Ogni
quanto fare lo screenig per il ca cervice con
il pap test ? N
Engl J Med 2003;349:1501-1510
Nonostante
le moderne linee guida suggeriscano, in donne
a basso rischio con precedenti test negativi di
estendere a tre anni l’intervallo fra un Pap test e il
successivo, non è a tutt'oggi noto l’eccesso di rischio
di cancro associato a screening superiori ad un anno.
Gli
autori hanno determinato la prevalenza della neoplasia
confermata biopticamente
su tra 938.576 donne di età inferiore a 65 a con Pap test
precedenti e consecutivi negativi; la displasia era poi
estrapolata nella sua evoluzione: eccesso di rischio <3
su 100.000, simile al ca mammario. Questo basso rischio
era abbassato ulteriormente dalla ricerca anche per il
papilloma virus.
L’incidenza
del ca cervice è molto diminuito negli ultimi 60 anni, in
gran parte dovuto al test di Papanicolaou al quale la
maggior parte delle donne si sottopone almeno ogni 2 anno;
la analisi sul costo-beneficio dello screening annuale non
ha portato a risultati migliori di screening fatti meno
frequentemente, ma aggiunge costi maggiori per test
diagnostici associati e colposcopie, oltre a stress
psicologico per le pazienti. La Società Americana
Oncologica (ASCO) ha pertanto rivisto le linee guida
indicando da 1 a 3 anni l’intervallo fra due test
facendo dipendere da altri fattori la scelta della
frequenza: età, risultati degli strisci precedenti
(displasia cervicale, immunosoppressione), suggerivano
test meno frequenti; dopo 3 test consecutivi negativi
annuali e visita ginecologica negativa,basandosi anche sul
fatto che almeno il 50% dei carcinomi della cervice si
ritrovano in donne mai sottoposte a screening.
Ottimizzazione
del rischio per le procedure invasive. CV.
N Engl J
Med 2003;349:1333-41
Le
procedure invasive cardiovascolari possono essere
utilizzate sia a scopo diagnostico che
terapeutico(angioplastica,ablazioni, shunt
intraepatici portossistemici) in alternativa alla
procedure chirurgiche.Inoltre le procedure
invasive permettono informazioni diagnostiche non
ottenibili con metodi non invasivi e negli ultimi
anni le tecniche e gli strumenti si sono affinati
per migliorare sia l’efficacia che la sicurezza.Permangono
tuttavia rischi associati:danno vascolare,embolia
sistemica,danno renale da mezzo di contrasto anche
fatale,danno da radiazioni.,complicanze mortali.I
rischi possono essere mitigati dalla selezione
attenta dei pazienti e dalla cura nei dettagli
dell’esecuzione dell’esame:la procedura sarà
giustificata solo se il paziente, valutato il
rischio beneficio sarà a favore di quest’ultino:per
ogni paziente dovrà essere valutata la minima
dose sia di contrasto che di radiazioni;esistono
linee guida di strategia per ridurre al minimo il
rischio di nefropatia da contrasto legata sia a
fattori del singolo paziente(stato di funzionalità
renale,performance cardiovascolare) sia legati
all’operatore.Non esiste una dose soglia di
contrasto anche se la nefropatia è rara sotto i
100ml.Nel lavoro del Centro Cardiologico Monzino
vengono studiati 114 pazienti con
IRC preeistente: creatinina >2,2mg/dl
,che dovevano essere sottoposti a coronarografia
assegnati a un gruppo con emofiltrazione in
terapia intensiva e un gruppo a infusione
isotonica continua iniziate 4-8 ore prima e
entrambe continuate per 18-24 ore dopo inducendo
una considerevole riduzione della nefropatia da
mezzo di contrasto in pazienti considerati ad alto
rischio nonostante le alte dosi amministrate
(media di 247 ml).Se il beneficio verrà
confermato potrebbe essere di aiuto soprattutto
nei pazienti con IR.Ma alla domanda sulla
applicazione della procedura a tutti i pazienti
che si devono sottoporre a procedure angiografiche
l’editoriale commenta che oltre che costosa la
tecnica pre esame con emofiltrazione potrebbe
essere sgradita esperienza per i pazienti,inoltre
l’emofiltrazione non è scevra di rischio;il 25%
dei controlli sia per la compromissione renale sia
per la dose utilizzata nello studio, hanno avuto
bisogno di continuare l’emodialisi alcuni in
modo permanente.
L’esame
obiettivo nella cura del paziente ricoverato : uno studio
osservazionale. Lancet
2003 ; 362: 1100-05 del 4 ottobre 2003
Il
notevole sviluppo delle tecnologie diagnostiche avvenuto
negli ultimi anni sembrerebbe aver tolto importanza
all’esame fisico del paziente. Non tutti i programmi
universitari prevedono l’obbligatorietà
dell’insegnamento della semeiotica e solo un quarto
delle facoltà di Medicina negli Stati Uniti prevede la
dimostrazione pratica di possedere adeguata competenza
nell’esame fisico del paziente prima di ottenere la
laurea. Ancor più raro trovare nei programmi di
educazione continua corsi volti a migliorare le competenze
dei medici in questo campo. E’ allora ancora importante
per il medico essere esperto nell’esame fisico del
proprio paziente ? All’autore dell’articolo questa
domanda ricorda lo scetticismo che intorno agli anni 80
era sorto intorno all’importanza dell’autopsia come
strumento di verifica dell’accuratezza diagnostica in
un’epoca di sorprendente sviluppo tecnologico. I dati di
uno studio appositamente realizzato evidenziò allora che
il 22-25% dei pazienti presentavano all’autopsia
diagnosi maggiori non sospettate prima della loro morte.
Sono state pertanto esaminate retrospettivamente le
cartelle di tutti i pazienti ricoverati in un ospedale da
700 posti letto di Chicago nell’arco di 28 giorni fra il
mese di gennaio e quello di febbraio del 2002.
L’obiettivo primario dello studio era quello di
verificare la percentuale di pazienti nei quali un
accurato esame fisico
(ispezione,percussione,palpazione,auscultazione e
quant’altro eseguibile al letto del malato) fosse in
grado di evidenziare segni rilevanti e determinanti per la diagnosi (che portavano
a modificare sostanzialmente la diagnosi di invio del
medico di famiglia o quella di accettazione del medico del
Pronto Soccorso) e che portavano a significativamente
differenti approcci terapeutici durante il ricovero. I
risultati riportano che circa un paziente su quattro (il
25% come per il citato studio sulle autopsie) riceve da
una accurata visita medica una diagnosi (e spesso anche
una terapia) differente da quella iniziale. A parte le
possibili obiezioni metodologiche allo studio (grandezza
del campione,periodo di osservazione,motivazione dei
medici…) i suoi risultati, per certi versi sorprendenti,
invitano comunque ad una certa riflessione e a sostenere
un venerabile ed inverificabile assioma della medicina
clinica : “il paziente malato necessita di un attento
esame fisico, il migliore che è possibile ottenere”.
M.M.
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