|
T.
HAMPTON: L’angiogenesi nel trattamento della maculopatia
degenerativa dell’occhio.
JAMA
291(11), 1309-1310, 2004
Il
Trattamento della maculopatia degenerativa oculare come in
corso di diabete o nella degenerazione senile sembra avere
sviluppi derivanti dalla ricerca oncologica. Si sta
valutando la crescita abnorme e irregolare dei vasi, l’ipossia
tissutale, la maggior permeabilità e la fragilità
endoteliale, tipiche dell’oncologia come della patologia
oftalmica citata, come obiettivo terapeutico.
Il
fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) è una
citochina che ha un ruolo importante nella
vascolarizzazione tumorale e sembra averlo anche nella
neovascolarizzazione oculare retinica. E’ questo
l’obiettivo che gli studiosi si prefiggono di
controllare, insieme ad altre molecole come il fattore
deputato al controllo della pigmentazione retinica di
derivazione epiteliale, l’endostatina, l’angiostatina.
Gran
parte dell’industria farmacologica impegnata in
oftalmologia si sta impegnando in questa direzione: è già
in studio di fase III il pegaptanib sodico che è un
farmaco anti-VEGF. Studi in fase I e II sono in corso con
ranibizumab, un anticorpo monoclonale anti-VEGF.
Si
sta approntando un sistema di rilascio di anecorvato
acetato (sostanza dotata di proprietà anti.angiogenetiche)
sulla superficie esterna della sclera; ancora, si sta
cercando di creare una pompa a rilascio continuato di
fluocinolone, steroide che riduce la flogosi e la
progressione della degenerazione
E.R.
Viscusi, et al.: controllo del dolore post-operatorio con
morfina o fentanyl.
JAMA
291(11), 1333-1341, 2004
La
terapia analgesica con la morfina è quella solitamente
utilizzata nel controllo del dolore post-operatorio.
L’impiego di fentanyl con un sistema transdermico evita di
dover utilizzare pompe infusionali per la morfina. In questo
studio randomizzato gli Autori vogliono verificare se il
gold-standard rappresentato dalla morfina può essere
migliorato con l’impiego più agevole del sistema con
fentanyl. Essi hanno condotto uno studio prospettico
randomizzato su 636 pazienti adulti che erano stati operati
per interventi di grossa chirurgia. Dopo l’intervento i
pazienti sono stati randomizzati per impiego di morfina
endovenosa al dosaggio di 1 mg in bolo ogni 5 minuti (al
massimo 10 mg/ora) o con l'uso di fentanyl cloridrato al
dosaggio di 40 mg infusi con un sistema transdermico
ionoforetico. Analgesia al bisogno era prevista solo nelle
prime tre ore dall’inizio della terapia antalgica.
Il
controllo del dolore è stato riportato come ottimale dopo
24 ore dall’inizio del trattamento antalgico nel 73.7% dei
pazienti trattati con fentanyl e nel 76.9% in chi ha
ricevuto morfina. Una rapida sospensione del trattamento
analgesico, l’intensità del dolore residuo non erano
differenti nei due gruppi di pazienti. A 48/72 ore
dall’intervento più dell’80% dei pazienti riferiva
pieno controllo del dolore. L’incidenza degli effetti
collaterali tipici dei due trattamenti erano simili.
Questo
studio sembra confermare la pari efficacia di fentanyl
cloridrato rispetto a morfina nel trattamento del dolore
post-chirurgico. La relativa maggior maneggevolezza nel
mezzo di somministrazione può essere favorevole nella
scelta di un farmaco rispetto al confronto.
La
nicotinamide è inefficace nel prevenire il diabete di
tipo I. da The Lancet del 20 marzo 2004
L’obiettivo
dell’ENDIT (European Nicotinamide Diabetes Intervention
Trial) Group era quello di verificare se anche nell’uomo
era possibile prevenire il diabete di tipo I
somministrando nicotinamide come è stato dimostrato in
alcuni modelli animali. In questi la nicotinamide previene
il diabete autoimmune probabilmente attraverso
l’inibizione di alcune polimerasi con il conseguente
risparmio del NAD delle beta-cellule.
Nello studio sono state coinvolte 552 persone con
familiarità di primo grado per diabete autoimmune che
presentavano alti livelli di ICA (anticorpi anti cellule
insulari) insieme ad una curva da carico di glucosio
normale. I partecipanti provenivano
da 18 paesi europei e dagli USA e dal Canada. Dopo
cinque anni di osservazione l’outcome primario che era
la prevenzione del diabete non è stato raggiunto in
quanto su 159 partecipanti che hanno sviluppato il diabete
82 appartenevano al gruppo della nicotinamide (1.2 g/m2) e
77 al gruppo placebo. Non vi sono stati effetti
collaterali di rilievo. Le conclusioni degli autori sono
che con le attuali possibilità di riconoscere gli
individui particolarmente a rischio di sviluppare il
diabete di tipo I è possibile realizzare grandi studi di
intervento per prevenire la malattia, ma che il tentativo
effettuato con la nicotinamide è fallito, per lo meno ai
dosaggi utilizzati in questo studio.
M.M.
Assunzione
di cibi ricchi di purine, latticini e proteine animali e
rischio di gotta .
N Eng J
Med 2004;350:1093-1104
Gli
autori hanno voluto verificare l’eventuale minor incidenza
di gotta in coloro che assumevano proteine animali
attraverso i latticini rispetto a colori la cui assunzione
era legata al consumo di carne e pesce.Lo studio prospettico
ha seguito 47150 uomini(dentisti , ortottici, osteopati
,pediatri, farmacisti,veterinari) di età compresa fra 40 e
75 anni nel 1986, per un periodo di 12 anni, che non avevano
in precedenza mai manifestato sintomi di gotta secondo i
criteri dell’American College of Reumathology. Nei 12 anni
successivi si sono manifestati 730 nuovi casi di gotta,
l’incidenza aumentava con l’età con un picco fra 55 e
69 anni. Coloro che assumevano più proteine animali (carne
o pesce) avevano anche una maggior incidenza di gotta: ogni
ulteriore singola assunzione giornaliera con la dieta di
carne o di pesce erano associate ad un aumento
rispettivamente del 21% e del 7% di rischio di gotta. Il
livello di purine di origine vegetale e la assunzione totale
di proteine animali non erano invece associati ad una
maggior incidenza di gotta.
L’incidenza
di gotta decresce con l’aumento di assunzione di prodotti
caseari, soprattutto quelli a basso contenuto di grassi,
anche in coloro con altri fattori di rischio come
ipertensione, età, assunzione di alcool, diuretici
,insufficienza renale cronica, ma soprattutto con
l’aumento della BMI e assunzione di pesce(BMI>25: Minor
incidenza di gotta). L’assunzione di proteine del
latte(caseina e lactoalbumina) si è visto ridurre i livelli
di uricemia per il loro effetto uricosurico , effetto che
non si dimostra se alle proteine del latte vengono associate
nella dieta proteine della carne e del pesce. Diete ad alto
contenuto proteico aumentano l’uricosuria con una
diminuzione anche dei livelli di acido urico.
L’articolo
viene così commentato: la gotta, malattia conosciuta fin
dalla antichità, è una artrite acuta spesso ricorrente
determinata dalla presenza di cristalli di acido urico
all’interno dell’articolazioni e tipicamente associata
ad iperuricemia. Malattia del benessere nota fin dall’età
dell’oro greca, malattia dei re (Alessandro Magno, Enrico
VIII), artisti(Colleridge,Voltaire) scienziati (Newton,
Darwin,Leonardo da Vinci) malattia dei ghiottoni,
intemperanti. L’uomo rappresenta l’unico mammifero nel
quale la gotta si manifesta spontaneamente forse perché è
l’unica specie insieme alle scimmie di grosse dimensioni
con livelli di acidi urici alti nel siero mancando di
uricasi che converte l’acido urico in allantoina per una
mutazione genetica probabilmente avvenuta nel Miocene. I
livelli di uricemia sono più bassi nella donna in
premenopausa, perché gli estrogeni stimolano
l’eliminazione urinaria di acido urico; esistono inoltre
differenze genetiche nella sintesi e nella eliminazione
renale così come fattori razziali nella suscettibilità
alla gotta. In ogni caso il principale meccanismo che
ritroviamo dietro la possibilità di sviluppare la malattia
rimane comunque un eccesso di ingestione di cibi ricchi di
purine e alcool; una dieta povera di carne e ricca di
prodotti caseari e vegetali è stata suggerita fin dalla
antichità per prevenire gli attacchi.
L’importanza
della dieta può spiegare perché, nonostante la mancanza di
uricasi in alcune specie di uccelli e rettili, ma
soprattutto nei gorilla l’incidenza di gotta sia molto più
bassa che nell’uomo: la dieta dei gorilla è a base di
frutta e vegetali e piccolissime quantità di proteine
animali. Anche le popolazioni indigene, che si nutrono di
frutta verdura e sporadicamente pesce, una alimentazione
simile ai gorilla, hanno livelli di uricemia bassi. Rare le
eccezioni genetiche in alcune popolazione della
Polinesia con una simile alimentazione, ma livelli di
uricemia alti, confermano invece l’ipotesi della
occidentalizzazione le
popolazione Maori della Nuova Zelanda, i giapponesi ,
filippini, africani del Nord America ...La gotta non è solo
associata alla occidentalizzazione della dieta ma può
essere considerata parte di un quadro globale di rischio con
obesità , diabete e ipertensione. La dieta DASH( diet
approaches to stop hypertension) ricca di frutta verdura e
prodotti caseari magri, non solo riduce i livelli di acido
urico ma anche di pressione arteriosa.
DB
M.C.
KRUIT, et al: la cefalea come fattore di rischio per lesioni
cerebrali subcliniche
. JAMA
291(4), 427-434, 2004
Diversi
studi osservazionali suggeriscono l’aumento della
prevalenza di infarti cerebrali e di lesioni della sostanza
bianca in pazienti affetti da cefalea. Non è noto se queste
lesioni siano prevalenti nella popolazione in generale
affetta da cefalea.
In
questo studio gli Autori differenziano la prevalenza di
infarti cerebrali e di lesioni della sostanza bianca in uno
studio caso-controllo sulla popolazione generale, per
identificare le caratteristiche della cefalea associate a
queste lesioni.
Sono
stati randomizzati pazienti affetti da cefalea, con e senza
aura, e controlli. Circa il 50% di essi non è stato
valutato clinicamente per questo problema in precedenza.
Sono
stati sottoposti a risonanza magnetica dell’encefalo,
valutando i reperti d’indagine strumentale in base al
diario delle cefalee. Tutti i pazienti sono stati sottoposti
ad esame neurologico, dal quale nessuno di essi aveva in
anamnesi storia di infarti cerebrali ischemici od
emorragici. La prevalenza degli infarti cerebrali non è
differente fra cefalalgici e controlli. Nella regione
cerebellare della circolazione posteriore i pazienti con
cefalea riportano una più alta prevalenza di infarti locali
rispetto alla popolazione di controllo (5.4% rispetto a 0.7%
dei controlli). Il rapporto fra la probabilità di infarto
posteriore cerebellare nei cefalalgici varia in base al tipo
di cefalea e dalla sua frequenza di ricorrenza. L’OR (Odds
Ratio) è di 13.7 per i cefalalgici con aura rispetto ai
controlli; nei pazienti con più di un accesso per mese
l’OR è di 9.3. Il più alto rischio è nei pazienti
affetti da cefalea con aura per una o più volte al mese (OR
15.8).
Fra
le donne il rischio di lesioni alla sostanza bianca è
aumentato nelle cefalalgiche
rispetto ai controlli (OR 2.1); il rischio aumenta in
relazione alla frequenza del dolore. Negli uomini non c’è
differenza lesionale della sostanza bianca tra cefalalgici e
controlli.
Questo
studio sulla popolazione sembra suggerire una possibile
relazione fra cefalea con o senz’aura
ed eventuali lesioni cerebrali subcliniche.
LIPTON
R.B., PAN J. In un editoriale (JAMA 291(4), 493-494, 2004)
sottolineano l’importanza di ulteriori studi in merito,
evidenziando la cefalea non come disturbo estemporaneo, ma
come malattia cronica e, talvolta, progressiva. Essi
puntualizzano la prevenzione, cercando di non accumulare
lesioni cerebrali nel tempo per numero di accessi di
cefalea. Al trattamento per prevenire la progressione, gli
Autori suggeriscono studi di terapia farmacologica
preventiva ulteriore, rispetto a quella esistente.
Paolo
Tornari
B.
VASTAG: protesi del ginocchio: applicazione inferiore
rispetto alle indicazioni possibili
. JAMA
291(4), 413-414, 2004
In
questo articolo l’Autore afferma che la protesi del
ginocchio è meno impiegata rispetto alle possibili
indicazioni di presentazione clinica. Egli riassume nel
suo articolo un elenco stilato dal National Institute of
Health, riguardante i punti operativi della patologia del
ginocchio, cui si attengono i Medici americani nei
confronti di almeno 300.000 pazienti per anno.
·
La protesi completa del ginocchio è sicura ed
efficace nell’alleviare il dolore e nel ripristinare la
funzionalità articolare di pazienti non responsivi a
trattamento medico.
·
Il 90% dei pazienti ha un rapido miglioramento dei
sintomi e della funzione articolare dopo l’impianto
protesico.
·
L’eligibilità alla chirurgia è confermata da
danno osteoarticolare documentato, con soggettivo dolore
moderato o severo e limitazione funzionale obiettiva.
·
L’età avanzata (> 75 anni) di per sé non è
una controindicazione, anche se possono avere maggiori
complicanze post-chirurgiche.
·
Annualmente circa l’1% delle protesi non ha buon
esito; soprattutto gli obesi sono a rischio.
·
Nei pazienti giovani è indicata l’osteotomia
prima della protesi totale.
·
Il successo e la durata delle protesi è
sostanzialmente identica nei vari approcci chirurgici.
·
L’educazione pre-operatoria dei pazienti dà una
prospettiva di riabilitazione migliore nel post-chirurgia.
·
La profilassi antibiotica riduca le complicanze
post-chirurgiche.
·
La controindicazione alla revisione chirurgica
della protesi è l’infezione ricorrente, l’osteopenia/osteoporosi,
la limitazione del tono muscolare, la vasculopatia.
In
proporzione da 3 a cinque volte più frequentemente la
popolazione bianca è sottoposta a protesi rispetto alla
nera africana; le ragioni non sono note.
Paolo Tornari
|