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Anziani a casa

E’ un uomo mastodontico e dall’aspetto minaccioso che, ricordo,  incuteva timore a tutte noi adolescenti. Ora è davanti a me, ultrasessantenne, con tutta la  rassegnata infelicità di un figlio unico, scapolo,  di ragazza madre novantenne da sempre depressa, bisbetica, autoritaria, capricciosa,  portatrice di varie patologie croniche che giustificano il bisogno continuo di avere il figlio al suo totale ed esclusivo servizio. Le sue grandi  mani, che sono certa staccherebbero la testa a un cane di grossa taglia, l’accudiscono ogni giorno teneramente, da molti anni,  ma ora mi prega di ricoverarla o di convincerla ad andare in casa di riposo:  “....sono vecchio anch’io ormai....!” E’ vero, ed è anche diabetico, iperteso, sordo e sfinito. “ ...è solo per il suo bene!”, di questo però non sono certa.....

"Penso alla mia condizione di anziano e mi rendo conto del piacere che provo a stare a casa mia e di essere aiutato in casa, nel luogo dove sono sempre stato, dove potrei girare a occhi chiusi. La mia casa è il luogo della mia vita. Guai se mi sradicassero."
da: Norberto Bobbio e Maurizio Viroli,
Dialogo intorno alla Repubblica

Anziani a casa propria.
Linee guida per adeguare spazi ed oggetti.
Milano, 2004; br., pp. 176, ill. b/n col.
Autore: Casiddu, Niccolò.Editore: Franco AngeliPrezzo (euro): 24
http://www.exibart.com/Libri/dettaglio_libro.asp?IDLibro=84041

In 18 comuni del parmense stanno per essere ultimati ben 372 appartamenti dedicati ad anziani non autosufficienti. L'iniziativa fa parte del Piano della Regione Emilia - Romagna a favore degli anziani presentato qualche mese fa.
I primi alloggi sono stati consegnati ed attivati a Neviano Arduini, e alcuni anziani vi sono già stati trasferiti.

Si concretizza, col progetto di questa regione, la tendenza ad affidarsi a nuove logiche:
evitare la costruzione di nuove case di riposo per localizzare a domicilio i servizi di assistenza.

10 aprile 2003

http://www.socialinfo.it/segnaliamo/2003/Regioni/Emilia_
Romagna/Appartamenti_anziani.htm

"COME rimanere a casa propria da anziani",è  una guida rivolta alla popolazione anziana della città di Roma.

E' articolata in schede di facile consultazione divise per indice tematico che offrono informazioni su settori quali "aiuto ed assistenza sociale", "curarsi a casa", "necessità economiche", "tutto per telefono", "cultura, tempo libero, volontariato", "spostarsi nella città"…

E' stata stampata in 200 mila copie e raccoglie in oltre 220 pagine tutte le informazioni sui servizi a disposizione dei cittadini anziani nella nostra città.

http://www.santegidio.org/it/anziani/net/200403/come.htm

Anziani, la casa di riposo diventa residence
Gli ospiti pagano il 70 per cento del loro reddito e in cambio hanno vitto, alloggio e assistenza medica. Nelle strutture del Comune si può entrare e uscire quando si vuole. Libertà di accesso a qualsiasi ora anche per i parenti

di GIULIA PREVITI

GLI ANZIANI della Capitale sono più di 521 mila e molti temono di essere dimenticati, di non trovare qualcuno cui far sentire la propria voce. Hanno paura di venire «abbandonati» in una casa di riposo perché ormai non c’è più posto per loro all’interno di una società sempre in cambiamento. Questi timori sono spesso il prodotto di una grande mancanza di informazione, poiché la realtà è molto diversa dalle apparenze.
A Roma sono numerose le iniziative create intorno alle esigenze degli anziani. Fra questi c’è la novità del centro diurno per anziani fragili. I responsabili del servizio vanno a prendere a casa chi vuole partecipare, venti persone al massimo, e li portano all’interno di una struttura del Comune. Qui vengono svolte attività di socializzazione, come dipingere e scrivere un giornalino. Lo scopo è quello di aiutare gli anziani a vincere la solitudine aiutandosi fra loro. Al termine della giornata, verso le 17 vengono poi accompagnati a casa. Inoltre ci sono le case di riposo, spesso definite come famigerati ospizi in cui le persone di una certa età vengono rinchiuse e dimenticate. Non c’è però descrizione più lontana dalla verità. Basta visitare una delle quattro case di riposo del Comune per capirlo. Quella di via Ventura ospita circa 90 persone e più che un centro per la terza età sembra un grande residence. Quest’anno quasi tutte le persone nella lista d’attesa dell’anno scorso hanno trovato un posto e la maggior parte delle richieste è stata accontentata. Il Comune ha creato per gli anziani una struttura che dà loro sopratutto assistenza sociale. Coloro che vengono ammessi devono essere fisicamente autosufficienti. Questo non vuol dire che non ci sia un supporto medico. La casa ha un presidio A.S.L. che offre un servizio di infermeria professionale per tutti. Inoltre è stata creata una sezione nota come «modulo protetto» in cui esiste un’assistenza sanitaria di 24 ore per le persone che ne hanno più bisogno.
Gli ospiti della casa comunale sono però nella maggior parte persone in fuga dalla solitudine e in cerca di libertà. Non sono i problemi di salute che li portano in queste strutture, ma il desiderio di essere capiti, di sostenersi a vicenda, di non pesare sulle vite dei figli e dei parenti. Trovano quindi serenità in un ambiente in cui sentono di potersi muovere con sicurezza perchè sanno che ci sarà sempre chi si prenderà cura di loro. Non ci sono sbarre a via Ventura, gli anziani possono entrare e uscire a loro piacimento, così come la gente da fuori può entrare quando vuole, sia per visitare qualche parente che semplicemente per portare i bambini a fare un giro nel grande giardino che circonda il palazzo. La casa diviene così un punto di riferimento, un luogo di incontro del quartiere e certamente non un posto di isolamento. Una signora americana di 83 anni, residente da pochi mesi alla Casa di Riposo di Via Ventura dice di trovarsi benissimo e di «ammirare profondamente il personale, che riesce a unire un’efficienza pratica a un immenso calore umano».
Gli ospiti pagano il 70 per cento del loro reddito e in cambio hanno vitto e alloggio, una palestra a loro disposizione, la possibilità di partecipare a gite fuori porta, serate di musica e ballo e presto arriverà anche una piscina. Le stanze sono tutte singole con bagni esterni nei corridoi da dividere fra residenti. Ogni camera ha un balconcino con vista sul giardino sottostante e, se si è fortunati, alcune si affacciano sulla cupola di San Pietro.
Per chi invece ha gravi problemi di autosufficienza esistono le case di riposo private. Generalmente sono villette immerse nel verde e per questo si trovano leggermente fuori città. In media ospitano circa 40 persone e quindi all’interno si crea un ambiente famigliare, in cui tutti gli infermieri e gli assistenti conoscono individualmente ogni paziente. Queste strutture sono normalmente organizzate per prendersi cura di chi ha costante bisogno di assistenza sanitaria. «Ha avuto due ictus. Da sola non posso occuparmi di lui e qui invece è seguito continuamente», spiega una ragazza in visita dal padre.
Le persone che vengono ospitate pagano un minimo di 1.200 euro fino a un massimo di circa 2.000. Il prezzo varia a seconda della camera, la singola è quella più cara mentre esiste la possibilità più economica di dividere la stanza con una o due persone. La quota dà diritto a un medico che viene tutti i giorni, oltre a un neuropsichiatra che visita ogni una o due settimane. Gli anziani hanno a disposizione un’equipe di infermieri che li segue nelle loro terapie individuali e nelle loro esigenze giornaliere, come ad esempio nell’accompagnarli a fare passeggiate. Normalmente anche nelle strutture private le visite possono avvenire liberamente, in modo da assicurare la trasparenza del servizio. 

(9.07.03)

http://www.comune.roma.it/dipsociale/comunicati_
stampa/com_tempo_case_riposo.htm

I risultati dell'indagine IDEA sui principali problemi delle persone anziane e disabili

I risultati emersi dall’indagine IDEA, hanno fornito interessanti informazioni sulle persone anziane e disabili residenti in Emilia Romagna, sia in relazione ad alcune caratteristiche socio/anagrafiche, sia rispetto alle specifiche difficoltà legate alla mobilità fuori e dentro casa, fornendo indicazioni estremamente utili sui bisogni specifici di anziani e disabili, e soprattutto su cosa si potrebbe fare per migliorare la qualità della loro vita.
In relazione alle difficoltà specifiche sia dell’abitare che del muoversi fuori casa e del vivere il tempo libero, i 1.612 soggetti intervistati hanno espresso complessivamente 6.694 bisogni e/o difficoltà, relativamente alle seguenti attività o situazioni:
1.
problemi legati alla mobilità fuori della propria abitazione (salire/scendere scale; accessibilità ai mezzi pubblici; difficoltà di movimento nel luogo di lavoro; accessibilità agli uffici pubblici; fare acquisti; attraversare la strada);
2.
problemi nell’ottenere informazioni per determinate attività o per usufruire di servizi pubblici (orari degli esercizi commerciali e farmacie; prenotazioni di visite mediche; orari dei mezzi di trasporto; servizi specifici per portatori di handicap);
3.
problemi nello svolgimento di attività specifiche fuori e dentro casa (cura del proprio corpo; lavori domestici; alzarsi e piegarsi; rispondere al telefono e al campanello; usare il bancomat; utilizzare il telefono pubblico);
4.
problemi nella sicurezza della persona (necessità di sistemi di allarme e soccorso in caso di malore, sistemi di sicurezza nell’abitazione);
5.
problemi di orientamento nei luoghi pubblici, come ospedali e stazioni ferroviarie;
6.
problemi nel tempo libero e nella gestione dei rapporti con gli altri (partecipazione a gite , mostre e attività culturali; praticare attività sportive; leggere; comunicare con glia altri).
In particolare, i problemi manifestati con maggior frequenza sono, per tutte le categorie esaminate, il salire/scendere le scale, l’utilizzo dei mezzi pubblici, l’attraversare la strada, l’autonomia nella cura del proprio corpo, i lavori domestici, l’utilizzare il bancomat, l’orientamento nelle stazioni ed alcune difficoltà legate al tempo libero.
L’applicazione di una particolare analisi statistica ha evidenziato la presenza di quattro tipologie di utenti omogenee per livello di difficoltà manifestato, che sono state classificate come :
- “Persone con poche difficoltà in genere”, che rappresentano circa il 37% del totale intervistato e sono composte soprattutto da anziani autosufficienti;
- “Persone con difficoltà soprattutto nel muoversi fuori casa”, che rappresentano il 27.5% del totale intervistato e sono composte ancora in prevalenza da anziani autosufficienti;
- “Persone con difficoltà soprattutto nell’abitare”, che rappresentano circa il 23% del totale intervistato e sono composte in quote uguali da anziani autosufficienti, anziani con difficoltà e da disabili;
- “Persone con gravi difficoltà in ogni attività”, che rappresentano il 13% del contingente intervistato e sono composte da quote disomogenee di tutte le tipologie di utenze esaminate.
Per far fronte alle diverse difficoltà relative all’abitare, il 23% di anziani autosufficienti utilizza soprattutto strumenti per la sicurezza della persona tipo salvavita, apparecchiature per segnalazione di gas ecc., e in quote inferiori telefoni particolari, maniglie ed adattamenti vari nel bagno ed apparecchi per il controllo della salute; oltre il 50% delle persone con invalidità permanenti intervistate, ha adattato strumenti in casa e nel bagno tipo installazioni di maniglie, sollevamento di letti sedie, e adattamenti vari di questo tipo; un altro 30% inoltre, desidera strumenti specifici per migliorare la propria mobilità nell’abitare, come adattamenti specifici in bagno e in casa, anche in relazione alle attività manuali e non li possiede o perché troppo costosi o perché ancora non presenti sul mercato.
L’aspetto forse più interessante emerso da questa ricerca riguarda la forte capacità da parte delle persone intervistate di adattare e personalizzare sulla base dei bisogni e delle esigenze individuali, oggetti e “parti” della propria abitazione, con straordinaria creatività ed originalità.

http://www.regione.emilia-romagna.it/web_gest/notizie/idea3.htm

Questi ordini di difficoltà riemergono anche nei riguardi delle famiglie degli anziani dei quali siamo chiamati ad occuparci; famiglie composte da persone, quanto meno, di mezza età, se non addirittura esse stesse vecchie, che sono drammaticamente chiamate a decidere del destino dei propri vecchi.
Chi lavora in strutture di ricovero per anziani, per vedere una prima porzione di questo problema, affronta ogni giorno il dramma di queste famiglie chiamate a decidere se ricoverare o meno il proprio genitore.

Halpert, in un articolo comparso nel 1991 su "The Psychoanalytic Quarterly", basandosi sul materiale ricavato dal trattamento di alcuni pazienti di mezza età segnala come siano assai comuni le fantasie che equiparano l'idea di ricoverare un genitore in casa di riposo al suo abbandono o alla sua uccisione, così come lo è la minaccia narcisistica connessa col fatto di riconoscere il proprio stesso destino e la propria futura morte nel deterioramento di uno o di entrambi i genitori.
Tra gli aspetti di realtà che svolgono un ruolo importante nella vicenda l'autore indica la qualità della relazione che la persona ha avuto nel corso degli anni con quel genitore, la presenza o l'assenza di fratelli o di altri parenti con cui condividere l'esperienza emotiva oltre che la responsabilità della decisione da prendere, i suoi aspetti finanziari (la distanza geografica dai genitori, la loro possibilità economiche), i sentimenti del coniuge e dei figli di colui che deve prendere la decisione, nonché la sue personali condizioni di salute fisiche e psicologica.

http://www.psychomedia.it/pm/lifecycle/elderly/lavanzi.htm

Bisogni degli anziani e assistenza a domicilio

E qui entriamo direttamente nelle cose da fare secondo lo schema di Piano sanitario nazionale che ha messo in evidenza alcuni grandi obiettivi strategici rispetto al miglioramento del servizio e al suo adeguamento ad una popolazione che è cambiata, a un’epidemiologia che è cambiata. Basti pensare all’obesità, come dicevo, o alla depressione, patologia in aumento in Italia e in tutto il mondo occidentale. L’epidemiologia è cambiata anche con l’età della popolazione.

Non possiamo trascurare i bisogni della popolazione anziana che oggi rappresenta una realtà importante del paese, quasi il 10% degli italiani supera i 75 anni cioè l’età ampiamente correlata a una pluripatologia e a una serie di problemi di gestione della propria persona. In altri termini oggi agli anziani non stiamo dando quei servizi di assistenza domiciliare, di servizio alla famiglia e alla persona mentre sta a casa, che questa popolazione vuole avere assolutamente. Noi offriamo ancora solo il ricovero ospedaliero che è quanto di peggio si possa dare. Per una persona anziana e una patologia cronica offriamo la RSA cioè la residenza sanitaria assistenziale cioè la casa di riposo. Si tratta ovviamente di realtà importanti, ma non servono per tutti gli anziani, che stanno molto meglio a casa loro se sappiamo portare a domicilio quei servizi minimi di assistenza alla casa e alla persona da un lato e di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa dall’altro che possono rendere l’anziano felice di rimanere nel suo contesto. Questo settore è fortemente scoperto, registra una mancanza di risorse importante.
Per coprire questi nuovi bisogni dobbiamo aggiungere al finanziamento attuale altre risorse e questa è la ragione per la quale stiamo valutando seriamente l’opportunità di introdurre delle casse mutue, stiamo studiando il come, perché si aggiungano risorse, malgrado il finanziamento per la sanità pubblica sia stato aumentato fino a sfiorare per l’Italia il 6% del Prodotto Interno Lordo.

Oggi gli oneri dell’assistenza delle persone non autosufficienti ricadono in gran parte sui loro familiari e particolarmente sulle donne, che spesso sono costrette a ridurre o a rinunciare al lavoro per assistere il loro congiunto. E spesso grava sulla famiglia una retta per la casa di riposo che è insostenibile. Usciamo dagli schematismi, dalle parole vuote, per entrare nel concreto.
Dobbiamo trovare circa 20 mila miliardi di vecchie lire, una per l’altra, per colmare questo buco.
Dobbiamo aggiungere, quindi, 20 mila miliardi di lire a quelle che attualmente si spendono per la sanità e per il sociale che non sono sufficienti. Se continuiamo a batterci contro questa forma di finanziamento altro non faremo che negare quei servizi che la cittadinanza chiede con insistenza. Chi come me ha fatto l’assessore per i servizi sociali in una grande città ha potuto toccare con mano giorno dopo giorno questa realtà. E’ inutile fare lotte di bandiera e di parole quando non si è capaci di provvedere in altro modo. Ovviamente la soluzione non può essere quella di aumentare le tasse in un Paese che è in grave difficoltà perché ha un’imposizione fiscale che sta frenando lo sviluppo.

Per questo proponiamo un meccanismo che la maggior parte delle nazioni europee ha già adottato e che prevede l’attivazione di casse mutue che, a fronte di un modesto premio annuo, possano far fronte a questo specifico problema.

 Da : Sirchia: un anno di Ministero della Salute 

http://www.ministerosalute.it/dettaglio/pd
PrimoPiano.jsp?id=60&sub=5&lang=it

Il primo riferimento è il medico di famiglia
Il medico di famiglia
(definito anche “Medico di Medicina Generale”) è il primo riferimento quando l’anziano ha problemi di salute: è lui che consiglia e prescrive ciò che è necessario, che si tratti di una cura o di una visita specialistica. Il medico di famiglia è particolarmente attento a determinate patologie legate all’invecchiamento e, ad esempio, può farsi carico anche dell’assistenza ai pazienti diabetici
non insulino dipendenti.

http://www.saluter.it/wcm/saluter/dedicatoa/anziani.htm

Geriatria

Curati meglio, a casa


Grande afflusso di operatori sanitari e istituzionali alla presentazione del “Manuale di ausili e cure del paziente geriatrico a domicilio”. Alla manifestazione sono intervenuti tra gli altri Mario Falconi, segretario generale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, Maria Pia Garavaglia, presidente dell’Istituto per l’Analisi dello Stato Sociale, Fabrizio Fabris, direttore della Cattedra di Geriatria dell’Università di Torino e Franco Bomprezzi, direttore editoriale di Superabile.it
Il testo è una lodevole iniziativa del dottor Vito Noto, Direttore dell’Istituto Geriatrico Pio Albergo Trivulzio di Milano e Presidente del Centro Studi Cure Domiciliari, ed è stato redatto a più mani da infermieri, architetti, fisiatri, terapisti occupazionali e medici specialisti in geriatria, riabilitazione, trattamento del dolore e cure palliative.
Il manuale si pone come opera divulgativa finalizzata a fornire consigli utili e pratici, immediatamente spendibili, ma anche a diffondere una cultura degli aiuti. Non sono solo le barriere architettoniche, infatti, a limitare la qualità di vita di quanti sono affetti da una disabilità, più o meno grave, ma anche una mentalità diffusa che vede nell’oggetto d’ausilio il marchio di una menomazione che si preferirebbe nascondere. Promuovendo, invece, l’utilizzo di ogni ausilio necessario, come già siamo abituati a fare con l’occhiale da vista, potrà migliorare la qualità di vita degli anziani (che tutti diventeremo) che non devono vedersi relegati nelle case di cura ma nemmeno a casa propria. Scopo degli strumenti d’aiuto, dal bastone alla poltrona, e delle cure domiciliari è consentire al paziente di continuare a vivere una vita normale: fatta d’interessi, amicizie, incontri sociali e vacanze. In quest’ottica gli ausili e le cure riabilitative sono volti a restituire la maggiore autonomia possibile, in modo che ad uno stato di disabilità non si debbano aggiungere anche solitudine e isolamento dal mondo esterno.
Il libro affronta con toni semplici e pratici tutte le problematiche della vita quotidiana: igiene, alimentazione, abbigliamento, incontinenza, cammino, e riporta tutte le normative di riferimento, così che ciascuno possa veder riconosciuti i propri diritti. I dispositivi ausiliari sono ben descritti e spiegati in apposite schede, corredate anche di immagini, dove si fa riferimento anche alla loro prescrivibilità in regime SSN.
Per far conoscere e incentivare le cure domiciliari 30.000 copie del libro saranno distribuite gratuitamente ad altrettanti medici di base, che sono poi i veri spettatori/attori delle esigenze dei pazienti anziani. Questi medici dovranno sempre più agire da ponte tra istituzioni e pazienti, rendendo accessibili a questi ultimi le risorse disponibili, ma anche e soprattutto tra pazienti e istituzioni, portando agli operatori pubblici e privati la voce e le richieste che raccolgono sul territorio.

Elisa Lucchesini
Conferenza Stampa Società Umanitaria, Milano, 20 maggio 2002

http://www.dica33.it/argomenti/geriatria/cure_domiciliari.asp

Stefano Di Marzio

Per gli anziani, certi anziani, l’ospedale va ancora bene. In tempi di pianificazione sanitaria che sempre

più (almeno a parole) orienta pazienti e risorse verso il territorio, il ricovero è in molti casi la scelta migliore (non solo per gli acuti) e, forse, nemmeno la più costosa in termini generali. Indubbiamente in Italia si scontano gli effetti di un’assoluta insufficienza di strutture intermedie e domiciliari (dall’Rsa al medico  di famiglia nei percorsi a lui definiti in convenzione) deputate al long term care. Del resto (il dato è noto) gli accessi agli ospedali sono tutt’altro che in calo e se lo sono è soltanto perché si riduce la disponibilità di posti letto tout-court. La variabile da inserire nel dibattito sull’assistenza continuativa agli anziani non autosufficienti si riferisce a questo punto all’appropriatezza degli interventi, sia dentro che fuori le corsie. In altre parole si tratta di distinguere tra chi può beneficiare realmente di cure ospedaliere e chi invece può benissimo non muoversi di casa. In entrambe le circostanze, i pur moderni strumenti di valutazione non dicono tutto e possono far imboccare la strada sbagliata. A sostenere quanto appena premesso è, in maniera più articolata, Renzo Rozzini, primario geriatra all’ospedale Poliambulanza di Brescia. Nel suo intervento al recente seminario organizzato

a Gardone Riviera dalla Fondazione Smith-Kline, Rozzini ha preso spunto da una definizione di

appropriatezza largamente condivisa dagli operatori sanitari (si veda il riquadro in basso), per riflettere sul concetto di “inequality in quality” che ha un suo riflesso nella straordinaria capacità da parte di gruppi sociali svantaggiati (gli anziani lo sono per definizione) di attrarre a sé interventi sanitari inadeguati sia dal punto di vista clinico sia organizzativo.

Per evitare che ciò accada occorre prima di tutto distinguere tra gli ultrasessantacinquenni destinatari di

cure. In che modo? Secondo Rozzini bisogna riferirsi alle rispettive condizioni cliniche per poi identificarli in robusti, fragili, dementi, fragili e dementi, terminali (condizioni queste, ad esempio, che dovrebbero guidare i medici di famiglia a farsi un’anagrafe personale dei propri pazienti in base alla quale programmare visite, attivare Adi ecc.) Nel dibattito sul trasferimento di competenze al territorio

emerge una critica: i criteri per valutare l’adeguatezza dei trattamenti sia in corsia che fuori non sempre rispondondo ai reali bisogni del paziente. C’è il rischio di “inequality in quality”. Il mio

Cure agli anziani: perché sull’ospedale non può ancora tramontare il sole

G R A N D ’ I T A L I A

PARLA RENZO ROZZINI, PRIMARIO GERIATRA A BRESCIAD O C T O

La definizione di appropriatezza cui si fa riferimento in queste pagine è quella formulata da Enrico Materia (Asp Lazio) in occasione del recente seminario organizzato sul tema dalla Fondazione Smith-Kline. Materia distingue  tra appropriatezza clinica e organizzativa.

Quanto alla prima, Materia scrive che «Un intervento non efficace non può essere appropriato; ma anche un intervento per il quale vi sia prova scientifica di efficacia potrebbe non essere appropriato se effettuato su un paziente per il quale non sia indicato.

L’appropriatezza clinica rappresenta dunque una sorta di efficacia individuale, relativa ai bisogni e alla complessità assistenziale del singolo paziente e presuppone il trasferimento delle prove scientifiche nella pratica e costituisce il necessario compimento all’EBM, ritenuta condizione necessaria, ma non sufficiente per una buona medicina.

L’appropriatezza organizzativa è invece «un aspetto centrale della valutazione dei servizi sanitari erogati nell’ambito della managed care, assorbendone i principi di economicità nel consumo di

risorse e di efficienza operativa».

ASPETTATIVA .

Il primo passo da fare prima di pianificare gli interventi assistenziali per gli anziani è distinguere

questi ultimi sulla base delle rispettive caratteristiche cliniche: da robusti a terminali.

Quanto alle risposte da dare agli assistiti, Rozzini non ha dubbi. Indipendentemente dalle peculiarità

del paziente, l’esistenza di una rete di servizi (Rsa, Adi ecc.) è la premessa stessa dell’appropriatezza delle cure.

Se manca questa, manca l’appropriatezza. Ma come si misura quest’ultima nelle prestazioni sul territorio?

«Gli strumenti più in voga – dice Rozzini – sono “tagliati” per i pazienti gravi e valutano i bisogni delle

persone centrandosi sulla loro autosufficienza. Di conseguenza l’appropriatezza è testata sulla bontà delle strutture che li assistono. Ma non può bastare: l’uso di questi strumenti è utile perché fornisce un riferimento ai sanitari ma mi chiedo se sia più importante stimare l’autosufficienza o la salute in senso più ampio di una persona.

Mi rendo conto che diventa una questione politica e culturale. Ma personalmente credo si debba curare

prima l’hardware e poi il software.

Analogamente, in ospedale, i criteri che abbiamo a disposizione potrebbero anche andare bene, penso soprattutto agli anziani robusti. Questi strumenti sono stati pensati per una popolazione altrimenti sana e sembrano funzionare. Quanti di questi pazienti, però, possano poi andare sul territorio dipende dal contesto. Che va soppesato. Ad esempio: il medico di famiglia è bravo? Si fa sempre carico delle situazioni o sparisce? Negli ambiti territoriali il paziente è in grado di fare tutti i suoi esami in un giorno?».

Parlando di fragili e dementi, Rozzini fa altre osservazioni.

«Per loro, ciò che un ospedale produce ricade negli standard di appropriatezza ma in realtà non è assolutamente detto che serva sempre a un paziente, nel senso che va a modificarne la prognosi.

Pensiamo a ripetuti accertamenti diagnostici in una demenza per lesioni ischemiche. Un paziente che ne soffra non può beneficiarne, eppure gli si fanno Tac e doppler… Lo stesso avviene per gli oncologici ai quali l’ospedale rifà tutti gli esami di laboratorio ».

In Italia, per l’ammissione in ospedale quanto alle condizioni cliniche del paziente, si considerano i seguenti parametri: frequenza cardiaca (<50 o >140 a riposo); pressione arteriosa sistolica (<90 o > 200 mmHg); frequenza respiratoria (> 30 min); temperatura ascellare (> 38° per 5 gg); emorragia in atto; squilibrio idroelettrolitico; presenza/sospetto di ischemia miocardica acuta; problemi neurologici acuti e/o rapidamente progressivi; turbe respiratorie o circolatorie acute invalidanti; perdita o calo improvviso della vista o dell’udito; perdita acuta della capacità di muovere una parte del corpo.

Per quanto attiene le prestazioni medico/ infermieristiche necessarie nelle 24 ore successive al ricovero si prescrivono:

osservazione medica (almeno 3 volte nelle 24 ore); osservazioni e prestazioni infermieristiche

almeno 4 volte/die; assistenza e terapia respiratoria intermittente o continua; monitoraggio dei parametri vitali più volte al giorno; procedure diagnostiche e/o terapeutiche invasive e/o necessità di sala operatoria il giorno stesso o successivo; controllo di terapie e/o effetti collaterali almeno

ogni 24 ore; somministrazioni e.v. ripetute nelle 24 ore. Quanto invece ai motivi di inapropriatezza del

ricovero si annoverano i casi di un paziente che entra per esecuzione di: esami diagnostici; terapia medica; interventi chirurgici; assistenza infermieristica di base; assistenza infermieristica per terapia. Oppure di un paziente che accede con situazione clinica complessivamente critica; con situazione familiare critica; con situazione sociale critica. Protocolli alla mano, dunque, «il malato anziano risulta facilmente appropriato – esclama Rozzini – e questo vale sia per le caratteristiche cliniche che terapeutiche. Basta una flebo endovena per trovare l’indicazione ad un trattamento ». Gli interrogativi restano: quanti dei “robusti” potrebbero essere curati a casa? E quanti dei “fragili e dementi” hanno vantaggio dal ricovero in ospedale? Per dirimere le questioni e ottimizzare i flussi tra ospedale e territorio, considerando che la scienza e le decisioni politiche procedono a velocità diverse, Rozzini sostiene la «necessità di una politica attiva per la costruzione di servizi di cura intermedi (cioè in grado

di prevenire i ricoveri ospedalieri inappropriati e di facilitare la transizione dall’ospedale al domicilio, dalla dipendenza medica all’indipendenza funzionale) nonché la necessità di una scienza attiva per la dimostrazione dell’efficacia dei servizi stessi». Con le Utap alle porte e discettando di residenzialità prossima ventura Rozzini storce il naso. «Ancora non ho visto emergere un modello forte che possa sostituirsi all’ospedale, né posso accettare qualcosa che non sia stato sperimentato e non abbia dimostrato la propria efficacia».

http://www.medweb.it/doctor/2003/1203p6.pdf

Pensare alle vecchie strutture denominate “ricoveri” è inattuale ormai da anni ma, purtroppo, questi edifici esistono ancora.

E’ necessario pensare a strutture che possano ospitare gli anziani, non considerandoli dei pacchi regalo che hanno il solo scopo di far lavorare gli infermieri e guadagnare gli amministratori che gestiscono questi centri; occorre che queste strutture siano costruite per esaudire gli ultimi desideri di chi vive l’ultimo scorcio della sua vita.

....................................... Forse sarebbe opportuno costituire una rete di collegamento con i medici di base che hanno il polso della situazione, conoscendo gli anziani che vivono soli e necessitano d’aiuto; un maggior coinvolgimento di questi professionisti permetterebbe di affrontare con serenità una problematica che è enorme e che è destinata ad aumentare sempre di più.

È inutile nasconderci dietro ad un dito, le persone non amano andare nei centri per anziani in quanto preferiscono starsene nella propria casa, anche se non hanno i servizi in casa e sono privi di riscaldamento, preferiscono soffrire in silenzio piuttosto che essere “rinchiusi” in quelli che a volte più essere sembrano delle vere prigioni, in quanto privano di ogni personalità l’anziano che diventa un numero, senza una propria vita sociale.

http://www.margheritabusto.it/TESTI/D20040616_WPB.htm

Un servizio reso per “convincere l’anziano a rimanere a casa propria”

.......................... Di questi 3.500 usufruiscono del servizio comunale romano di teleassistenza Non più soli, nato due anni fa. Si tratta soprattutto di anziani soli, per i quali si riesce in questo modo ad evitare il ricovero, garantendo la possibilità di continuare a vivere fra le proprie cose e con la certezza di essere seguiti e aiutati in caso di emergenza.

Il servizio di teleassistenza è gestito direttamente dal Comune di Roma, Assessorato alle politiche sociali, insieme all'azienda comunale Farmacap. E' completamente gratuito per gli anziani con un reddito personale annuo fino a 11.000 €. Per tutti gli altri è prevista una partecipazione al costo in base al reddito fino a un massimo di 15 euro al mese. Il servizio prevede l'installazione a casa dell'anziano (solo o che vive in coppia) di un apparecchio collegato con la centrale di teleassistenza della Farmacap. Gli operatori di centrale ricevono le segnalazioni di allarme dell'anziano — ma soprattutto lo chiamano con regolarità per verificarne i bisogni e le condizioni — e sono in grado di attivare i servizi necessari.

Gli operatori della sala operativa di teleassistenza della Farmacap, grazie ad un software ad hoc che gestisce in automatico le richieste di emergenze, ricevono gli eventuali allarmi ed eseguono le opportune chiamate di verifica per attivare ad esempio richieste di assistenza medica ordinaria, farmaci d’urgenza o generi di prima necessità d’urgenza, integrazione con la rete di assistenza dei servizi sociali del Comune di Roma, notizie ed informazioni utili per gli anziani, smistamento degli allarmi anche ai parenti dell’assistito e invio del soccorso medico (118).
...................................Importante il sostegno psicologico previsto da questo tipo di assistenza che si può anche tradurre in interventi specializzati in problematiche geriatriche, per anziani con acuto o cronico stato di depressione o con altro disagio di natura psicologica. Previsti anche l’aiuto a domicilio con l'attivazione di interventi nei momenti di difficoltà (consegna farmaci, pratiche burocratiche, etc.), le reti di solidarietà e di assistenza e la fornitura di servizi sociali e di volontariato del territorio a sostegno dell'anziano in difficoltà.

Il sistema di teleassistenza del Comune di Roma include inoltre anche un importante servizio chiamato SilverNet: ossia un “orologio della salute" — con uno speciale cinturino da allacciare al polso — che tiene sotto controllo alcuni aspetti fisiologici e del movimento e dà l’allarme in caso di parametri anomali.

L’allarme viene inviato anche manualmente tramite la pressione di un pulsante posto sull’orologio. Il meccanismo rileva la temperatura corporea, la sudorazione del polso e i micro e macro movimenti del polso ed è in grado di generare automaticamente degli allarmi in caso di svenimenti, immobilità sospette, stati di incoscienza sospetti, ipotermia, temperature corporee anormali, se è tolto dal polso, fuori portata, con batteria scarica o presenta un malfunzionamento.

Queste informazioni sono fornite via radio sempre attraverso la periferica locale: ossia un piccolo apparecchio collegato alla rete telefonica che permette il costante collegamento con la sala operativa della teleassistenza-telemonitoraggio, situata presso la Farmacap. La periferica locale, in caso di allarme (attivato dalla persona o automatico), permette inoltre alla centrale operativa di poter richiamare l’assistito e attivare automaticamente il viva-voce (in caso di cadute, ecc.)................

http://ilmessaggero.caltanet.it/casa/20040724/
EDIZIONE_LOCALE/3/APERTURA.htm

Un servizio reso per convincere invece l’anziano ad andare in casa di riposo!!!

In Danimarca alcune case di riposo hanno deciso di sperimentare una nuova terapia: proiettano film porno per i loro ospiti. Il risultato? Gli anziani stanno meglio!

Tutto è cominciato un sabato sera a Thorupgarden, una casa di riposo della capitale danese. Invece di cullare gli anziani con il solito film di Hollywood, la televisione a circuito interno ha provato a scuoterli con un porno. Un errore? Il figlio del proiezionista ha fatto confusione con i video? Uno scherzo del sorvegliante? Niente affatto. L'idea è partita nientemeno che dal consiglio degli anziani dell'istituto e ha ricevuto l'approvazione della direzione, sempre attenta a promuovere la salute (anche sessuale) dei pazienti.

Ariel Magnus “Reforma” (Messico) – tratto da “Internazionale” 544, 18 giugno 2004 

www.internazionale.it

http://www.disinformazione.it/pornoterapia.htm