Archivio Abstract Settembre

Hackman D.G., Anand S.S.: fattori di rischio per la patologia aterosclerotica. JAMA 290(7), 932-940, 2003

Questo è un editoriale che riprende alcuni lavori presenti in questo numero della rivista, nonché fa il punto della situazione per quanto concerne i parametri di rischio cardiovascolare. Si tratta di un argomento che chiama tutti i Medici, quotidianamente a dover tener presente e che quindi ci può dare qualche suggerimento in merito.

La patologia cardiovascolare è un gran problema riguardante la salute pubblica. Molti sono i parametri proposti per poterne stabilire la possibilità  d’insorgenza. Nel 2020 si calcola che la patologia cardiovascolare supererà le malattie infettive come causa di morbidità e mortalità.

I fattori di rischio modificabili sono la pressione arteriosa elevata, la dislipemia, il fumo, il diabete. Peraltro è possibile che la patologia cardiovascolare insorga anche in chi non ha questi fattori predisponenti, a causa di situazioni varie, tra le quali la presenza di patologia predisponente non quantificabile (pre-ipertensione, alterata tolleranza al glucosio,…). In quest’editoriale si sono presi in considerazione quattro importanti fattori predittivi: la proteina C reattiva (PCR), la lipoproteina-a (Lp-a), il fibrinogeno e l’omocisteinemia. Sono state scelte queste per la provata correlazione con la patologia cardiovascolare, ad esse è correlata la possibilità che insorga malattia in età relativamente giovanile.

La PCR riveste importanza prognostica nel caso di malattia cardiovascolare in atto o pregressa; in fase di prevenzione primaria ha troppe situazioni che ne possono determinare un innalzamento falsamente positivo per patologia cardiovascolare.

Dati epidemiologici dimostrano che c’è un’associazione indipendente tra questo e la morbidità/mortalità cardiovascolare. C’è associazione fra fibrinogeno e ictus ischemico, patologia vascolare periferica. L’aumento del fibrinogeno è proporzionale alla presenza della dedizione al  fumo, al diabete, all’ipertensione, all’obesità, alla sedentarietà. Nonostante sia possibile la diminuzione del fibrinogeno (soprattutto badando ad abbassare la trigliceridemia) questo non consente di diminuire i tassi di incidenza di coronaropatia o infarto.

L’omocisteinemia come causa di aterosclerosi è correlata a altri rischi di pertinenza cardiovascolare che ne confondono la peculiarità; analogamente per quanto concerne la Lp-a, il cui eccesso è correlato ad un minimo incremento di predizione di rischio in generale sulla popolazione, ma non dà informazioni aggiuntive rispetto a quelle auspicabili per quadro clinico-anamnestico.

Pur nella validità non assoluta (non sono questi parametri utili per lo studio del rischio cardiovascolare su grandi numeri di popolazione) di correlazione fra questi quattro indici e la patologia da prevenire, se ne deduce soprattutto che l’opera di prevenzione migliore è sempre quella consigliata e presentata dal Medico e perseguita al meglio dai Pazienti, circa lo stile di vita quotidiano.  

La pre-ipertensione
JAMA 289(19), 2560-2571,2003

Individui di 18 anni o più, con valori di pressione arteriosa fra i 120/80 e 138/89 mmHg appartengono ad una nuova categoria clinica definita ‘pre-ipertensione’, fortemente a rischio per l’ipertensione conclamata, secondo il Joint National Committee.

In questo articolo vengono riportate nuove linee guida di prevenzione e trattamento dell’ipertensione, redatta dal National Heart Lung Blood Institute (NHLBI) dipartimento del National Institutes of Health (NIH).

Circa 50 milioni di Americani si presume siano ipertesi; questo è un numero destinato a crescere, anche in relazione all’aumento dell’età media della popolazione.

Secondo questo report, chi è in fase di pre-ipertensione è due volte più a rischio di progredire verso l’ipertensione conclamata.

Il protocollo degli esperti definisce il cambiamento di stile di vita il momento critico più importante per la prevenzione, soprattutto per quanto concerne l’assunzione di grassi, il sale, la sedentarietà, il consumo di alcolici.

Vengono elencate le varie classi definenti l’ipertensione conclamata. Mentre lo stadio 1 dell’ipertensione (valori tra 140/90 e 150/99 mmHg) rimane invariata, le raccomandazioni terapeutiche sono variate, consigliando i diuretici tiazidici come prima scelta per i casi non complicati. Questo anche secondo quanto riportato recentemente nello studio Antihypertensive and Lipid-Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial (ALLHAT).

Gli Stadi 2 e 3 sono ora conglobati in un’unica classe 2, per valori superiori a 160/100 mmHg. In questo caso è raccomandata la terapia d’associazione fra i diuretici e gli ACE-inibitori, o gli inibitori dei recettori dell’angiotensina, o i beta-bloccanti, o i Ca-antagonisti.

Vengono anche suggeriti programmi di sensibilizzazione comunitaria (scuole, ambienti di lavoro).

 

De Witt D.E., Hirsch I.B. Decorso del diabete mellito di tipo 1 o 2 in base all’impiego di insulina
JAMA 289(17), 2254-2264, 200333

 

In questo editoriale viene presa in considerazione la gestione farmacologica del diabete mellito con insulina e vengono fatte delle considerazioni in base al tipo di terapia sostitutiva prescritta, in relazione al tempo di insorgenza della patologia.

Oggi la disponibilità di nuovi analoghi dell’insulina consentono un ottimale controllo della patologia, perché questi mimano meglio la secrezione fisiologica; anche l’impiego di infusione continua sottocutanea è ora più disponibile e, per molti, più gradita delle quotidiane iniezioni manuali.

Più del 50% dei diabetici americani con diabete mellito di tipo 1 effettua una o 2 somministrazioni di insulina al giorno, atteggiamento subottimale, non fisiologico di approccio terapeutico. Altrettanto dicasi per i pazienti con diabete di tipo 2 non sono ben trattati con eventuali due somministrazioni di insulina isophane(intermedia).

Nell’articolo vengono prese in considerazione varie argomentazioni di dominio della comunità medica; in particolare viene sottolineata la salvaguardia delle cellule-b grazie ad un trattamento precoce con insulina, migliora il profilo lipidico, diminuisce la mortalità dopo infarto del miocardio.

Vengono descritti i vari tipi di insulina:

RAPIDA: in particolare la LISPRO e l’ASPART

INTERMEDIA: la isophane, che consente l’assorbimento più lento grazie all’aggiunta di protamina all’insulina

LENTA: l’insulina glargina, insulina umana modificata che forma dei microprecipitati in sottocute, rilasciati in 20-24 ore.

Viene proposto un trattamento insulinico fisiologico con insulina neutra con protamina, ad azione intermedia (insulina isophane; NPH) e una insulina regolare a breve azione (in percentuale di 70:30), per mimare al meglio l’azione delle b-cellula. Ogni insulina serve sia come trattamento basale che prandiale. Il rispetto dell’orario del pasto e la consistenza quali/quantitativa sono importanti. Molti pazienti necessitano di uno spuntino a metà mattina e in metà serata per prevenire crisi ipoglicemiche quando l’azione delle due insuline si sovrappone. Peraltro, differendo di circa un’ora l’iniezione di isophane al mattino e la sera, rispetto alla rapida, consentirebbe di eludere questa evenienza.

Altre tipologie di pazienti per relativo trattamento vengono prese in considerazione; tra le tante, per quanto concerne in diabete mellito di tipo 2 viene enfatizzato il trattamento con metformina e e insulina lenta la sera (glargina).