soggetti ultra
65enni seguiti
per un periodo
di 5 anni, e ha
valutato il
rischio di
traumi
(fratture,
traumi delle
parti molli,
incidenti legati
alla necessità
di ricovero) in
funzione della
benzodiazepina e
delle dosi
prescritte.
Oltre un quarto
dei soggetti
(27,6%) aveva
ricevuto almeno
una prescrizione
di
benzodiazepine
durante il
periodo di
follow-up, e il
17,7% ha
presentato
almeno un trauma
di qualche tipo
durante questo
stesso periodo,
i più frequenti
dei quali sono
state le
fratture. Il
rischio di
trauma con
l’aumento delle
dosi variava in
base alla
molecola,
secondo un
rischio compreso
tra 0,91 (IC
95%, 0,60-1,42)
per l’alprazolam
e 2,20 (IC 95%,
1,39-3,47) per
il flurazepam.
Conclusioni: il
rischio di
traumi è un
fattore legato
alle
benzodiazepine,
indipendentemente
dalla loro
emivita e dalle
dosi prescritte.
Il rischio di
caduta è
maggiore per
dosi elevate di
oxazepam, di
flurazepam e di
clordiazepossido.
Infine, troppo
spesso le
benzodiazepine
sembrano
prescritte a
dosi importanti.
Effetti di un
moderato consumo
di alcolici
sulle funzioni
cognitive delle
donne
(NEJM 2005; 352:
245-253. MJ.
Stampfer)
Mentre gli
effetti di un
esagerato
consumo di
alcolici sulle
funzioni
cognitive sono
ben noti,
restano
sconosciuti gli
effetti di un
consumo
moderato.
Tra il 1995 e il
2001, gli autori
hanno valutato
le funzioni
cognitive di
12.480 donne, di
età compresa tra
i 70 e gli 81
anni,
partecipanti al
Nurse Health
Study, e 11.102
sono state
sottoposte a
nuova
valutazione a
distanza di due
anni.
L'importanza del
consumo di
alcolici è stata
valutata con
regolarità a
partire dal
1980. In seguito
ad aggiustamento
per diverse
variabili, le
donne con un
consumo di
alcolici
moderato (meno
di 15g di alcol
al giorno)
presentavano una
media di
punteggi
cognitivi
migliore
rispetto a quella
ottenuta
dalle non
consumatrici di
alcol. Tra i
soggetti con un
moderato consumo
di alcolici,
rispetto ai
soggetti che non
consumavano
alcol, il
rischio relativo
(RR) di danno
delle funzioni
cognitive
valutato con un
test relativo
alle prestazioni
cognitive
globali era di
0,77 (IC 95%
0,67-0,88), e di
0,81 se si
prendeva in
considerazione
il punteggio
cognitivo
complessivo che
raggruppava
tutti i test
cognitivi
eseguiti (IC 95%
0,70-0,93). I
risultati
relativi al
declino
cognitivo erano
identici: per
esempio, per il
test di
prestazione
cognitiva
complessiva, l’RR
di un aumento
del declino
delle
prestazioni
cognitive in un
periodo di 2
anni era di 0,85
(IC 95%
0,74-0,98) per
le donne che
consumavano
modiche quantità
di alcolici,
rispetto alle
non consumatrici
di alcol. Non vi
era
un’associazione
significativa
tra consumo
esagerato di
alcol (da 15 a
30 g di alcol al
giorno) e
rischio di danno
o di declino
cognitivo. Non
vi erano
differenze di
rischio in
funzione del
tipo di alcol
(birra o vino),
e nessuna
interazione con
il genotipo
dell’apoproteina
E.
Concludendo,
questi risultati
suggeriscono
che, nelle
donne, la
regolare e
moderata
assunzione di
alcolici (1
bicchiere al
giorno) non
provoca danni
cognitivi, e
potrebbe persino
avere un effetto
protettivo sul
rischio di danno
cognitivo.
La
comunicazione in oncologia: le basi
per una buona cura
Sintesi
dell’indagine conoscitiva:
“Obiettivi e utilità della
Prevenzione Oncologica : cosa
percepisce il paziente” (Maurizio Mancuso, MMG)
Elaborazione
dati : Vanessa Vecchi, psicologa
Negli
ultimi anni i mezzi di informazione
sono andati incontro ad un notevole
sviluppo grazie anche alle
innovazioni portate da Internet e
dalla telefonia cellulare. Ogni
persona in ogni parte del globo può
accedere a qualsiasi tipo di
informazione. Il campo della salute
è stato anch’esso coinvolto in
questa sorta di rivoluzione: oltre a
numerosi programmi televisivi e
radiofonici, numerosi siti internet
sono dedicati ai problemi sanitari e
in senso più lato del benessere dei
cittadini. Spesso il paziente si
presenta dal medico con precise e
documentate richieste e questi deve
tenere conto di questa evoluzione.
Ma in mezzo a questo proliferare di
informazioni che cosa coglie
realmente il cittadino? Quale è
l’informazione che passa e quale
l’effetto formativo? La sensazione
di molti Medici di Medicina Generale
è che soprattutto si sia alimentato
un consumismo sanitario, per altri
si sono create false aspettative.
L’obiettivo che si è posta la SNAMID
con questa indagine è stato quello
di verificare in un campo delicato
come quello della prevenzione
oncologica che cosa alla fine
percepisce il paziente su alcuni
comuni accertamenti di tipo
preventivo, quali messaggi sono
risultati più efficaci, quali le sue
fonti di informazione e quali le sue
figure di riferimento.
Contemporaneamente è stato chiesto
ad un congruo numero di MMG quali
fonti di aggiornamento utilizzasse,
le caratteristiche degli interventi
educazionali, quali azioni di tipo
preventivo in campo oncologico
venissero utilizzate e come. Infine
sono state poste alcune domande ai
medici per verificare la loro
coerenza a quanto enunciato.
Per i MMG
l’indagine è stata condotta sia via
Internet mediante un form che veniva
compilato ed inviato automaticamente
sia mediante questionari cartacei.
Per quanto riguarda i pazienti i
dati sono stati raccolti solo
mediante questionari cartacei
distribuiti negli studi dei medici
coinvolti.
Il campione di
pazienti analizzato è costituito da
846 persone per il 68% di
sesso femminile (come è noto
affluiscono negli studi dei MMG
sempre un numero maggiore di donne
rispetto agli uomini, anche per la
nota azione di delega di questi
ultimi) rappresentativi di ogni età,
stato sociale e livello di
istruzione. Solo il 10% dei
pazienti si reca regolarmente dal
MMG per visite e/o accertamenti a
carattere preventivo, il 21%
dice di recarsi abbastanza
regolarmente, il 29% ogni tanto. Fra
questi gruppi prevalgono le donne,
mentre fra quelli che si recano
raramente (31%) o mai (16%) dal
medico spiccano gli uomini. Gli
accertamenti più eseguiti sono il
Pap-Test che il 52% delle donne
fa seguendo le scadenze indicate dal
medico e un po’ irregolarmente nel
15% dei casi, ela
mammografia che viene eseguita
regolarmente nel 52% dei casi e nel
10% un po’ irregolarmente. Al terzo
posto come frequenza giunge il PSA
per la diagnosi precoce del tumore
prostatico che viene eseguito
regolarmente dal 17% degli uomini e
un po’ irregolarmente dal 11%.
Tali accertamenti sono stati
consigliati prevalentemente dal
medico curante (51%) o da uno
specialista (17%); una buona parte
degli intervistati (16%) decide
autonomamente di fare degli
accertamenti preventivi, mentre
sembrerebbe rivestire uno scarso
peso l’influenza dei mezzi di
informazione (5%) o il parere di
amici e conoscenti (1%). Se si
analizzano però solo i dati relativi
alle persone che eseguono
regolarmente tali accertamenti si
evince che l’azione dello
specialista porta ad una maggiore
adesione alla prescrizione in
quanto si ottiene il 77% di esami
eseguiti contro il 58% di quando è
il MMG a consigliarli (bisogna
considerare che gli accertamenti più
eseguiti sono il Pap-Test e la
Mammografia che usualmente rientrano
fra le indagini richieste dai
ginecologi). Il Medico di
Medicina Generale viene comunque
riconosciuto come la fonte più
rilevante di informazioni in tema di
prevenzione (molto rilevante per
il 52%, rilevante per il 25%), in
misura minore ci si affida allo
specialista ( 38% molto rilevante,
24% rilevante). Scarso peso viene
ancora dato, con una certa sorpresa,
ad Internet (1% e 6%), leggermente
meglio va per le riviste
specializzate sulla salute ( 5% e
13% ) o gli inserti delle riviste o
giornali comuni ( 3% e 8% ). Le
campagne di sensibilizzazione
rivestono invece un discreto
successo in quanto sono
considerate fonti di informazioni
molto rilevanti per 12 % del
campione e rilevanti per il 23%.
Da queste campagne il 29 % dei
pazienti gradirebbe un maggior
contributo in tema di consigli
per la salute e la prevenzione delle
malattie, il 34% desidererebbe
invece che fosse lo specialista a
dare maggiori informazioni, mentre
il 74% riconosce nel proprio
medico l’interlocutore principale a
cui rivolgersi. Un interlocutore
che dovrà farsi carico di un maggior
impegno riguardo alla sua attività
in tema di educazione sanitaria e di
informazione in quanto i pazienti
intervistati dimostrano di non avere
sempre le idee molto chiare sul
significato degli accertamenti
eseguiti. Nel caso di un
accertamento con esito negativo, il
20% ritiene di non avere sicuramente
un tumore, mentre il 21% non ne è
convinto e molti non rispondono; il
24% ritiene di avere molto
probabilmente un rischio ridotto di
avere un numero contro l’10% che non
è d’accordo. Incerti risultano
essere anche sull’opportunità di
una visita medica (16% si, 11% no),
mentre gli intervistati sembrano
essere più decisi sull’opportunità
di ripetere regolarmente l’esame
(41% vs 3%) e soprattutto di
rispettare i consigli del medico in
tema di prevenzione (45% vs 2%). Se
invece l’esito dell’accertamento
fosse positivo il 13% riterrebbe di
avere sicuramente un tumore contro
il 21% che non approva , il 26%
pensa che possa probabilmente
essere un tumore e il 26% che
prospetta anche una lesione
precancerosa. Sicuramente pochi (2%
vs 21% non in accordo) quelli che
pensano di non riuscire più a
guarire, mentre una buona parte
ritiene di doversi sottoporre a
delle terapie, ma che potrà guarire
(40% vs 6% non in accordo).
Sono state
infine presentate ai pazienti delle
affermazioni chiedendo se esse
fossero vere o false. Dai dati è
emerso che gli intervistati sono
ben consapevoli che il fumo fa
venire il cancro anche se
stupisce che l’10% affermi di non
saperlo e un 3% (provocatorio?)
affermi che ciò sia falso. Una buona
percentuale ritiene che
abbronzarsi non sia così salutare
(57%) e che non protegga da
ulteriori esposizioni (55%).
Molte certezze sui benefici della
frutta e della verdura (77%),
meno su altri aspetti dietetici o
sull’uso della terapia ormonale
sostitutiva. Infine si rileva come
un’ampia parte del campione (64%)
sia convinto che una indagine come
la mammografia, volta a riconoscere
precocemente un tumore, abbia il
potere di ridurre il rischio di
ammalarsi di questo.
Da quanto
esposto risulta che c’è ancora molto
lavoro da compiere per aumentare la
consapevolezza dei cittadini
riguardo i temi della prevenzione,
ma risulta anche che essi hanno
indicato chiaramente quale sia la
loro figura di riferimento e che da
questa si aspettano il maggior
contributo.
I 300
Medici di Medicina Generale che
hanno partecipato a questa indagine
sono prevalentemente maschi (73%)
di età compresa fra i 41 e 50 anni
(48%) e fra i 51 e 60 anni (38%).
Geograficamente l’87% vive in Nord
Italia.
Dalle varie
risposte fornite si comprende come
il medico sia più interessato ad
aggiornarsi su argomenti clinici e
meno sui temi di tipo educazionale,
ma ciò non significa che nella sua
pratica quotidiana egli non
intervenga spesso nei confronti dei
propri pazienti; relativamente alla
prevenzione oncologica questo
avviene nel 72% dei casi ( sempre
nel 46% dei casi e quasi sempre nel
26%). Per quanto riguarda il
problema del fumo il medico si
rivela molto attento a ricordare al
proprio paziente la necessità di
smettere la sua abitudine (
sempre nel 65% dei casi o quasi
sempre nel 22%). In ausilio alla sua
azione il MMG utilizza (sempre 13%,
quasi sempre 17%,abbastanza spesso
42%) strumenti informativi che però
ritiene efficaci solo talvolta.
Fra gli
accertamenti di tipo preventivo in
campo oncologico e relativamente
all’età ed al sesso del paziente i
più frequentemente prescritti in
conformità alle linee guida
risultano essere la mammografia
(91%) ed il Pap-test (84%), ma
abbiamo visto dai dati relativi ai
pazienti che non tutti poi accolgono
i consigli del medico. Malgrado la
non uniformità delle posizioni
ufficiali anche il PSA viene
prescritto molto frequentemente
(78%), mentre molto meno
frequentemente viene richiesto il
sangue occulto fecale (41%) e la
colonscopia (37%). Considerando che
l’obiettivo di queste due ultime
indagini è il medesimo, si può
dedurre che la prevenzione del
tumore del colon interessi il 78%
delle prescrizioni.
I programmi di
screening per il tumore della
mammella prevedono l’esecuzione
della mammografia a partire dai 50
anni, ma il nostro campione conferma
una tendenza ormai diffusa di
anticipare questa indagine nelle
donne asintomatiche e senza fattori
di rischio aggiuntivi ai 45 anni
(nel 38% dei casi) o ai 40 (nel 48%
dei casi), una piccola percentuale
(8%) la richiede dai 35 anni e solo
il 4% dai 50 anni.La maggior
percentuale (47%) dei medici
continua a richiedere la mammografia
fino ai 70 anni, mentre una
consistente percentuale (35%) la
richiede fino ai 75 anni. Per quanto
riguarda il Pap-Test l’età
considerata più idonea dai MMG (48%)
è dai 25 anni in su fino ai 70 anni
quando il 71% non ritiene più
necessario richiedere questo esame
in donne asintomatiche (per il 21%
andrebbe però richiesto fino ai 75
anni).
Varie indagini
hanno evidenziato che
percentualmente i medici fumano più
dei pazienti, il nostro campione si
differenzia in quanto solo il 17%
risulta essere fumatore contro il
32,4% dei cittadini maschi ed il
17,1% di femmine riportato
dall’ISTAT 2000. Per quanto riguarda
l’atteggiamento prescrittivo dai
dati raccolti sembrerebbe rilevarsi
che i medici fumatori siano
leggermente più determinati a
consigliare gli accertamenti a
carattere preventivo per i propri
pazienti, mentre sembrerebbero più
attenti a prescrivere per loro
stessi solo le radiografie del
torace e le mammografie, meno le
altri indagini.
Nei
12.089
soggetti di mezza età dello
studio ARIC condotto nel
Nord Carolina,
una SM è risultata presente
nel 23% dei soggetti senza
diabete né patologie
cardiovascolari. I parametri
della SM più fortemente
associati alla CHD a 11 anni
di follow-up sono stati l’IA
e il tasso di
colesterolo-HDL. I soggetti
affetti da SM avevano un
rischio di sviluppo di CHD
da 1.5 a 2 volte superiore
rispetto ai controlli dopo
correzione per l’età, il
fumo, il tasso di LDL e
l’origine etnica (p<0.03).
Le stesse associazioni sono
state rilevate tra SM e
eventi cerebrovascolari.
Nel
contesto della sindrome
metabolica, la circonferenza
della vita si sta ampiamente
sostituendo al BMI per la
valutazione del rischio
cardiovascolare,
rispecchiando semplicemente
che il concetto pertinente è
quello di obesità di tipo
androide. Quali sono le
soglie da considerare
affinchè questa prospettiva
sia applicabile alle etnie
diverse da quella caucasica
bianca, popolazione
largamente rappresentata
nelle coorti che ha permesso
le definizioni dell’OMS o
del NCEP? La risposta
viene dall’analisi dei dati
americani dei 10.969
partecipanti allo studio
NAHNES III, ricercando gli
elementi predittivi della
presenza dei classici
fattori di rischio
cardiovascolare. Le soglie
del giro vita che assicurano
un rischio analogo per il
sovrappeso e l’obesità per
gli uomini di razza nera
sono risultate inferiori di
5-6 cm rispetto alle soglie
dei soggetti di razza
bianca. I soggetti ispanici
sono risultati intermedi. È
noto che anche per i
soggetti asiatici le soglie
devono essere corrette per
mantenerne la pertinenza
cardiovascolare, che
costituisce la loro ragione
d’essere.
L’obesità
androide, particolarmente
nel quadro della sindrome
metabolica, si associa
frequentemente a una
sindrome di ipopnea/apnea
nel sonno, essa stessa
responsabile di
ipertensione. Si tratta di
una condizione modificabile
mediante la chirurgia o
appositi dispositivi ed è
quindi essenziale
identificarla.
L’associazione con
l’ipertensione, fondamentale
per la strategia
terapeutica, non è chiara
nel soggetto anziano.
Distinguendo tra
ipertensione
sisto-diastolica e
ipertensione sistolica
isolata, questo lavoro,
condotto sui 6.120
soggetti del Sleep Heart
Health Study stratificati
per età, mette in evidenza
la forte associazione
tra ipertensione
sisto-diastolicae apnee durante il
sonno al di sotto dei 60
anni, ma l’assenza di
associazione tra queste
situazioni al di sopra dei
60 anni, o tra le apnee e l'ipertensione
sistolica isolataa qualsiasi età.
Prevenzione degli eventi
cerebrovascolari nei pazienti
affetti da fibrillazione atriale.
(JAMA 293: 690-698, SPORTIF
Executive Steering Committee for the
SPORTIF V Investigators -
9 febbraio 2005)
http://jama.ama-assn.org/cgi/content/abstract/293/6/690
Lo
studio randomizzato multicentrico
SPORTIF V, realizzato in doppio
cieco, evidenzia che lo ximelagatran
è efficace quanto il warfarin nella
prevenzione delle tromboembolie e
degli eventi cerebrovascolari nei
pazienti affetti da fibrillazione
atriale non valvolare, nonostante
che la potenziale epatotossicità
dello ximelagatran richieda indagini
supplementari. Il trial ha incluso 3.922
pazienti affetti da fibrillazione
atriale con fattori di rischio di
eventi cerebrovascolari aggiuntivi.
Dopo un follow-up medio di 20 mesi,
il tasso di eventi cerebrovascolari
e di eventi embolici sistemici è
stato dell’1.6% per anno con lo
ximelagatran e dell’1.2% per anno
con il warfarin (differenza assoluta
dello 0.45% per anno; p <0.001 per
l’ipotesi di non inferiorità).
Aggiungendo la mortalità globale
agli eventi precedenti, la
differenza è stata dello 0.10% per
anno (p 0 0.86). Non è stata
osservata alcuna differenza tra i 2
gruppi per quanto riguarda il tasso
di emorragie maggiori, ma quello di
emorragie totali è risultato
inferiore con lo ximelagatran (37%
vs 47% per anno, p<0.001). Nel 6%
dei pazienti in ximelagatran il
livello di alanina-aminotransferasi
sierica è aumentato fino a 3 volte
il limite superiore di normalità,
generalmente entro 6 mesi, per poi
diminuire indipendentemente dal
proseguimento o meno del
trattamento. Tuttavia, è stato
osservato un caso di epatite grave
con emorragia gastrointestinale
fatale, come pure un altro caso
letale sospetto.
Questa
metanalisi, che ha valutato 28 studi
per un totale di 39.769 soggetti,
conferma i risultati precedenti, i
quali avevano mostrato come un
trattamento ormonale sostitutivo con
estrogeni da soli o con estrogeni +
progesterone non riducesse il
rischio di ictus nelle donne in
menopausa. Si associa, invece, un
aumento complessivo del 29% del
rischio di ictus, effetto dovuto a
un aumento degli ictus ischemici, ma
non di quelli emorragici. Si è
inoltre osservato un incremento
della severità degli ictus e della
frequenza di un cattivo esito
funzionale (decesso, invalidità o
dipendenza), che era più alta del
56% nelle donne trattate. Con il
trattamento ormonale sostitutivo si
è anche osservata la tendenza verso
un numero maggiore di ictus fatali
Uno
stress emotivo improvviso può
provocare una grave disfunzione
ventricolare sinistra,
reversibile, in soggetti senza
coronaropatia, e gli autori
evidenziano che una stimolazione
simpatica eccessiva ne
costituisce probabilmente una
causa centrale. I ricercatori
hanno valutato 19 pazienti
ricoverati per una
cardiomiopatia da stress, con
un’età media di 63 anni, di cui
il 95% erano
di sesso femminile. I
sintomi clinici comprendevano
dolore toracico, edema polmonare
e shock cardiogeno. Nella
maggior parte dei pazienti sono
stati osservati un’inversione
diffusa delle onde T e un
allungamento dell’intervallo QT.
17 pazienti hanno presentato
livelli sierici di troponina I
moderatamente elevati, ma uno
solo ha presentato
all’angiografia evidenze di
coronaropatia. Una disfunzione
ventricolare sinistra grave era
presente al momento del
ricovero, ed è scomparsa
rapidamente in tutti i pazienti.
La biopsia endomiocardica ha
dimostrato infiltrati
mononucleati e una necrosi con
bande di contrazione. I livelli
delle catecolamine plasmatiche
al momento del ricovero sono
risultati molto più elevati nei
pazienti affetti da
cardiomiopatia da stress
rispetto ai controlli che
avevano avuto un infarto del
miocardio di classe Killip III
Morbo di Parkinson
e sopravvivenza (Neurology 2005; 64: 87-93, C.
Marras)
Partendo
dalla coorte DATATOP, che ha seguito 800
soggetti affetti da malattia di
Parkinson trattati con selegilina e
vitamina E, inserite in terapia 13 anni
prima, sono stati valutati i fattori
predittivi della sopravvivenza in tale
malattia. Sono stati registrati 296
decessi. Non è stata osservata alcuna
differenza nel tasso di mortalità
standard in base a età e sesso.
All’analisi univariata, le variabili
associate alla mortalità specifiche del
morbo di Parkinson erano la simmetria
della sindrome parkinsoniana, la
comparsa di disturbi della deambulazione
come primi sintomi, la severità della
sindrome parkinsoniana e la rapidità di
peggioramento della sindrome stessa
prima dell’inclusione nello studio. Il
trattamento con selegilina non è
risultato associato a un eccesso di
mortalità. L’analisi multivariata ha
mostrato che la severità della sindrome
parkinsoniana e la rapidità di
peggioramento della sindrome stessa
restavano associate alla mortalità. Una
rispostainadeguata alla terapia dopaminergica
si associava ad
un aumento della mortalità,
indipendentemente dalla gravità della
patologia o dalle dosi di dopa
utilizzate. I risultati non sono
cambiati quando l’analisi è stata
limitata ai 747 soggetti per i quali la
diagnosi di morbo di Parkinson era stata
mantenuta dopo un follow-up di 6 anni.
Conclusioni: in questa coorte di
soggetti, peraltro in buona salute, età
e sesso non sono parsi fattori in grado
di influire in maniera diversa sulla
sopravvivenza, nel morbo di Parkinson.
La severità e la rapidità di
peggioramento della sindrome
parkinsoniana e la risposta alla
dopaterapia correlano fortemente con la
sopravvivenza.
Sindrome metabolica, flogosi e rischio
di declino cognitivo
(JAMA 2004; 292: 2237-2242, K. Yaffe)
Nella sindrome metabolica si associano
fattori diversi, quali obesità
addominale, ipertrigliceridemia, livelli
alterati di colesterolo LDL,
ipertensione arteriosa e iperglicemia
(definizione basata sulle linee guida
del National Cholesterol Education
Program). È stato dimostrato il legame
tra sindrome metabolica e rischio
cardiovascolare. I fattori di rischio
vascolare aumentano il declino cognitivo
e il rischio di demenze. Questo studio
prospettico osservazionale ha cercato di
stabilire se la sindrome metabolica
fosse un fattore di rischio di declino
cognitivo. 2.632
soggetti con età media di 74 anni sono
stati sottoposti a un follow-up
prospettico della durata di 5 anni che
ha comportato la ricerca della sindrome
metabolica, di segni di flogosi mediante
il dosaggio dell’interleuchina-6 e della
proteina C reattiva (PCR), e una forma
modificata del test MMS a 3 e 5 anni.
Rispetto ai soggetti non affetti da
sindrome metabolica (1.616
individui), coloro che ne soffrivano (n
= 1.016)
avevano un rischio maggiore di
presentare disturbi cognitivi (RR =1,20,
IC 95%, 1,02-1,41). È stata anche
mostrata un’associazione statistica tra
la presenza di una sindrome
infiammatoria e di sindrome metabolica
(p = 0,03) e disturbi cognitivi. Dopo
aggiustamento per i segni di flogosi, i
soggetti che presentavano
contemporaneamente la sindrome
metabolica e una sindrome infiammatoria
biologica (n = 348) avevano un rischio
maggiore di presentare disturbi
cognitivi, rispetto ai soggetti privi di
sindrome metabolica (RR =1,66, IC 95%,
1,19-2,32). I soggetti affetti da
sindrome metabolica, ma non da sindrome
infiammatoria biologica (n = 668), non
avevano un rischio aumentato di comparsa
di disturbi cognitivi (RR =1,08, IC 95%,
0,89-1,30). L’analisi multivariata ha
mostrato che i soggetti affetti da
sindrome metabolica e sindrome
infiammatoria biologica ottenevano
punteggi inferiori nella forma
modificata del MMS (p = 0,04), rispetto
ai soggetti privi di sindrome
metabolica, e che i soggetti affetti da
sindrome metabolica, ma senza sindrome
infiammatoria biologica, non
presentavano ripercussioni nel punteggio
del test MMS (p =0,44). Conclusioni:
questi risultati mostrano che la
presenza della sindrome metabolica
contribuisce alla comparsa di disturbi
cognitivi nei soggetti anziani,
soprattutto quando tale sindrome si
associa a una sindrome infiammatoria
biologica
L’irbesartan migliora la funzione endoteliale e riduce l’infiammazione nell’ambito della sindrome metabolica. Studio ISLAND. (Circulation 2005; 111: 343-348, Srikanth Sola)www.circ.ahajournals.org
La sindrome metabolica si associa ad un aumento dell’attività dell’angiotensina II, all’induzione di uno stato pro-infiammatorio e ossidativo e a una disfunzione endoteliale. Un inibitore dei recettori dell’angiotensina, l’irbesartan, e l’acido lipoico (un anti-ossidante) sono stati valutati nel quadro della sindrome metabolica. In totale, 58 pazienti con sindrome metabolica sono stati randomizzati per irbesartan 150 mg/die (n=14), acido lipoico 300 mg/die (n=15), associazione di irbesartan e acido lipoico (n=15) o placebo (n=14) per 4 settimane. Dopo 4 settimane, la funzione endoteliale è risultata migliorata del 67%, del 44% e del 75% nei gruppi trattati con irbesartan, acido lipoico e la loro associazione rispetto al gruppo in placebo. I soggetti trattati con irbesartan e/o acido lipoico hanno presentato una riduzione significativa dei tassi plasmatici di interleuchina-6 e di PAI-1 (attivatore del plasminogeno-1). La somministrazione di irbesartan o di irbesartan più acido lipoico a pazienti affetti da sindrome metabolica migliora la funzione endoteliale e lo stato pro-infiammatorio, fattori che possono essere implicati nella patogenesi dell’aterosclerosi.
Profilassi della neuropatia indotta da chemioterapia mediante vitamina E: uno studio randomizzato. (Neurology 2005; 64: 26-31, AA. Argyriou)
Trentuno soggetti affetti da una patologia neoplastica, trattati con 6 cicli di chemioterapia (cisplatino, paclitaxel o entrambi) sono stati randomizzati in due gruppi, in seguito a un esame neurologico ed elettrofisiologico. A questi soggetti è stata somministrata della vitamina E per os alla posologia di 600mg/die durante la chemioterapia e nei 3 mesi successivi (gruppo 1, n=16), oppure nessun supplemento vitaminico (gruppo 2, n=15). La severità della neurotossicità è stata misurata mediante un punteggio di neuropatia periferica. La neurotossicità era meno frequente nel gruppo 1 che nel gruppo 2 (4/16 vs 11/15, p=0,019). I punteggi medi di neuropatia periferica erano di 3,4± 6,3 per il gruppo 1, e di 11,5 ± 10,6 per il gruppo 2 (p=0.026). Il rischio relativo (RR) di sviluppare una neuropatia tossica era maggiore nel gruppo di controllo (RR=0,34, IC 95% da 0,14 a 0,84)
Il glioma maligno di grado III o IV ha una prognosi infausta, ed esistono poche raccomandazioni di trattamento «basate su prove», per cui possono derivarne differenze nella gestione terapeutica. Gli autori hanno analizzato i dati relativi a 565 soggetti adulti, seguiti presso 52 centri diversi, affetti da un glioma primario di grado III o IV di nuova diagnosi. La maggior parte dei soggetti era stata sottoposta a risonanza magnetica nucleare (92%), a un tentativo di resezione chirurgica della neoplasia (75%) e a radioterapia adiuvante (87%), in accordo con la letteratura scientifica. La maggioranza era sottoposta a un trattamento antiepilettico (88%), il cui frequente utilizzo contrastava con le raccomandazioni pratiche stabilite. La metà circa dei soggetti era sottoposta a chemioterapia (54), in apparente contrasto con quanto ritrovato in letteratura. La maggioranza dei soggetti riceveva corticosteroidi nella fase perioperatoria (99%), mentre una piccola percentuale assumeva antidepressivi (8%) o era sottoposta a profilassi eparinica (7%), prassi che richiederebbero un numero maggiore di esami per valutarne l’appropriatezza. Le modalità di gestione variavano in maniera significativa tra le istituzioni accademiche e quelle non accademiche. Le differenze gestionali erano associate a sopravivenze differenti. Gli autori concludono sottolineando l’importanza di stabilire delle raccomandazioni pratiche.
Valore
predittivo
della
prova da
sforzo
prima
della
dimissione
dopo
infarto
del
miocardio.
(European
Heart
Journal
2005;
26:
119-127,
Nana
Valeur)
L’importanza
prognostica
del test
da
sforzo
submassimale
nella
fase di
regressione
di un
infarto
del
miocardio
prima
della
dimissione
dall’ospedale
è stata
valutata
nei
pazienti
dello
studio
DANAMI-2,
randomizzati
tra
fibrinolisi
pre-ospedaliera
e
angioplastica
primaria.
Dei 1.462
pazienti,
1.164
(79.6%)
hanno
eseguito
un test
da
sforzo.
I
pazienti
sottoposti
a
fibrinolisi
hanno
sviluppato
più
spesso
un
sottoslivellamento
del
tratto
ST
rispetto
ai
pazienti
trattati
con
angioplastica
(21.7
vs.
15.3%,
P<
0.007).
All’analisi
multivariata,
l’età,
il sesso
maschile,
il
diabete,
i
precedenti
di
eventi
cerebrovascolari,
la
localizzazione
anteriore
dell’IMA,
la
randomizzazione
per la
fibrinolisi
sono
risultati
fattori
associati
a un
maggiore
rischio
di
positività
della
prova da
sforzo.
Il
sottoslivellamento
del
tratto
ST
durante
la prova
da
sforzo è
associato
agli
eventi
clinici.
La prova
da
sforzo
dopo IMA
permette
una
stratificazione
della
prognosi.
La
capacità
allo
sforzo è
un
fattore
predittivo
di
decesso
e di
reinfarto
qualsiasi
sia la
strategia
di
riperfusione.
Il
valore
predittivo
del
sottoslivellamento
del
tratto
ST è
migliore
nei
pazienti
sottoposti
a
fibrinolisi.
Rischi di
infarto del
miocardio e
di morte
improvvisa
legati ai
FANS
(The Lancet
365:
475-481,
D.J. Graham
et al. -
5 febbraio
2005)
Si
tratta della
pubblicazione
dello studio
condotto da
David Graham
sui rischi
cardiovascolari
associati al
trattamento
con
anti-Cox-2.
L’esperto
medico di
FDA,
ascoltato
dal Senato
americano il
18 novembre
scorso
nell’ambito
dell’inchiesta
sul ritiro
di Vioxx® (rofecoxib),
aveva
annunciato
all’inizio
di gennaio
l’intenzione
di
pubblicare
questo
studio che
dimostrava i
rischi
cardiovascolari
di Vioxx® e
che rivalutava
il
numero di
americani che
hanno avuto
problemi con
il
farmaco.
Questo
studio di
casi-controllo
evidenzia
che
l’utilizzo
di rofecoxib
aumenta il
rischio di
complicazioni
coronariche
gravi
rispetto al
celecoxib.
Durante un
follow-up di
2.302.029
persone-anno,
sono stati
osservati 8.143
casi di
patologie
coronariche
gravi, di
cui 2.210
fatali. Le
persone che
assumevano
il rofecoxib
presentavano
un rischio
superiore
del 34% di
sviluppare
una malattia
coronarica
rispetto ai
pazienti che
assumevano
altri tipi
di
anti-infiammatori
non
steroidei.
All’analisi
multivariata
il rischio (odds
ratio)
associato al
rofecoxib,
per tutte le
dosi
del farmaco,
era di 1.59
rispetto al
celecoxib.
Era di 1.47
per dosi di
rofecoxib di
25 mg/die o
meno e di
3.58 per
dosi
superiori a
25 mg.
Ruolo
dell’insufficienza
mitralica
(IM) nei
decessi e
nell’insufficienza
cardiaca del
post-infarto.
(Circulation
2005; 111:
295-301,
Francesca
Bursi)
Il
rigurgito
mitralico
(IM) aumenta
il rischio
di decesso
dopo infarto
del
miocardio.
La
prevalenza
dell’IM e la
sua
associazione
con
l’insufficienza
cardiaca e i
decessi sono
state
esaminate in
1.331
pazienti tra
il 1988 e il
1998. Un
ecocardiogramma
è stato
eseguito nei
30 giorni
successivi
all’infarto
miocardico
acuto
in 773
pazienti
(58%), con
una IM
presente nel
50% dei
casi, di cui
il 38%
moderata e
il 12%
grave. Tra i
pazienti con
IM, è stato
auscultato
un soffio in
modo
incostante.
Dopo 4.7
anni di
follow-up,
sono stati
osservati
109 episodi
di
insufficienza
cardiaca e
335 decessi.
Esiste un'associazione
positiva tra
la presenza
di una IM
nel
post-infarto
e il rischio
di decesso o
di
insufficienza
cardiaca.
L’IM insorge
frequentemente
nel
post-infarto
del
miocardio.
L’esistenza
di una IM si
associa a un
rischio di
decesso e di
insorgenza
di
insufficienza
cardiaca.
Insorgenza
di una sindrome
coronarica acuta nei
pazienti già
trattati con
angioplastica.
(European Heart
Journal 2005; 26:
128-136, Marino
Labinaz)
http://escjnls.oupjournals.org/
Per
conoscere i dettagli
dei pazienti già
trattati con
procedure
cardiologiche di
tipo interventistico
e affetti da una
sindrome coronarica
acuta senza
sovraslivellamento
del tratto ST, sono
stati confrontati
gli eventi clinici
di 3.012
pazienti con quelli
di 21.154
pazienti senza
precedenti di
dilatazione
coronarica, inclusi
in 3 studi
internazionali
(GUSTO IIb, PURSUIT
e PARAGON-B). La
media
dell’intervallo tra
la precedente
angioplastica e
l’ospedalizzazione è
di 647 giorni. I
pazienti con
precedenti di
angioplastica hanno
un profilo di base a
rischio superiore,
una peggiore
funzione
ventricolare
sinistra e una
malattia
plurivascolare
più importante.
I pazienti con
precedente
angioplastica hanno
una mortalità
inferiore a 30
giorni e a 180
giorni, sebbene il
rischio di IM a 180
giorni sia maggiore.
I pazienti già
dilatati hanno meno
shock cardiogeni,
meno insufficienza
cardiaca sinistra e
meno fibrillazione
atriale. I pazienti
con antecedenti di
dilatazione
coronarica
presentano una
minore mortalità in
caso di
ospedalizzazione per
sindrome coronarica
acuta rispetto ai
pazienti senza
precedenti di
angioplastica.
Trattamento
mediante ACE-inibitori
a lungo termine nel
post-infarto.
(European Heart
Journal 2005; 26:
145-152, Pernille
Buch)
http://escjnls.oupjournals.org/
Nello
studio TRACE (Trandolapril
cardiac evaluation),
1.749
pazienti con
disfunzione
ventricolare
sinistra (FEVG<35%)
sono stati
randomizzati tra il
trandolapril (n =
876) o placebo (n =
873), tra 3 e 7
giorni dopo
l’infarto. Al
termine dello
studio, gli
inibitori
dell’enzima di
conversione sono
stati consigliati a
tutti i pazienti.
Dopo un follow-up di
10-12 anni, sono
stati registrati un
totale di 1.283
decessi e di 9.220
ricoveri. Rispetto
ai pazienti trattati
con placebo, i
pazienti trattati
con ACE-inibitori hanno
un minor rischio di
decesso e di
ospedalizzazioni, in
particolare per
insufficienza
cardiaca.
Il beneficio degli
ACE-inibitori
nel post-infarto nei
pazienti con
disfunzione VS si
osserva fino a oltre
10 anni.
Sopravvivenza con
sostituzione
valvolare aortica.
La regressione della
massa ventricolare
sinistra è
importante?
(European Heart
Journal 2005; 26:
51-57, Mario
Gaudino)
http://escjnls.oupjournals.org/
La
regressione della
massa ventricolare
sinistra dopo
sostituzione
valvolare aortica è
stata valutata in
260 pazienti
consecutivi operati
di stenosi aortica.
Durante il follow-up,
10 pazienti sono
deceduti nel corso
dell’ospedalizzazione
iniziale e 52
durante il follow-up
extra-ospedaliero.
La massa
ventricolare
sinistra è regredita
in media da 190+43 a
158+70 g/m2
(P=0.001). L’età
avanzata, la classe
funzionale elevata,
l’alterazione della
FEVG e un indice di
massa VS elevato nel
preoperatorio sono
fattori predittivi
peggiorativi.
L’importanza della
regressione della
massa VS non
condiziona tuttavia
la prognosi.
La sopravvivenza
dopo intervento di
sostituzione
valvolare aortica è
principalmente
determinata da
fattori funzionali.
L’importanza della
regressione della
massa VS non è
correlata con un
miglioramento della
prognosi.
Rischio di ictus
ischemico nei soggetti affetti
da emicrania: revisione
sistematica e metanalisi degli
studi osservazionali (BMJ 2005;
330: 63-66, M. Etminan)
Questo
lavoro ha ripreso gli studi
osservazionali che hanno
analizzato l’associazione tra
emicrania e rischio di ictus
ischemico accessibili su Medline
e Embase, pubblicati tra il 1996
e il 2004. Sono stati presi in
considerazione 14 studi (11
studi caso-controllo e 3 studi
di coorte), i quali mostrano che
il rischio di ictus è
complessivamente aumentato nei
soggetti affetti da emicrania
(rischio relativo = 2,16; IC
95%, 1,89-2,48). Il rischio
relativo diventa di 2,27 (IC
95%, 1,61-3,19) in caso di
emicrania con aura, e di 1,83
(IC 95%, 1,06-3,15) per
l’emicrania senza aura.
L’importanza del rischio
relativo è quasi identica in
tutti gli studi. Il rischio di
ictus ischemico nelle donne che
assumono contraccettivi orali è
8,72 volte superiore (IC 95%,
5,05-15,05) a quello delle donne
che non assumono tale terapia,
con la riserva che tale rischio
è calcolato a partire da soli 3
studi.
Conclusioni: nonostante gli
stessi autori sottolineino i
limiti delle metanalisi che si
basano prevalentemente su degli
studi caso-controllo, questi
risultati sembrano confermare
inequivocabilmente che
l’emicrania rappresenta un
fattore di rischio indipendente
di ictus ischemico, il cui
meccanismo esatto resta da
identificare. Sono inoltre
necessari studi su soggetti
affetti da emicrania che
assumano contraccettivi orali.
Confronto tra valproato
per via intravenosa (IV) e
acetilsalicilato di DL-lisina IV
nel trattamento delle crisi
emicraniche (Headache 2005; 45:
42-46, T. Leniger)
L’acetilsalicilato
di DL-lisina (Aspégic®) è
efficace nelle crisi
emicraniche, ma è controindicato
nei soggetti asmatici e in caso
di precedenti di ulcera
gastrica. Questo studio
randomizzato in doppio cieco ha
arruolato 40 soggetti affetti da
crisi emicraniche trattati
alternativamente con valproato
IV (800 mg) o con
acetilsalicilato di DL-lisina
(1000 mg) IV. A distanza di 1,
2, 24 e 48 ore dalla
somministrazione del
trattamento, i due gruppi di
soggetti presentavano una
situazione paragonabile. La
percentuale di soggetti che
avevano ottenuto sollievo dopo 1
ora era del 25% per il valproato
e del 30% per l’acetilsalicilato
di DL-lisina, mentre la
percentuale di soggetti che non
presentarono cefalea per 24 ore
era rispettivamente del 20 e del
30%, senza differenze
significative. Le 2 molecole
miglioravano anche i sintomi
dell’emicrania senza differenze
significative alle diverse
valutazioni, ma con una tendenza
più favorevole per l’acetilsalicilato
di DL-lisina. Non è stato
osservato alcun effetto
collaterale.
Conclusioni: il valproato IV
(800 mg) e l’acetilsalicilato di
DL-lisina IV (1000 mg) sono
entrambi efficaci nel
trattamento delle crisi
emicraniche, con una tendenza
che non raggiunge la
significatività statistica a
favore dell’acetilsalicilato di
DL-lisina.
Fattori di rischio
vascolare e neuropatia diabetica
(NEJM 352: 341-350, S. Tesfaye e
coll. -
27 gennaio 2005)
Lo
studio multicentrico European
Diabetes (EURODIAB) Prospective
Complications mostra che, oltre
al compenso glicemico,
l’incidenza di neuropatia si
associa ai fattori di rischio
cardiovascolare potenzialmente
modificabili, comprendenti
livelli elevati di trigliceridi,
indice di massa corporea (BMI),
tabagismo e ipertensione
arteriosa. I ricercatori hanno
analizzato i fattori di rischio
per lo sviluppo della neuropatia
distale simmetrica in 1.172
soggetti diabetici di tipo 1,
seguiti presso 31 centri
europei. Durante un follow-up
della durata media di 7,3 anni,
276 soggetti, pari al 23,5 % dei
1.172
individui privi di neuropatia al
momento dell’arruolamento, hanno
sviluppato tale complicanza.
L’incidenza cumulativa di
neuropatia era legata al valore
dell’emoglobina glicosilata e
alla durata del diabete. In
seguito all’aggiustamento per
questi parametri, erano
significativamente associati
all’incidenza cumulativa di
neuropatia i seguenti fattori:
concentrazioni elevate di
colesterolo totale, di
colesterolo LDL, di trigliceridi,
del fattore di von Willebrand,
il BMI, un tasso di escrezione
urinaria di albumina più
elevato, l’ipertensione
arteriosa e il tabagismo. Dopo
aggiustamento per gli altri
fattori di rischio e per le
complicanze diabetologiche,
rimanevano associati in maniera
indipendente all’incidenza della
neuropatia: la durata del
diabete, il valore attuale
dell’emoglobina glicosilata, il
cambiamento di tale valore
durante il follow-up, il BMI e
il tabagismo. La presenza di
patologia cardiovascolare
all’inizio dello studio si
associava, indipendentemente
dagli altri fattori di rischio
cardiovascolare, a un rischio
raddoppiato di neuropatia.
SINGH N., ARMSTRONG D.G., LIPSKY B.A.:
prevenzione dell’ulcera del piede in
paziente diabetico. JAMA 293(2),
217-228, 2005
La
prevalenza di ulcera plantare in
pazienti diabetici è compresa tra il 4 e
il 10%. Queste ulcere possono facilmente
infettarsi, essere causa di morbidità.
Gli Autori prendono in considerazione la
letteratura esistente in merito,
ribadendo l’importanza della
prevenzione delle ulcere del piede di
paziente diabetico valutando la
diminuita sensibilità con un filo
semi-rigido di nylon (filo di
Semmes-Weinstein) in dieci punti del
piede (almeno quattro raccomandati:
polpastrello alluce, primo, terzo e
quinto rilievo metatarsale. Gli altri
sono: polpastrello terzo e quinto dito,
cavo plantare e superficie terzo medio
della superficie laterale del piede,
cute sottocalcaneare, zona interdigitale
primo(secondo dito piede sulla
superficie dorsale).
Vi sono peraltro altre valutazioni
specialistiche più fini (biodensitometria
d’appoggio plantare, studio in
color-Doppler plantare,…). Pare evidente
che la cosa più importante sia la
responsabilizzazione del paziente circa
la possibile diminuita sensibilità
plantare, invitandolo a cure
estetiche/podologiche, dove provvedere a
toilette di eventuali callosità o
indurimenti cutanei, istruirlo ad
autoesaminare i piedi per verificare la
presenza di fissurazioni indolenti.
Paolo Tornari
A. CHAO, et al.: Consumo di carne rossa
e rischio di cancro del colon-retto.
JAMA 293(2), 172-183, 2005
Il
consumo di carne rossa o carne
conservata sottovuoto è associata
a carcinoma del colon-retto in molti ma
non in tutti gli studi osservazionali.
Alcuni studi hanno valutato il rischio
in relazione all’assunzione protratta
nel tempo o fra il tumore stesso e
l’approvvigionamento di carne rossa.
In questo studio si è presa in
considerazione una coorte di
48.610 pazienti di età compresa fra i 50
e i 74 anni, in grado di fornire
dettagli circa il consumo di carne rossa
nel 1982 e nel biennio 1992/1993 ,quando
sono stati arruolati nel Cancer
Prevention Study II (CPS II). Il periodo
di follow-up è stato protratto fino
all’agosto 2001, periodo alla fine del
quale si sono registrati 1667 casi
accidentali di carcinoma del
colon-retto.
I risultati dello studio confermato che
il consumo frequente di carne rossa nel
periodo 1992/1993 è associato ad
incremento del carcinoma del
colon-retto, dato evinto dopo
eliminazione di fattori di rischio
concomitanti, escludendo pazienti
sovrappeso, fumatori e altre possibili
varianti inficianti l’aspettativa
intenzionale. Nel caso sia stato preso
in considerazione il consumo protratto
di carne rossa, questo presenta
incidenza maggiore se si tratta di carne
lavorata (sotto sale o comunque
conservata o insaccata con l’aggiunta di
sali conservanti). Al contrario
l’approvvigionamento con pollame o pesce
è inversamente proporzionale
all’insorgenza di carcinoma del colon
sia prossimale che distale. Il frequente
consumo di carne rossa nel periodo
1992/93 è associato al maggior
incremento di frequenza di cancro del
colon, quanto riscontrato in coloro che
ne facevano uso frequente sia nel corso
del 1982 come nel 1992/93.