Archivio Abstract Ottobre

Peso alla nascita, classe sociale di appartenenza e variazioni della pressione arteriosa da adulti. Lancet 2003;362:1178-83 dell’11 ottobre 2003

Può il peso alla nascita di una persona influenzare la sua pressione arteriosa da adulto? E’ importante inoltre il tipo di lavoro svolto dai genitori durante la sua infanzia? Da questo studio di coorte inglese sembrerebbe di sì. Sono stati analizzati i dati di  3634 persone nate in Inghilterra nel 1946. Il peso alla nascita e il lavoro, manuale o meno, dei genitori è stato confrontato con la pressione  rilevata all’età di 36, 43 e 53 anni. I dati ottenuti sembrerebbero evidenziare che la pressione arteriosa sistolica sia maggiore in queste età nelle persone con più basso peso alla nascita e che per ogni chilogrammo di peso in più alla nascita si abbia un più lento incremento (-0,4 mmHg) della pressione con gli anni. Essere figli di lavoratori manuali comporta un incremento invece sia della pressione sistolica che diastolica, ma una correzione con il BMI non mostra tale incremento, indicando quindi come l’aumento della pressione sia legato all’incremento del BMI.

L’aumento della pressione sistolica da adulti nei soggetti a basso peso alla nascita riguarda sia gli uomini che le donne, anche se in queste ultime la differenza non è visibile all’età di 36 anni, ma emerge chiaramente all’età di 43. Non vi sono comunque correlazioni con la pressione diastolica.

Questi dati non sono però estensibili ad altre coorti come dimostrano studi eseguiti in giovani nati nel 1970 in quanto le condizioni sociali e sanitarie si sono modificate con gli anni permettendo per esempio una maggior sopravivenza di bambini nati sottopeso, ma evidenziando anche una maggiore incidenza di diabete ed obesità nelle donne in età fertile,cosa che notoriamente condiziona il peso del feto alla nascita. Resta comunque il dato significativo di come il peso corporeo possa influenzare negativamente la pressione arteriosa e di quanto sia importante il suo controllo al fine di prevenire l’incremento pressorio in età matura.

Significativi cambiamenti nell’uso della terapia ormonale sostitutiva dopo la pubblicazione dello studio WHI. BMJ 2003;327:845-6 del 13 ottobre 2003

Gli autori di questo studio osservazionale hanno analizzato i dati emersi dai questionari compilati da 734 donne in terapia ormonale sostitutiva (HRT) che non avevano potuto o non avevano voluto partecipare allo studio osservazionale della Nuova Zelanda WISDOM ( Women’s International Study of long Duration Oestrogen after Menopause). Il questionario, inviato sei mesi prima della pubblicazione dei risultati dello studio WHI, richiedeva informazioni riguardo all’età, tipo di terapia ormonale, suo inizio e durata ed infine altre notizie mediche. Delle 734 donne intervistate, 134 erano di età compresa fra i 49 e i 54 anni, 249 fra i 55 e i 59 anni, 197 fra i 60 e i 64 anni, mentre le rimanenti 154 erano più anziane dei 65 anni. 323 partecipanti utilizzavano solo estrogeni, 291 utilizzavano una terapia combinata estro-progestinica, 120 utilizzavano infine altri trattamenti (vaginali o mensili). Con la pubblicazione dei risultati dello studio WHI 423 donne (il 58%)  avevano sospeso l’HRT. La percentuale maggiore si era registrata fra le più anziane (64%) e fra quelle che assumevano una terapia combinata (63% contro il  52% di chi assumeva solo estrogeni).

Fra le 207 donne che utilizzavano l’HRT da meno  di 5 anni il 49% interrupe la terapia, mentre quelle che la utilizzavano dai 5 ai 9 anni la percentuale delle sospensioni fu il 60% ed infine fra le 284 che erano in terapia da oltre 10 anni il 62% sospese la terapia dopo aver conosciuto i dati del WHI. La sospensione dell’HRT è quindi percentualmente correlata all’età più avanzata, all’uso della terapia di associazione ed alla sua durata. La maggior parte di donne che avevano risposto al questionario (83%) si era consultata con un sanitario. Dal momento del questionario ad ora 132 donne che la avevano sospesa ha però ripreso la terapia ormonale sostitutiva soprattutto per cercare sollievo dai sintomi della menopausa, ma la percentuale di donne che in seguito alla pubblicazione dello studio WHI ha sospeso e non più ripreso l’HRT rimane consistente attestandosi al 40% del totale.

 

 

S.J. FINNEY, et al.: Mortalità in pazienti in condizioni cliniche critiche e controllo della glicemia.

JAMA 290(15), 2041-2047, 2003

 

L’iperglicemia è frequente in pazienti ricoverati in terapia intensiva, anche in chi non è affetto da diabete mellito. Un controllo stretto dell’iperglicemia può ridurre la mortalità nel paziente critico.

In questo studio gli Autori descrivono la correlazione fra mortalità, iperglicemia e somministrazione di insulina. Lo studio prospettico è stato condotto su 531 pazienti di età media di 64 anni, ricoverati nei primi sei mesi del 2002 in unità di terapia intensiva internistica e di chirurgia cardiorespiratoria.

Dei pazienti ricoverati, 523 sono stati sottoposti a controllo glicemico. I tassi di mortalità ospedaliera durante la degenza in terapia intensiva sono del 5,2%; del 5,7% quelli di mortalità ospedaliera in generale. I giorni di permanenza in media sono 1.8 in terapia intensiva e di 6 giorni in reparto. Con opportuni accorgimenti correttivi statistici gli Autori affermano che la somministrazione di insulina riduce la mortalità in unità di terapia intensiva, ma attribuiscono i benefici al controllo glicemico più che più che alla somministrazione esogena di insulina. In entrambi i casi di degenza la mortalità cresce all’aumentare dei tassi di glicemia.

K.M. VENKAT NARAYAN, et al.: mortalità precoce per diabete mellito negli Stati Uniti. JAMA 290(14), 1884-1890, 2003.

Sebbene il diabete sia una delle malattie croniche più frequenti e ad alto costo sociale e sanitario, finora non sono stati pubblicati dati circa la possibile diminuzione di spettanza di vita a causa di questa patologia.

Gli Autori si sono prefissati di stabilire il profilo di rischio per età, sesso e razza in relazione al diabete.

I dati sono stati sintetizzati dall’osservatorio nazionale sulla salute dal 1984 al 2000, utilizzando anche i dati provenienti dal censimento sulla popolazione, valutando il rischio di minor spettanza di vita per diabete dalla nascita fino agli 80 anni, per intervalli di un anno; si è valutata anche la durata del diabete, oltre che la qualità della vita e la minor durata, a causa della patologia cronica presa in esame.

Per i nati nel 2000 si stima che il rischio di sviluppare diabete sia del 32.8% per i maschi e del 38.5% per le femmine. Queste ultime hanno poi una spettanza di vita sempre inferiore rispetto ai maschi in ogni fascia d’età presa in considerazione. La minor spettanza di vita per diabete è più rappresentata nella popolazione ispanica (maschi 45.4%, femmine 52.5%). In un esempio riportato nell’articolo si stima che se ad un individuo viene fatta diagnosi di diabete a 40 anni, se maschio può perdere 11.6 anni di vita e 18.6 anni di vita passati in non perfette condizioni di salute; se femmina rispettivamente 14.3 anni e 22 anni in relativo benessere.

Una volta di più si evince che il diabete è un problema di primaria importanza per la salute pubblica.  

Hackman D.G., Anand S.S.: fattori di rischio per la patologia aterosclerotica. JAMA 290(7), 932-940, 2003

Questo è un editoriale che riprende alcuni lavori presenti in questo numero della rivista, nonché fa il punto della situazione per quanto concerne i parametri di rischio cardiovascolare. Si tratta di un argomento che chiama tutti i Medici, quotidianamente a dover tener presente e che quindi ci può dare qualche suggerimento in merito.

La patologia cardiovascolare è un gran problema riguardante la salute pubblica. Molti sono i parametri proposti per poterne stabilire la possibilità  d’insorgenza. Nel 2020 si calcola che la patologia cardiovascolare supererà le malattie infettive come causa di morbidità e mortalità.

I fattori di rischio modificabili sono la pressione arteriosa elevata, la dislipemia, il fumo, il diabete. Peraltro è possibile che la patologia cardiovascolare insorga anche in chi non ha questi fattori predisponenti, a causa di situazioni varie, tra le quali la presenza di patologia predisponente non quantificabile (pre-ipertensione, alterata tolleranza al glucosio,…). In quest’editoriale si sono presi in considerazione quattro importanti fattori predittivi: la proteina C reattiva (PCR), la lipoproteina-a (Lp-a), il fibrinogeno e l’omocisteinemia. Sono state scelte queste per la provata correlazione con la patologia cardiovascolare, ad esse è correlata la possibilità che insorga malattia in età relativamente giovanile.

La PCR riveste importanza prognostica nel caso di malattia cardiovascolare in atto o pregressa; in fase di prevenzione primaria ha troppe situazioni che ne possono determinare un innalzamento falsamente positivo per patologia cardiovascolare.

Dati epidemiologici dimostrano che c’è un’associazione indipendente tra questo e la morbidità/mortalità cardiovascolare. C’è associazione fra fibrinogeno e ictus ischemico, patologia vascolare periferica. L’aumento del fibrinogeno è proporzionale alla presenza della dedizione al  fumo, al diabete, all’ipertensione, all’obesità, alla sedentarietà. Nonostante sia possibile la diminuzione del fibrinogeno (soprattutto badando ad abbassare la trigliceridemia) questo non consente di diminuire i tassi di incidenza di coronaropatia o infarto.

L’omocisteinemia come causa di aterosclerosi è correlata a altri rischi di pertinenza cardiovascolare che ne confondono la peculiarità; analogamente per quanto concerne la Lp-a, il cui eccesso è correlato ad un minimo incremento di predizione di rischio in generale sulla popolazione, ma non dà informazioni aggiuntive rispetto a quelle auspicabili per quadro clinico-anamnestico.

Pur nella validità non assoluta (non sono questi parametri utili per lo studio del rischio cardiovascolare su grandi numeri di popolazione) di correlazione fra questi quattro indici e la patologia da prevenire, se ne deduce soprattutto che l’opera di prevenzione migliore è sempre quella consigliata e presentata dal Medico e perseguita al meglio dai Pazienti, circa lo stile di vita quotidiano.  

 

 

GENT J.F., et al: sintomi respiratori in bambini asmatici esposti a bassi livelli di ozono e polveri sottili (PM 2,5 mm). JAMA 290(14), 1859-1867, 2003

L’esposizione a ozono e polveri sottili di diametro pari o inferiore a 2,5 mm è un fattore di rischio aggravante l’asma nei bambini. In questo studio prospettico gli Autori hanno valutato gli effetti,  ad una esposizione a bassi livelli di ozono e polveri sottili, sulla qualità del respiro  dei bambini asmatici. E’ risultato evidente che questa variazione della polluzione atmosferica ha portato beneficio sui sintomi respiratori correlati all’asma.

In un modello atmosferico creato artificialmente si è visto che soprattutto i livelli di ozono più delle PM sono causa di incremento posologico farmacologico in bambini già in trattamento; in un altro modello ambientale si è visto che l’incremento delle PM di 50-ppb in aria stabilizzata per ozono da un’ora crea più facilmente affanno e senso di costrizione toracica. Invece massimi livelli di ozono (incremento graduale da una a otto ore) crea tachipnea ed impone rimedi farmacologici.

In bambini che siano in trattamento per l’asma i livelli di ozono sono più incidenti sulla qualità dei sintomi respiratori di quanto non accada per le polveri sottili.

McTERNAN, et al.: attività fisica e rischio di tumore mammari menopausa. JAMA 290(10), 1331-1336, 2003

In questo studio prospettico condotto su donne americane in menopausa fisiologica si sostiene che l’attività fisica riduce il tumore della mammella, soprattutto nei gruppi di età dei 35 e 50 anni. L’associazione è tanto più validata quanto le donne siano già normopeso; peraltro, anche il modesto sovrappeso è ugualmente favorevole.

Lo studio è stato condotto su popolazione di razza bianca e Americane di origine africana; la valutazione puntuale per età di 18, 35 e 50 anni di donne praticanti attività fisica intensa, per almeno due anni, consente di validare l’effetto protettivo come nei presupposti osservazionali.

Diversi sono i meccanismi proposti, che possono giustificare la correlazione presa in esame; il più verosimile è che la riduzione della massa adiposa diminuisce il substrato per la produzione di estrogeni dagli androgeni, tramite il processo di aromatizzazione. L’attività fisica aumenta inoltre i livelli di globulina legante l’ormone sessuale (SHBG); ciò consente una diminuzione dell’estradiolo libero. Un altro potenziale meccanismo protettivo dell’attività fisica è il contenimento dei picchi di insulinemia. Interessante ancora notare come l’esercizio fisico diminuisca la percentuale di tumore mammario in chi faccia terapia ormonale sostitutiva.

PT

GOODWIN F.K., et al.: rischio di suicidio, in corso di disturbo bipolare, durante terapia con acido valproico o litio. JAMA 290(11), 1467-1473

In questo studio condotto su più di 20.000 pazienti affetti da disturbo bipolare gli Autori hanno verificato che il rischio di tentato suicidio o di morte suicidiaria e da 1,5 a tre volte maggiore durante il trattamento con acido valproico che con litio. Questa differenza è confermata in tutti i parametri osservazionali (morte suicidiaria, tentato suicidio seguìto da ospedalizzazione, tentato suicidio confermato in pronto soccorso ospedaliero). I risultati recuperati nel gruppo di pazienti trattati con carbamazepina sono sovrapponibili a quelli del gruppo trattato con acido valproico, ma meno precisi.

Questo studio rappresenta il primo di confronto fra i due princìpi terapeutici menzionati, dove l’acido valproico è forse il più utilizzato negli Stati Uniti con l’indicazione di stabilizzatore dell’umore.

Gli Autori riconoscono come i dati non siano definitivi, per i molteplici fattori di confondimento (gravità della malattia, trattamento psichiatrico farmacologico concomitante, ad esempio). Il meccanismo che sostiene questo fattore favorevole del litio rispetto all’acido valproico non è noto. Gli Autori citano altri studi dove si è visto che il litio riduce il comportamento aggressivo nei carcerati e riduce l’impulsività nei bambini e negli adolescenti. A livello biologico la morte suicida è chiaramente associata con una ridotta capacità funzionale del centro della serotonina. Il trattamento cronico con litio favore il turnover della serotonina, consentendone una quota biodisponibile più alta. Se non come gold-standard terapeutico gli Autori suggeriscono un primo approccio al litio nel trattamento dei disturbi dell’umore/bipolari, eventualmente da prendere in considerazione l’associazione con acido valproico se i risultati non sono quelli attesi.

PT