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I Medici: la birra meglio dell'aspirina

Per alcune estati, vivendo vicino ad una località balneare, ho assistito al fenomeno dell’ Happy hour”: ogni sabato e domenica dalle 17 alle 19, schiere di giovani si riversavano in spiaggia non per godere dei benefici della talassoterapia, ma per tracannare  ripetutamente, sotto al solleone, due bottiglie di birra al prezzo di una . Ho visto ragazzi sulle gambe un po’ malferme inforcare il motorino per tornare a casa, altri rifugiarsi di corsa nella vicina pineta per restituire il luppolo alla terra….ho visto il gestore del bagno felice per il ricavo della giornata. E il lunedì le gamma GT di quei fegati adolescenti gridavano vendetta sulla mia scrivania. Adesso scopro che invece, come medico italiano, sono altamente favorevole al consumo di mezzo litro di birra al giorno……

 

Gli esperti ne esaltano le qualità, capaci di prevenire varie malattie, tra cui quelle cardiovascolari

Circa mezzo litro di birra al giorno, se bevuto durante i pasti, contribuisce alla prevenzione di varie malattie, come per esempio quelle cardiovascolari. L'indicazione è venuta da un convegno organizzato a Bruxelles dai birrari europei (Brewers of Europe) e in cui l'associazione di tutta la categoria italiana (Assobirra) ha presentato una ricerca da cui emerge che in Italia la stragrande maggioranza dei medici di base danno un giudizio positivo sulle proprietà della bevanda alcolica più diffusa al mondo, a patto che non venga manipolata geneticamente.
Il "paradosso francese" (ossia i benefici effetti dell'assunzione a basse dosi di una sostanza, l'alcol, che sarebbe invece tossica in grandi quantità) si applica non solo al vino, ma anche a tutte le altre bevande alcoliche come la birra. Lo ha sostenuto Antonio Gasbarrini, dell'università Cattolica di Roma, avvertendo però che il principio del "mezzo litro" va applicato tutti i giorni, evitando "l'errore più grave": concentrare in maniera dannosa le bevute, ad esempio durante la fine settimana.
La sintesi di dieci anni di studi scientifici, sottolinea Assobirra, dimostra che, se consumata in maniera regolare e con moderazione, la birra può evitare i rischi di malattie coronariche grazie alle vitamine del gruppo B (comprese B6 e B12) e ai folati. Inoltre può ridurre l'aumento del colesterolo nel sangue in virtù della fibra solubile derivante dalle pareti delle cellule d'orzo. Va considerata, poi, la benefica azione antiossidante del luppolo e del malto e quella preventiva dell'osteoporosi. Insomma, ha detto Gasbarrini, è ormai dimostrato che l'alcol, e quindi la birra, "protegge più dell'aspirina".
La birra "viene promossa dai medici di base italiani", sottolinea un comunicato di Assobirra che presenta il sondaggio realizzato dall'istituto Makno su un campione di 500 medici generici. Per la prima volta, emerge che la maggioranza di loro (55%) sono contrari dell'utilizzo in campo alimentare dei prodotti geneticamente modificati, i cosiddetti Ogm. Una posizione in linea con quella degli industriali italiani che producono birra dichiaratamente "Ogm-free", cioè senza l'intervento dell'ingegneria genetica come invece si fa spesso in Usa e in Gran Bretagna.
La quasi totalità dei medici (92,6%) ritiene la birra compatibile con un'alimentazione "sana ed equilibrata" e una maggioranza del 53%,6% ritiene "consigliabile" berne due bicchieri da 20 centilitri al giorno. Un giudizio dato con cognizione di causa: la maggioranza dei dottori italiani, secondo il sondaggio, conosce bene caratteristiche basilari della birra, come la sua gradazione e l'apporto di calorie. Anche se più del 60% degli interpellati non ha "quasi mai riscontrato" problemi di salute creati dal consumo di birra, un 30% dei medici generici però la sconsiglia a donne incinta o in allattamento e il 47% ritiene che non si debba berne quando si deve guidare.
Redazione Staibene.it - ottobre 2001

Poiché, come medico italiano ne dovrei conoscere bene la composizione, vado a studiare……

Composizione chimica e valori nutrizionali
La birra è composta da acqua, anidride carbonica, zuccheri, destrine, albuminoidi, sostanze provenienti dal luppolo, glicerina e acido succinico. Oltre al notevole contenuto vitaminico, il rapporto calcio-fosforo è quasi ottimale mentre è bassissima la quantità di sodio presente. Vediamone, in dettaglio, la composizione chimica.

 

Proteine

0,2 gr

Lipidi

0 gr

Grassi solidi

3,5 gr

Alcool

2,8 g

sodio

10 mg

potassio

35 mg

Ferro

0 mg

Calcio

1 mg

Fosforo

28 mg

Tiamina

0 mg

Riboflamina

0,03 mg

Nizona

0,90 mg

Vitamina A

0 mg

Vitamina C

1 mg

Valori espressi per 100 g di prodotto

La gradazione
La gradazione della birra varia a seconda della sua tipologia:

Tipologia di birra

Gradi alcolici (%)

Birra di temperanza(analcolica)

1-3

Birra leggera(light)

1.6-4

Birra normale

3.6-4.3

Birra speciale

4.6-5

Birra doppio malto

oltre 5

Le calorie
La birra è nutriente ma povera di calorie. Ne contiene addirittura meno di altre bevande non alcoliche. 100 grammi di birra contengono appena 34 calorie, le stesse offerte dal succo d'arancia; nelle light si scende addirittura a 28 mentre in quelle più "robuste" si può arrivare ad un massimo di 60.

Quanta birra si può bere al giorno?
Per quanto sana e poco calorica, la birra resta una bevanda alcolica. Dunque, è sempre bene non eccedere nel consumo: ciò significa che, al giorno, possiamo bere fino ad un massimo di 2 o 3 bicchieri di birra da 0,25 cl l'uno. In questo modo, infatti, assumeremo dai 20 ai 30 grammi di alcol, rimanendo così al di sotto della soglia massima consentita che è di 40 grammi per l'uomo e 30 per la donna.

http://cucina.intrage.it/birra/04.shtml

L’Assobirra ne vanta dettagliatamente le proprietà terapeutiche

BIRRA E SALUTE

Chiara, rossa o scura è una bevanda salutare a detta di tutti, medici e nutrizionisti che ne ammettono e consigliano il consumo, purché in modica quantità.

Bere per prevenire. Questo è uno degli slogan che circola ormai da tempo nel mondo medico-scientifico dove un numero sempre maggiore di studi e ricerche confermano gli effetti positivi di un moderato consumo di alcol - e della birra in particolare - sulla salute in genere e su alcune specifiche patologie in particolare. Che si tratti di malattie cardiovascolari, menopausa e anche diabete, infatti, i risultati parlano chiaro: la birra è una preziosa fonte di vitamine che sono essenziali per la vita, e contemporaneamente è anche ricca di antiossidanti.

Come avviene per i farmaci, però, bisogna "leggere attentamente il foglietto illustrativo" e seguire le istruzioni per l'uso. Gli esperti ammettono l'assunzione di 24/40 grammi di alcol al giorno (a seconda del sesso, dell'età e dello stato fisico): il che equivale ad un litro (o ¾ di litro secondo altri) di birra chiara.

BIRRA E CUORE

Uno studio olandese pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet ha stabilito che il consumo quotidiano, ma oculato, di birra protegge dagli attacchi di cuore più e meglio del vino rosso Una pinta di birra al giorno toglie il cardiologo di torno… La parafrasi di un vecchio proverbio sintetizza al meglio il rivoluzionario risultato cui è giunto un team di ricercatori olandesi.

Stando ai risultati della ricerca del dottor Kenk Hendricks e dei suoi colleghi, pubblicata dalla prestigiosa rivista scientifica inglese The Lancet, una pinta (56,1 cl) di birra al giorno protegge da attacchi di cuore più di un bicchiere di vino rosso o di altri alcolici.

Partendo dalla constatazione che la birra contiene un'interessante quota di vitamina B6, la vitamina che influisce sulla produzione, all'interno dell'organismo, dell'omocisteina, un agente chimico ritenuto una delle concause dei problemi cardiaci, i ricercatori olandesi hanno tenuto sotto osservazione per 12 settimane 111 uomini (di età compresa fra i 44 ed i 59 anni) in buone o ottime condizioni di salute, abituati a consumare ogni sera la stessa bevanda: chi la birra e chi il vino.

Durante il periodo di osservazione è emerso che quanti bevevano la birra vedevano aumentare nel sangue i livelli di vitamina B6 (+30%) mentre quelli dell'omocisteina rimanevano stabili; nei consumatori abituali di vino, invece, mostravano un costante aumento (+8%) dei livelli di omocisteina con un conseguente aumento (+10-20%) dei rischi cardiovascolari.

I risultati del team dell'Istituto olandese per la ricerca sul cibo e sulla nutrizione, che per la prima volta mettono direttamente in relazione gli effetti benefici del vino e della birra, suffragano una volta di più l'assunto - datato 1951 - che un aiuto efficace al buon funzionamento dell'apparato cardiocircolatorio è l'assunzione di moderate quantità di alcol.

Da allora sull'argomento si sono succeduti moltissimi studi che non hanno fatto che corroborare quella tesi, ed ormai è opinione diffusa all'interno della classe medica che il consumo di "moderate" quantità di alcol riduce significativamente la mortalità legata ad infarto ed ictus. Queste proprietà benefiche sono da attribuire principalmente ai polifenoli, presenti nella materia prima, e ad altri microcomponenti ad elevato potere antiossidante, che agiscono contro le sostanze tossiche come i radicali liberi, riconosciuti come una delle possibili cause di aterosclerosi e malattie cardiovascolari.

Accanto ai medici e ai nutrizionisti che hanno sempre citato a testimonianza della verità di questo assunto scientifico il cosiddetto "paradosso" francese (ovvero la scarsa incidenza di malattie cardiovascolari in un paese come la Francia - dov'è tradizionalmente diffuso il consumo di grassi saturi, contenuti soprattutto nei formaggi - dovuta alla propensione dei francesi a bere vino durante i pasti), dobbiamo ricordare quegli esperti per i quali è valido il "paradosso tedesco". In Germania, infatti, dove la birra è la bevanda preferita, un'indagine ha stabilito che la sospensione forzata del consumo di birra determinerebbe un aumento delle malattie cardiovascolari, la diminuzione delle aspettative di vita di almeno due anni e, più in generale, il crollo del buon umore, alleato fondamentale di qualsiasi terapia medico-farmacologica.

Tornando alle evidenze scientifiche, comunque, vale la pena ricordare alcuni tra i risultati più recenti. Il primo è quello del gruppo di Leon Simmons della University of New South Wales (Australia) che, nel corso del Congresso internazionale "Nutrizione, trombosi e malattie cardiovascolari", ha presentato una ricerca realizzata nell'arco di oltre 10 anni su circa 2.800 anziani residenti a Dubbo, una cittadina a nord-ovest di Sydney. I risultati dimostrano come il consumo di una o due birre al giorno (corrispondenti a quantità variabili tra il ½ litro ed il litro) ha ridotto la mortalità totale della popolazione della piccola - e anziana - comunità: dal 51% dei maschi non bevitori al 42% dei maschi bevitori, con una riduzione del 17%; percentuale che sale al 19% nelle donne.

Dall'Australia arriva anche una seconda novità: il gruppo del professor Ian Puddey dell'University Department of Medicine del Royal Perth Hospital ha esaminato l'impatto del consumo di birra sui fattori a rischio per le malattie cardiovascolari: livelli elevati di colesterolo e ipertensione. Premesso che l'assunzione di alcol favorisce sempre e comunque l'innalzamento della pressione sanguigna, è stata però evidenziata una differenza fondamentale. Mentre un superalcolico fa letteralmente impennare la pressione arteriosa ed i valori del colesterolo, il consumo di una bevanda di moderata gradazione alcolica (la birra) unisce al piccolo aumento della pressione l'aumento del livello di colesterolo "buono" HDL e la diminuzione di quello "cattivo" LDL, con una riduzione dell'attività dei fibrinogeni e delle piastrine, che sono i fattori che favoriscono la formazione dei trombi nel sangue.

BIRRA E DIABETE

Bere per prevenire, ovvero "Drink to prevent" è, oltretutto, anche il titolo di uno studio statunitense rivolto ai diabetici e pubblicato sul JAMA (Journal of American Medical Association). Secondo gli autori, infatti, uno o due bicchieri al giorno di bevande a basso contenuto alcolico forniscono protezione nei confronti delle complicanze cardiovascolari del diabete di tipo 2, la più diffusa forma di questa malattia. Al contrario di altre bevande contenenti zuccheri, infatti, la birra non alza il livello di insulina. In pratica, quanto finora era valido per la prevenzioni di infarti ed aterosclerosi in pazienti a rischio di malattie cardiovascolari vale anche per i malati di diabete, con il risultato di allontanare i rischi più seri e di allungare le aspettative di vita.

In questo caso specifico, però, c'è una "procedura" da rispettare: l'assunzione di alcolici per i diabetici non vale in termini assoluti. Il via libera per il consumo può e deve darlo solo il medico curante, che valuterà caso per caso le indicazioni da dare.

BIRRA E MENOPAUSA

Il 25 novembre 1999, nel corso del Simposio europeo "Birra e salute" ospitato a Bruxelles dall'Associazione europea dei produttori di birra (CBMC) è stato presentato uno studio dell'Instituto de Agroquimica y tecnologia de alimentos (IATA) di Valencia, Spagna che rileva l'aumento dei livelli di androstenedione, estrone ed estradiolo (tutti estrogeni) nelle donne che consumano abitualmente la birra… E come tale aumento mantenga più a lungo la funzione ovarica, ritardando in maniera sensibile la menopausa.

BIRRA E CANCRO

Una delle più recenti ed interessanti ricerche fatte in campo oncologico pubblicata dall'American Journal of Epidemiology (S.Chu, P.Wigo, L.Webster) e riguardante una possibile correlazione tra la birra ed il cancro al seno. I risultati di questo studio hanno infatti permesso di affermare che le donne che consumano abitualmente moderate quantità della bevanda non aumentano le probabilità di andare incontro al tumore della mammella rispetto alle donne che non hanno mai assunto alcolici.

Il rapporto tra cancro allo stomaco e birra è stato invece esposto da uno studio prospettico pubblicato sul Cancer Research (A.Nomura, J.S.Grove, G.N.Stemmermann, R.K.Severson) in cui si è riusciti a dimostrare che chi beve una corretta quantità di birra non rischia in alcun modo di veder aumentare il proprio rischio nei confronti del tumore allo stomaco. Stesse conclusioni si sono avute da una ricerca inglese sulle relazioni possibili tra la birra e il cancro al colon e da una ricerca americana in merito agli effetti sul cancro alla tiroide.

Buone notizie circa il tumore al pancreas, poi, sono arrivate da un altro studio (C. Bouchardy, F.Clavel, C.La Vecchia, L.Raymond, P.Boyle) che nel considerare le interazioni fra l'alcol e la malattia ha stabilito che le bionde, le rosse e le scure non sono dannose per l'intestino e che, quindi non si può associare in alcun modo la comparsa di un tumore intestinale con l'assunzione di un qualsiasi tipo di birra.

BIRRA E DIURESI

Un adulto normale e di peso medio espelle tra i 1.000 ed i 1.800 centimetri cubici di urina ogni giorno. Tale quantità - che peraltro varia da soggetto a soggetto in base a vari fattori: alimentazione, età, peso e stagione dell'anno - aumenta nel caso in cui invece dell'acqua si consuma birra. In questo caso, infatti, la presenza dei sali minerali (potassio e magnesio) e la ridotta quantità di sodio favoriscono l'accelerazione del processo diuretico e, di conseguenza, l'abbondanza della produzione di urine.

In buona sostanza, quindi, la birra, se assunta in quantità modeste, aiuta il naturale lavoro dei reni senza però alterare l'equilibrio dei liquidi e dei sali minerali presenti nel corpo, questo può comportare innanzitutto la diminuzione dell'incidenza dei calcoli renali e, poi, un giovamento per la salute generale.

BIRRA E CELIACHIA

Comprare la birra in farmacia. E' quanto possono fare, finalmente, i celiaci, ovvero quell'esercito di oltre diecimila italiani affetti dall'intolleranza alimentare ala quale si può sopravvivere soltanto osservando una dieta rigorosamente priva di frumento, orzo, segale e avena. Questa malattia impediva pertanto - oltre a quello di pane e pasta - anche il consumo di birra e whisky, derivanti dal malto d'orzo. E vodka (è un distillato di cereali vari).

Fino ad oggi l'industria farmaceutica aveva pensato a dei validi succedanei per i cibi solidi, tralasciando le bevande. Ora questa mancanza è stata colmata e, nei frigoriferi di tutti noi, la confezione della birra senza glutine non si distinguerà da quella di una birra qualunque se non per il marchio con la spiga sbarrata.

BIRRA E PARAMETRI METABOLICI

L'alcol in dosi elevate ha un'azione diretta sull'eccitabilità e contrattilità del muscolo cardiaco. Un abuso di sostanze alcoliche, infatti, crea un aumento del ritmo cardiaco e della gittata sistolica dando origine ad una vasodilatazione cutanea (gote arrossate, sensazione di calore) contemporanea ad una vasocostrizione della milza.

La birra in sé non ha un elevato grado alcolico (da 3.6 grammi - lager - a 6 grammi - doppio malto - di alcol ogni 100 grammi di prodotto) ma è facile capire che gli effetti dannosi dell'alcol dipendono, più che dal tipo di bevanda, dalla quantità consumata.

La quantità massima consentita è fissata, per alcuni esperti, in 40 grammi di alcol giornalieri per l'uomo e 30 grammi per la donna, ma recentemente il mondo britannico, alla luce della letteratura internazionale più aggiornata, propende per dosi raccomandate di 3 unità giornaliere (24g.) per l'uomo e due unità (16g.) per la donna, fino ad un limite massimo settimanale di 21 (168g.) e 14 unità (112g.) rispettivamente; cioè - prendendo in considerazione le lager a più bassa gradazione alcolica - circa 4 litri a settimana per gli uomini e 3 litri per le donne.

Resta da aggiungere che a basse dosi l'alcol ha effetti positivi tanto sul nostro organismo quanto sul nostro umore (rende le persone più socievoli). Quindi, salute!

http://www.assobirra.it/birra_nutri/birra_salute.html

Cosa dicono i colleghi…..

La birra amica del cuore.

La birra non fa male, anzi. A patto che venga bevuta in modiche quantità e a pasto, quindi non a stomaco vuoto. È quanto risulta da alcune ricerche italiane, presentate di recente al Cnr, che hanno verificato come nella birra siano presenti alcuni micronutrienti ad azione antiossidante, che possono aiutare a ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari. Quindi via libera ad un bicchiere a pasto, ma attenzione a non esagerare, hanno sottolineato i ricercatori, perché l’alcol ad alte dosi produce senz’altro effetti dannosi.

03/09/2001 - Redazione paginemediche.it 

http://www.paginemediche.it

Vino o birra? Vino se non si vuole correre il rischio di ammalarsi di demenza senile

Bere alcolici potrebbe favorire l’insorgenza della demenza senile. E’ quanto dichiara Thomas Truelsen professore dell'Institute of Preventive Medicine di Copenhagen, nel corso del convegno annuale organizzato dall’American Neurological Association.

Lo studioso danese ha coordinato una ricerca che ha osservato ben 2000 persone per 15 anni (in sostanza prima e dopo aver superato la soglia dei 65 anni). Il test ha valutato soprattutto il consumo di alcool e lo stile di vita generale per giungere ad una conclusione che non piacerà a molti.

Chi beve birra ha più possibilità di ammalarsi di demenza senile rispetto a chi beve il vino. Ottantatre persone, sia uomini che donne, infatti, hanno manifestato i segni di demenza senile, ma i soggetti che avevano bevuto la birra anche soltanto una volta al mese avevano il doppio delle possibilità di ammalarsi di questa patologia. Addirittura, per gli amanti del buon vino (ricco di flavonoidi, potenti antiossidanti) il rischio di ammalarsi di demenza si abbassa significativamente addirittura del 70%.

16/10/2002 - MFL Comunicazione

http://www.paginemediche.it

Scienziati danesi dimostrano l’esistenza di una correlazione tra alcol e cancro al retto

Bere dosi troppo elevate di alcol può aumentare il rischio di sviluppare il cancro al retto. E’ quanto è emerso da una ricerca danese che ha dimostrato come bere 14 unità di birra o alcol aumenti significativamente il rischio di ammalarsi di cancro al retto.

Gli scienziati del Centre for Alcohol Research di Copenhagen hanno spiegato ai microfoni della BBC che non esiste – come invece si ipotizzava - un collegamento tra il consumo di alcol e il tumore al colon, mentre è dimostrato un collegamento fra alcolismo e cancro al retto.

Lo studio ha anche evidenziato come un regolare consumo di frutta, verdura e fibre in generale protegga l’organismo dalla malattia: i ricercatori hanno, inoltre, individuato una correlazione tra una dieta ricca di calorie e una maggiore sopravvivenza dei malati di cancro al colon. Secondo gli scienziati, questo legame, che all’apparenza può apparire un controsenso, è giustificabile con il fatto che una maggiore energia aiuta i pazienti che soffrono di una forma tumorale più trattabile con le terapie tradizionali a gestire meglio la sofferenza e fortifichi l’organismo.

14/05/2003 - MFL Comunicazione

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GIUDIZIO SOSPESO SUL CONSUMO MODERATO DI ALCOLICI 

Le certezze annegano nel bicchiere di vino
 

L'alcol confonde le idee. Non solo, com'è ovvio, a chi ne beve troppo, ma anche agli studiosi che cercano sempre più spesso di chiarire le sue ripercussioni sulla salute.
Il dilemma riguarda gli effetti di un'assunzione modesta. Se gli eccessi sono senza alcun dubbio deleteri e aumentano la mortalità per svariate cause, le conseguenze di uno o due bicchieri di vino al giorno sono più dubbie; alcune indagini lascerebbero pensare a un leggero effetto protettivo nei confronti di cardiopatie e ictus e a una riduzione del rischio complessivo di morte, ma altre non ravvisano simili benefici. Nelle ultime settimane sono stati resi noti i risultati di diversi nuovi studi, ma i responsi restano contraddittori.
«Una delle difficoltà di tali indagini è che tra gli astemi, in realtà, possono essere inclusi ex bevitori che hanno dovuto smettere per motivi di salute; quindi, nel gruppo di controllo, l'incidenza di malattie legate all'alcol risulta artificiosamente alta» afferma George Davey Smith, dell'Università di Bristol, in Gran Bretagna, che ha condotto uno studio retrospettivo su quasi 6.000 lavoratori che, in quanto tali, non dovrebbero avere gravi malattie.

Il rosso dà lo sprint

Un punto a favore del vino, e in particolare di quello rosso, viene da un esperimento su dieci giovani giapponesi condotto all'Università di Osaka. Nelle coronarie dei giovani, se si induceva un'iperemia con la somministrazione di adenosina, la portata del picco di eiezione aumentava in media di circa tre volte; se però, prima dell'iperemia, i pazienti bevevano vino rosso, l'aumento era di quattro volte. Né il vino bianco né tantomeno la vodka avevano un'azione analoga. Secondo l'autore dello studio, Kenei Shimada, la spiegazione sta forse in alcuni polifenoli esclusivi del vino rosso, che eserciterebbero un effetto vasodilatatorio.

All'inizio degli anni settanta i soggetti sono stati classificati in base alla quantità complessiva di alcol che ingerivano ogni settimana, e sono stati seguiti nel ventennio successivo, registrando numero e cause delle morti in ciascun gruppo (in totale circa 1.600). Per certi versi i risultati ricalcano quelli di altri studi: quando i consumi settimanali superano le tre bottiglie e mezzo di vino, il rischio complessivo di morte inizia ad aumentare, e cresce fino a più del 30 per cento per chi va oltre le sei bottiglie di vino o i nove litri di birra. All'aumento di mortalità contribuiscono l'ictus e le altre malattie legate all'alcol (che uccidono i bevitori più smodati rispettivamente in misura doppia e tripla rispetto agli astemi), con la esclusione, però, della coronaropatia; infatti, se i dati vengono corretti per i numerosi fattori che possono generare confusione, le coronarie non sembrano risentire affatto dei consumi, per quanto pesanti.
A differenza che in altri casi, però, gli esperti britannici non hanno osservato alcun effetto protettivo in chi beve con moderazione: un bicchiere al giorno non fa male, ma nemmeno bene. «I molti fattori confondenti di cui abbiamo tenuto conto sono un'ulteriore caratteristica che distingue il nostro studio da molti altri, e può contribuire a spiegare le discrepanze» osserva Davey Smith. «Oltre alle condizioni di salute, abbiamo considerato la situazione socioeconomica della persona al momento dell'indagine e quella nella sua infanzia; è stato infatti dimostrato che il benessere dei primi anni di vita ha un notevole influsso sulla mortalità per malattie cardiovascolari in età adulta, anche a prescindere dalla posizione sociale nel frattempo raggiunta: chi ha avuto un'infanzia difficile è più portato a consumare alcolici da adulto. Inoltre, alternare frequenti ubriacature a giornate di astinenza sembra più nocivo, per la salute, rispetto a un consumo altrettanto forte ma regolare».
Il nodo quindi non sarebbe solo la quantità di alcol, ma anche il modo di bere. E, aggiunge Serge Renaud, dell'Institut national pour la santé et la recherche médicale di Bordeaux, in Francia, quello che si beve. Renaud è autore di un altro studio, che mette l'accento sulle differenze tra gli effetti del vino e quelli della birra. In questo caso oltre 36.000 uomini di mezza età della Francia orientale sono stati ripartiti in gruppi non solo in base ai consumi di alcol, ma anche al fatto che si trattasse solo di vino o anche, in misura più o meno preponderante, di birra. «Parametri quali la pressione arteriosa e i livelli ematici di colesterolo o di glucosio crescevano in parallelo ai consumi di alcol ma, nonostante questo, per chi si limitava al vino e non superava i 54 grammi di alcol al giorno, la mortalità si riduceva fino a un terzo, mentre se al vino era associata in qualche misura la birra il beneficio svaniva» spiega l'esperto d'oltralpe.
La mortalità per cardiopatia e coronaropatia è diminuita, in generale, nei leggeri bevitori, anche se con il vino l'effetto è stato maggiore; ciò confermerebbe l'azione protettiva dell'alcol sul cuore. D'altro canto, solo chi beveva due o tre bicchieri di vino appariva protetto anche dal cancro (fino al venti per cento di morti in meno); ciò potrebbe dipendere da sostanze che contrastano il potere cancerogeno dell'alcol, quali il resveratrolo, un componente del vino che inibisce la cancerogenesi» ipotizza Renaud.
Sembra in ogni caso che, per avere le idee chiare sugli effetti degli alcolici, bisognerà aspettare ancora a lungo. Se le differenze di composizione tra le varie bevande sono così importanti, i dati raccolti nei decenni passati rischiano di essere superati dal mutamento delle abitudini: «La birra, per esempio, contiene alcuni composti cancerogeni, le nitrosamine; oggi però ce ne sono molto meno che in passato. Se anche sostanze come queste contribuiscono a spiegare il differente comportamento rispetto al vino, dovremo attendere gli studi sulle birre attuali per trarre conclusioni utili».
Al momento resta un'unica certezza, che tanto i britannici quanto i francesi ribadiscono in chiusura degli articoli: «I potenziali effetti nocivi dell'alcol sono certi, e i nostri studi non vanno di sicuro intesi come incentivi a consumarne di più».

Giovanni Sabato

© 1999 Tempo Medico (n. 644 del 20 ottobre 1999)

http://www.tempomedico.it/news99/644vino.htm

Risultati contrastanti sugli effetti protettivi o predisponenti dell'alcool verso il diabete di tipo 2

di Carmelo D'Alessio

Due recenti studi sugli effetti dell'alcool giungono a conclusioni alquanto contraddittorie.

Il primo è stato condotto da ricercatori dell'Università di Havard (Boston, USA) e dell'Università di Sidney (Australia). Raccogliendo i dati di 12 studi prospettici ha valutato l'importanza del consumo di alcool come un fattore di rischio per il diabete di tipo 2 in una coorte di 48.892 professionisti americani maschi che hanno risposto a specifici questionari.

I nuovi casi di diabete di tipo 2 sono stati 1.571 ed il consumo giornaliero di 15-19 grammi di alcool era associato ad un rischio di diabete inferiore del 36% rispetto agli astemi o ai bevitori più moderati. C'erano pochi forti bevitori (consumo di alcool > 50 gr/die), ma anche in questo gruppo la protezione persisteva (rischio < 39%) al confronto degli astemi che hanno rappresentato il gruppo di controllo. I risultati sono stati simili anche con l'assunzione di birra, vino bianco o superalcolici.

In particolare, bere almeno 5 giorni a settimana forniva la miglior garanzia contro lo sviluppo del diabete, anche quando il consumo di alcool era minimo. I ricercatori hanno riscontrato che chi beveva meno di due volte durante la settimana non presentava un più basso rischio di diabete.

I risultati suggerivano che il frequente consumo di alcool, anche a basse dosi giornaliere, produce un'elevata protezione dal diabete di tipo 2 e, peraltro, convalidavano quelli di altri studi pregressi che mostravano un'associazione tra moderato consumo di alcool e più basso rischio per alcune malattie croniche, tra cui cardiopatie e diabete di tipo 2.

D'altro canto, però, un altro studio prospettico, condotto fra 12.261 soggetti di mezza età partecipanti all'Atherosclerosis Risk in Communities Study (1990-1998), è giunto alla conclusione che i forti bevitori hanno un più elevato rischio di sviluppare diabete di tipo 2, mentre un consumo moderato di alcool non aumenta tale rischio in entrambi i sessi. I partecipanti sono stati inizialmente suddivisi in astemi cronici, ex bevitori e bevitori abituali a vari livelli di consumo.

In particolare, gli uomini che bevevano più di 21 bevande alcoliche in una settimana presentavano un maggior rischio di diabete rispetto a coloro che bevevano una sola volta. Tale rischio era prevalentemente associato all'uso di superalcolici piuttosto che di birra e vino.

Quindi, a fronte di un'apprezzabile discrepanza di risultati, gli studi in questione consigliano di preferire sempre la moderazione all'eccesso che, nel caso dell'alcool, si traduce anche in benefici effetti sulla salute, per diabetici e non.

Bibliografia

A prospective Study of Drinking Patterns in Relation to Risk of Type 2 Diabetes Among Men - Fonte: Diabetes 2001; 50:2390-2395

Alcohol Consuption and the Risk of Type 2 Diabetes Mellitus: Atherosclerosis Risk in Communities Study - Fonte: American Journal of Epidemiology 2001; 154(8):748-757

http://www.publinet.it/diabete/indice_ie800.html?news/n2001_108.html

La Notizia

Alcol, sempre più giovani i bevitori

redazione kwSalute

Sono sempre di più gli italiani che non disdegnano gli alcolici e amano bere, sia pure di tanto in tanto. Qualche bicchiere di vino e una ubriacatura 'una tantum' non fanno male, affermano, ma l'importante è "autoregolarsi".

La lettura dell' evoluzione del fenomeno 'alcol' in Italia è data dall' Osservatorio permanente sui giovani e l'alcol, che in occasione del suo primo decennio di attività, ha organizzato oggi a Roma il convegno internazionale "10 anni di Osservatorio. Gli italiani e l'alcol".

Cresce, dunque, in Italia, il numero dei consumatori occasionali di bevande alcoliche, soprattutto tra i giovani: l'80% degli italiani (oltre i 15 anni, ovvero 39,5 milioni di adulti e giovani) beve alcolici almeno una volta in tre mesi; fra questi, il 65% (32,1 milioni) è costituito da consumatori regolari, che bevono alcolici almeno una volta alla settimana, mentre il 15% (7,4 milioni) beve solo di tanto in tanto.

La buona notizia che emerge dai dati è che si registra una diminuzione della quantità di alcol consumata pro-capite e, in percentuale, rimane pressochè stabile la "nicchia" di chi ne abusa (1%-3%).

Proprio oggi, l'Osservatorio ha inoltre inaugurato il nuovo sito Internet www.alcol.net, con tutti i dati sull' alcol in Italia, schede regionali, indagini statistiche, aggiornamenti legislativi, esperienze pilota e anche una versione inglese delle pagine web.

La fotografia sul fenomeno alcol scattata dall'Osservatorio attraverso la quarta indagine nazionale, in collaborazione con la Doxa (su un campione di 2.028 italiani e già presentata in precedenza), pur facendo emergere la necessità di non abbassare la guardia rispetto a questo problema, ritrae dunque una società tutto sommato capace di "autoregolarsi".

Dieci anni di raccolta di dati hanno infatti messo in evidenza, da una parte, l'incremento del numero di persone, specie tra i giovani, che assumono bevande alcoliche, e dall' altra la diminuzione della quantità pro-capite di alcol consumato. Complessivamente, i valori percentuali dei consumatori sono scesi dal 79% del 1991 al 75% nel 1994, per poi risalire fino all' 80% nel 2000.

Rispetto alla quantità di alcol puro consumata individualmente, si è invece passati da una media annuale di 9,1 litri nel 1991 ai 7,5 litri nel 2000.

Ma cosa pensano gli italiani del consumo di alcolici? La maggior parte di loro ritiene che "bere uno o due bicchieri di vino o birra al pasto è una cosa normale" (86%) ma anche che "ubriacarsi una volta non è grave, purchè non diventi un'abitudine" (72%); che le "bevande alcoliche in piccola quantità non danneggiano la salute" (70%) anche se "bere molto è come drogarsi" (82%).

Da queste opinioni diffuse sull'alcol emerge, sottolinea l'Osservatorio, "una consapevolezza dei rischi derivanti alla salute dall'attitudine all'abuso; una certezza, tuttavia, che non porta a condannare chi beve, bensì ad affermare la responsabilità di ognuno di autoregolarsi". Se si guarda poi la fascia dei 15-24 anni, si scopre che i giovani consumatori di alcolici sono passati dal 74% del 1991 al 77% del 2000. Il valore percentuale dei giovani che fanno abuso di alcol (chi ha dichiarato di ubriacarsi più una volta nell' arco di tre mesi) resta una nicchia stabile, che oscilla dal 2% del periodo 1991-1994 al 4% del 1997, per ridursi al 3% nel 2000.

Anche nella fascia dei 15-35 anni è confermata la tendenza generale all' aumento dei consumatori occasionali, saliti dall' 80% all' 87%.La mappa degli abusi conferma, inoltre, una prevalenza nel Nord Italia, mentre le regioni meridionali registrano una tendenza al consumo moderato. A Nord-Ovest, dove risiede il 27% dell' intera popolazione italiana, vive il 27,4% dei consumatori regolari e il 26,9% di quelli occasionali; mentre al Sud, che rappresenta il 34,8% dell' intera popolazione, risiede il 36,4% dei non consumatori.

Questi i numeri del fenomeno alcol in Italia dal 1991 al 2000 secondo l'Osservatorio.

http://www.kwsalute.kataweb.it

Sopravvivenza ad alta gradazione

Che un consumo moderato di alcol riduca il rischio di infarto miocardico non è cosa nuova. Un dettaglio in più lo aggiunge uno studio statunitense che ha confrontato, ovviamente in uno studio retrospettivo, sopravvivenza all`infarto acuto e precedente consumo di bevande alcoliche. Il campione non è numerosissimo, perché si tratta di 1913 pazienti ospedalizzati per IMA tra il 1984 e il 1999, ma sarebbe netta la tendenza a favore di una maggiore sopravvivenza tra i pazienti che nell`anno precedente all`evento acuto erano moderati bevitori (fino a 7 drink alla settimana, comprendendo vino, birra o liquori). Evidentemente per JAMA la cosa è particolarmente significativa, visto che offre la possibilità di leggere integralmente lo studio.

M.I.

http://pro.dica33.it