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Effetto
della dieta mediterranea sulla
disfunzione endoteliale e sugli
indici di infiammazione
vascolare nella sindrome
metabolica
(JAMA 292: 1440-1446, K.
Esposito et al -
22 settembre 2004)
http://jama.ama-assn.org/cgi/content/abstract/292/12/1440
Questo
studio randomizzato
multicentrico, realizzato in
cieco, che ha incluso 180
pazienti affetti da sindrome
metabolica, dimostra che la
dieta mediterranea potrebbe
essere efficace per ridurre la
prevalenza di questa sindrome,
nonché i rischi cardiovascolari
ad essa associati. I 90 pazienti
del gruppo di intervento
seguivano una dieta mediterranea
e ricevevano regolarmente
consigli comportamentali,
psicologici e dietetici. Dopo 2
anni, la riduzione di peso è
risultata maggiore rispetto al
gruppo di controllo ( - 4 kg vs
-1.2 kg; p <0.001). Questi
soggetti presentavano una
riduzione delle concentrazioni
sieriche della proteina
C-reattiva di elevata
sensibilità (p=0.01) e delle
citochine pro-infiammatorie
(IL-6, IL-7 e IL-18,
rispettivamente p=0.04, p=0.4 e
p=0.3) ed una riduzione dell’insulino-resistenza
(p<0.001). Il punteggio della
funzione endoteliale è risultato
migliorato nel gruppo di
intervento (+ 1.9; p<0.001), ma
è rimasto stabile nel gruppo di
controllo. Solo 40 pazienti del
gruppo di intervento
presentavano ancora delle
caratteristiche della sindrome
metabolica, contro 78 del gruppo
di controllo (p <0.001).
Sindrome
metabolica. Definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale
della Sanità)
e del NCEP (National Cholesterol
Education Program)
(Circulation 2004; 110: 1251-1257, Kelly
J. Hunt)
Le differenze tra
le definizioni della sindrome metabolica
sono state analizzate nella popolazione
dello studio San Antonio Heart Study che
ha incluso 2.815 partecipanti tra il
1984 e il 1988. Di questi soggetti 509
avevano una sindrome metabolica secondo
le due definizioni, 197 in base a quella
del NCEP e 199 in base a quella dell’OMS.
Dopo 12.7 anni, sono stati osservati 229
decessi (di cui 117 per causa
cardiovascolare). Nella popolazione in
prevenzione primaria (2.372
partecipanti), si sono verificati 132
decessi di cui 50 per causa
cardiovascolare. Nella popolazione in
prevenzione primaria esiste una
associazione tra l’esistenza di una
sindrome metabolica secondo il NCEP e la
mortalità cardiovascolare. Nella
popolazione generale, la sindrome
metabolica si associa alla mortalità per
le due definizioni.
Nelle popolazioni a rischio minore, la
sindrome metabolica in base alla
definizione solo del NCEP è associata
alla mortalità cardiovascolare.
www.circ.ahajournals.org
L-Acetil-carnitina:
un trattamento eziopatogenico delle
neuropatie tossiche legate ai
trattamenti anti-HIV. (AIDS 2004; 18:
1549-1560, A.M. Hart)
Gli analoghi
nucleosidici della trascrittasi inversa
dell’HIV sono responsabili di neuropatie
tossiche periferiche con danno del DNA
mitocondriale. I livelli sierici di
L-Acetil-carnitina sono ridotti nelle
neuropatie tossiche legate agli analoghi
nucleosidici. Questo studio in aperto
della durata di 33 mesi ha riunito 21
soggetti affetti da HIV con una
neuropatia tossica e trattati con
L-Acetil-carnitina (1500 mg 2 volte al
giorno). Sono state eseguite biopsie
cutanee a livello degli arti inferiori
prima dell’inizio del trattamento e a
intervalli di 6-12 mesi, confrontandole
con biopsie eseguite su soggetti di
controllo non affetti da HIV, ne’ da
neuropatia periferica. Il tipo di fibre
a livello dell’epidermide, del derma e
l’innervazione delle ghiandole
sudoripare sono state quantificate con
tecniche immunoistochimiche. Dopo 6 mesi
di trattamento, l’area media di
immunomarcatura delle piccole fibre è
aumentata (epidermide 100%, p = 0,006,
derma 133%, p <0,05) più che per tutti
gli altri tipi di fibre (epidermide 16%,
p = 0,04; derma 49%, p <0,05 ; ghiandole
sudoripare 60%, p<0,001), o per le fibre
simpatiche (ghiandole sudoripare 41%, p
<0,0003). Dopo 6 mesi di trattamento,
l’innervazione dell’epidermide, del
derma e delle ghiandole sudoripare ha
raggiunto rispettivamente il 92, 80 e
69%, rispetto ai soggetti di controllo.
Il miglioramento dell’innervazione è
proseguito (epidermide e derma), o si è
stabilizzato (ghiandole sudoripare),
dopo 24 mesi di trattamento. La
valutazione del dolore neuropatico è
migliorata nel 76% dei soggetti,
rimanendo invariata nel 19% di essi.
Durante lo studio non si sono verificate
modificazioni significative della carica
virale dell’HIV e delle percentuali di
linfociti CD4 e CD8. I soggetti non
hanno segnalato effetti indesiderati.
Conclusioni: l’L-acetil-carnitina
migliora la sintomatologia, provoca una
rigenerazione nervosa e potrebbe essere
proposta quale trattamento farmacologico
della neuropatia sensitiva distale dei
pazienti affetti da HIV. Si tratta,
tuttavia, di uno studio in aperto su un
piccolo numero di soggetti.
Eventi
vascolari severi nei soggetti affetti da
emicrania
(Headache 2004; 44: 642-651, P. Velentgas)
Questo studio
retrospettivo ha voluto valutare l’incidenza
degli eventi cardio- e cerebrovascolari, nonché
la mortalità, nei soggetti affetti da emicrania,
e l’eventuale relazione con l’utilizzo dei
triptani e dei derivati dell’ergot rispetto ai
soggetti non affetti da emicrania. A tale studio
ha partecipato una coorte di 130.411 soggetti
emicranici e 130.411 non emicranici, appaiati e
membri dell’United Healthcare, dal 1995 al 1999.
La frequenza di infarto del miocardio è
risultata identica nei soggetti emicranici e in
quelli di controllo: 1,4 per 1000 persone-anno.
Il rischio di presentare un ictus per un
soggetto affetto da emicrania, rispetto a un
soggetto non emicranico, era del 67% (rischio
relativo adattato 1,67, intervallo di confidenza
95%: 1,31-2,13), e la frequenza tra gli
emicranici era più elevata anche per l’angor
instabile e i TIA. Il rischio di infarto del
miocardio non risultava aumentato con l’utilizzo
cronico (rischio relativo adattato = 0,80,
intervallo di confidenza 95%: 0,58-1,11) o
recente (rischio relativo adattato = 0,84,
intervallo di confidenza 95%: 0,46-1,55) dei
triptani, ed era identico il rischio di ictus
(rischio relativo adattato per un utilizzo
abituale di 0,90, e recente di 0,84). I
consumatori abituali dei derivati dell’ergot
presentavano un rischio lievemente maggiore di
ictus rispetto ai soggetti di controllo (rischio
relativo adattato = 1,49, intervallo di
confidenza 95%: 0,93-2,41), senza un legame con
il dosaggio.
Conclusioni: il consumo di triptani non si
associa ad un aumento del rischio di eventi
ischemici, siano essi miocardici o cerebrali,
ne’ alla
mortalità. I soggetti emicranici presentano
generalmente un rischio più elevato di ictus, ma
non di infarto del miocardio, rispetto ai
soggetti non emicranici.
Scompenso
cardiaco diastolico
N E J M 2004;351: 1097-1104
La
diagnosi di scompenso diastolico si basa generalmente
sul riconoscimento di segni e sintomi di scompenso in un
paziente con FE normale e nessuna alterazione valvolare
all’Eco.Il gruppo di studio europeo aggiunge per la
diagnosi l’evidenza di alterazioni del rilassamento,
riempimento e distensibilità.
Per
disfunzione diastolica si intende una alterazione della
distensibilità,del riempimento o della fase di
rilassamento del Vs con però un FE normale o anomala con
o senza sintomi.Pertanto un paziente con ipertensione
arteriosa e un quadro Eco di alterato riempimento
diastolico del Vs quando mostra ridotta tolleranza allo
sforzo e dispnea specialmente se associato a
congestione polmonare o EPA si può parlare di scompenso
diastolico.Circa 1/3 di questi pz hanno una FE normale o
vicino alla norma, sono in prevalenza sopra i 75 anni ,
e la mortalità per scompenso diastolico è intorno al
5-8%rispetto al 10-15% dello scompenso sistolico;i
fattori che possono precipitare lo scompenso sia
diastolico che sistolico sono:ipertensione non
controllata irregolarità di assunzione terapia, FA , IR,
anemia, ischemia miocardica, FANS o eccesso di sale
nella dieta.
Caratteristiche fisiopatologiche:
La funzione diastolica è legata alle proprietà elastiche
passive del VS e al rilassamento attivo . Anomalie sono
solitamente legate all’aumento della massa ventricolare
e del contenuto in collagene, e ad una riduzione dei
processi rilassamento attivo, così che la curva
P/V del ventricolo viene spostata verso l’alto e a
sinistra, la compliance della camera ventricolare è
ridotta, il tempo di riempimento e la pressione
diastolica sono alterati: in queste condizione un
aumento del volume circolante o un aumento del tono
venoso, o una alterazione delle resistenze arteriose
entrambi in grado di modificare le pressioni venose
polmonari e atriali può condurre a EPA. Nella maggior
parte dei pazienti avremo una riduzione della stroke
volume e della GC nonostante una FE normale, e in molti
la capacità allo sforzo sarà ridotta sia per: 1)
aumento delle pressioni polmonari da aumento delle
pressioni ventricolari diastoliche e delle vene
polmonari, che aumentano il lavoro respiratorio e
inducono in dispnea sia per 2) inadeguata GC
durante lo sforzo con ipossia muscolare agli arti e ai
muscoli respiratori
Criteri diagnostici: ECO per
l’esclusione di patologie valvolari o pericardiche
associate a scompenso con FE >40-50%. L’onda E nel RS
legata al riempimento rapido ventricolare, risente del
gradiente pressorio atrio-ventricolare, e della velocità
di flusso transmitralico, sarà alterata (onda A legata
alla contrazione striale alla fine della diastole), cosi
come i flussi a livello delle vene polmonari. La
conferma può essere fatta con il cateterismo cardiaco
eseguito però solo nel sospetto di ischemia.
Trattamento: finalità
eliminare o ridurre i fattori responsabili e trattare le
conseguenze della disfunzione diastolica. Il trattamento
iniziale si avvale della terapia diuretica per ridurre
la congestione e le pressioni polmonari (EPA avrà il suo
trattamento: O2, morfina…). La tachicardia associata per
l’aumento delle richieste di O2 senza ischemia determina
una riduzione ulteriore del riempimento e aumento delle
pressione ; una FA specie a risposta ventricolare rapida
può precipitare EPA e ipotensione pertanto utili saranno
sia beta bloccanti che Ca antagonisti non
diidropiridinici per la prevenzione delle aritmie. Studi
brevi per ora hanno dimostrato il beneficio a lungo
termine della terapia con ACE inb e sartanici cosi come
con Ca antagonisti e beta bloccanti .Il trattamento
dell’ipertensione soprattutto nell’anziano ha ridotto
notevolmente la mortalità del 50% circa. La
Società Europea di Cardiologia in mancanza di studi
appropriati consiglia: beta blocanti o Ca ant per
ridurre la FC; terapia diuretica a lungo termine per
controllare o prevenire l’EPA ACE inb per il trattamento
dell’ipertensione e la regressione
dell’ipertrofia.
Danila Brigant
Effetto
dei
fattori
di
rischio
potenzialmente
modificabili
associati
all’infarto
del
miocardio.
(The
Lancet
364:
937-952,
S. Yusuf
t al. –
11
settembre
2004)
Lo
studio
di
casi-controllo
multicentrico
INTERHEART
dimostra
che 9
fattori,
comuni
ai 2
sessi, a
tutte le
età e in
tutte le
regioni
del
mondo,
sono
responsabili
della
maggior
parte
del
rischio
di
infarto:
un
rapporto
ApoB/ApoA1
elevato,
il
tabagismo,
l’ipertensione,
il
diabete,
l’obesità
addominale,
i
fattori
psicosociali,
un
consumo
insufficiente
di
frutta e
legumi,
l’alcolismo,
la
mancanza
di
esercizio.
Questo
suggerisce
che gli
approcci
preventivi
possono
basarsi
sugli
stessi
principi
in tutto
il mondo
e che
essi
possono
potenzialmente
evitare
la
maggior
parte
dei casi
precoci
di
infarto
del
miocardio.
Lo
studio
ha
incluso
15.152
casi e
14.820
controlli
in 52
nazioni.
Il
rischio
(odds
ratio)
di
infarto
è
risultato
moltiplicato
di 2,87
dal
tabagismo,
di 3,25
da un
rapporto
ApoB/ApoA1
elevato,
di 1,91
dall’ipertensione,
di 2,37
dal
diabete,
di 1,12
dall’obesità
addominale
e di 2,67
dai
fattori
psicosociali
(depressione,
stress).
Il
rischio
veniva
al
contrario
ridotto
dal
consumo
quotidiano
di
frutta e
di
legumi (odds
ratio
0.70),
dal
consumo
regolare
e
moderato
di
alcool
(OR
0.91) e
da un'attività
fisica
regolare
(OR
0.86).
Benefici
degli inibitori
della MAO di
tipo B nella
fase precoce del
morbo di
Parkinson (BMJ
329: 593,N.J.
Ives et al. - 11
settembre 2004)
http://bmj.bmjjournals.com/cgi/reprint/329/7466/593
Questa
metanalisi di 17
studi
randomizzati,
comprendenti in
tutto 3.525
soggetti, mostra
i benefici degli
inibitori della
monoamina-ossidasi
B (IMAOB) nel
morbo di
Parkinson: essi
riducono
l’infermità, la
necessità di
levodopa e
l’incidenza di
fluttuazioni
motorie senza
effetti
secondari
notevoli, ne’
aumento della
mortalità.
L’analisi
comprendeva gli
studi pubblicati
che
confrontavano un
IMAOB (selegilina,
lazabemide o
rasagilina) con
la levodopa o
con placebo, nel
morbo di
Parkinson al suo
esordio. Non è
stata osservata
alcuna
differenza
significativa
relativamente
alla mortalità
tra i soggetti
trattati con
IMAOB e quelli
di controllo.
Alla scala UPDRS
(Unified
Parkinson's
Disease Rating
Scale), i
soggetti
trattati con
IMAOB
presentavano dei
punteggi totali,
motori e di
attività
quotidiana,
significativamente
migliori
rispetto a
quelli dei
soggetti
trattati con
placebo. Era
inoltre meno
probabile la
necessità di
levodopa o di
sviluppare
fluttuazioni
motorie. Tra i
due gruppi non è
stata osservata
alcuna
differenza
relativamente
all’incidenza di
effetti
secondari, o
all’interruzione
del trattamento.
Gli autori
concludono
tuttavia
affermando che
resta incertezza
in merito ai
benefici e ai
rischi relativi
agli IMAOB, in
quanto pochi
studi li
hanno
confrontati con
altri farmaci
anti-parkinsoniani.
Sono quindi
necessari studi
comparativi a
lungo termine.
R.G.
SCHLIENGER, M.E.
KRAENZLIN, S.S. JICK,
C.R. MEIER: Impiego
di b-bloccanti
e rischio di
fratture
JAMA 292(11),
1326-1332, 2004
Studi
condotti su
popolazione animale
rivelano che il
propranololo
determina incremento
di massa ossea, ma
non ci sono dati che
evidenzino la
riduzione di rischio
di fatture nella
popolazione umana
trattata con
b-bloccanti
con o senza
diuretici tiazidici.
Una analisi
caso-controllo è
stata condotta in
Gran Bretagna dagli
autori in ambito di
medicina generale.
Lo studio include
30.601 pazienti di
età compresa tra 30
e settantanove anni,
che rispondano ad
una frattura subìta
nel corso del
periodo 1993-1999.
Le
fratture a carico di
mano e arto
inferiore (42%) e
piede (15,1%) sono
le più frequenti.
Rispetto ai pazienti
che non assume
b-bloccante
né diuretico
tiazidico, l’Odds
Ratio (OR) per
l’impiego di
b-bloccante
è 0.77 (IC 95%
0.72-0.83), per il
solo diuretico
tiazidico 0.80 (IC
95% 0.74-0.86), per
l’associazione OR
0.71 (IC 95%
0.64-0.79). I
risultati sono stati
opportunamente
stratificati
in relazione alla
presenza di fumo di
sigaretta, per massa
corporea, numero di
controlli in
ambulatorio del MMG,
uso di
calcio-antagonista o
ACE-inibitori,
farmaci
antidepressivi,
statine,
antiepilettici,
benzodiazepine,
corticosteroidi,
estrogeni.
I
dati degli autori
sembrano suggerire
che l’uso costante
di
b-bloccanti
in associazione o
meno con tiazidici
riduce il rischio di
fratture. Questo
dato è più
significativo in
quei pazienti
relativamente più
anziani che sono a
rischio per
osteoporosi.
Paolo Tornari
J.A.
DE LEMOS, et al.:
trattamento ad alto
dosaggio precoce o a
basso dosaggio
prolungato in
pazienti con
sindrome coronarica
acuta. JAMA 292(11),
1307-1316, 2004
In questo studio
internazionale,
randomizzato in
doppio cieco
condotto su pazienti
con sindrome
coronarica acuta (SCA),
si sono scelti
regìmi terapeutici
con 40 mg al giorno
di simvastatina per
un mese e a seguire
80 mg al giorno,
oppure placebo per 4
mesi e in
seguito 20 mg di
simvastatina al
giorno. L’end-point
primario è un
insieme tra morte
cardiovascolare,
infarto miocardico
non fatale, nuovi
ricoveri per SCA,
ictus cerebrale. Il
follow-up dei
pazienti è da sei
mesi a due anni.
Fra i pazienti
trattati con
placebo il dosaggio
medio della frazione
LDL del colesterolo
è di 122 mg/dl a un
mese e 77 mg/dl
all’ottavo mese di
assunzione di 20
milligrammi di
simvastatina. Tra i
pazienti trattati
sempre con farmaco
al mese di
trattamento con 40
mg/die il valore
medio di LDL è di 68
mg/dl e di 63 mg/dl
a otto mesi di
trattamento con 80
mg di farmaco al
giorno. Il 16,7% dei
pazienti placebo/simvastatina
hanno raggiunto i
criteri dell’end-point
primario, contro il
14,4% dell’altro
gruppo di
osservazione; in
particolare morte
cardiovascolare nel
5,4% contro 4,1%,
non altre differenze
per quanto concerne
gli altri parametri
dell’end-point
prefissato. Non si
sono avute
differenze
significative nei
primi quattro mesi
dalla SCA, ma da
questo momento ai
due anni di
osservazione nei
pazienti con
trattamento sempre
con simvastatina l’end-point
ha avuto percentuali
inferiori.
Senza poter definire
significativa
aumentata o
diminuita
percentuale di
eventi, gli autori
affermano che il
precoce trattamento
farmacologico
rappresenta una
relativa riduzione
degli eventi avversi
maggiori dopo
sindrome coronarica
acuta.
Paolo Tornari
Regressione
dell’aterosclerosi
carotidea mediante
controllo delle
glicemie
postprandiali nei
diabetici di tipo 2
- (Circulation 2004;
110: 214-219,
Katherine Esposito)
Un’iperglicemia
postprandiale
potrebbe essere un
fattore di rischio
di malattia
cardiovascolare. Gli
effetti della
repaglinide e della
gliburide sulle
glicemie
postprandiali sono
stati studiati in
relazione allo
spessore
intima/media
carotidea in
pazienti diabetici
di tipo 2.
Questo studio
randomizzato ha
incluso 175 pazienti
diabetici di tipo 2
non trattati
randomizzati tra
repaglinide (n = 88)
e gliburide (n =
87), con titolazione
della dose efficace
in 8 settimane e 12
mesi di trattamento
efficace. Gli
effetti della
repaglinide (1.5-12
mg/die) e della
gliburide (5-20 mg/die)
sul rapporto I/M
sono stati valutati
in cieco. Dopo 12
mesi, la glicemia
postprandiale era di
148 mg/dl nei
pazienti trattati
con repaglinide e di
180 mg/dl in quelli
trattati con
gliburide (p =
0.01). La
regressione del
rapporto I/M
(riduzione >0.020
mm) è stata
osservata nel 52%
dei diabetici in
repaglinide e nel
18% di quelli in
gliburide (p =
0.01).
La riduzione della
glicemia
postprandiale nei
diabetici di tipo 2
si associa ad una
regressione dell’aterosclerosi
carotidea.
www.circ.ahajournalsa.org
HAIDER
A., SHAW J.C.: trattamento
dell’acne volgare. JAMA
292(6), 726-735, 2004
Gli Autori presentano, in
base ai differenti quadri
clinici, quali siano i
regìmi terapeutici ottimali
per l’acne volgare. Alla
base di quest’articolo c’è
la presa in considerazione
di trials randomizzati
controllati ben articolati,
meta-analisi e altre
valutazioni sistematiche del
problema.
Nei dati di sintesi sono
valutati i seguenti
parametri: riduzione della
componente infiammatoria,
delle manifestazioni non
flogistiche cliniche o
correlate al trattamento, la
conta totale delle lesioni
acneiche. I retinoidi topici
(tretionina, adapalene,
tazarotene) riducono i
comedoni e le lesioni
infiammatorie nel 40-70% dei
casi. Questi composti sono
la prima scelta nei pazienti
con soli comedoni. Altre
sostanze, compresi gli
anti-microbici topici (clindamicina,
eritromicina, tetraciclina,
benzoilperossido, acido
azelaico), gli antibiotici
orali, la terapia ormonale
(nelle donne), hanno tutte
buone percentuali di
risposta.
I pazienti con acne a
componente infiammatoria
lieve-moderata con papule e
pustole andrebbero trattati
con antibiotici topici
associati a retinoidi. Gli
antibiotici orali sono la
prima scelta per le forme di
acne con componente
infiammatoria
moderata-severa, mentre l’isotretionina
orale è indicata nelle forme
nodulari, se falliscono
altri trattamenti, se
recidiva frequente
infiammatoria e nei casi di
concomitante disagio
psicologico del paziente per
la sua acne.
Terapie a lungo termine con
antibiotici topici o orali
vanno sconsigliate, per
limitare
l’antibiotico-resistenza.
L’isotretionina, per la sua
teratogenicità va esclusa se
destinata a donne in
gravidanza.
Defibrillazione
ad accesso pubblico e
sopravvivenza dopo arresto
cardiaco extraospedaliero. N Engl J Med 2004;351:637-46
Uno
studio clinico multicentrico
, randomizzato prospettico
su alcune gruppi di persone
in comunità(centri
commerciali,complessi
residenziali condominiali)
secondo un sistema
strutturato e monitorato di
risposta di emergenza che
prevedeva volontari comuni
addestrati alla sola
rianimazione cardiopolmonare
(RCP) oppure all’RCP e
all’uso di DAE
,defibrillatori
automatizzati esterni :I due
gruppi erano simili per le
caratteristiche dei
volontari e delle comunità
per un totale di 19.000
volontari,993 unità.Nei due
gruppi i pazienti che hanno
ricevuto un intervento erano
simili per età, percentuale
di maschi e tasso di arresto
cardiaco in presenza di
testimoni.Non sono stati
somministrati shock
inopportuni e la
sopravvivenza fino alla
dimissione ospedaliera è
risultata più elevata nelle
unità con RCP + DAE( 30
sopravvissuti su 128
arresti) rispetto alla sola
RCP da sola (15 su 107).
Nello stesso numero della
rivista viene pubblicato lo
studio clinico OPALS(Ontario
Prehospital Advanced Support)
multicentrico prima e dopo
l’istituzione di programmi
di sostegno vitale avanzato(intubazione
endotracheale
somministrazione di farmaci
endovena).Gli autori
dimostrano che su 5638
pazienti arruolati ,1391
nella prima fase dello
studio,quella della sola
defibrillazione rapida e
4247 in quella del supporto
vitale standard avanzato,
l’aggiunta del sostegno
vitale avanzato ad un
sistema precedentemente
ottimizzato di servizi
medici di emergenza per la
defibrillazione rapida non
migliora il tasso di
sopravvivenza dopo arresto
cardiaco extraospedaliero.
Commento:delle 350-450000
morti /anno negli USA più
del 50% sono dovute a
malattia cardiovascolare e
spesso rappresentano la
prima manifestazione della
malattia cardiaca, nell’80%
dei casi avviene a casa e i
tempi di trattamento
dovrebbero avvenire entro i
primi 4 minuti
dall’insorgenza della FV,ogni
minuto di ritardo riduce
dell’8-10% la possibilità
dell’eventuale dimissione
poi dall’ospedale.La “catena
di sopravvivenza” è legata
ai tempi di inizio delle
manovre di emergenza, di
defibrillazione ,ricovero e
di inizio dei supporti
vitali avanzati.Un primo
studio con personale
addestrato, poliziotti e
vigili del fuoco, all’uso
dei defibrillatori
automatici(il ritmo cardiaco
è automaticamente
riconosciuto dal device)
svolto nella città di
Seattle ha ridotto di 5,1
minuti il tempo di
defibrillazione e
aumentando la sopravvivenza
rispetto alle sole manovre
di rianimazione,senza alcuna
osservazione di shocks
dovuti a errori di diagnosi
del ritmo.
In entrambi gli studi si
dimostra il miglioramento
della sopravvivenza con una
precoce defibrillazione nei
pazienti extraospedaliri,pertanto
la strategia dovrebbe essere
quella del miglioramento
delle strategie dei
programmi nelle comunità
nell’addestramento del
personale medico e dei
volontari motivati.
Danila Briganti
I
rischi di cadute recidivanti
sono maggiori nelle donne
anziane con una bassa acuità
visiva
(Ophtalmology 2004; 111:
857-862, A.L. Coleman)
Questo
studio prospettico ha valutato
l’associazione tra le
modificazioni dell’acuità visiva
e la frequenza delle cadute
nelle donne anziane. 2.002
donne partecipanti allo Study of
Osteoporotic Fractures sono
state sottoposte a una
misurazione dell’acuità visiva
al momento dell’inclusione e
alla visita di follow-up, da 4 a
6 anni più tardi (media 5,6
anni). L’evoluzione dell’acuità
visiva è stata valutata in base
al numero di lettere perse alla
scala di Bailey-Lovie. La
raccolta anamnestica degli
episodi di caduta avveniva
mediante cartolina postale
indirizzata ogni 4 mesi dopo la
visita di follow-up. Le cadute
erano considerate frequenti se
si verificavano almeno 2 volte
nell’anno successivo alla visita
di follow-up. Rispetto alle
donne la cui acuità visiva
permaneva stabile, o addirittura
migliorava, quelle la cui acuità
visiva si riduceva presentavano
maggiori rischi di caduta. L’OR
adattato era di 2,08 (IC 95%,
1,39-3,12) per una perdita da 1
a 5 lettere, di 1,85 (IC 95%,
1,16-2,95) per una perdita da 6
a 10 lettere, di 2,51 (IC
95%,1,39-4 ,52) per una perdita
da 11 a 15 lettere e di 2,08 per
una perdita superiore alle 15
lettere (IC 95%, 1,01-4,30).
Conclusioni: La riduzione
dell’acuità visiva aumenta
nettamente il rischio di caduta
nelle donne anziane. Questo
semplice studio sottolinea il
carattere multifattoriale delle
cadute e la necessità di
prevenire e correggere le
riduzioni dell’acuità visiva.
Prevalenza della sindrome
metabolica (SM) e
correlazione con la
mortalità totale e
cardiovascolare in Europa (Arch. Intern. Med. 2004;
164(10): 1066-76, Hu G.)
In questa meta-analisi
europea, tra 6.156
uomini e 5.356
donne non diabetici di età
compresa tra 30 e 89 anni,
seguiti in media per 8.8
anni, la prevalenza di SM
corretta per l'età è
risultata lievemente più
elevata negli uomini (15.7%)
rispetto alle donne (14.2%).
L'OR della mortalità totale
e cardiovascolare nei
soggetti affetti da SM era
di 1.44 (CI 95%: 1.171.84) e
2.26 (1.61-3.17) negli
uomini e di 1.38 (1.02-1.87)
e 2.78 (1.57-4.55) nelle
donne dopo correzione per
età, pressione arteriosa e
fumo.
Effetti
di un precedente trattamento con
statine sulla severità degli eventi
ischemici acuti cerebrovascolari
(J. Neurol. Sci. 2004; 221: 5-10, S.
Greisenegger)
Recenti dati
sperimentali sembrano mostrare un
effetto neuroprotettivo delle
statine nei confronti dell’infarto
cerebrale. Questo studio ha valutato
1.691 soggetti, tra quelli
partecipanti a un’importante coorte
epidemiologica, che avessero
recentemente presentato un infarto
cerebrale o un TIA
(Attacco Ischemico Transitorio).
La severità dell’ictus è stata
valutata mediante la scala di Rankin,
secondo una stima effettuata a 1
settimana dall’evento
neuro-vascolare. L’influenza delle
statine assunte precedentemente
all’ictus sull’evoluzione di quest’ultimo
è stata studiata con un’analisi di
regressione multivariata. Gli
infarti severi, definiti con un
punteggio di Rankin di 5 o 6 (n =
231, 14%), erano meno frequenti nei
soggetti precedentemente trattati
con statine (6% versus 14%; OR =
0,37, IC 95%, 0,19-0,74, p =0,004),
e tale associazione rimaneva
significativa dopo adattamento per i
fattori confondenti. Questo studio
evidenzia una correlazione
significativa tra gli effetti di un
trattamento con statine precedente
l’ictus e la presenza di diabete
nella prognosi dell’ictus. Nei
soggetti diabetici è stata osservata
un’evoluzione sfavorevole dell’ictus
nel 16% dei casi non trattati
precedentemente con statine, e in
nessuno di quelli trattati con
statine. Escludendo i soggetti
diabetici trattati con statine,
tuttavia, l’effetto protettivo non
era più statisticamente
significativo.
Conclusioni: un precedente
trattamento con statine sembra
essere associato a un’evoluzione
clinica meno severa nei soggetti che
presentano un evento
cerebrovascolare acuto, in
particolare in quelli affetti da
diabete.
Primo
approccio terapeutico antiretrovirale in
pazienti con infezione da virus
dell’immunodeficienza acquisita-1.
SAAG M.S., et al.: JAMA 292(2), 180-190,
2004
GALLANT J.E., et al.: JAMA 292(2),
191-201, 2004
In due articoli vengono riportati i
dati di due regimi terapeutici.
Saag e Colleghi randomizzano i pazienti
per emtricitabina (nucleoside inibitore
della trascrittasi inversa –NRTI-) in
unica somministrazione giornaliera, o
altro NRTI, la stavudina, entrambi in
associazione con didanosina e efavirenz.
Dopo 48 settimane, coloro i quali hanno
assunto emtricitabina avevano cariche
virali più difficilmente quantificabili.
Gallant e Colleghi riportano dati circa
l’impiego di tenofovir (analogo
nucleosidico inibitore della
trascrittasi inversa) in combinazione
con lamivudina e efavirenz, come più
efficace nell’abbattere la carica virale
di HIV-1 rispetto al trattamento con
stavudina, lamivudina e efavirenz,
inoltre con minor incidenza di
lipodistrofia e miglior profilo
lipidico.
Paolo Tornari
Gli
effetti degli isoflavoni della soia
sulla salute delle donne in
post-menopausa.
JAMA 292(1), 65-74, 2004
Molti studi sembrano suggerire che
composti analoghi agli estrogeni
contenuti nei vegetali come gli
isoflavoni della soia possono prevenire
i cambiamenti tipici della
post-menopausa come la densità ossea, il
profilo lipidico, i deficit cognitivi.
Gli Autori conducono uno studio in
doppio cieco contro placebo circa gli
effetti di una dieta supplementata con
di proteine della soia contenenti gli
isoflavoni (25.6 grammi di proteine
della soia, contenente 99 milligrammi di
isoflavoni: 52 mg di genistina, 41 mg di
daidzeina, 6 mg di gliceteina), in donne
tra i 60 e i 75 anni di età. Nel corso
dei dodici mesi di osservazione il
gruppo trattato con gli isoflavoni della
soia non ha mostrato alcun beneficio
rispetto al gruppo di controllo.
Paolo Tornari
Enoxaparina
o eparina non frazionata nel trattamento
della sindrome coronarica acuta.
The SYNERGY trial investigators
JAMA 292(1), 45-54, 2004
BLAZING M.A., et al.
JAMA 292(1), 55-64, 2004
PETERSEN J.L., et al.
JAMA 292(1), 89-96, 2004
In due grandi studi randomizzati si è
voluto valutare l’evoluzione clinica nel
trattamento della sindrome coronarica
acuta senza innalzamento del tratto ST
all’elettrocardiogramma, con enoxaparina,
un’eparina a basso peso
molecolare, oppure con eparina non
frazionata.
Nello studio SYNERGY non c’è differenza
di evoluzione clinica nell’impiego di
uno dei due composti presi in esame
circa nei confronti dei due end-point
primari: morte e infarto del miocardio
non fatale, a trenta giorni dal fatto
acuto. Inoltre, il numero di eventi
ischemici durante rivascolarizzazione
percutanea o di by-pass arterioso
coronarico era simile nei due gruppi di
osservazione.
Blazing e Colleghi mettono invece a
confronto enoxaparina ed eparina non
frazionata in pazienti già in
trattamento con tirofiban, un inibitore
della glicoproteina IIb/IIIa, e
aspirina, come da indicazione in
prevenzione primaria in pazienti a
rischio per cardiopatia ischemica: anche
in questo caso gli end-point non avevano
fornito numero di eventi statisticamente
significativi tra i due gruppi.
Petersen e Colleghi ritengono invece sia
più efficace l’enoxaparina nel prevenire
il doppio end-point morte o infarto del
miocardio a 30 giorni dall’evento acuto,
così come è più efficace nel prevenire
il rischio di sanguinamento
post-operatorio, laddove ce ne sia stata
necessità
Paolo Tornari
Ictus
e neoplasie: incidenza ed eziologia
(Neurology 2004; 62: 2025-2030, DM.
Cestari)
Per valutare
incidenza e tipologia degli ictus
cerebrali ischemici occorsi nei soggetti
affetti da una neoplasia e seguiti
presso il Memorial Sloan-Kettering
Cancer Center, gli autori hanno
riesaminato le cartelle cliniche dei
pazienti che hanno presentato un ictus
ischemico, confermato mediante
diagnostica per immagini, tra il
febbraio 1997 e aprile 2001.
Sono stati identificati 96 soggetti.
L’età media era di 67 anni, e il 61,5%
era di sesso maschile. La distribuzione
dei fattori di rischio vascolare era
identica a quella osservata nei grandi
studi sugli ictus ischemici. La
neoplasia più frequente era quella del
polmone (30%), seguita dai tumori
cerebrali e dal carcinoma della prostata
(9% ciascuno). L'ictus ischemico era di
origine embolica in 52 soggetti (54%), e
non embolica in 44 soggetti (46%).
Undici dei dodici soggetti esaminati
presentavano un’elevazione del tasso di
d-dimero, ma si è potuto fare diagnosi
di endocardite trombotica non batterica
solamente in 3 soggetti. Il follow-up
medio, a partire dalla diagnosi di ictus
ischemico, era di 4,5 mesi (IC 95% da
2,8 a 9,5); il 25% dei soggetti è
deceduto entro 30 giorni. Il trattamento
non influiva sulla sopravvivenza.
Concludendo, l'ictus ischemico di
origine embolica rappresenta il fattore
eziologico più frequente degli ictus
ischemici nei soggetti affetti da
neoplasia; ciò è in parte spiegato
dalla ipercoagulabilità, mentre l’aterosclerosi
rappresenta la causa solamente del 25%
degli ictus ischemici di tali soggetti.
TERRY
M.B., et al.: associazione e frequenza
di assunzione di aspirina e stato
recettoriale ormonale per il rischio di
tumore mammario. JAMA 291(20),
2433-2440, 2004
L’uso di aspirina o altri FANS è
descritto come in associazione a
diminuzione di tumori, incluso quello
alla mammella.
I FANS inibiscono l’attività della
ciclo-ossigenasi e quindi riducono la
sintesi di prostaglandine; queste
stimolano l’espressione genica delle
aromatasi e la conseguente biosintesi
estrogenica. Data l’importanza degli
estrogeni nell’induzione del tumore
mammario, se si sfrutta la capacità di
aspirina/FANS di inibirne la catena
sintetica, in relazione allo stato di
attivazione recettoriale.
Anche in questo studio si è proposto
l’impiego di aspirina e verificare la
prevenzione del tumore della mammella
rispetto alla popolazione tenuta sotto
osservazione, ma non trattata. Come è
nelle aspettative, l’aspirina ha
dimostrato di essere un chemiopreventivo
per il tumore della mammella.
Trattamento a
lungo termine della malattia di
Alzheimer con donepezil.
(The Lancet 363 : 2105-2115, AD2000
Collaborative Group - 26 giugno 2004)
Il donepezil è un
inibitore dell'acetilcolinesterasi
impiegato nel trattamento della malattia
di Alzheimer dal 1998. Questo studio
randomizzato, realizzato in doppio
cieco, che ha incluso 565 pazienti
affetti da MA di grado lieve o moderato,
dimostra che in un periodo di 2 anni, il
farmaco non apporta che pochi benefici e
conclude indicando la necessità di
trattamenti più efficaci degli inibitori
della colinesterasi per la terapia della
MA. In paragone al placebo, il donepezil
ha determinato dei miglioramenti lievi
delle capacità cognitive e delle
attività quotidiane, ma nessuna
riduzione misurabile del tasso di
istituzionalizzazione, né della
progressione dell’handicap,
fattori-chiave di un beneficio nel
rapporto costo/efficacia. Nessuna
differenza significativa è stata
osservata tra donepezil e placebo per
quanto concerne i disturbi
comportamentali e psicologici, lo stato
psicologico dei badanti e il tempo che
essi hanno impiegato nell’assistenza, il
costo delle cure, la mortalità o il
numero degli eventi avversi, né tra le
dosi di 5 e 10 mg di donepezil.
Terapia
con estrogeni e facoltà mnesiche nelle donne in
menopausa.
Schumaker S.A., et al. – JAMA 291(24), 2947-2958,
2004
Espeland M.A., et al. – JAMA 291(24) 2959-2968, 2004
Shneider L.S. – JAMA 291(24) 3005-3007, 2004
I
risultati finora in possesso, provenienti dal
Women’s Health Initiative Memory Study (WHIMS),
rivelano che la terapia con estrogeni equini
coniugati (CEE) e medrossiprogesterone -contro
placebo- aumenta il rischio di demenza ma non il
rischio di minima compromissione delle facoltà
mnesiche o di cambiamenti nella funzione cognitiva
globale nelle donne tra i 65 e i 70 anni di età..
Non è provata l’efficacia della sola terapia con
estrogeni sull’incidenza dell’effetto sulla sfera
psichica..
Il
primo gruppo di Autori riprende il braccio di WHIMS
trattato solo con CEE e afferma che il rischio è di
fatto identico in chi fa o non fa terapia
ormonosostitutiva.
Messi a confronto i dati CEE con quelli di coloro
che assumevano anche medrossiprogesterone, gli
Autori del primo lavoro menzionato rivelano che il
rischio è aumentato nel gruppo con terapia in
associazione sia per la demenza che per il minimo
decadimento cerebrale mentale.
Espeland et al. descrivono l’andamento del
decadimento per un periodo di 5.4 anni in media
delle donne arruolate e osservano un decadimento
cerebrale maggiore nelle donne trattate con CEE
rispetto a placebo.
Schneider pone poi domande importanti: estrogeni per
poco tempo sarebbero all’inizio della menopausa
sarebbero utili per la prevenzione della demenza, al
contrario di quanto sembra rivelare l’impiego più
duraturo. L’altro interrogativo è se l’eventuale
terapia con estrogeni rappresenti una prevenzione
primaria o secondaria per la malattia di Alzheimer,
quadro clinico che non ha ancora fornito indicazioni
cliniche e informazioni eziopatogenetiche
correlabili agli estrogeni.
P.
BUEKENS, G. KEUSCH, J. BELIZAN, Z.A. BHUTTA: La
salute mondiale basata sull’evidenza. JAMA
291(21), 2639-2641, 2004
L’efficacia di molti interventi per migliorare la
salute nelle popolazioni povere rimane non testata e
quindi non provata. Oltre alle vaccinazioni, solo
altri pochi interventi hanno validità provata
sull’evidenza.
L’obiettivo della salute mondiale basata
sull’evidenza necessita di trials controllati
randomizzati e altri studi scientifici per
valutarne l’intervento e l’impatto. Trials
randomizzati controllati di interventi sulla salute
pubblica sono spesso condotti su piccole comunità o
piccoli gruppi di popolazione; quando l’evidenza da
studi randomizzati non è perseguibile, o difficile
da estendere alla popolazione in generale, gli studi
osservazionali forniscono utili informazioni, ma
devono essere attentamente valutate.
Sempre in questo numero della rivista ci sono due
studi indicativi di come si possa approcciare nella
ricerca basata sull’evidenza.
S.
LUBY e Coll. JAMA 291(21), 2547-2554 promuovono un
trial clinico su 36 quartieri degradati di Karachi
in Pakistan: arruolano i contadini che abbiano
almeno 2 bambini di meno di 15 anni, uno dei quali
inoltre più giovani di 5 anni d’età. L’obiettivo
dello studio è valutare l’incidenza della diarrea
nei bambini, definito come numero degli episodi di
diarrea per 100-persone/settimana di osservazione,
proponendo di valutare i benefici dal lavaggio delle
mani con il sapone.
I
ragazzi con meno di 15 anni di vita che lavano le
mani hanno un’incidenza inferiore del 53% dei casi
di diarrea, del 39% nei bambini con meno di 5 anni
d’età. E’ evidente come, in un Paese con alta
mortalità per diarrea nella popolazione giovanile,
lavare le mani con il sapone, d’abitudine, riduce la
diarrea in queste comunità.
R.
KAUL e Coll. JAMA 291(21), 2555-2562 danno dose di
antibiotico mensile in profilassi per le malattie
sessualmente trasmesse a prostitute keniane, in
un’area slum di Nairobi; delle 890 donne arruolate,
466 sono sieronegative per HIV-1 e solo queste sono
state randomizzate per placebo o azitromicina 1
grammo al mese.
L’incidenza di sieropositività per HIV-1, come è
intuibile, non è differente nei due gruppi di
osservazione, preceduta da infezione sostenuta da
Neisseria gonorrhoeae o Chlamydia trachomatis.
Riduzione di incidenza nel gruppo trattato do
infezioni sostenute da N. gonorrhoeae, C.
trachomatis e Trichomonas vaginalis.
|
Ospedalizzazioni per
sospetto di sindrome coronarica acuta tra il
1990 e il 2000.
(BMJ 328: 1413-1414, N. F. Murphy et al. - 12
giungo 2004)
Gli autori hanno indagato l'evoluzione dei tassi
di ospedalizzazione per infarto del miocardio,
angor e dolore toracico in Scozia tra il 1990 e
il 2000. Sono state osservate 225.512 prime
ospedalizzazioni per sospetto di sindrome
coronarica acuta con diagnosi alla dimissione di
infarto del miocardio nel 43% dei casi, di
angina nel 17% e di dolore toracico di altra
origine nel 41%. Il tasso di ospedalizzazioni
per sospetto di sindrome coronarica acuta è
aumentato di un quarto tra il 1990 e il 2000.
Quello di ospedalizzazione per infarto del
miocardio è diminuito di un terzo, mentre i
tassi di ospedalizzazione per angor e dolore
toracico sono aumentati rispettivamente del 79%
e del 110%. Gli autori sottolineano le
importanti conseguenze in termini economici e di
servizi degli incrementi delle sindromi anginose
e dei dolori toracici.
Evoluzione
dell’incidenza degli ictus tra il 1981 e il 2004.
(The Lancet 363: 1925-1933, P.M. Rothwell et al. - 12
giugno 2004)
Lo studio britannico Oxford Vascular Study mostra che
nella comunità di Oxford, nonostante l’invecchiamento
della popolazione, l'incidenza di ictus maggiori negli
ultimi 20 anni si è ridotta in associazione con un
aumento dell’utilizzo di trattamenti preventivi e di
riduzioni importanti dei fattori di rischio. Tra il
1981-84 e il 2002-04, l'incidenza relativa di un primo
ictus, aggiustata per età e sesso, si è ridotta del 29%
(p=0,0002). L'incidenza di una prima emorragia
intracerebrale è scesa del 53% (p=0,01), ma è rimasta
invariata quella dell’emorragia meningea. Il numero di
ictus è sceso da 286 a 262, mentre per effetto del solo
cambiamento demografico (aumento del 33% del numero di
soggetti con 75 o più anni), ci si aspettava un aumento
da 286 a 366, pari al 28%. Riduzioni importanti sono state
osservate nella percentuale di mortalità dovuta a ictus
(-37%, p=0,02), nonché nell’incidenza di ictus fatali o
invalidanti (-40%, p<0,0001). Nello stesso tempo, sono
state osservate riduzioni importanti nel numero di
fumatori, nella concentrazione di colesterolo totale,
nella pressione sistolica e diastolica, e forti incrementi
per quanto riguarda i trattamenti con anti-aggreganti,
ipolipemizzanti e antipertensivi (p<0,0001 per ciascuno
di essi).
Abuso
di farmaci nei soggetti affetti da cefalee,
cervicalgie e lombalgie
(Neurology 2004; 62: 1540-1544, J.A. Zwart)
Questo studio epidemiologico condotto in Norvegia
tra il 1995 e il 1997 ha riunito 51.383 soggetti che
hanno risposto a un questionario sulle cefalee,
51.050 dei quali hanno anche compilato un
questionario sui sintomi muscolo-rachidei e 49.064
sull’utilizzo di analgesici. La prevalenza delle
cefalee croniche associate all’utilizzo quotidiano o
quasi quotidiano di analgesici da più di 1 mese era
dell’1% (donne = 1,3% e uomini = 0,7%), e per
l’abuso di farmaci della durata superiore o uguale a
3 mesi era dello 0,9% (donne = 1,2% e uomini =
0,6%). Le cefalee croniche erano associate all’abuso
di farmaci in modo 7 volte superiore (> 1 mese)
rispetto alle cefalee senza abuso di farmaci (OR
=7,5; IC 95%, 6,6-8,5). L’analisi dei sottogruppi
dei soggetti affetti da algie croniche ha mostrato
che l’associazione con l’abuso di farmaci era più
marcata per le emicranie croniche (OR = 10,3; IC
95%, 8,1-13,0), intermedia per le cefalee croniche
non di carattere emicranico (OR = 6,2; IC 95%,
5,3-7,2) e più debole per le cervicalgie croniche
(OR = 2,6; IC 95%, 2,3-2,9) e le lombalgie croniche
(OR =3,0, IC 95%, 2,7-3,3). Questa associazione
diventava più importante con l’aumento della durata
di consumo degli analgesici per tutti i gruppi, ed
era più rilevante per i soggetti affetti da cefalee,
e in particolare nei soggetti sofferenti di
emicranie.
Conclusioni: le cefalee croniche, e soprattutto le
emicranie croniche, sono associate a un eccessivo
consumo di analgesici, e in modo più importante
rispetto ad altre algie croniche quali le
cervicalgie e le lombalgie.
Rischio
di tromboembolismo ricorrente differente nei due sessi.
N
Engl Med J 2004;350:2558-63
Sono stati studiati 826 pazienti al primo evento
tromboembolico,in assenza di deficit congeniti per
trombofilia, escludendo le donne in gravidanza o i
pazienti neoplastici o quelli con anticoagulante del LES,
per un periodo medio di 36 mesi .End point era
rappresentato dalla evidenza obiettiva di recidiva di
tromboembolia venosa sintomatica. Una recidiva è stata
osservata in 74 dei 373
uomini
ed in 28 delle 453 donne(20% rispetto al 6%,rischio
relativo di recidiva:3,6,intervallo di confidenza al 95%
:2,3-5,5;p<0,001).Il rischio rimaneva immodificato dopo
aggiustamento per età,durata del trattamento
anticoagulante,presenza o assenza di una prima embolia
polmonare sintomatica, fattore V di Leiden, fattore
IIG20210A o elevati livelli di fattore VII
I o IX. A
5 anni la probabilità di recidiva era del 30,7% per gli
uomini rispetto al 8,5% delle donne(p<0,001) e fra
queste il rischio relativo era simile fra quelle che
avevano avuto la prima trombosi durante l’uso di terapia
EP e TOS,e le donne,nello stesso gruppo di età,in cui il
primo evento era idiopatico.
La nota triade di Virchow del 1856 (stasi venosa,ipercoaugulabilità,danno endoteliale) dei
fattori di rischio(FR) è stata notevolmente ampliata in
maggiori e minori, temporanei e reversibili;inoltre per
le donne in aggiunta la gravidanza e la terapia EP sono
considerati ulteriori FR. Si deve inoltre considerare
che circa 1 paziente su 10 ha una recidiva nel primo
anno dopo la sospensione della terapia anticoagulante,ma
il mantenimento di quest’ultima porta a 2.7 eventi di
sanguinamento maggiore e 0.7 emorragie intracraniche per
100 pazienti/anni di trattamento; lo stesso aumento si
ha nei pazienti in terapia anticoagulante dopo la
recidiva. Ideale l’identificazione dei pazienti ad alto
rischio:quelli con FR maggiori e i neoplastici, gli
omozigotici per il fattore V di Laiden,il deficit di
antitrombina o la presenza di anticorpi antifosfolipidi
.Recenti studi aggiungono la misurazione 3 settimane
dopo la sospensione della terapia anticoagulante del D
Dimero per identificare i pazienti a basso rischio.
Il rischio di tromboembolismo venoso aumenta con l’età e
gli uomini al momento dell’arruolamento nello studio
erano più vecchi delle donne;il comitato di assegnazione
conosceva il sesso dei pazienti e gli autori non hanno
fornito nello studio i dati relativi alle donne in
terapia ormonale che hanno interrotto dopo
l’evento,anche se il rischio rimane maggiore per gli
uomini rispetto alle donne che non assumevano terapia
ormonale.Il medico dovrà pertanto in presenza FR
maggiori continuare la terapia anticoagulante per almeno
6 mesi e per 3-6 mesi nei pazienti a minor
rischio,nell’attesa di inserire il sesso maschile fra i
FR maggiori .
Danila Briganti
Prevalenza
del carcinoma prostatico tra i maschi con un livello di
PSA<4,0 ng/ml N
Engl J Med 2004;350:2239-46
Non
essendo ancora noto il limite ottimale superiore di PSA
dell’intervallo normale gli autori hanno studiato la
prevalenza del carcinoma prostatico tra 18.882 maschi
arruolati nel Trial per la prevenzione del carcinoma
prostatico, età 62-91 anni, che presentavano livelli di
PSA inferiori o uguali a 4 ng/ml: nello studio i 9459
randomizzati con placebo hanno fatto il controllo annuale del PSA e una
esplorazione rettale; di questi i 2950 avevano valori
dell’antigene e reperto clinico rettale normale, alla
fine dei sette anni di osservazione sono stati sottoposti
a titolazione del PSA e biopsia prostatica.
Risultati
:12% diagnosi di carcinoma prostatico di questi il 14,9%
con un punteggio di Gleason pari o superiore a 7; la
prevalenza per cancro prostatico era di 6,6% con PSA fino
a 0,5ng/ml,10,1% tra coloro con valori fra 0,6 e 1,0 ng/ml,17%
fra 1,0 e 2,0ng/ml, 23,9% fra 2,1 e 3ng/ml e infine del
26,9% con valori fra 3 e 4 ng/ml. Per gli autori pertanto
i livelli generalmente ritenuti normali identificano
invece una proporzione di incidenza alta di cancro
confermato alla biopsia.
Con
l’utilizzo del PSA l’incidenza di diagnosi è
notevolmente migliorata cosiì come la prognosi dei
pazienti e la mortalità per cancro prostatico, ma non
deve sorprendere che dal 10 al 27 % dei pazienti con PSA<4ng/ml
abbiano cancro alla biopsia se pensiamo che si tratta di
una popolazione fra 62 e 90 e i dati di 5250 autopsie
della letteratura parlano di una prevalenza dal 15 al 60%
in uomini fra 60 e 90 anni che aumenta con l’età (
circa il 90% degli americani fra 50 e 90 ha un PSA <4
ng/ml , valore posto per limitare le biopsie inutili o non
significative).
Cancri
di alto grado producono un PSA più basso che i tumori di
grado inferiore, se si corregge il valore per il volume
tumorale; l’aumento della prevalenza di tumori di alto
grado con aumento del PSA riflette il loro maggior volume
e il PSA è a quest’ultimo correlato. Il volume tumorale
e il grado sono surrogati di potenziale biologico del
tumore( volumi >1 ml hanno più potenzialità
metastatica).
Non
esiste ad oggi nessuna evidenza scientifica che un cancro
prostatico con PSA<4 diagnosticato prima vada meglio
clinicamente che non con diagnosi fatta per valori poco più
alti di 4: i giovani rispetto agli anziani con valori di
PSA fra 2,6 e 6 ng/ml hanno tumori meglio curabili anche
perché spesso gli anziani hanno grade più alti. Inoltre
il cut off in vari altri studi è stato posto intorno a 4
ng/ml dimostrando una sensibilità del 95%(di diagnosi
quindi di cancro) per gli uomini fra 50 e 70 anni e a
2,5ng/ml per i cinquantenni, perché non si ha l’aumento
spesso associato alla ipertrofia prostatica
dell’anziano. Il
rischio durante l’intera vita di sviluppare un cancro
prostatico è del 3% e quello di una diagnosi è del 16%
pertanto la diminuzione della soglia a valori inferiori a
4 porterebbe ad una sovradiagnosi e ad un eccesso di
trattamenti delle
forme meno aggressive senza ad oggi una dimostrazione di
sopravvivenza aumentata.
DB
ARONSON
N.E., et al.: efficacia a lungo termine della vaccinazione
con bacillo di Calmette-Guérin (BCG) in popolazione
indiana d’America e dell’Alaska.
JAMA
291(17), 2086-2091, 2004
In
questo studio retrospettivo è stato valutato, nel corso
di 50 anni (1948-1998), se in queste popolazioni la
vaccinazione con BCG abbia conferito immunità nei
confronti della tubercolosi.
L’incidenza
di tubercolosi è stata di 66 e 138 casi per 100.000
persone/anno rispettivamente nel gruppo vaccinato con BCG
e nel gruppo di controllo; questo permette di stabilire
che il vaccino ha una percentuale del 52% di eludere
l’infezione. Tale immunità persiste per
50/sessant’anni, a suggerire che una singola dose
vaccinale sia sufficiente.
Insufficienza
cardiaca diastolica: anomalie nel rilassamento attivo e
nella rigidità passiva del ventricolo sinistro e frazione
di eiezione normale. N
Engl J Med204;350:1953-9
I
pazienti con insufficienza cardiaca e normale frazione di
eiezione si considerano comunemente affetti da scompenso
diastolico. L’ipotesi che un’anomalia della funzione
diastolica sia alla base dell’insufficienza è un dato
che ancora necessita dimostrazione. Nello studio 47
pazienti con insufficienza cardiaca distolica (segni e
sintomi), FE normale e aumento della Pressione
Telediastolica del VS sono stati reclutati in uno studio
clinico multicentrico prospettico; nel gruppo 10 non
presentavano evidenza di malattia cardiovascolare sono
stati utilizzati come controllo. Sono stati esclusi i
pazienti con patologie polmonari , renali, FA,
cardiomiopatia ipertrofica, malattia valvolare cardiaca.La
funzione ventricolare sinistra è stata valutata con
ecocardiografia: spessori, volumi e stroke volume, e
cateterizzazione cardiaca: valutazioni delle pressioni
ventricolari e della diminuzione
della pressione nell’unità di tempo, prima
dell’apertura della mitrale e prima della contrazione
atriale e dopo questa prima della contrazione
ventricolare(=pressione telediastolica ). La rigidità
passiva è stata calcolata su 3 misurazioni del rapporto
delle pressioni minima prima dell’apertura della
mitrale, pre A wave e dopo la chiusura della mitrale su i
rispettivi volumi. Il 75% dei pazienti dello studio, in
accordo ad altri fatti da altri autori, è risultato
iperteso, il 38% con ipertrofia del VS, modificazione
strutturale spesso quindi presente ma non necessaria per
avere una disfunzione diastolica. Gli autori in base alla
suddette misurazioni hanno potuto affermare che la
modificazione della funzione ventricolare è intrinseca
alla fase diastolica e non, come altri hanno proposto,
legata alla disfunzione sistolica del ventricolo sinistro
e conseguente a questa. Non è necessario che esista una
ipertrofia del VS perché si abbia disfunzione diastolica
L’articolo
viene commentato nel perspective dello stesso numero dalla
Dr M Redfield della Mayo Clinic College, responsabile del
Mayo Heart Failure Program e Mayo Cardiorenale
Reserch Laboratori.
Il
40-50% dei pazienti con insufficienza cardiaca ha una FE
normale >50%, nessuna patologia valvolare o sindrome
clinica correlabile ad una possibile disfunzione
diastolica. I pz con insufficienza distolica sono più
spesso donne, spesso ipertesi o coronaropatici solitamente
più anziani che gli scompensati sistolici (i pazienti
dello studio sono invece più giovani e in maggior numero
uomini); il
quadro acuto può essere
collegato ad un ad una puntata ipertensiva o ad un
episodio di FA, portando con il tempo ad una riduzione di
tolleranza all’esercizio fisico e una riduzione della
qualità della vita .Anche se lo scompenso diastolico
condivide molti aspetti con quello sistolico i meccanismi
patogenetici rimangono da stabilire: il passo fondamentale
sarà capire le anormalità della funzione ventricolare
che causano o almeno accompagnano la disfunzione
ventricolare distolica .Da tempo è noto che i pz
solitamente giovani con cardiomiopatia ipertrofica ,
infiltrativa, restrittiva possono andare incontro a
scompenso nonostante una normale FE ( disordine delle
miofibre, fibrosi, deposizione
di amiloide conducono ad una riduzione dell’entità del
rilassamento e della compliance del VS senza riduzione
della FE e della dilatazione della cavità ventricolare).
Le modificazioni così indotte determinano una dipendenza
del riempimento ventricolare dalla contrazione e dalle
pressioni atriali . Solo il 40% dei pazienti anziani con
disfunzione diastolica presenta i criteri ecocardiografici
di ipertrofia, nessuno studio ha dimostrato in questi
pazienti note di fibrosi o ischemia in grado di
determinare un quadro acuto o cronico di insufficienza
diastolica. Studi recenti hanno invece dimostrato che la
perturbazione alla base sembra invece essere un aumento
della rigidità arteriosa e sistolica del VS in grado di
indurre modificazioni secondarie e volume dipendenti della
funzione diastolica.
Il
presente studio non conferma tale ipotesi, ma proprio per
le misurazioni delle pressioni del ventricolo nelle varie
fasi di riempimento e lo studio degli spessori e della
cinetica di parete con l’ecocardiografia afferma la
appropriatezza di scompenso cardiaco diastolico al quale
concorrerebbero sia fattori neurormonali , con un aumento
del tono vascolare venoso e arterioso, sia un aumento
della ritenzione di sodio con un aumento dei volumi e
delle pressioni del piccolo circolo e aumento delle
pressioni diastoliche del VS in questi pazienti, ma anche
la rigidità dei vasi arteriosi., alterazioni della
funzione emodinamica renale e sistemica. Nessuno di questi
fattori causa scompenso in pazienti con normale struttura
e funzione ventricolare sinistra, ma sarà la rigidità
del ventricolo sinistro che li renderà particolarmente
vulnerabili a scompensarsi (piccole variazioni di volume
porteranno in questi pazienti ad ampie variazioni di
pressioni=alte pressioni di riempimento=diminuzione della
compliance polmonare e aumento del lavoro respiratorio).
In questi pazienti avremo ridotta tolleranza allo sforzo
anche modesto(sia per limitato utilizzo della legge di
Frank-Starling,sia per un aumento delle pressioni
ventricolari e polmonari) o ortopnea da aumento del
ritorno venoso.
Danila
Briganti
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