Effetti cardiovascolari a lungo termine dell’apnea ostruttiva del sonno negli uomini: interesse della pressione positiva
(The Lancet 365: 1046-1053, J.M. Marin et al. - 19 marzo 2005)

Questo studio prospettico osservazionale conferma che l’apnea ostruttiva del sonno aumenta il rischio di eventi cardiovascolari fatali e non fatali e dimostra che la pressione positiva continua riduce questo rischio. Lo studio ha incluso 377 uomini russatori semplici, 403 uomini affetti da apnea ostruttiva del sonno da leggera a moderata non trattati, 235 con una patologia grave ma non trattati, 372 soggetti affetti trattati con pressione positiva continua per via nasale e 264 controlli sani sovrapponibili per età ed indice di massa corporea. I partecipanti sono stati seguiti almeno una volta all’anno per un periodo medio di 10.1 anni, i pazienti trattati con pressione positiva sono stati visitati a 3 e a 6 mesi e successivamente una volta all’anno ed è stata valutata la loro compliance rispetto alla pressione positiva. L’incidenza più elevata di eventi cardiovascolari fatali (decesso per infarto del miocardio o eventi cerebrovascolare) e non fatali (infarto del miocardio, eventi cerebrovascolari, intervento coronarico di bypass o di angiografia) è stata osservata nei pazienti affetti da apnea grave e non trattati (1.06 per 100 persone-anno e 2.13 per 100 persone-anno). Seguivano i pazienti trattati con una patologia da leggera a moderata (0.55, p=0.02 e 0.89, p<0.0001), poi i russatori semplici (0.34, p=0.0006 e 0.58, p<0.0001), i pazienti trattati con pressione positiva (0.35, p=0.0008 e 0.64, p<0.0001) e i controlli 0.3, p=0.0012 e 0.45, p<0.0001). Un trattamento con pressione positiva delle sindromi gravi da apnea morfeica ridurrebbe quindi di 3 volte il rischio di eventi cardiovascolari mortali e riporterebbe la probabilità di un evento cardiovascolare grave a livello di quella dei soggetti sani o dei russatori semplici

Sintomi depressivi, sesso e rischio di malattia di Alzheimer
(Ann. Neurol. 2005; 57: 381-387, G. Dal Forno)

La depressione costituisce un fattore di rischio o un prodromo della malattia di Alzheimer? Per cercare di rispondere a questa domanda, è stato valutato il rischio di demenza e di malattia di Alzheimer in una coorte di 1.357 soggetti appartenenti ai 2 sessi, seguiti per un periodo di 14 anni e partecipanti a uno studio di maggior portata, il Baltimore Longitudinal Study of Aging. La ricerca dei sintomi depressivi e una valutazione medica e neuropsicologica completa sono state prospettivamente raccolte ogni 2 anni. I fattori di rischio vascolare sono stati analizzati come co-variabili. I sintomi depressivi di pre-morbilità aumentavano significativamente il rischio di demenza, e più specificamente quello di malattia di Alzheimer, solamente tra i soggetti di sesso maschile. Tale rischio era due volte superiore rispetto ai soggetti privi di precedenti depressivi, indipendentemente dalla presenza di una patologia vascolare.
Conclusioni: l’impatto dei sintomi depressivi sul rischio di demenza e di malattia di Alzheimer è diverso a seconda del sesso, e sembra interessare unicamente i soggetti di sesso maschile. Il ruolo della depressione come fattore di rischio di demenza deve dunque essere analizzato tramite studi separati nell'uomo e nella donna

 
 
Riduzione del rischio di fibrillazione atriale con losartan
(J. Am. Coll. Cardiol.  2005; 45: 712-9, Kristian Wachtell)
www.cardiosource.com

Trattamenti antiipertensivi che inducono riduzioni sovrapponibili della pressione arteriosa possiedono gli stessi effetti sulla prevenzione del rischio di fibrillazione atriale? Nello studio LIFE (Losartan Intervention For End point) 9.193 pazienti sono stati randomizzati per un inibitore dei recettori dell’angiotensina (losartan) e atenololo. Di questi pazienti, 8.851 senza FA sono stati seguiti per 4.8 anni. Una FA è stata riscontrata in 150 pazienti randomizzati per il losartan versus 221 pazienti in atenololo (6.8 vs 10.1 per 1.000 pazienti-anno) corrispondenti a un rischio relativo di 0.67 (p = 0.001) malgrado riduzioni simili della pressione arteriosa. I pazienti in losartan tendevano a mantenere più a lungo il ritmo sinusale rispetto a quelli trattati con atenololo. I pazienti che presentavano una FA avevano un rischio triplo di eventi cerebrovascolari. Il rischio di presentare un evento cerebrovascolare al momento del passaggio alla FA era inferiore nei pazienti in trattamento con losartan. L’insorgenza di una fibrillazione atriale e di eventi cerebrovascolari è minore con il losartan rispetto all’atenololo negli ipertesi con IVS.
 
Riduzione delle placche aterosclerotiche misurate con RMI in terapia con atorvastatina. (J. Am. Coll. Cardiol.  2005; 45: 733-42, Atsushi Yonemura)
www.cardiosource.com

In 40 pazienti ipercolesterolemici randomizzati per atorvastatina 5 o 20 mg, lo spessore della parete e della superficie delle placche aterosclerotiche delle lesioni dell’aorta sono state valutate a 12 mesi di intervallo mediante RMI.
L’atorvastatina 20 mg ha ridotto più significativamente le LDL rispetto alla dose inferiore. La riduzione della PCR è risultata sovrapponibile nei due gruppi. L’atorvastatina 20 mg ha ridotto significativamente lo spessore e la superficie delle placche aterosclerotiche, mentre la dose di 5 mg non ha apportato alcuna modificazione. Il grado di regressione delle placche dell’aorta toracica è fortemente correlato alla riduzione del colesterolo-LDL.
Il trattamento mediante atorvastatina 20 mg riduce la rilevanza dell’aterosclerosi toracica e ritarda la progressione dell’aterosclerosi addominale. Le placche di aterosclerosi dell’aorta toracica e addominale presentano suscettibilità diversa ai trattamenti ipolipemizzanti

Ansia e rischio di morte improvvisa coronarica nella donna
(Circulation 2005; 111: 480-487, Christine M. Albert)

Un elevato livello di ansia è stato associato a un rischio aumentato di coronaropatia e di morte improvvisa coronarica nell’uomo. L’ansia, valutata secondo l’indice di Crown-Crisp (CCI) è stata correlata con l’esistenza di una coronaropatia nei partecipanti a uno studio su infermieri (Nurses’ Health Study). Tra le 72.359 donne indenni da precedenti cardiovascolari nel 1988, nei 12 anni di follow-up si sono verificati 97 morti improvvise di origine coronarica e 267 decessi di origine coronarica, nonché 930 infarti del miocardio non mortali. Un punteggio elevato di CCI si associa ad un rischio accresciuto di morte improvvisa e di decesso di origine coronarica, ma non ad un rischio aumentato di infarto miocardico. Le donne con un punteggio > 4 sulla scala del CCI presentano un rischio di morte improvvisa accresciuto di 1.59 volte (CI 95%, 0.97-2,60), un rischio di decesso coronarico accresciuto di 1.3 volte (CI 95%, 0.97-1.75) rispetto alle donne con punteggi di 0 e 1. Gli elevati livelli di ansia sembrano essere associati ad un incremento del rischio di morte improvvisa e di decesso di origine coronarica.

La glicemia a digiuno è un potente fattore predittivo di mortalità a 30 giorni in corso di infarto del miocardio
(Circulation 2005; 111: 754-760, Mahmoud Suleiman et al.)

La correlazione tra la glicemia a digiuno (>8h di digiuno) e la mortalità in corso di infarto del miocardio è stata studiata in 735 pazienti non diabetici. A 30 giorni, sono deceduti 9 pazienti con glicemia a digiuno normale (2%), contro 11 (10%), 14 (13%) e 31 pazienti (29%) con glicemie a digiuno nel secondo, terzo e quarto terzile. Anche il rischio di mortalità negli stessi gruppi aumenta di 4.6 volte nel primo terzile (P=0.003), di 6.4 volte nel secondo (P=0.0001) e di 11.5 volte nel terzo (P=0.0001). Esiste una stretta correlazione tra il livello di glicemia a digiuno e la mortalità a 30 giorni nei pazienti non diabetici ospedalizzati per un infarto del miocardio.

Tamoxifene e trombosi venosa
(Circulation 2005; 111: 650-656, Andrea Decensi)

www.circ.ahajournals.org

Il tamoxifene è un modulatore del recettore estrogenico che potrebbe aumentare il tasso di trombosi venose. L’incidenza di trombosi venose è stata studiata in 5.408 pazienti isterectomizzate e randomizzate tra tamoxifene 20 mg/die o placebo per 5 anni. Durante questo periodo, sono insorte 28 trombosi profonde sotto placebo e 44 sotto tamoxifene. Il rischio di trombosi è massimo nelle donne di età superiore a 55 anni, in quelle con un indice di massa corporea > 25 kg/m2, con ipertensione arteriosa, con ipercolesterolemia, con tabagismo attivo e con famigliarità coronarica. Le donne con i fattori di rischio tradizionali per l’aterosclerosi presentano un rischio accresciuto di trombosi venosa profonda durante il trattamento con tamoxifene.

 
Rischio di traumi legato all’assunzione di benzodiazepine nei soggetti anziani: studio prospettico a 5 anni
(J. Am. Geriatr. Soc. 2005; 53: 233-241, Tamblyn R.)

Questo studio prospettico, condotto in Canada, ha valutato 253.244 soggetti ultra 65enni seguiti per un periodo di 5 anni, e ha valutato il rischio di traumi (fratture, traumi delle parti molli, incidenti legati alla necessità di ricovero) in funzione della benzodiazepina e delle dosi prescritte. Oltre un quarto dei soggetti (27,6%) aveva ricevuto almeno una prescrizione di benzodiazepine durante il periodo di follow-up, e il 17,7% ha presentato almeno un trauma di qualche tipo durante questo stesso periodo, i più frequenti dei quali sono state le fratture. Il rischio di trauma con l’aumento delle dosi variava in base alla molecola, secondo un rischio compreso tra 0,91 (IC 95%, 0,60-1,42) per l’alprazolam e 2,20 (IC 95%, 1,39-3,47) per il flurazepam.
Conclusioni: il rischio di traumi è un fattore legato alle benzodiazepine, indipendentemente dalla loro emivita e dalle dosi prescritte. Il rischio di caduta è maggiore per dosi elevate di oxazepam, di flurazepam e di clordiazepossido. Infine, troppo spesso le benzodiazepine sembrano prescritte a dosi importanti.

 
Effetti di un moderato consumo di alcolici sulle funzioni cognitive delle donne
(NEJM 2005; 352: 245-253. MJ. Stampfer)

Mentre gli effetti di un esagerato consumo di alcolici sulle funzioni cognitive sono ben noti, restano sconosciuti gli effetti di un consumo moderato.
Tra il 1995 e il 2001, gli autori hanno valutato le funzioni cognitive di 12.480 donne, di età compresa tra i 70 e gli 81 anni, partecipanti al Nurse Health Study, e 11.102 sono state sottoposte a nuova valutazione a distanza di due anni. L'importanza del consumo di alcolici è stata valutata con regolarità a partire dal 1980. In seguito ad aggiustamento per diverse variabili, le donne con un consumo di alcolici moderato (meno di 15g di alcol al giorno) presentavano una media di punteggi cognitivi migliore rispetto a quella ottenuta dalle non consumatrici di alcol. Tra i soggetti con un moderato consumo di alcolici, rispetto ai soggetti che non consumavano alcol, il rischio relativo (RR) di danno delle funzioni cognitive valutato con un test relativo alle prestazioni cognitive globali era di 0,77 (IC 95% 0,67-0,88), e di 0,81 se si prendeva in considerazione il punteggio cognitivo complessivo che raggruppava tutti i test cognitivi eseguiti (IC 95% 0,70-0,93). I risultati relativi al declino cognitivo erano identici: per esempio, per il test di prestazione cognitiva complessiva, l’RR di un aumento del declino delle prestazioni cognitive in un periodo di 2 anni era di 0,85 (IC 95% 0,74-0,98) per le donne che consumavano modiche quantità di alcolici, rispetto alle non consumatrici di alcol. Non vi era un’associazione significativa tra consumo esagerato di alcol (da 15 a 30 g di alcol al giorno) e rischio di danno o di declino cognitivo. Non vi erano differenze di rischio in funzione del tipo di alcol (birra o vino), e nessuna interazione con il genotipo dell’apoproteina E.
Concludendo, questi risultati suggeriscono che, nelle donne, la regolare e moderata assunzione di alcolici (1 bicchiere al giorno) non provoca danni cognitivi, e potrebbe persino avere un effetto protettivo sul rischio di danno cognitivo.

La comunicazione in oncologia: le basi per una buona cura 

Sintesi dell’indagine conoscitiva:

“Obiettivi e utilità della Prevenzione Oncologica : cosa percepisce il paziente”
(Maurizio Mancuso, MMG)

Elaborazione dati : Vanessa Vecchi, psicologa

Negli ultimi anni i mezzi di informazione sono andati incontro ad un notevole sviluppo grazie anche alle innovazioni portate da Internet e dalla telefonia cellulare. Ogni persona in ogni parte del globo può accedere a qualsiasi tipo di informazione. Il campo della salute è stato anch’esso coinvolto in questa sorta di rivoluzione: oltre a numerosi programmi televisivi e radiofonici, numerosi siti internet sono dedicati ai problemi sanitari e in senso più lato del benessere dei cittadini. Spesso il paziente si presenta dal medico con precise e documentate richieste e questi deve tenere conto di questa evoluzione. Ma in mezzo a questo proliferare di informazioni che cosa coglie realmente il cittadino? Quale è l’informazione che passa e quale l’effetto formativo? La sensazione di molti Medici di Medicina Generale è che soprattutto si sia alimentato un consumismo sanitario, per altri si sono create false aspettative. L’obiettivo che si è posta la SNAMID con questa indagine è stato quello di verificare in un campo delicato come quello della prevenzione oncologica che cosa alla fine percepisce il paziente su alcuni comuni accertamenti di tipo preventivo, quali messaggi sono risultati più efficaci, quali le sue fonti di informazione e quali le sue figure di riferimento. Contemporaneamente è stato chiesto ad un congruo numero di MMG quali fonti di aggiornamento utilizzasse, le caratteristiche degli interventi educazionali, quali azioni di tipo preventivo in campo oncologico venissero utilizzate e come. Infine sono state poste alcune domande ai medici per verificare la loro coerenza a quanto enunciato.

Per i MMG l’indagine è stata condotta sia via Internet mediante un form che veniva compilato ed inviato automaticamente sia mediante questionari cartacei. Per quanto riguarda i pazienti i dati sono stati raccolti solo mediante questionari cartacei distribuiti negli studi dei medici coinvolti.

Il campione di pazienti analizzato è costituito da 846 persone per il 68% di sesso femminile (come è noto affluiscono negli studi dei MMG sempre un numero maggiore di donne rispetto agli uomini, anche per la nota azione di delega di questi ultimi) rappresentativi di ogni età, stato sociale e livello di istruzione. Solo il 10% dei pazienti si reca regolarmente dal MMG per visite e/o accertamenti a carattere preventivo, il 21% dice di recarsi abbastanza regolarmente, il 29% ogni tanto. Fra questi gruppi prevalgono le donne, mentre fra quelli che si recano raramente (31%) o mai (16%) dal medico spiccano gli uomini. Gli accertamenti più eseguiti sono il Pap-Test che il 52% delle donne fa seguendo le scadenze indicate dal medico e un po’ irregolarmente nel 15% dei casi, e la mammografia  che viene eseguita regolarmente nel 52% dei casi e nel 10% un po’ irregolarmente. Al terzo posto come frequenza giunge il PSA per la diagnosi precoce del tumore prostatico che viene eseguito regolarmente dal 17% degli uomini e un po’ irregolarmente dal 11%. Tali accertamenti sono stati consigliati prevalentemente dal medico curante (51%) o da uno specialista (17%); una buona parte degli intervistati (16%) decide autonomamente di fare degli accertamenti preventivi, mentre sembrerebbe rivestire uno scarso peso l’influenza dei mezzi di informazione (5%) o il parere di amici e conoscenti (1%). Se si analizzano però solo i dati relativi alle persone che eseguono regolarmente tali accertamenti si evince che l’azione dello specialista porta ad una maggiore adesione alla prescrizione in quanto si ottiene il 77% di esami eseguiti contro il 58% di quando è il MMG a consigliarli (bisogna considerare che gli accertamenti più eseguiti sono il Pap-Test e la Mammografia che usualmente rientrano fra le indagini richieste dai ginecologi). Il Medico di Medicina Generale viene comunque riconosciuto come la fonte più rilevante di informazioni in tema di prevenzione (molto rilevante per il 52%, rilevante per il 25%), in misura minore ci si affida allo specialista ( 38% molto rilevante, 24% rilevante). Scarso peso viene ancora dato, con una certa sorpresa, ad Internet (1% e 6%), leggermente meglio va per le riviste specializzate sulla salute ( 5% e 13% )  o gli inserti delle riviste o giornali comuni ( 3% e 8% ). Le campagne di sensibilizzazione rivestono invece un discreto successo in quanto sono considerate fonti di informazioni molto rilevanti per 12 % del campione e rilevanti per il 23%. Da queste campagne il 29 % dei pazienti gradirebbe un maggior contributo in tema di consigli per la salute e la prevenzione delle malattie, il 34% desidererebbe invece che fosse lo specialista a dare maggiori informazioni, mentre il 74%  riconosce nel proprio medico l’interlocutore principale a cui rivolgersi. Un interlocutore che dovrà farsi carico di un maggior impegno riguardo alla sua attività in tema di educazione sanitaria e di informazione in quanto i pazienti intervistati dimostrano di non avere sempre le idee molto chiare sul significato degli accertamenti eseguiti. Nel caso di un accertamento con esito negativo, il 20% ritiene di non avere sicuramente un tumore, mentre il 21% non ne è convinto e molti non rispondono; il 24% ritiene di avere molto probabilmente un rischio ridotto di avere un numero contro l’10% che non è d’accordo. Incerti risultano essere anche sull’opportunità  di una visita medica (16% si, 11% no), mentre gli intervistati sembrano essere più decisi sull’opportunità di ripetere regolarmente l’esame (41% vs 3%) e soprattutto di rispettare i consigli del medico in tema di prevenzione (45% vs 2%). Se invece l’esito dell’accertamento fosse positivo il 13% riterrebbe di avere sicuramente un tumore contro il 21%  che non approva , il 26%  pensa che  possa probabilmente essere un tumore e il 26% che prospetta anche una lesione precancerosa. Sicuramente pochi (2% vs 21% non in accordo) quelli che pensano di non riuscire più a guarire, mentre una buona parte ritiene di doversi sottoporre a delle terapie, ma che potrà guarire (40% vs 6% non in accordo).

Sono state infine presentate ai pazienti delle affermazioni chiedendo se esse fossero vere o false. Dai dati è emerso che gli intervistati sono ben consapevoli che il fumo fa venire il cancro anche se stupisce che l’10% affermi di non saperlo e un 3% (provocatorio?) affermi che ciò sia falso. Una buona percentuale ritiene che abbronzarsi non sia così salutare (57%) e che non protegga da ulteriori esposizioni (55%). Molte certezze sui benefici della frutta e della verdura (77%), meno su altri aspetti dietetici o sull’uso della terapia ormonale sostitutiva. Infine si rileva come un’ampia parte del campione (64%) sia convinto che una indagine come la mammografia, volta a riconoscere precocemente un tumore, abbia il potere di ridurre il rischio di ammalarsi di questo.

Da quanto esposto risulta che c’è ancora molto lavoro da compiere per aumentare la consapevolezza dei cittadini riguardo i temi della prevenzione, ma risulta anche che essi hanno indicato chiaramente quale sia la loro figura di riferimento e che da questa si aspettano il maggior contributo.

I 300 Medici di Medicina Generale che hanno partecipato a questa indagine sono prevalentemente maschi (73%)  di età compresa fra i 41 e 50 anni (48%) e fra i 51 e 60 anni (38%). Geograficamente l’87% vive in Nord Italia.

Dalle varie risposte fornite si comprende come il medico sia più interessato ad aggiornarsi su argomenti clinici e meno sui temi di tipo educazionale, ma ciò non significa che nella sua pratica quotidiana egli non intervenga spesso nei confronti dei propri pazienti; relativamente alla prevenzione oncologica questo avviene nel 72% dei casi ( sempre nel 46% dei casi e quasi sempre nel 26%). Per quanto riguarda il problema del fumo il medico si rivela molto attento a ricordare al proprio paziente la necessità di smettere la sua abitudine ( sempre nel 65% dei casi o quasi sempre nel 22%). In ausilio alla sua azione il MMG utilizza (sempre 13%, quasi sempre 17%,abbastanza spesso 42%) strumenti informativi che però ritiene efficaci solo talvolta.

Fra gli accertamenti di tipo preventivo in campo oncologico e relativamente all’età ed al sesso del paziente i più frequentemente prescritti in conformità alle linee guida risultano essere la mammografia (91%) ed il Pap-test (84%), ma abbiamo visto dai dati relativi ai pazienti che non tutti poi accolgono i consigli del medico. Malgrado la non uniformità delle posizioni ufficiali anche il PSA viene prescritto molto frequentemente (78%), mentre molto meno frequentemente viene richiesto il sangue occulto fecale (41%) e la colonscopia (37%). Considerando che l’obiettivo di queste due ultime indagini è il medesimo, si può dedurre che la prevenzione del tumore del colon interessi il 78% delle prescrizioni.

I programmi di screening per il tumore della mammella prevedono l’esecuzione della mammografia a partire dai 50 anni, ma il nostro campione conferma una tendenza ormai diffusa di anticipare questa indagine nelle donne asintomatiche e senza fattori di rischio aggiuntivi ai 45 anni (nel 38% dei casi) o ai 40 (nel 48% dei casi), una piccola percentuale (8%) la richiede dai 35 anni e solo il 4% dai 50 anni.La maggior percentuale (47%) dei medici continua a richiedere la mammografia fino ai 70 anni, mentre una consistente percentuale (35%) la richiede fino ai 75 anni. Per quanto riguarda il Pap-Test l’età considerata più idonea dai MMG (48%) è dai 25 anni in su fino ai 70 anni quando il 71% non ritiene più necessario richiedere questo esame in donne asintomatiche (per il 21% andrebbe però richiesto fino ai 75 anni).

Varie indagini hanno evidenziato che percentualmente i medici fumano più dei pazienti, il nostro campione si differenzia in quanto solo il 17% risulta essere fumatore contro il 32,4% dei cittadini maschi ed il 17,1% di femmine riportato dall’ISTAT 2000. Per quanto riguarda l’atteggiamento prescrittivo dai dati raccolti sembrerebbe rilevarsi che i medici fumatori siano leggermente più determinati a consigliare gli accertamenti a carattere preventivo per i propri pazienti, mentre sembrerebbero più attenti a prescrivere per loro stessi solo le radiografie del torace e le mammografie, meno le altri indagini.

Sindrome metabolica (SM) e coronaropatia (CHD)
(Diabetes Care 2005; 28(2): 385-90, Mc Neil A.M.)
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=pubmed&dopt=Abstract&list_uids=15677797

Nei 12.089 soggetti di mezza età dello studio ARIC condotto nel Nord Carolina, una SM è risultata presente nel 23% dei soggetti senza diabete né patologie cardiovascolari. I parametri della SM più fortemente associati alla CHD a 11 anni di follow-up sono stati l’IA e il tasso di colesterolo-HDL. I soggetti affetti da SM avevano un rischio di sviluppo di CHD da 1.5 a 2 volte superiore rispetto ai controlli dopo correzione per l’età, il fumo, il tasso di LDL e l’origine etnica (p<0.03). Le stesse associazioni sono state rilevate tra SM e eventi cerebrovascolari.

Etnia, circonferenza della vita, BMI e rischio cardiovascolare
(Am. J. Clin. Nutr. 2005; 81(2): 409-15, Zhu S.)
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=pubmed&dopt=Abstract&list_uids=15699228

Nel contesto della sindrome metabolica, la circonferenza della vita si sta ampiamente sostituendo al BMI per la valutazione del rischio cardiovascolare, rispecchiando semplicemente che il concetto pertinente è quello di obesità di tipo androide. Quali sono le soglie da considerare affinchè questa prospettiva sia applicabile alle etnie diverse da quella caucasica bianca, popolazione largamente rappresentata nelle coorti che ha permesso le definizioni dell’OMS o del NCEP? La risposta viene dall’analisi dei dati americani dei 10.969 partecipanti allo studio NAHNES III, ricercando gli elementi predittivi della presenza dei classici fattori di rischio cardiovascolare. Le soglie del giro vita che assicurano un rischio analogo per il sovrappeso e l’obesità per gli uomini di razza nera sono risultate inferiori di 5-6 cm rispetto alle soglie dei soggetti di razza bianca. I soggetti ispanici sono risultati intermedi. È noto che anche per i soggetti asiatici le soglie devono essere corrette per mantenerne la pertinenza cardiovascolare, che costituisce la loro ragione d’essere.

Sindrome da apnee morfeiche e ipertensione: correlazione in base all’età
(Circulation 2005; 111: 614-621, DC Haas)

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=pubmed&dopt=Abstract&list_uids=15699282

L’obesità androide, particolarmente nel quadro della sindrome metabolica, si associa frequentemente a una sindrome di ipopnea/apnea nel sonno, essa stessa responsabile di ipertensione. Si tratta di una condizione modificabile mediante la chirurgia o appositi dispositivi ed è quindi essenziale identificarla. L’associazione con l’ipertensione, fondamentale per la strategia terapeutica, non è chiara nel soggetto anziano. Distinguendo tra ipertensione sisto-diastolica e ipertensione sistolica isolata, questo lavoro, condotto sui 6.120 soggetti del Sleep Heart Health Study stratificati per età, mette in evidenza la forte associazione tra ipertensione sisto-diastolica e apnee durante il sonno al di sotto dei 60 anni, ma l’assenza di associazione tra queste situazioni al di sopra dei 60 anni, o tra le apnee e l'ipertensione sistolica isolata a qualsiasi età.

 

Prevenzione degli eventi cerebrovascolari nei pazienti affetti da fibrillazione atriale.
(JAMA 293: 690-698, SPORTIF Executive Steering Committee for the SPORTIF V Investigators - 9 febbraio 2005)

http://jama.ama-assn.org/cgi/content/abstract/293/6/690

Lo studio randomizzato multicentrico SPORTIF V, realizzato in doppio cieco, evidenzia che lo ximelagatran è efficace quanto il warfarin nella prevenzione delle tromboembolie e degli eventi cerebrovascolari nei pazienti affetti da fibrillazione atriale non valvolare, nonostante che la potenziale epatotossicità dello ximelagatran richieda indagini supplementari. Il trial ha incluso 3.922 pazienti affetti da fibrillazione atriale con fattori di rischio di eventi cerebrovascolari aggiuntivi. Dopo un follow-up medio di 20 mesi, il tasso di eventi cerebrovascolari e di eventi embolici sistemici è stato dell’1.6% per anno con lo ximelagatran e dell’1.2% per anno con il warfarin (differenza assoluta dello 0.45% per anno; p <0.001 per l’ipotesi di non inferiorità). Aggiungendo la mortalità globale agli eventi precedenti, la differenza è stata dello 0.10% per anno (p 0 0.86). Non è stata osservata alcuna differenza tra i 2 gruppi per quanto riguarda il tasso di emorragie maggiori, ma quello di emorragie totali è risultato inferiore con lo ximelagatran (37% vs 47% per anno, p<0.001). Nel 6% dei pazienti in ximelagatran il livello di alanina-aminotransferasi sierica è aumentato fino a 3 volte il limite superiore di normalità, generalmente entro 6 mesi, per poi diminuire indipendentemente dal proseguimento o meno del trattamento. Tuttavia, è stato osservato un caso di epatite grave con emorragia gastrointestinale fatale, come pure un altro caso letale sospetto.

Associazione tra terapia ormonale sostitutiva e ictus
(BMJ 330: 342, P.M.W. Bath et L.J. Gray - 12 febbraio 2005)
http://bmj.bmjjournals.com/cgi/reprint/330/7487/342

Questa metanalisi, che ha valutato 28 studi per un totale di 39.769 soggetti, conferma i risultati precedenti, i quali avevano mostrato come un trattamento ormonale sostitutivo con estrogeni da soli o con estrogeni + progesterone non riducesse il rischio di ictus nelle donne in menopausa. Si associa, invece, un aumento complessivo del 29% del rischio di ictus, effetto dovuto a un aumento degli ictus ischemici, ma non di quelli emorragici. Si è inoltre osservato un incremento della severità degli ictus e della frequenza di un cattivo esito funzionale (decesso, invalidità o dipendenza), che era più alta del 56% nelle donne trattate. Con il trattamento ormonale sostitutivo si è anche osservata la tendenza verso un numero maggiore di ictus fatali

 
La sindrome del “cuore infranto”
(NEJM 352: 539-548, I.S. Wittstein et al. - 10 febbraio 2005)
http://content.nejm.org/cgi/content/abstract/352/6/539

Uno stress emotivo improvviso può provocare una grave disfunzione ventricolare sinistra, reversibile, in soggetti senza coronaropatia, e gli autori evidenziano che una stimolazione simpatica eccessiva ne costituisce probabilmente una causa centrale. I ricercatori hanno valutato 19 pazienti ricoverati per una cardiomiopatia da stress, con un’età media di 63 anni, di cui il 95% erano di sesso femminile. I sintomi clinici comprendevano dolore toracico, edema polmonare e shock cardiogeno. Nella maggior parte dei  pazienti sono stati osservati un’inversione diffusa delle onde T e un allungamento dell’intervallo QT. 17 pazienti hanno presentato livelli sierici di troponina I moderatamente elevati, ma uno solo ha presentato all’angiografia evidenze di coronaropatia. Una disfunzione ventricolare sinistra grave era presente al momento del ricovero, ed è scomparsa rapidamente in tutti i pazienti. La biopsia endomiocardica ha dimostrato infiltrati mononucleati e una necrosi con bande di contrazione. I livelli delle catecolamine plasmatiche al momento del ricovero sono risultati molto più elevati nei pazienti affetti da cardiomiopatia da stress rispetto ai controlli che avevano avuto un infarto del miocardio di classe Killip III

 

Morbo di Parkinson e sopravvivenza
(Neurology 2005; 64: 87-93, C. Marras)

Partendo dalla coorte DATATOP, che ha seguito 800 soggetti affetti da malattia di Parkinson trattati con selegilina e vitamina E, inserite in terapia 13 anni prima, sono stati valutati i fattori predittivi della sopravvivenza in tale malattia. Sono stati registrati 296 decessi. Non è stata osservata alcuna differenza nel tasso di mortalità standard in base a età e sesso. All’analisi univariata, le variabili associate alla mortalità specifiche del morbo di Parkinson erano la simmetria della sindrome parkinsoniana, la comparsa di disturbi della deambulazione come primi sintomi, la severità della sindrome parkinsoniana e la rapidità di peggioramento della sindrome stessa prima dell’inclusione nello studio. Il trattamento con selegilina non è risultato associato a un eccesso di mortalità. L’analisi multivariata ha mostrato che la severità della sindrome parkinsoniana e la rapidità di peggioramento della sindrome stessa restavano associate alla mortalità. Una risposta inadeguata alla terapia dopaminergica si associava ad un aumento della mortalità, indipendentemente dalla gravità della patologia o dalle dosi di dopa utilizzate. I risultati non sono cambiati quando l’analisi è stata limitata ai 747 soggetti per i quali la diagnosi di morbo di Parkinson era stata mantenuta dopo un follow-up di 6 anni. Conclusioni: in questa coorte di soggetti, peraltro in buona salute, età e sesso non sono parsi fattori in grado di influire in maniera diversa sulla sopravvivenza, nel morbo di Parkinson. La severità e la rapidità di peggioramento della sindrome parkinsoniana e la risposta alla dopaterapia correlano fortemente con la sopravvivenza.
 
Sindrome metabolica, flogosi e rischio di declino cognitivo
(JAMA 2004; 292: 2237-2242, K. Yaffe)

Nella sindrome metabolica si associano fattori diversi, quali obesità addominale, ipertrigliceridemia, livelli alterati di colesterolo LDL, ipertensione arteriosa e iperglicemia (definizione basata sulle linee guida del National Cholesterol Education Program). È stato dimostrato il legame tra sindrome metabolica e rischio cardiovascolare. I fattori di rischio vascolare aumentano il declino cognitivo e il rischio di demenze. Questo studio prospettico osservazionale ha cercato di stabilire se la sindrome metabolica fosse un fattore di rischio di declino cognitivo. 2.632 soggetti con età media di 74 anni sono stati sottoposti a un follow-up prospettico della durata di 5 anni che ha comportato la ricerca della sindrome metabolica, di segni di flogosi mediante il dosaggio dell’interleuchina-6 e della proteina C reattiva (PCR), e una forma modificata del test MMS a 3 e 5 anni. Rispetto ai soggetti non affetti da sindrome metabolica (1.616 individui), coloro che ne soffrivano (n = 1.016) avevano un rischio maggiore di presentare disturbi cognitivi (RR =1,20, IC 95%, 1,02-1,41). È stata anche mostrata un’associazione statistica tra la presenza di una sindrome infiammatoria e di sindrome metabolica (p = 0,03) e disturbi cognitivi. Dopo aggiustamento per i segni di flogosi, i soggetti che presentavano contemporaneamente la sindrome metabolica e una sindrome infiammatoria biologica (n = 348) avevano un rischio maggiore di presentare disturbi cognitivi, rispetto ai soggetti privi di sindrome metabolica (RR =1,66, IC 95%, 1,19-2,32). I soggetti affetti da sindrome metabolica, ma non da sindrome infiammatoria biologica (n = 668), non avevano un rischio aumentato di comparsa di disturbi cognitivi (RR =1,08, IC 95%, 0,89-1,30). L’analisi multivariata ha mostrato che i soggetti affetti da sindrome metabolica e sindrome infiammatoria biologica ottenevano punteggi inferiori nella forma modificata del MMS (p = 0,04), rispetto ai soggetti privi di sindrome metabolica, e che i soggetti affetti da sindrome metabolica, ma senza sindrome infiammatoria biologica, non presentavano ripercussioni nel punteggio del test MMS (p =0,44). Conclusioni: questi risultati mostrano che la presenza della sindrome metabolica contribuisce alla comparsa di disturbi cognitivi nei soggetti anziani, soprattutto quando tale sindrome si associa a una sindrome infiammatoria biologica

L’irbesartan migliora la funzione endoteliale e riduce l’infiammazione nell’ambito della sindrome metabolica. Studio ISLAND. (Circulation 2005; 111: 343-348, Srikanth Sola) www.circ.ahajournals.org

La sindrome metabolica si associa ad un aumento dell’attività dell’angiotensina II, all’induzione di uno stato pro-infiammatorio e ossidativo e a una disfunzione endoteliale. Un inibitore dei recettori dell’angiotensina, l’irbesartan, e l’acido lipoico (un anti-ossidante) sono stati valutati nel quadro della sindrome metabolica. In totale, 58 pazienti con sindrome metabolica sono stati randomizzati per irbesartan 150 mg/die (n=14), acido lipoico 300 mg/die (n=15), associazione di irbesartan e acido lipoico (n=15) o placebo (n=14) per 4 settimane. Dopo 4 settimane, la funzione endoteliale è risultata migliorata del 67%, del 44% e del 75% nei gruppi trattati con irbesartan, acido lipoico e la loro associazione rispetto al gruppo in placebo. I soggetti trattati con irbesartan e/o acido lipoico hanno presentato una riduzione significativa dei tassi plasmatici di interleuchina-6 e di PAI-1 (attivatore del plasminogeno-1). La somministrazione di irbesartan o di irbesartan più acido lipoico a pazienti affetti da sindrome metabolica migliora la funzione endoteliale e lo stato pro-infiammatorio, fattori che possono essere implicati nella patogenesi dell’aterosclerosi.

Profilassi della neuropatia indotta da chemioterapia mediante vitamina E: uno studio randomizzato. (Neurology 2005; 64: 26-31, AA. Argyriou)

Trentuno soggetti affetti da una patologia neoplastica, trattati con 6 cicli di chemioterapia (cisplatino, paclitaxel o entrambi) sono stati randomizzati in due gruppi, in seguito a un esame neurologico ed elettrofisiologico. A questi soggetti è stata somministrata della vitamina E per os alla posologia di 600 mg/die durante la chemioterapia e nei 3 mesi successivi (gruppo 1, n=16), oppure nessun supplemento vitaminico (gruppo 2, n=15). La severità della neurotossicità è stata misurata mediante un punteggio di neuropatia periferica. La neurotossicità era meno frequente nel gruppo 1 che nel gruppo 2 (4/16 vs 11/15, p=0,019). I punteggi medi di neuropatia periferica erano di 3,4 ± 6,3 per il gruppo 1, e di 11,5 ± 10,6 per il gruppo 2 (p=0.026). Il rischio relativo (RR) di sviluppare una neuropatia tossica era maggiore nel gruppo di controllo (RR=0,34, IC 95% da 0,14 a 0,84)

Trattamento del glioma maligno (JAMA 293: 557-564, S.M. Chang e coll. - 2 febbraio 2005) http://jama.ama-assn.org/cgi/reprint/293/5/557.pdf

Il glioma maligno di grado III o IV ha una prognosi infausta, ed esistono poche raccomandazioni di trattamento «basate su prove», per cui possono derivarne differenze nella gestione terapeutica. Gli autori hanno analizzato i dati relativi a 565 soggetti adulti, seguiti presso 52 centri diversi, affetti da un glioma primario di grado III o IV di nuova diagnosi. La maggior parte dei soggetti era stata sottoposta a risonanza magnetica nucleare (92%), a un tentativo di resezione chirurgica della neoplasia (75%) e a radioterapia adiuvante (87%), in accordo con la letteratura scientifica. La maggioranza era sottoposta a un trattamento antiepilettico (88%), il cui frequente utilizzo contrastava con le raccomandazioni pratiche stabilite. La metà circa dei soggetti era sottoposta a chemioterapia (54), in apparente contrasto con quanto ritrovato in letteratura. La maggioranza dei soggetti riceveva corticosteroidi nella fase perioperatoria (99%), mentre una piccola percentuale assumeva antidepressivi (8%) o era sottoposta a profilassi eparinica (7%), prassi che richiederebbero un numero maggiore di esami per valutarne l’appropriatezza. Le modalità di gestione variavano in maniera significativa tra le istituzioni accademiche e quelle non accademiche. Le differenze gestionali erano associate a sopravivenze differenti. Gli autori concludono sottolineando l’importanza di stabilire delle raccomandazioni pratiche.

 

Valore predittivo della prova da sforzo prima della dimissione dopo infarto del miocardio. (European Heart Journal 2005; 26: 119-127, Nana Valeur)

L’importanza prognostica del test da sforzo submassimale nella fase di regressione di un infarto del miocardio prima della dimissione dall’ospedale è stata valutata nei pazienti dello studio DANAMI-2, randomizzati tra fibrinolisi pre-ospedaliera e angioplastica primaria. Dei 1.462 pazienti, 1.164 (79.6%) hanno eseguito un test da sforzo. I pazienti sottoposti a fibrinolisi hanno sviluppato più spesso un sottoslivellamento del tratto ST rispetto ai pazienti trattati con angioplastica (21.7 vs. 15.3%, P< 0.007). All’analisi multivariata, l’età, il sesso maschile, il diabete, i precedenti di eventi cerebrovascolari, la localizzazione anteriore dell’IMA, la randomizzazione per la fibrinolisi sono risultati fattori associati a un maggiore rischio di positività della prova da sforzo. Il sottoslivellamento del tratto ST durante la prova da sforzo è associato agli eventi clinici.
La prova da sforzo dopo IMA permette una stratificazione della prognosi. La capacità allo sforzo è un fattore predittivo di decesso e di reinfarto qualsiasi sia la strategia di riperfusione. Il valore predittivo del sottoslivellamento del tratto ST è migliore nei pazienti sottoposti a fibrinolisi.

Rischi di infarto del miocardio e di morte improvvisa legati ai FANS
(The Lancet 365: 475-481, D.J. Graham et al. - 5 febbraio 2005)


Si tratta della pubblicazione dello studio condotto da David Graham sui rischi cardiovascolari associati al trattamento con anti-Cox-2. L’esperto medico di FDA, ascoltato dal Senato americano il 18 novembre scorso nell’ambito dell’inchiesta sul ritiro di Vioxx® (rofecoxib), aveva annunciato all’inizio di gennaio l’intenzione di pubblicare questo studio che dimostrava i rischi cardiovascolari di Vioxx® e che rivalutava il numero di americani che hanno avuto problemi con il farmaco. Questo studio di casi-controllo evidenzia che l’utilizzo di rofecoxib aumenta il rischio di complicazioni coronariche gravi rispetto al celecoxib. Durante un follow-up di 2.302.029 persone-anno, sono stati osservati 8.143 casi di patologie coronariche gravi, di cui 2.210 fatali. Le persone che assumevano il rofecoxib presentavano un rischio superiore del 34% di sviluppare una malattia coronarica rispetto ai pazienti che assumevano altri tipi di anti-infiammatori non steroidei. All’analisi multivariata il rischio (odds ratio) associato al rofecoxib, per tutte le dosi del farmaco, era di 1.59 rispetto al celecoxib. Era di 1.47 per dosi di rofecoxib di 25 mg/die o meno e di 3.58 per dosi superiori a 25 mg.

 
Ruolo dell’insufficienza mitralica (IM) nei decessi e nell’insufficienza cardiaca del post-infarto. (Circulation 2005; 111: 295-301, Francesca Bursi)
 
Il rigurgito mitralico (IM) aumenta il rischio di decesso dopo infarto del miocardio. La prevalenza dell’IM e la sua associazione con l’insufficienza cardiaca e i decessi sono state esaminate in 1.331 pazienti tra il 1988 e il 1998. Un ecocardiogramma è stato eseguito nei 30 giorni successivi all’infarto miocardico acuto in 773 pazienti (58%), con una IM presente nel 50% dei casi, di cui il 38% moderata e il 12% grave. Tra i pazienti con IM, è stato auscultato un soffio in modo incostante. Dopo 4.7 anni di follow-up, sono stati osservati 109 episodi di insufficienza cardiaca e 335 decessi. Esiste un'associazione positiva tra la presenza di una IM nel post-infarto e il rischio di decesso o di insufficienza cardiaca. L’IM insorge frequentemente nel post-infarto del miocardio. L’esistenza di una IM si associa a un rischio di decesso e di insorgenza di insufficienza cardiaca.
 
 

Insorgenza di una sindrome coronarica acuta nei pazienti già trattati con angioplastica. (European Heart Journal 2005; 26: 128-136, Marino Labinaz)
http://escjnls.oupjournals.org/

Per conoscere i dettagli dei pazienti già trattati con procedure cardiologiche di tipo interventistico e affetti da una sindrome coronarica acuta senza sovraslivellamento del tratto ST, sono stati confrontati gli eventi clinici di 3.012 pazienti con quelli di 21.154 pazienti senza precedenti di dilatazione coronarica, inclusi in 3 studi internazionali (GUSTO IIb, PURSUIT e PARAGON-B). La media dell’intervallo tra la precedente angioplastica e l’ospedalizzazione è di 647 giorni. I pazienti con precedenti di angioplastica hanno un profilo di base a rischio superiore, una peggiore funzione ventricolare sinistra e una malattia plurivascolare più importante. I pazienti con precedente angioplastica hanno una mortalità inferiore a 30 giorni e a 180 giorni, sebbene il rischio di IM a 180 giorni sia maggiore. I pazienti già dilatati hanno meno shock cardiogeni, meno insufficienza cardiaca sinistra e meno fibrillazione atriale. I pazienti con antecedenti di dilatazione coronarica presentano una minore mortalità in caso di ospedalizzazione per sindrome coronarica acuta rispetto ai pazienti senza precedenti di angioplastica.

 
Trattamento mediante ACE-inibitori a lungo termine nel post-infarto. (European Heart Journal 2005; 26: 145-152, Pernille Buch)
http://escjnls.oupjournals.org/

Nello studio TRACE (Trandolapril cardiac evaluation), 1.749 pazienti con disfunzione ventricolare sinistra (FEVG<35%) sono stati randomizzati tra il trandolapril (n = 876) o placebo (n = 873), tra 3 e 7 giorni dopo l’infarto. Al termine dello studio, gli inibitori dell’enzima di conversione sono stati consigliati a tutti i pazienti. Dopo un follow-up di 10-12 anni, sono stati registrati un totale di 1.283 decessi e di 9.220 ricoveri. Rispetto ai pazienti trattati con placebo, i pazienti trattati con ACE-inibitori hanno un minor rischio di decesso e di ospedalizzazioni, in particolare per insufficienza cardiaca.
Il beneficio degli ACE-inibitori nel post-infarto nei pazienti con disfunzione VS si osserva fino a oltre 10 anni.
 
Sopravvivenza con sostituzione valvolare aortica. La regressione della massa ventricolare sinistra è importante? (European Heart Journal 2005; 26: 51-57, Mario Gaudino)
http://escjnls.oupjournals.org/

La regressione della massa ventricolare sinistra dopo sostituzione valvolare aortica è stata valutata in 260 pazienti consecutivi operati di stenosi aortica. Durante il follow-up, 10 pazienti sono deceduti nel corso dell’ospedalizzazione iniziale e 52 durante il follow-up extra-ospedaliero. La massa ventricolare sinistra è regredita in media da 190+43 a 158+70 g/m2 (P=0.001). L’età avanzata, la classe funzionale elevata, l’alterazione della FEVG e un indice di massa VS elevato nel preoperatorio sono fattori predittivi peggiorativi. L’importanza della regressione della massa VS non condiziona tuttavia la prognosi.
La sopravvivenza dopo intervento di sostituzione valvolare aortica è principalmente determinata da fattori funzionali. L’importanza della regressione della massa VS non è correlata con un miglioramento della prognosi.

Rischio di ictus ischemico nei soggetti affetti da emicrania: revisione sistematica e metanalisi degli studi osservazionali (BMJ 2005; 330: 63-66, M. Etminan)

Questo lavoro ha ripreso gli studi osservazionali che hanno analizzato l’associazione tra emicrania e rischio di ictus ischemico accessibili su Medline e Embase, pubblicati tra il 1996 e il 2004. Sono stati presi in considerazione 14 studi (11 studi caso-controllo e 3 studi di coorte), i quali mostrano che il rischio di ictus è complessivamente aumentato nei soggetti affetti da emicrania (rischio relativo = 2,16; IC 95%, 1,89-2,48). Il rischio relativo diventa di 2,27 (IC 95%, 1,61-3,19) in caso di emicrania con aura, e di 1,83 (IC 95%, 1,06-3,15) per l’emicrania senza aura. L’importanza del rischio relativo è quasi identica in tutti gli studi. Il rischio di ictus ischemico nelle donne che assumono contraccettivi orali è 8,72 volte superiore (IC 95%, 5,05-15,05) a quello delle donne che non assumono tale terapia, con la riserva che tale rischio è calcolato a partire da soli 3 studi.
Conclusioni: nonostante gli stessi autori sottolineino i limiti delle metanalisi che si basano prevalentemente su degli studi caso-controllo, questi risultati sembrano confermare inequivocabilmente che l’emicrania rappresenta un fattore di rischio indipendente di ictus ischemico, il cui meccanismo esatto resta da identificare. Sono inoltre necessari studi su soggetti affetti da emicrania che assumano contraccettivi orali.

 
Confronto tra valproato per via intravenosa (IV) e acetilsalicilato di DL-lisina IV nel trattamento delle crisi emicraniche (Headache 2005; 45: 42-46, T. Leniger)

L’acetilsalicilato di DL-lisina (Aspégic®) è efficace nelle crisi emicraniche, ma è controindicato nei soggetti asmatici e in caso di precedenti di ulcera gastrica. Questo studio randomizzato in doppio cieco ha arruolato 40 soggetti affetti da crisi emicraniche trattati alternativamente con valproato IV (800 mg) o con acetilsalicilato di DL-lisina (1000 mg) IV. A distanza di 1, 2, 24 e 48 ore dalla somministrazione del trattamento, i due gruppi di soggetti presentavano una situazione paragonabile. La percentuale di soggetti che avevano ottenuto sollievo dopo 1 ora era del 25% per il valproato e del 30% per l’acetilsalicilato di DL-lisina, mentre la percentuale di soggetti che non presentarono cefalea per 24 ore era rispettivamente del 20 e del 30%, senza differenze significative. Le 2 molecole miglioravano anche i sintomi dell’emicrania senza differenze significative alle diverse valutazioni, ma con una tendenza più favorevole per l’acetilsalicilato di DL-lisina. Non è stato osservato alcun effetto collaterale.
Conclusioni: il valproato IV (800 mg) e l’acetilsalicilato di DL-lisina IV (1000 mg) sono entrambi efficaci nel trattamento delle crisi emicraniche, con una tendenza che non raggiunge la significatività statistica a favore dell’acetilsalicilato di DL-lisina.
 
Fattori di rischio vascolare e neuropatia diabetica
(NEJM 352: 341-350, S. Tesfaye e coll. - 27 gennaio 2005)

Lo studio multicentrico European Diabetes (EURODIAB) Prospective Complications mostra che, oltre al compenso glicemico, l’incidenza di neuropatia si associa ai fattori di rischio cardiovascolare potenzialmente modificabili, comprendenti livelli elevati di trigliceridi, indice di massa corporea (BMI), tabagismo e ipertensione arteriosa. I ricercatori hanno analizzato i fattori di rischio per lo sviluppo della neuropatia distale simmetrica in 1.172 soggetti diabetici di tipo 1, seguiti presso 31 centri europei. Durante un follow-up della durata media di 7,3 anni, 276 soggetti, pari al 23,5 % dei 1.172 individui privi di neuropatia al momento dell’arruolamento, hanno sviluppato tale complicanza. L’incidenza cumulativa di neuropatia era legata al valore dell’emoglobina glicosilata e alla durata del diabete. In seguito all’aggiustamento per questi parametri, erano significativamente associati all’incidenza cumulativa di neuropatia i seguenti fattori: concentrazioni elevate di colesterolo totale, di colesterolo LDL, di trigliceridi, del fattore di von Willebrand, il BMI, un tasso di escrezione urinaria di albumina più elevato, l’ipertensione arteriosa e il tabagismo. Dopo aggiustamento per gli altri fattori di rischio e per le complicanze diabetologiche, rimanevano associati in maniera indipendente all’incidenza della neuropatia: la durata del diabete, il valore attuale dell’emoglobina glicosilata, il cambiamento di tale valore durante il follow-up, il BMI e il tabagismo. La presenza di patologia cardiovascolare all’inizio dello studio si associava, indipendentemente dagli altri fattori di rischio cardiovascolare, a un rischio raddoppiato di neuropatia.

SINGH N., ARMSTRONG D.G., LIPSKY B.A.: prevenzione dell’ulcera del piede in paziente diabetico. JAMA 293(2), 217-228, 2005

La prevalenza di ulcera plantare in pazienti diabetici è compresa tra il 4 e il 10%. Queste ulcere possono facilmente infettarsi, essere causa di morbidità.

Gli Autori prendono in considerazione la letteratura esistente in merito, ribadendo l’importanza  della prevenzione delle ulcere del piede di paziente diabetico valutando la diminuita sensibilità con un filo semi-rigido di nylon (filo di Semmes-Weinstein) in dieci punti del piede (almeno quattro raccomandati: polpastrello alluce, primo, terzo e quinto rilievo metatarsale. Gli altri sono: polpastrello terzo e quinto dito, cavo plantare e superficie terzo medio della superficie laterale del piede, cute sottocalcaneare, zona interdigitale primo(secondo dito piede sulla superficie dorsale).

Vi sono peraltro altre valutazioni specialistiche più fini (biodensitometria d’appoggio plantare, studio in color-Doppler plantare,…). Pare evidente che la cosa più importante sia la responsabilizzazione del paziente circa la possibile diminuita sensibilità plantare, invitandolo a cure estetiche/podologiche, dove provvedere a toilette di eventuali callosità o indurimenti cutanei, istruirlo ad autoesaminare i piedi per verificare la presenza di fissurazioni indolenti.

Paolo Tornari

A. CHAO, et al.: Consumo di carne rossa e rischio di cancro del colon-retto.
JAMA 293(2), 172-183, 2005

Il consumo di carne rossa o carne conservata sottovuoto è associata  a carcinoma del colon-retto in molti ma non in tutti gli studi osservazionali. Alcuni studi hanno valutato il rischio in relazione all’assunzione protratta nel tempo o fra il tumore stesso e l’approvvigionamento di carne rossa.

In questo studio si è presa in considerazione una coorte di  48.610 pazienti di età compresa fra i 50 e i 74 anni, in grado di fornire dettagli circa il consumo di carne rossa nel 1982 e nel biennio 1992/1993 ,quando sono stati arruolati nel Cancer Prevention Study II (CPS II). Il periodo di follow-up è stato protratto fino all’agosto 2001, periodo alla fine del quale si sono registrati 1667 casi accidentali di carcinoma del colon-retto.

I risultati dello studio confermato che il consumo frequente di carne rossa nel periodo 1992/1993 è associato ad incremento del carcinoma del colon-retto, dato evinto dopo eliminazione di fattori di rischio concomitanti, escludendo pazienti sovrappeso, fumatori e altre possibili varianti inficianti l’aspettativa intenzionale. Nel caso sia stato preso in considerazione il consumo protratto di carne rossa, questo presenta incidenza maggiore se si tratta di carne lavorata (sotto sale o comunque conservata o insaccata con l’aggiunta di sali conservanti). Al contrario l’approvvigionamento con pollame o pesce è inversamente proporzionale all’insorgenza di carcinoma del colon sia prossimale che distale. Il frequente consumo di carne rossa nel periodo 1992/93 è associato al maggior incremento di frequenza di cancro del colon, quanto riscontrato in coloro che ne facevano uso frequente sia nel corso del 1982 come nel 1992/93.

Paolo Tornari