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Abstract Maggio
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Ascott-Evans
BH et al Alendronate Prevents Loss of Bone DensityAssociated With Discontinuation
of Hormone Replacement Therapy Arch Intern
Med 2003;163:789-94.
Prevenzione del rischio
osteoporosi alla sospensione della terapia
ormonale sostitutiva
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La
gestione dell'osteoporosi rappresenta uno
degli obiettivi della terapia ormonale
sostitutiva (HRT) per
la dimostrata efficacia nel ridurre la
perdita di matrice ossea postmenopausale e
nell'aumentare la massa. In contrasto sono
stati evidenziati alcuni rischi associati all'estrogenoterapia,
come l'aumento di frequenza dei tumori
endometriali e della mammella, associati a
dati discordanti sulla protezione
cardiovascolare. La recente pubblicazione del
Women's Health Iniziative trial ha confermato
l'incremento del rischio oncologico e
cardiovascolare per i soggetti sani in HRT
portando a riconsiderare e sospendere la HRT a
lungo termine in molte donne.
In
questi pazienti con bassa densità ossea (BMD)
è possibile una terapia efficace con
bifosfonati?
Alla
domanda hanno risposto gli autori di questo
trial clinico randomizzato che ha
arruolato 144 donne in post-menopausa con BMD
bassa alla mineralometria e recente
sospensione della HRT, randomizzate verso una
terapia giornaliera con 10 mg di alendronato
contro placebo. Gli esiti misurati erano: BMD
a livello vertebrale, femore e total body
associati ai markers biochimici di turnover
osseo (fosfatasi alcalina ossea e telopeptide).
Dopo 12 mesi si è osservato nel gruppo in
trattamento rispetto ai controlli un
incremento significativo della BMD a livello
vertebrale lombare con una differenza tra
gruppi del 5.5% (95% intervallo di confidenza
IC, 4.2% - 6.8%; p<0.001). A livello del
collo del femore non c'erano variazioni
significative della BMD nel gruppo in
trattamento (modifica vs baseline 0.2%; 95%
IC; - 0.6% a 1.0%) rispetto ad un declino nei
controlli (modifica vs baseline -1.4%; 95% IC,
- 2.3% a
- 0.4%). Al trocantere si rilevava un
incremento della BMD nel gruppo trattato con
alendronato (modifica vs baseline 2.5%; 95%
IC, 1.6% a
-3.5%) con nessun cambiamento nel
gruppo placebo. I bio-markers erano ridotti
nel gruppo in trattamento rispetto al placebo
(p < 0.001) per entrambe i parametri.
Pertanto
lo studio conferma che le pazienti che hanno
sospeso recentemente la HRT accusano una
riduzione del 3% della matrice minerale ossea
a livello lombare. In queste pazienti l'alendronato
è in grado non solo di prevenire la perdita
ma di portare ad un guadagno di massa ossea
pari al 2% in un anno, confermando che questa
terapia rappresenta una buona alternativa per
il trattamento dell'osteoporosi nelle donne
con bassa densità ossea costrette alla
sospensione della HRT.
P.S. |
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Frequenza
di sindrome di Down e difetti del tubo neurale nella
stessa famiglia. Lancet
2003;361:1331-35 del 19 aprile 2003
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Malgrado
vi siano numerose ricerche, le cause della non
disgiunzione che porta alla trisomia 21 non sono
ancora note.
Vi
sono prove che alcune madri di bambini affetti da
sindrome di Down presentano anomali del
metabolismo dei folati e dei meccanismi di
mutilazione. E’ anche noto che alcune anomalie
del metabolismo dei folati sono implicate nella
genesi dei difetti del tubo neurale.Questo studio
osservazionale ha voluto confrontare la frequenza
di riscontro di anomalie del tubo neurale in un
gruppo di famiglie israeliane ad alto rischio di
sindrome di Down con la frequenza di questa
sindrome in un gruppo di famiglie ucraine ad alto
rischio di difetti del tubo neurale. I risultati
sembrano confermare un legame fra le due
condizioni, rilevando una frequenza di una delle
anomalie nelle famiglie a rischio elevato per
l’altra molto superiore a quella attesa. Siccome
supplementazioni di folati si sono dimostrate
efficaci nel ridurre i difetti del tubo neurale si
può ipotizzare,ma ancora da dimostrare, un
effetto analogo anche nei confronti della trisomia
21. La supplementazione vitaminica perché sia
efficace deve essere effettuata prima ancora
dell’eventuale concepimento, ma siccome molte
gravidanze non sono programmate, sono auspicabili
cambiamenti dietetici che portino all’assunzione
di cibi ricchi di folati oppure che questi siano
aggiunti dal produttore ai cibi direttamente.
M.M.
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Doctors
and managers. bound to differ? BMJ
2003,326, n 7390.
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Invece
di fare la recensione di un articolo del BMJ, questa volta
mi sembra opportuno prendere in considerazione tutto il
numero del 22 marzo 2003, pressoché monotematico riguardo
i rapporto tra le autorità amministrative ed
i medici del servizio sanitario in generale, ed
inglese in particolare. Può essere infatti dibattuto se
una società scientifica di medicina generale debba avere
come suo oggetto di attenzione esclusivamente gli aspetti
clinici , formativo-educazionale , epidemiologico,
della
medicina generale, o
se debba anche occuparsi
di problemi manageriali. Io ritengo che una buona
managerialità sia un requisito indispensabile per
ottenere degli outcomes di qualità e che sia
assolutamente corretto affrontare problemi che forse
qualcuno potrebbe vedere di pertinenza esclusivamente
sindacale.
Ciò
premesso ritengo che questo numero del BMJ
sia uno dei più costruttivi numeri degli ultimi 3
anni. Già l’editoriale
( Doctors and managers: a problem without a
solution?) sottolinea come un dialogo costruttivo sia
indispensabile per raggiungere l’obiettivo di
curare meglio i pazienti , nonostante il porsi di
obiettivi storicamente diversi: i managers temono che il
considerare le esigenze del singolo possa compromettere l’equilibrio
del sistema , i medici pensano che se l’obiettivo è
favorire un sistema ben funzionante senza tenere conto
delle conseguenze sul singolo paziente, la qualità delle
cure possa subire un danno irrimediabile. Si pensa, da
parte di diversi autori, che debba esserci una osmosi tra
la formazione, l’esperienza e le esigenze dei managers e
quelle dei medici.
Un
primo articolo ( Views of doctors and managers on the
doctor-manager relationship in the NSH) esamina i punti di
vista di medici e managers sulla relazione managers-medici
confrontando le risposte sui relativi “poteri”, sugli
obiettivi, sulle modalità di decidere, sul lavoro in
team, sulla comunicazione
e sulle risorse: ne emerge un quadro molto difforme
con notevoli divergenze soprattutto in ordine alle
capacità di una delle due parti ad affrontare la
complessità delle situazioni.
Da
un altro articolo ( Trends in doctor-managers relationship)
emerge chiaramente lo scontento della classe medica,
proprio per le difficoltà relazionali con la controparte
amministrativa. Ciò perché a livello internazionale si
tende a diminuire l’autonomia ed a ridurre la posizione
dominante dei medici nella somministrazione delle cure. In
ogni parte del mondo il modello “scientifico-burocratico”
della somministrazione delle cure ha infatti preso il
sopravvento. Questo modello enfatizza l’esperienza
esterna nei confronti dell’esperienza personale, con
modelli di cure guidati più da processi manageriali che
da motivazioni professionali. L’articolo chiude
ricordando come sia indispensabile la
comprensione di queste dinamiche, evoluzione naturale del
sistema,ma come sia opportuno
rendere possibile un ulteriore tentativo di
migliorare i rapporti tra i medici e i sistemi sanitari.
D’altro
canto la modernizzazione della medicina e del suo governo
( Medicine, management and modernisation: a “danse
macabre?) richiede che tutti i professionisti della
sanità accettino il dato di fatto delle dimensioni delle
risorse, della necessità di un equilibrio tra l’autonomia
clinica e la trasparenza e il controllo degli atti, della
necessità di fornire un supporto alla sistematizzazione
del lavoro clinico e di condividere gli approcci di team
al lavoro clinico. Ovviamente vi sono molte diversità tra
i punti di vista dei medici, nurse, e staff di managers ,
con defatiganti sforzi delle autorità a raggiungere il
massimo della performance clinica e della regolamentazione
. Si parla in questo lavoro di “ autonomia responsabile”
come principio fondamentale del lavoro clinico che dia il
potere ai medici di fissare un equilibrio tra risorse e
aspetti clinici e tra autonomia e responsabilità.
Vengono
infine portate esperienze statunitensi
( Doctors and managers: mind the gap) e
neozelandesi ( Building a successful partnership between
management and clinical leadership: experience from New
Zealand), nonchè quella di una delle maggiori Health
maintenance organization USA, la Kaiser Permanente, che
sottolineano i risultati ottenuti dal nuovo modo
concordato di affrontare il problema delle cure primarie
nel mondo.
Sorge
spontanea una domanda:ma quanti sindacalisti medici
italiani avranno avuto modo di leggere e meditare di
questi problemi ? Speriamo almeno qualcuno.
M.C.
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Commento
allo studio ASCOT pubblicato sulla versione
elettronica di Lancet il 2 Aprile 2003
di Marco Cambielli
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Si
tratta di uno studio importante perché presenta
alcune peculiarità di vero rilievo.
L’oggetto
dello studio è consistito nella valutazione della
capacità dell’atorvastatina
, usata in prevenzione primaria, di
modificare la storia cardiovascolare di soggetti
ipertesi in trattamento con terapia ipotensiva
efficace. Tali soggetti avevano valori di
colesterolo totale pari o inferiori a 250 mg/dl,
presentavano almeno 3 fattori di rischio
cardiovascolare, e precisamente un indice di rischio
coronarico intorno al 10-15%: soggetti che secondo
le note CUF non dovrebbero essere trattati con
statine e
posti a carico del SSN.
Lo
studio merita considerazione per la numerosità del
campione: 10305 pazienti con le caratteristiche di
colesterolemia sopra ricordate, oltre al trattamento
con l’ipotensivo, sono stati assegnati casualmente
a 10 mg di atorvastatina al dì o a placebo, secondo
un disegno fattoriale 2x2, cioè oltre alla casualità
di assegnazione a uno dei 2 ipotensivi, ogni
soggetto poteva essere assegnato all’atorvastatina
o al placebo.
Lo
studio è stato condotto in Scandinavia presso i MMG
( 686!!!) ed in Inghilterra e Irlanda presso
32 Centri regionali cui i pazienti erano
avviati dai MMG. In Scandinavia lo studio era fatto
su materiale cartaceo, ( Case report form),
in Inghilterra
e Irlanda i dati erano registrati in
elettronico.
Lo
studio , previsto su un arco di 5 anni: è stato
interrotto precocemente dopo un trattamento medio di
3,3 anni perché non era etico continuare oltre,
viste le differenze tra il gruppo trattato con
atorvastatina e quello trattato col placebo.
L’end
point primario era rappresentato dall’infarto
miocardico non fatale e dalla malattia coronarica
fatale: si ottenne una riduzione del rischio
relativo del 36% nei trattati con atorvastatina
verso i trattati con placebo e se noi calcoliamo la
riduzione del rischio assoluto esso è pari
all’1,1%: cioè occorre trattare con 10 mg/die
di atorvastatina per
3,3 anni 93 persone ipertese in trattamento
ipotensivo efficace, non dislipidemiche o
dislipidemiche lievi, con almeno 3 fattori di
rischio, per evitare 1 evento coronarico fatale o
non fatale (Number needed to treat =NNT= 93).
L’abbassamento
medio del colesterolo nei trattati con l’atorvastatina
per 3,3 anni era di circa 40 mg/dl.
Sono
stati valutati altri parametri : la riduzione
relativa degli
ictus fatali e non fatali
è del 27%, ma quella del rischio assoluto è
solo del 0,64% ( elaborazione dei dati non presente
nella pubblicazione) con un NNT pari a 156, mentre
la riduzione relativa
degli eventi cardiovascolari totali era del
21% con un NNT pari a 50, cioè era necessario
condurre quel tipo di trattamento
per 3,3 anni su 50 persone per evitare 1
evento cardiovascolare qualsiasi.
I
dati sono estremamente importanti perché aggiuntivi
alla riduzione del rischio dato dagli ipotensivi,
applicabile in prevenzione primaria.
Nella
discussione gli autori fanno paragoni con altri
studi fatti con statine in prevenzione primaria,
pravastatina (WOSCOP, PROSPER e ALLHAT), con
lovastatina (AFCAPS/TexCAPS), ove le riduzioni del
rischio erano minori e sottolineano la possibilità
che risultati ancora migliori possano essere
ottenuti prolungando il trattamento fino a 5 anni,
come con gli studi di riferimento, e a dosi maggiori
di atorvastatina.
Solo
rose e fiori da questo studio?
Ci
sono alcune zone d’ombra:nella stratificazione a
posteriori ( procedura peraltro che non può essere
condivisa per la possibilità di incorrere in errori
sistematici), il farmaco si dimostrò non
significativamente efficace per un sottogruppo di
diabetici, e per le donne. Gli autori attribuiscono
queste discrepanze alla scarsa numerosità dei
campioni dei sottogruppi: certamente saranno fatti
altri studi ad hoc.
Si
tratta comunque di uno studio che sarà ampiamente
discusso e valutato perché per la prima volta si
dimostra l’ulteriore utilità di una statina nel
ridurre gli eventi cardiovascolari acuti nei
soggetti ipertesi già efficacemente trattati per
l’ipertensione e con valori di colesterolo totale
pari a 250mg/dl o inferiori.
Qualche
burocrate ministeriale penserà: ma dove andrà a
finire la spesa sanitaria?
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C.I.
LI, B.O. ANDERSON, J.R. DALING, R.E. MOE: tasso di
incidenza di carcinoma lobulare
o duttale invasivo mammario.
JAMA
289(11), 1421-1424, 2003
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La
ricerca scientifica sospetta che l’uso di
estroprogestinici possa aumentare il rischio di
tumore mammario e che questa terapia sia più
associata alla variante istologica lobulare rispetto
alla forma duttale; la prima è meno frequente, ma
anche più difficile da diagnosticare con
mammografia ed ecografia mammaria.
Gli
Autori del presente studio hanno valutato
l’incidenza dei due tumori dal 1987 al 1999,
periodo che coincide con un aumento della terapia
estroprogestinica in donne in età fertile.
Le
donne arruolate erano tutte di età pari o superiore
ai 30 anni: ne sono state studiate 190.458, tutte
registrate come affette da tumore mammario. 7.682
furono escluse dalla casistica perché la neoplasia
non fu esattamente tipizzata. Nelle donne che
utilizzano estroprogestinici, rispetto alla
popolazione che non ne fa uso, presenta un rischio
1.52 volte superiore di carcinoma lobulare, 1,96
volte superiore per carcinoma duttale-lobulare, 1.03
per la patologia duttale. La percentuale di diagnosi
di carcinoma lobulare è passata dal 9.5% del 1987
al 15.6% del 1999.
Questa
osservazione deve porre in evidenza come lo
screening normalmente proposto per i grandi numeri
della prevenzione primaria della patologia mammaria
in donne giovani in età fertile, non può non
tenere in debita considerazione del fatto che la
‘pillola’ rappresenta un potenziale rischio
ulteriore (vari sono i contributi che gli studi
hanno finora proposta, deponenti o per una più
precoce comparsa di patologia cui già predisposta,
fino alla stretta connessione terapia
estroprogestinica/tumore della mammella). Di più,
questo studio si prefigge di segnalare che, anche a
fronte di una politica di prevenzione rivolta a
valutazione Rx/eco mammaria, la patologia
eteroproduttiva può assumere caratteristiche non
precocemente individuabili.
PT
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