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Una metanalisi sulla profilassi
antiepilettica nei soggetti affetti da neoplasie
cerebrali. (Mayo Clin. Proc. 2004; 79: 1489-1494,
J.I. Sirven)
Questo
lavoro costituisce una metanalisi degli studi
terapeutici randomizzati pubblicati dal 1966 al 2004
che hanno valutato l’efficacia di un trattamento
anticomiziale, verso nessun trattamento o placebo,
nella prevenzione delle crisi epilettiche in
soggetti che non hanno presentato alcuna crisi. Dei
474 articoli trovati, 17 sono stati identificati
come studi primari, e solo 5 studi hanno risposto ai
criteri di inclusione: soggetti affetti da una
neoplasia cerebrale (neoplasia gliale primitiva,
metastasi cerebrale,
meningioma) privi di crisi epilettiche e
randomizzati per ricevere un trattamento
antiepilettico o placebo. I tre antiepilettici
studiati sono stati il fenobarbital, la fenitoina e
l'acido valproico. Dei 5 studi, 4 hanno dimostrato
che un antiepilettico non portava benefici
statisticamente significativi sulla comparsa di
crisi comiziali. Questa metanalisi ha confermato la
mancanza di benefici a 1 settimana (OR = 0,91, IC
95%, 0,45-1,83) e a 6 mesi (OR = 1,01; IC 95%,
0,51-1,98). Gli antiepilettici non hanno effetto
sulla prevenzione delle crisi per patologia
neoplastica, comprendendo le neoplasie gliali
primitive (OR = 3,36, IC 95%, 0,32-37,47), le
metastasi (OR = 2,50, IC 95%, 0,25-24,72) e i
meningiomi (OR = 0,62, IC 95%, 0,10-3,85).
Conclusioni: in assenza di crisi, non vi è evidenza
a supporto dell’indicazione di un trattamento
anticomiziale profilattico (fenobarbital, fenitoina
e acido valproico) nella patologia neoplastica.
Ulteriori studi randomizzati potrebbero analizzare
il ruolo di nuovi antiepilettici.
Disturbi
digestivi funzionali nei soggetti affetti da
disturbi del sonno: uno studio di popolazione. (Mayo
Clin. Proc. 2004; 79: 1501-1506, S.S. Vege)
Da
novembre 1988 a giugno 2004, un questionario di
autocompilazione venne inviato per e-mail agli
abitanti dai 20 ai 95 anni di età della contea di
Olmsted, nel Minnesota. Tra i 2.269
soggetti partecipanti a questo studio (percentuale
di risposta pari al 74%), il 52% era composto da
donne con un’età media di 45 anni. La prevalenza
complessiva di disturbi del sonno era del 13,5% (IC
95%, 11,7%-15,3%). Tra i soggetti affetti da
disturbi del sonno, la prevalenza della sindrome
dell’intestino irritabile era del 33,3% (IC 95%,
26,0%-40,5%), e la prevalenza di dispepsia del 21,3%
(IC 95%, 14,4%-28,2%). Dopo aggiustamento per età,
sesso e punteggio di somatizzazione, la sindrome
dell’intestino irritabile era significativamente più
frequente nei soggetti che lamentavano anche
disturbi del sonno (OR = 1,6, IC 95%, 1,1-2,2), ma
l’associazione univariata con la dispepsia non
veniva confermata (OR = 1,3, IC 95% , 0,9-1,9).
Conclusioni: la sindrome dell’intestino irritabile e
la dispepsia sono frequenti nei soggetti affetti da
disturbi del sonno. Nella popolazione generale, i
disturbi del sonno si associano in maniera
indipendente alla sindrome dell’intestino
irritabile, ma non alla dispepsia.
Rischio di infarto del miocardio: Vioxx® vs Celebrex®
(Annals of Internal Medicine on line -
7 dicembre 2004)
http://www.acponline.org/journals/annals/myo_infar.htm
Questo
studio di casi-controllo multicentrico internazionale,
osservazionale, che ha incluso 1.718
casi di primo infarto del miocardio non fatale e 6.800
controlli, evidenzia che il celecoxib e il rofecoxib si
associano a rischi diversi di infarto del miocardio. Rispetto a
chi non utilizza FANS (eccetto l’aspirina), il rischio (odds
ratio corretto) di infarto è risultato di 0.43 nei soggetti che
utilizzano il celecoxib e di 1.16 nei soggetti che assumono il
rofecoxib, cioè un rischio superiore di un fattore di 2.72 con
il rofecoxib (p = 0.01). I FANS non selettivi sono risultati
associati ad una riduzione del rischio di infarto rispetto al
non utilizzo di FANS. Inoltre il confronto tra inibitori della
COX-2 e i FANS non selettivi ha prodotto i seguenti risultati:
rofecoxib vs naprossene, odds ratio 3.39; e celecoxib vs
ibuprofene o diclofenac, odds ratio 0.77. Gli autori insistono
sulla possibilità di bias in questo studio osservazionale in cui
i soggetti indicavano essi stessi il proprio consumo di farmaci
in occasione di un questionario telefonico.
Ansia
e depressione nei pazienti con insufficienza cardiaca cronica
(Circulation 2004; 110: 3452-3456, Wei Jiang)
I sintomi
dell’ansia e della depressione sono stati analizzati grazie agli
strumenti disponibili (Spielberger State-Trait Anxiety Inventory
e Beck Depression Inventory) in 291 pazienti affetti da
insufficienza cardiaca. Uno stato depressivo è risultato
fortemente associato ai sintomi d’ansia. L’ansia non è tuttavia
risultata associata alla mortalità a un anno dei pazienti, che
si è invece dimostrata correlata alla depressione. Sebbene
l’ansia e la depressione siano fortemente associate nei pazienti
con insufficienza cardiaca, solo la depressione costituisce un
fattore predittivo di prognosi infausta in questi pazienti.
www.circ.ahajournals.org
Screening delle famiglie con cardiomiopatie ipertrofiche
(J. Am. Coll. Cardiol. 2004; 44: 2125-3, Barry J. Maron)
Lo screening
delle famiglie con cardiomiopatie ipertrofiche
(CMI) costituisce un problema per i cardiologi, per gli
internisti e per i pediatri. Attualmente, nelle famiglie in cui
sono stati identificati casi di CMI, gli ascendenti e i
discendenti vengono sottoposti ad un ecocardiogramma e ad un
ECG, generalmente a partire dall’età di 12 anni. In assenza di
ipertrofia miocardica all’età di 21 anni, la CMI certamente non
si svilupperà e la sorveglianza ecocardiografia viene spesso
abbandonata. L’identificazione di cause genetiche della CMI ha
permesso di mettere in evidenza una grande eterogeneità
nell’espressione della malattia, compresa una penetranza
variabile e una ipertrofia ad insorgenza tardiva. Perciò, in
assenza di test genetici, la diagnosi clinica deve essere
mantenuta in età adulta mediante l’esecuzione regolare di
ecocardiogrammi e di ECG. Gli esami diagnostici di biologia
molecolare permettono molto
Vaccinazione antinfluenzale intradermica. N Engl J Med 2004;351:2286-95
L’influenza
negli USA rappresenta un importante problema sanitario,36,000 morti e
200.000 ospedalizzazioni /anno; coloro più a rischio di complicanze sono
i bambini fra 6 e 23 mesi ,gli anziani sopra i 65 anni ,le donne incinte
, bambini e adulti con malattie croniche ,i lavoratori esposti.La
somministrazione di un antigene intradermica ha una risposta
immunogenica maggiore della somministrazione intramuscolare per una
uguale dose di agente immunizzante..Più del 25% della superficie
corporea è coperta da cellule dendritiche contenute nel derma e
considerate con i macrofagi le più potenti cellule presentanti
l’antigene, in grado di indurre una risposta immunitaria in particolare
del comparto T cellulare CD4 e CD8,ma anche modulare la risposta
anticorpale dei linfociti B .L a vaccinazione intradermica, già
sperimentata per la rabbia e l’epatite B,è stata presentata in due
studi con dosi ridotte ad un quinto della dose somministrata
intramuscolare per il vaccino antinfluenzale,per verificare la
possibilità di uguale immunizzazione anche con dosi notevolmente
ridotte; qualora necessitassero quantità maggiori non disponibili nelle
scorte di vaccino ,come in caso di pandemie ,l’utillizzo di dosi ridotte
aumenterebbe il numero dei possibili beneficiari.La maggior risposta
anticorpale ottenuta rispetto alla mezza dose intramuscolare
sperimentata in uno studio precedente,che aveva evidenziato una
immunizzazione inefficace, potrebbe essere attuata nei soggetti giovani
con buona risposta anticorpale o nei lavoratori a rischio giovani perché
in quei soggetti con risposta anticorpale minore (anziani e
immunodefedati) la risposta è stata minore :a questi dovrebbero essere
riservate le dosi intere di vaccino trivalente somministrato per via
intramuscolare.Gli anziani con ridotta risposta di base sono anche
coloro che più presentano complicanze e ospedalizzazioni,la risposta
immune al vaccino diminuisce con l’aumento dell’età( infatti sono stati
elaborati differenti meccanismi di preparazione del vaccini per
aumentane l’immunogenicità: aumento concentrazione dell’antigene ,adiuvato..)
per cui gli anziani sono la categoria che dovrà sottoporsi alla
vaccinazione intramuscolare a dose piena riservando la somministrazione
intradermica ai giovani e a coloro con risposta immune normale dopo
ovviamente aver valutato la possibilità legale di somministrazione di un
vaccino approvato per legge alla sola somministrazione intramuscolare
Esposizione
alla circolazione automobilistica e insorgenza di infarto miocardico
(NEJM 351: 1721-1730, A. Peters et al. - 21 ottobre 2004)
http://content.nejm.org/cgi/content/abstract/351/17/1721
Questo
studio epidemiologico dimostra che l’esposizione transitoria alla
circolazione automobilistica può fare aumentare il rischio di infarto
del miocardio nei soggetti suscettibili. Lo studio ha incluso 691
pazienti di un registro dell’infarto della Germania meridionale, che
erano a conoscenza dell’ora di insorgenza dell’infarto e che hanno
risposto a un questionario che precisava in particolare le diverse
attività svolte nel giorno dell’infarto e nei quattro giorni precedenti
i sintomi. È stata osservata un'associazione tra l’esposizione al
traffico e l’insorgenza di un infarto nell’ora seguente, con un rischio
moltiplicato per 2.92 (p<0.001). Il tempo passato in auto, sui mezzi di
trasporto pubblici, in moto o in bicicletta è risultato legato ad un
aumento del rischio di infarto. La correzione in funzione di uno sforzo
importante in bicicletta o di un risveglio mattutino ha modificato solo
modestamente l’effetto dell’esposizione al traffico sul rischio di
infarto (OR = 2.73). L’analisi per sottogruppi ha dimostrato che i
rischi erano più elevati per le donne, per i soggetti di 60 anni o più,
e per le persone disoccupate. Gli autori indicano in particolare che una
combinazione di diversi fattori come lo stress, il rumore e
l’inquinamento legato alla circolazione contribuirebbero potenzialmente
alle associazioni osservate.
Infiammazione e
ristenosi dopo angioplastica
(European Heart Journal 2004; 25: 1679-1687, Konstantinos
Toutouzasa)
Esiste
una correlazione tra l’attivazione dell’infiammazione e la risposta
vascolare al traumatismo dell’angioplastica che determina l’iperplasia
intimale. Questa reazione è ancora più marcata in caso di placca
ateromasica contenente cellule infiammatorie già attivate. È quindi
importante potere identificare l’esistenza di una attivazione
dell’infiammazione prima di un intervento di rivascolarizzazione
percutanea.
http://www.eurheartj.org/
Prognosi
degli eventi vascolari cerebrali in caso di fibrillazione atriale
(European Heart Journal 2004; 25: 1734-1740, Christina Steger)
Questo
registro prospettico austriaco ha incluso 57 servizi di neurologia e ha
studiato il follow-up ospedaliero di pazienti colpiti da un evento
vascolare cerebrale tra giugno 1999 e ottobre 2000. Una fibrillazione
atriale è stata diagnosticata in 304 (31%) dei 992 pazienti. I pazienti
con fibrillazione erano più anziani (79 versus 75 anni, p <0.0004),
presentavano più spesso pneumopatie (23% versus 9%, p < 0.0004), edema
polmonare (12% versus 6%, p <0.0004) ed emorragie intracerebrali (8%
versus 2%, p <0.0004), con una sovramortalità ospedaliera (25% versus
14%, p < 0.0004) e una peggiore prognosi neurologica. All’analisi
multivariata la fibrillazione atriale non è risultata associata alla
mortalità.
L’evento vascolare cerebrale in caso di fibrillazione atriale si associa
ad una prognosi sfavorevole e ad un eccesso di mortalità ospedaliera.
http://www.eurheartj.org
N
Engl J Med 2004;351:1681-84 Insufficienza mitrali dinamica
Il
test da sforzo rappresenta il test indicato per la valutazione della
insufficienza coronaria dinamica,mentre le malattie valvolari sono sempre
state studiate sulla base di valutazioni a riposo. Oggi si tende ad
interpretare le malattie valvolari con il coinvolgimento ventricolare in
modo dinamico con il test da sforzo, un esempio di come la dinamica
ventricolare influenzi le valvole si ha nella insufficienza mitralica
nell’infarto miocardico. Nell’edema polmonare di origine cardiaca (di cui
riconosciamo 3 cause alla base:aumento della permeabilità
alveolo-capillare,una diminuzione della pressione alveolare,aumento della
pressione capillare,il sistema venoso polmonare riflette le variazioni
pressorie del cuore sx e può rappresentare il risultato di eventi acuti in
una situazione di malattia cardiaca cronica magari di compenso che induca
però uno stato di rigidità ed ispessimento del ventricolo sx(eventi acuti
come crisi ipertensive, ischemia, severa insufficienza aortica o mitralica
acuta da rottura di papillare o corda tendinea, o mafunzionemanto di protesi
valvolare.Dobbiamo oggi considerare un nuovo meccanismo per l’edema
polmonare: l’esacerbazine dinamica del rigurgito mitralico ischemico
cronico:durante lo sforzo il rigurgito passa da lieve a moderato a severo
con parallelo aumento delle pressioni capillari polmonari:pertanto la
valutazione del rigurgito mitralico a riposo non da ragione dell’entità
inducibile da sforzo.In sistole la chiusura valvolare dei lembi ,dovuta al
regolare attacco delle corde tendinee eall contrazione dei muscoli
papillari ,nell’insufficienza ischemica l’anulus si dilata,la parete inf
post protrude anteriormente spostando l’attacco dei muscoli papillari in
avanti e verso la punta del ventricolo ne risulta una giometria non ottimale
per la chiusura dei lembi.In questo modo si potrebbe spiegare anche la
capacità all’esercizio ridotta nello scompenso cronico. L’importanza
pertanto del test da sforzo per valutare le modificazioni dinamiche della
camera cardiaca,e che non tutti gli edemi polmonari sono legati a
insufficienza coronaria .
Danila
Briganti
Confronto fra stenting protetto dell’arteria carotidea ed endoarteriectomia in
pazienti ad alto rischio. NEnglJ Med 2004; 351:1493-501.
L’endoarteriectomia
si è dimostrata più efficace del trattamento medico nella prevenzione dell’
ictus in pazienti con stenosi aterosclerotica grave dell’arteria carotidea,
sintomatica o a sintomatica.Lo stenting del vaso con l’uso di un dispositivo di
protezione degli emboli costituisce una strategia di rivascolarizzazione meno
invasiva..Nello studio clinico randomizzato sono stati confrontati 334 pazienti
,coloro che per condizioni cliniche presentavano controindicazioni alla
endoarteriectomia ma con stenosi sintomatica di almeno il 50% o a sintomatica
pari o uguale al 80%. erano sottoposti a procedura di stenting della arteria
carotidea svolta con dispositivo di protezione dagli emboli,Lo studio era volto
a dimostrare che la strategia meno invasiva non fosse inferiore come efficacia
alla endoarteriectomia. End point primario era un evento cardiovascolare
maggiore ad una anno( exitusi icus o infarto miocardioco entro 30 giorni
dall’intervento o exitus o ictus ipsilaterale dal 31 ° giorno ad un anno dalla
procedura).L’end point primario si è verificato in 20 pazienti randomizzati allo
stentino (incidenza cumulativa del 12,2%) e in 32 pazienti sottoposti all’endoareriectomia(incidenza
cumulativa del 20,1%).A distanza di un anno la ripetizione della
rivascolarizzazione carotidea era stata minore in coloro che avevano ricevuto
stent 0,6% rispetto a coloro che erano stati sottoposti a endoarteriectomia 4,3%.Pertanto
gli autori concludono che nei pazienti con stenosi carotidea grave ed altre
condizione coesistenti che controindicano l’intervento la procedura di stenting
con l’uso di dispositivo di protezione contro gli emboli non è inferiore alla
endoarterietomia.
La Food and
Drug Administration ha recentemente approvato l’uso dello stentig carotideo per
in pazienti ad alto rischio con stenosi carotidea ,sintomatici o asintomatici.
L’endoarteriectomia,intervento secondo solo alla rivascolarizzazione
coronaria,presenta una alta mortalità perioperatoria(infarto non Q ),rappresenta
comunque il Livello 1 di evidenza rispetto alle terapie mediche disponibili,per
la prevenzione dello stroke nei pazienti sintomatici e asintomatici ,con
riduzione del flusso .L’intervento rimuove gli eventi legati alla presenza della
placca,trombi ed embolizzazione cause dello stroke in questi pazienti.,ma sembra
che lo stesso si ottenga con il posiszuionamento dello stentig carotideo. L’embolizzazione
intraprocedura per distacco parcellare della placac durante il posizionamento
dello stentig,è oggi stato superato da device a protezione embolia.(una sorta di
rete di salvataggio all’estremità
Nello
studio SAPPHIRE un numero maggiore di pazienti è stato sottoposto a stentig,pertanto
i pazienti non sono entrati nello studio in modo randomizzato ma in base alle
condizioni cliniche,al profilo di rischio no in grado di essere sottoposti a
intervento chirurgico;il 20% dei pazienti di entrambi i due gruppi era una
recidiva già precedentemente trattata con la chirurgia(ulteriore indicazione
allo stentig).Pertanto il reintervento è gravato di maggiori
complicanze(specialmente danni ai nervi cranici,per la maggior parte però
transitori) rispetto al primo intervento ;inoltre lo stent per una recidiva
diventa più efficace perchè lavorerà sulla iperplasia intimale e non sulla
placca complessa.La mortalità e le complicanze ad un anno sono da considerare
nei pazienti asintomatici ma l’indicazione all’intervento è perentoria per i
pazienti sintomatici.
Danila Briganti
Sindrome
di Guillain-Barré successiva a vaccinazione antinfluenzale
(JAMA 292: 2478-2481, P. Haber et al
- 24 novembre 2004)
http://jama.ama-assn.org/cgi/content/abstract/292/20/2478
I risultati di questo studio, realizzato a partire dal sistema di
segnalazione americano degli eventi indesiderati in seguito a vaccinazione,
realizzato nel 1990, sono compatibili con la possibilità di un’associazione
causale tra la sindrome di Guillain-Barré e il vaccino antinfluenzale
elaborato di origine suina nel 1976-1977. Tra il luglio 1990 e il giugno
2003 sono state effettuate 501 segnalazioni di sindrome di Guillain-Barré in
seguito a vaccinazione antinfluenzale in soggetti adulti. L’intervallo
mediano tra vaccinazione e comparsa dei sintomi era di 13 giorni, vale a
dire maggiore del tempo di comparsa di altri eventi indesiderati in seguito
a vaccinazione antinfluenzale (1 giorno). Il tasso annuale di segnalazione è
calato di un fattore 4 tra il 1993-1994 e il 2002-2003, da 0,17 per 100.000
vaccinazioni a 0,04 per 100.000. La diagnosi di sindrome di Guillain-Barré è
stata confermata nell’82% delle segnalazioni. La percentuale di patologie
pre-esistenti era bassa. Secondo gli autori questa bassa prevalenza, nonché
il lungo intervallo prima della comparsa dei sintomi avvallano l’ipotesi di
una relazione causale tra la vaccinazione e la sindrome, più che il declino
nelle segnalazioni
Efficacia
di una campagna d’immunizzazione contro il meningococco di sierogruppo C
(JAMA 292: 2491-2494, P. de Wals et al -
24 novembre 2004)
http://jama.ama-assn.org/cgi/content/abstract/292/20/2491
Questo studio osservazionale di popolazione mostra l’efficacia di un nuovo
vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C nel controllo di
un’epidemia emergente in Quebec. Gli autori hanno studiato i casi di
patologia invasiva da meningococco C dal 1996 al 2002. Nel 2001 è stata
condotta una campagna di vaccinazione di massa, per controllare l’epidemia
emergente, con il vaccino meningococcico del gruppo C oligosidico coniugato
Menjugate®, e l’incidenza di patologie invasive da meningococco è stata
misurata prima e un anno dopo la campagna nei soggetti vaccinati e nei non
vaccinati. La copertura vaccinale dei soggetti da 2 mesi a 20 anni era
dell’82,1%. In seguito alla campagna, il numero dei casi di patologia da
meningococco è scesa da 58 nel 2001 a 27 nel 2002, e l’incidenza da 7,8 per
milione a 3,6 per milione. L’efficacia del vaccino riscontrata dagli autori
era pari al 96,8%.
Valutazione
dei parametri lipidici come indici predittivi di malattie
cardiovascolari nelle donne in menopausa
(Circulation 2004; 110: 2824-2830, Iris Shai)
Tra le 32.826
donne dello studio (Nurses’ Health Study), si sono verificati 234 eventi
cardiovascolari durante il follow-up di 8 anni. L’analisi statistica ha
rivelato l’esistenza di un'associazione
tra il rischio di eventi e un aumento dei tassi di apolipoproteina B100
(apoB100), di colesterolo-LDL (LDL-C), di colesterolo totale e di
trigliceridi. Dopo controllo dei diversi parametri lipidici, il
colesterolo-HDL è risultato un fattore inversamente correlato con il
rischio vascolare.
Bassi livelli di colesterolo-HDL permettono di identificare le donne in
menopausa ad alto rischio vascolare.
www.circ.ahajournals.org
Trattamento disaggregante, anticoagulante o entrambi nella fibrillazione atriale
(J. Am. Coll. Cardiol. 2004; 44: 1557-66, Francisco Pérez-Gòmez)
Gli anticoagulanti sono più efficaci dell’aspirina nella prevenzione degli eventi cerebrovascolari. L’associazione di disaggreganti piastrinici e di una scoagulazione di intensità moderata è stata indagata in pazienti con fibrillazione atriale associata a fattori di rischio o ad una stenosi mitralica. Questo studio multicentrico ha incluso 1.208 pazienti a rischio. Nei pazienti con rischio intermedio, 242 hanno ricevuto un trattamento con trifusal, un inibitore della ciclo-ossigenasi, 237 hanno ricevuto acenocumarolo e 235 hanno ricevuto una associazione dei due farmaci. Il gruppo di pazienti ad alto rischio comprendeva pazienti con un antecedente embolico o con stenosi mitralica; 259 hanno ricevuto anticoagulanti e 236 hanno ricevuto una associazione. Durante il follow-up di 2.76 anni, si è verificato un evento embolico grave (decesso vascolare, evento cerebrovascolare o embolia sistemica) con una frequenza significativamente inferiore nel caso di terapia associativa, rispetto al solo trattamento anticoagulante, sia nel gruppo di pazienti a rischio intermedio sia in quello a rischio elevato.
L’associazione di antiaggreganti piastrinici e di anticoagulanti riduce l’insorgenza di eventi vascolari embolici rispetto ai pazienti in sola terapia anticoagulante. Questo beneficio non risulta inficiato da un incremento degli eventi emorragici.
Importanza dei trigliceridi-LDL
(Circulation - 25 ottobre 2004, Marz W.)
Il colesterolo-LDL è un fattore di rischio cardiovascolare indipendente. D’altra parte, particolarmente nella sindrome metabolica e nel diabete di tipo 2, sembrerebbe che anche gli indici associati all’infiammazione cronica di basso grado, tra cui la PCR ad elevata sensibilità, siano associati a questo rischio. In quest’ultima situazione, le proprietà aterogene delle lipoproteine sono modificate? È noto che le lipoproteine LDL sono più piccole e più dense. In questo studio di casi-controllo basato sulla presenza o meno di una coronaropatia angiografica (739 casi, 570 controlli sovrapponibili), i trigliceridi-LDL (trigliceridi che rientrano nella composizione delle lipoproteine LDL) sono risultati più intensamente associati alla coronaropatia rispetto al colesterolo-LDL, in modo essenzialmente indipendente. I trigliceridi-LDL sono risultati positivamente correlati a numerosi indici di infiammazione o di anomalie delle molecole di adesione, indici dell’aggressione vascolare. Quando i trigliceridi-LDL sono risultati elevati, le particelle di LDL erano deplete in esteri di colesterolo ed erano più dense. In particolare nelle situazioni dismetaboliche, i trigliceridi-LDL potrebbero avere maggiore rilevanza del colesterolo-LDL.
Trattamento della cefalea a grappolo con octreotide sotto cute; uno studio incrociato in doppio cieco verso placebo
(Ann. Neurol. 2004; 56: 488-494, MS. Matharu)
I trattamenti classici della cefalea a grappolo si basano sul sumatriptan, sottocute o per via nasale, e sull’ossigeno. Due studi randomizzati che hanno arruolato un piccolo numero di soggetti indicherebbero l’efficacia potenziale della somatostatina in questa patologia. Gli autori hanno valutato l’efficacia dell’octreotide, un analogo della somatostatina, nel trattamento della cefalea a grappolo. I soggetti arruolati nello studio incrociato, randomizzato in doppio cieco verso placebo, erano affetti da cefalea a grappolo episodica o cronica (criteri dell’International Headache Society), e dovevano trattare almeno due attacchi cefalalgici di severità moderata, con un intervallo di almeno 24 ore, con octreotide sottocute o placebo. Il principale criterio di valutazione era la risposta alla cefalea, definita inizialmente come molto severa, severa o moderata e che diveniva minima o scompariva 30 minuti dopo l’iniezione dell’analogo. Sono stati arruolati 57 pazienti; 46 soggetti hanno fornito dei dati relativi ai risultati del trattamento con octreotide o placebo. La risposta è stata del 52% per l’octreotide e del 36% per il placebo. Considerando i diversi dati demografici e clinici, l’analisi statistica ha rilevato che l’effetto dell'octreotide è stato superiore a quello del placebo (p<0,01). Tali risultati suggeriscono che un trattamento non vasocostrittore è in grado di trattare la cefalea a grappolo.
Livelli di fibrinogeno e rischio di ictus ischemico e di coronaropatia acuta in 5.113 soggetti che avevano presentato un TIA o un ictus ischemico minore
(Stroke 2004; 35: 2300-2305, P.M. Rothwell)
Nella popolazione generale e nei soggetti affetti da insufficienza coronarica, il fibrinogeno rappresenta un fattore di rischio indipendente di manifestazioni coronariche; per contro, il suo ruolo predittivo negli ictus ischemici, in particolare nel quadro della prevenzione secondaria, è mal definito. Per definire il rischio di ictus ischemico e di altri eventi vascolari associati ai livelli di fibrinogeno, gli autori hanno riesaminato i dati non pubblicati di 3 studi prospettici su soggetti che avevano presentato un episodio ischemico transitorio (TIA): lo studio United Kingdom TIA Aspirin (UK-TIA) (n=1860); il Dutch TIA trial (n=2960); e l'Oxford TIA study (n=293).
In tutti gli studi, il fibrinogeno rappresentava un fattore predittivo di ictus ischemico, con un hazard ratio (HR) per valori superiori alla media di 1,34 (IC 95% da 1,13 a 1,60; p=0,001).
L'associazione era più marcata nei soggetti senza sindrome lacunare (HR=1,42, IC 95% da 1,13 a 1,78; p=0,002), rispetto ai pazienti con tale sindrome (HR=1,09, IC 95% da 0,80 a 1,49; p=0,58), senza peraltro che la differenza fosse significativa (p=0,18). Non esisteva un’associazione con gli eventi emorragici (HR=1,09, IC 95% da 0,55 a 2,17; p=0,81). Il fibrinogeno costituiva un fattore predittivo di manifestazioni coronariche e di tutti gli eventi vascolari, ma non della mortalità non vascolare.
Concludendo, nei soggetti che hanno avuto un TIA o un ictus ischemico, il rischio di ictus ischemico e di manifestazioni coronariche aumenta in maniera direttamente proporzionale ai livelli di fibrinogeno; tale relazione è tuttavia più debole di quanto riportato da precedenti studi.
Diabete
e progressione dei disturbi della deambulazione e
della rigidità nei soggetti anziani
(Neurology 2004; 63: 996-1001, Z. Arvanitakis)
Nei soggetti
anziani vengono spesso osservati segni parkinsoniani
(rigidità, disturbi della postura, bradicinesia),
che si associano alla morbilità e alla mortalità. I
fattori di rischio associati a questi segni
parkinsoniani non sono chiaramente definiti. Gli
autori hanno valutato la relazione tra diabete e
questi segni parkinsoniani. Nello studio sono stati
arruolati 822 soggetti, pastori cattolici e donne
anziane, che al momento dell’inclusione non
presentavano segni di morbo di Parkinson o di
demenza. I soggetti sono stati sottoposti a una
valutazione annuale (UPDRS motorio modificato) per 9
anni. La presenza di diabete era diagnosticata in
base all’anamnesi e/o ai trattamenti ricevuti.
Centoventotto soggetti erano affetti da diabete. La
presenza di diabete era associata, su un periodo di
follow-up medio di 5,6 anni, a un progressivo
aumento della rigidità (p <0,01) e a disturbi della
postura (p <0,05). Non era, invece, associata a
modificazioni bradicinesiche o a tremore. La
presenza di precedenti ictus ischemici non
modificava l’associazione tra diabete e rigidità,
riducendo, al contrario, quella tra diabete e
disturbi della postura (p =0,08).
Concludendo, nei soggetti anziani il diabete
potrebbe rappresentare un fattore di rischio per la
progressione dei segni parkinsoniani.
Topiramato:
trattamento di fondo dell’emicrania
(J. Neurol. 2004; 251: 943-950, H-S Diener)
Questo studio randomizzato in doppio cieco ha
valutato 575 soggetti affetti da emicrania con o
senza aura, provenienti da 61 centri ripartiti in
13 Paesi,
che hanno ricevuto come trattamento di fondo
topiramato alla dose di 100 mg/die, 200 mg/die,
propranololo (160 mg/die) o placebo. L’obiettivo
primario di questo studio era la modificazione della
frequenza media mensile degli attacchi emicranici.
Il topiramato alla dose di 100 mg/die presentava
un’efficacia superiore rispetto al placebo nella
riduzione della frequenza mensile delle crisi, e in
questo gruppo di soggetti gli autori hanno osservato
una percentuale complessiva di soggetti che hanno
risposto pari al 50%, la riduzione del numero di
giorni mensili con presenza di emicrania e la
riduzione del ricorso quotidiano ad antalgici. Il
gruppo del topiramato alla dose di 100 mg/die era
simile al gruppo propranololo in termini di
riduzione della frequenza delle emicranie, della
percentuale di soggetti che hanno risposto, dei
giorni con presenza di emicrania e dell’utilizzo
quotidiano di antalgici. Il topiramato alla dose di
100 mg/die era meglio tollerato rispetto alla dose
di 200 mg/die, e la tollerabilità era
complessivamente paragonabile a quella del
propranololo. Non è stato osservato alcun effetto
indesiderato grave.
Conclusioni: questo studio mostra che il topiramato
alla dose di 100 mg/die rappresenta un trattamento
di fondo efficace dell’emicrania, con un profilo di
tollerabilità identico a quello del propranololo.
Sviluppo
di una sindrome da affaticamento cronico (SFC)/encefalomielite
mialgica nell’età adulta: fattori predittivi
nell’infanzia
(BMJ 329: 941, R. Viner et
M. Hotopf - 23
ottobre 2004)
http://bmj.bmjjournals.com/cgi/content/abstract/329/7472/941
Gli autori hanno seguito 16.567 bambini di una coorte di
natalità britannica relativa al 1970, costatando che,
all’età di 30 anni, le ragazze, i bambini di un ceto
sociale elevato e quelli che avevano presentato
nell’infanzia un problema medico persistente che ne
aveva limitato l’attività avevano maggiori probabilità
di presentare una SFC
(odds ratio rispettivamente di 2,3, 2,2 e 2,3). Una
maggiore attività fisica nell’infanzia si associava a un
minor rischio di SFC
(OR 0,5). Non è stata osservata alcuna associazione tra
rischio di SFC e problemi psicologici della madre o del
bambino, peso alla nascita, ordine di nascita, atopia,
obesità, presenza a scuola, capacità negli studi
superiori e
Segni
motori in corso di morbo di Alzheimer
(Neurology 2004; 63: 975-982, N. Scarmeas)
Al fine di
valutare la progressione dei segni motori (SM) nel
morbo di Alzheimer (MA), gli autori hanno seguito,
per un periodo medio di 3,6 anni, una coorte di 474
soggetti affetti da MA iniziale presso 5 centri
specialistici in Europa e negli Stati Uniti. I
soggetti venivano esaminati ogni 6 mesi, e i segni
motori quantificati mediante l’utilizzo parziale
dell'UPDRS. In totale, sono state eseguite 3.030
visite/valutazioni (una media di 6,4/soggetto). Il
13% dei soggetti presentava almeno un SM al momento
della valutazione iniziale, mentre al momento di
quella finale tale percentuale saliva al 36% dei
soggetti. Il punteggio dei segni motori aumentava
annualmente del 3%, rispetto al punteggio possibile
totale. I tassi di progressione annuale per la
mimica facciale e la parola (4%), la rigidità
(2,45%), la postura, la deambulazione (3,9%) e la
bradicinesia (3,75%) erano simili, e la loro
frequenza aumentava dalla prima
(dal 3 al 6%) all’ultima valutazione (dal 22 al
29%). Il tremore era il segno motorio meno
frequente, in qualunque stadio della patologia (4%
al momento della valutazione iniziale e 7% alla
valutazione conclusiva).
Concludendo, in corso di morbo di Alzheimer i segni
motori sono frequenti e rapidamente progressivi.
Effetto
dell’età e dell’attività fisica sulla compliance del
ventricolo sinistro
(Circulation 2004; 110: 1799-1805, Armin Arbab-Zadeh)
La compliance ventricolare
sinistra diminuisce con l’età e potrebbe contribuire
all’elevata incidenza di insufficienza cardiaca in
questa fascia della popolazione. In 20 pazienti di
70 anni in buona salute e in 12 atleti di alto
livello
anziani (68
anni), sono
stati eseguiti una ecografia cardiaca e un
cateterismo destro per valutare le curve di Starling
e le curve pressione-volume del ventricolo sinistro.
I dati sono stati confrontati con quelli di 14
giovani pazienti sedentari di 29 anni. Il volume di
eiezione è risultato più rilevante negli atleti
qualsiasi fosse il livello del precarico. La
compliance ventricolare sinistra si è dimostrata
ridotta nei soggetti anziani sedentari rispetto ai
soggetti più giovani. La curva pressione-volume
degli atleti anziani è stata sovrapponibile a quella
dei giovani sedentari. Uno stile di vita sedentario
riduce la compliance del ventricolo sinistro e
altera le capacità diastoliche del ventricolo
sinistro. Un impegno fisico regolare preserva la
compliance del ventricolo sinistro.
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SPAGNOLI
L.G., et al.: rischio di ictus cerebrale ischemico e
instabilità di placca extracranica. JAMA 292(15),
1845-1852, 2004
Recenti
studi indicano che, oltre alla stenosi carotidea, altri
parametri sono coinvolti nella patogenesi di ictus
ischemico, in particolare le modificazioni della
composizione della placca ateromasica.
L’obiettivo dello studio è valutare il ruolo della
rottura di placca e la trombosi nella patogenesi
dell’ictus ischemico, in pazienti sottoposti a
endoarteriectomia carotidea; vengono esclusi colori che
possono avere embolizzazioni cardiogene o stenosi
critica del poligono di Willis.
Sono state
valutate 269 placche, dopo endoarteriectomia; 96 di
queste sono di soggetti con ictus omolaterale maggiore,
91 di pazienti con TIA, 82 di pazienti asintomatici.
Una placca
potenzialmente trombogenica è associata a infiltrato
infiammatorio tissutale in 71 dei 96 pazienti con ictus
maggiore (32 di essi entro due mesi dai sintomi ictali),
in 32 di quelli con TIA, in 12 tra gli asintomatici.
Un trombo
fresco è stato riscontrato nel 53,8% dei pazienti con
ictus maggiore a 13-24 mesi dall’evento cerebrovascolare.
Trombo acuto è associato a rottura superficiale del
cappuccio ateromasico in 64 dei 71 pazienti a placca
instabile, ad erosione nelle altre sette condizioni di
ictus maggiore. La rottura di placca dei pazienti più
gravi si associa a più severo infiltrato flogistico,
costituito da monociti, macrofagi e linfociti T.
Tra i tre
gruppi non si sono avute differenze in quanto ad eventi
cerebrovascolari maggiori.
Paolo
Tornari
Pressione
arteriosa e obesità nei giovani .(Circulation 2004;
110: 1832-1838, Gilles Paradis)
Questo
studio realizzato in bambini ed adolescenti canadesi
di 9, 13 e 16 anni è consistito in una misurazione
della pressione arteriosa in 3.589
soggetti (risposta 80%). Il livello medio della
pressione arteriosa è stato di 103/57, 113/58 e
124/61 mmHg nei ragazzi dei gruppi di età menzionati
e di 103/57, 111/60 e 114/62 mmHg nelle ragazze. La
prevalenza di una pressione sistolica media elevata
è stata del 12%, 22% e 30% nei ragazzi e del 14%,
19% e 17% nelle ragazze. La presenza di una
pressione diastolica elevata è stata <1%.
All’analisi multivariata, l’indice di massa corporea
è risultato associato ad un incremento della
pressione arteriosa sistolica e diastolica in tutte
le fasce di età.
Un aumento della pressione arteriosa è frequente nei
bambini e negli adolescenti ed è fortemente
correlato al peso. Sono necessarie misure sanitarie
urgenti per limitare le conseguenze dell’obesità e
le sue conseguenze emodinamiche.
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Complicazioni
vascolari
dei sistemi
di chiusura
dopo
rivascolarizzazioni
percutanee.
(J. Am.
Coll.
Cardiol.
2004; 44:
1200-9,
Eugenia
Nikolsky)
Questa
meta-analisi
mette a
confronto
l’efficacia
dei sistemi
di chiusura
rispetto
alla
compressione
manuale. Su
un totale di
30 studi che
hanno
incluso 37.066
pazienti,
non è stata
rilevata
alcuna
differenza
nelle
complicazioni
vascolari
tra il
sistema
Angio-Seal e
la
compressione
meccanica
per le
angiografie
diagnostiche
(RR = 1.08)
o per le
angioplastiche
(RR = 0.86).
Nessuna
differenza è
stata
rilevata
nemmeno per
quanto
concerne
l’utilizzo
del Perclose
per
procedure
diagnostiche
(RR = 1.51)
o
terapeutiche
(RR = 1.21).
Un aumento
del rischio
di
complicazione
vascolare si
associa
all’utilizzo
del VasoSeal
in caso di
angioplastica
(RR = 2.25).
L’analisi
globale è a
favore della
compressione
meccanica
rispetto ai
sistemi di
chiusura (RR
1.34, 95%CI
1.01-1.79).
In caso di
angiografia
coronarica
diagnostica,
il rischio
di
complicazioni
vascolari
nel punto di
iniezione è
simile per
la
compressione
meccanica o
per
l’utilizzo
di un
sistema di
chiusura. In
caso di
angioplastica
il tasso di
complicazioni
è superiore
se si
utilizza il
VasoSeal.
Frequenza
della
rottura di
placca nei
pazienti con
angina
stabile e in
quelli con
infarto del
miocardio.
Studio
mediante
ecografia
endocoronarica
in 235
pazienti
(Circulation
2004; 110:
928-933,
Myeong-Ki
Hong)
Un'ecografia
endocoronarica
tridimensionale
è stata
realizzata
in 235
pazienti:
122 con
infarto e
113 con
angina
stabile. Una
rottura di
placca
dell’arteria
interessata
è stata
individuata
nel 66% dei
pazienti con
IM e nel 27%
dei pazienti
stabili
(P=0.001).
Una rottura
di placca in
un'arteria
diversa da
quella
coinvolta
nella
sintomatologia
è stata
rilevata nel
17% degli IM
e nel 5% dei
soggetti con
angina
stabile
(P=0.008).
Rotture
multiple
sono state
osservate
nel 20% e
nel 6% degli
stessi
pazienti
(P=0.004).
L’unico
fattore
predittivo
di rottura
di placca
nei pazienti
con IM è un
aumento
della PCR.
Nei pazienti
stabili, il
solo fattore
predittivo è
costituito
dal diabete.
L’ecografia
endocoronarica
identifica
le rotture
di placche
responsabili
della
sintomatologia
e altre più
remote. Le
rotture
di placca sono
più frequenti
in caso di
IM, incluse
quelle in
un’arteria
non
interessata
dall’IM.
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Deficit
di testosterone e apatia
nel morbo di Parkinson
(J. Neurol. Neurosurg.
Psychiatry 2004; 75:
1323-1326, R.E. Ready)
Questo studio ha
arruolato 49 soggetti
affetti da morbo di
Parkinson non dementi e
40 informants affidabili
che hanno valutato la
presenza di apatia in
base a due scale visive
e alla Frontal Systems
Behavior Scale. La
valutazione della
depressione si basava
sul Beck Depression
Inventory-II. Al momento
di tale valutazione
veniva determinata la
concentrazione
plasmatica di
testosterone. Nel 46,9%
dei soggetti è stato
riscontrato un livello
ridotto di testosterone
totale, definito in base
a un valore inferiore o
uguale a 325 ng/dl. Il
testosterone libero era
correlato in maniera
significativa con
l’apatia riportata dai
soggetti e dagli
informants,
indipendentemente dalla
severità della
patologia.
Conclusioni: l’apatia,
frequente nel morbo di
Parkinson, è
inversamente correlata
alla concentrazione di
testosterone libero.
Prima di prendere in
considerazione la
supplementazione di
testosterone quale
trattamento di tale
apatia, sono necessari
ulteriori studi di
conferma.
Diabete,
alterata glicemia a
digiuno e comparsa di
disturbi cognitivi nelle
donne anziane.
(Neurology 2004; 63:
658-663, K. Yaffe)
Gli autori hanno
raccolto i dati relativi
ad uno studio
terapeutico
multicentrico
randomizzato che ha
valutato il raloxifene,
per un periodo di
follow-up di 4 anni, in
7.027
donne affette da
osteoporosi
post-menopausale (età
media = 66,3 anni). Il
diabete era definito in
base alla positività
anamnestica per tale
patologia, a una
glicemia a digiuno
superiore o uguale a 7
mmol/l (superiore o
uguale a 126 mg/dl) o a
un trattamento
ipoglicemizzante. La
glicemia a digiuno è
stata definita
patologica per un valore
<7 mmol/l, ma >6,11 mmol/l
(110 mg/dl). Il
principale obiettivo era
l’evoluzione di un
punteggio cognitivo
composto che si basava
sulla somma di 5 test
standardizzati tra
l’arruolamento e il
periodo di follow-up di
4 anni, e l’evoluzione
verso disturbi cognitivi
definiti (demenza,
specialmente un declino
cognitivo lieve). 267
donne (3,8%) erano
affette da diabete, e
297 (4,2%) presentavano
una glicemia a digiuno
patologica. Queste
ultime ottennero
all’arruolamento dei
punteggi cognitivi
inferiori a quelli dei
soggetti con una
glicemia normale, ma
superiori alle donne
diabetiche. Il declino
cognitivo corretto in
base all’età e al
trattamento, dopo 4
anni, era maggiore nei
soggetti diabetici (p
=0,001), restando
invariato dopo
correzione per i fattori
etnici, culturali e
depressivi. Il rischio
di comparsa di un
declino cognitivo era 2
volte più elevato nelle
donne diabetiche o che
presentavano un’alterata
glicemia a digiuno (OR
adattato all’età e al
trattamento =1,64 in
caso di glicemia a
digiuno patologica, e
=1,79 in presenza di
diabete).
Conclusioni: i soggetti
diabetici o prediabetici
di sesso femminile hanno
delle performance
cognitive alterate, e un
maggior rischio di
sviluppare disturbi
Dieta
mediterranea, stile di vita e
mortalità a 10 anni nelle
persone anziane
(JAMA 292: 1433-1439, K.T.B.
Knoops et al -
22 settembre 2004)
http://jama.ama-assn.org/cgi/reprint/292/12/1433.pdf
Lo studio
longitudinale HALE (Healthy
Ageing: a Longitudinal study in
Europe) ha valutato l’impatto
della dieta mediterranea da sola
e di questa dieta associata
all’esercizio fisico, ad un
consumo moderato di alcool e
all’assenza di tabagismo, sulla
mortalità in una coorte europea
di 1.507 uomini e 832 donne in
apparente buona salute, di età
compresa tra 70 e 90 anni. La
dieta mediterranea, il consumo
moderato di alcool, l’attività
fisica e l’assenza di tabagismo
sono risultati associati a una
riduzione della mortalità
globale (hazard ratio
rispettivamente di 0.77, 0.78,
0.63 e 0.65) dopo correzione per
fattori che comprendevano l’età,
il sesso e l’indice di massa
corporea. Risultati analoghi
sono stati osservati per quanto
riguarda la mortalità legata a
coronaropatia, patologia
cardiovascolare e cancro. La
combinazione dei 4 parametri di
stile di vita faceva diminuire
la mortalità per tutte la cause
di confondimento fino a un
hazard ratio di 0.35. In totale,
alla mancata adesione a questo
stile di vita sano erano
attribuibili il 60% della
mortalità globale, il 64% della
mortalità coronarica, il 61% dei
decessi di origine
cardiovascolare e il 61% dei
decessi per cancro. |
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