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Oggi
i familiari di un mio assistito,
he hanno appena ritirato l’esito di un istologico
drammaticamente positivo, mi pongono di fronte ad una
richiesta che ogni volta mi riempie di angosciosi dubbi :
nascondere la verità all’interessato, per il suo bene.
Ripenso a quel caso di
tanti anni fa: una signora che
voleva interrompere la cura antibiotica (chemioterapia)
perché la riteneva troppo pesante per la sua mastite (carcinomatosa!),
ma ricordo anche gli sguardi di chi la verità l’ha
conosciuta. Mi compete anche un obbligo di legge (Privacy)
che tuttavia in questi casi passa in secondo piano
rispetto le considerazioni di tipo etico e umano… L’argomento
è stato ampiamente dibattuto, e trovo conforto sul web.
Data:
8/9/2003
Titolo:
MEDICI: DOTTORESSE PIU' BRAVE A DARE LE 'CATTIVE NOTIZIE'
Londra,
8 set. (Adnkronos Salute) - Dottoresse piu' brave e
partecipi dei colleghi uomini nel dare le 'cattive
notizie' ai pazienti. A confermare la maggiore
sensibilita' delle donne anche quando indossano il camice
e' uno studio condotto dagli psicologi delle universita'
inglesi di Coventry, Warwich e Leicester, presentato a un
convegno londinese della British Psycological Society.
Secondo
gli psicologi inglesi, che per la ricerca hanno registrato
su nastro il comportamento di 32 dottori e 12 dottoresse
impegnati in visite ambulatoriali, le donne medico hanno
''una capacita' di comunicazione decisamente superiore''
rispetto ai colleghi maschi, che spesso con i pazienti
usano un linguaggio brusco e diretto e sono meno disposti
a chiarimenti e spiegazioni sulla malattia e le terapie.
Insomma, spiegano gli esperti, sono ''piu' attaccati ai
fatti''. Le donne in camice, invece, hanno un approccio
piu' 'emozionale', sono disposte a discutere con i
pazienti paure e preoccupazioni e hanno un modo di
comunicare incentrato sulla persona. ''Non e' sempre vero
che un medico donna comunica meglio col paziente - spiega
alla Bbc on line Sheila Bonas, ricercatrice dell'universita'
di Leicester che ha collaborato alla ricerca - E'
possibile pero' dire che ad alcuni medici uomini farebbe
bene un po' di addestramento extra su questo argomento''.
(Pin/Adnkronos Salute)
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=7812
Data:
8/9/2003
Titolo:
CANCRO: MALATO CHIEDE A MEDICO 'RELAZIONE EMPATICA' . 7 SU
10 DESIDERANO INFORMAZIONI DA CHI HA FATTO DIAGNOSI
Roma,
21 mag. (Adnkronos Salute) - Una relazione 'empatica' con
il proprio medico. A chiederla e' la maggior parte dei
malati di tumore che, insieme ad alcuni operatori
sanitari, sono stati intervistati dai ricercatori del
Dipartimento di salute mentale della Ulss 18 di Rovigo e
del Dipartimento di Oncologia. Dai questionari, sottoposti
a 500 persone, emerge fra le priorita' ''un approccio
professionale allargato all'equipe curante, alla famiglia
e al volontariato''.
Il
74% degli intervistati desidera, poi, essere informato del
proprio stato di salute dallo stesso medico che ha fatto
la diagnosi, e il colloquio medico-paziente risulta la
forma migliore per comunicare diagnosi e terapie. Per il
43% delle persone, inoltre, paziente e medico debbono
condividere la responsabilita' e la scelta della terapia,
mentre per il 33% la decisione finale spetta al primo,
dopo aver ascoltato i consigli dello specialista. (Red-Mal/Adnkronos
Salute)
Oncologia
Pazienti
oncologici terminali: quanto sono accurate le stime della
sopravvivenza del medico?
Nonostante
il fatto che nei pazienti affetti da tumore i medici
curanti tendono costantemente a sovrastimare la
sopravvivenza del paziente, le loro previsioni mostrano
una altrettanto costante correlazione con il reale tempo
di sopravvivenza: le previsioni hanno di solito proprietà
discriminanti anche se sono mal calibrate. I medici che
seguono pazienti con tumori terminali devono essere
coscienti di questa tendenza alla sovrastima, in quanto
essa potrebbe influenzare le prospettive del paziente di
avere una "buona morte". Si rende pertanto
necessaria la produzione di modelli prognostici precisi
che incorporino una metodica di predizione della speranza
di vita del paziente. (BMJ
2003;327:195)
http://www.doctornews.it/home.asp#art8
ANCHE
I BAMBINI DEVONO CONOSCERE LA DIAGNOSI DELLA PROPRIA
MALATTIA
La
verità non ha età
Il
malato, prima di essere un caso clinico, è una persona,
quindi la carica di umanità nell'approccio al paziente da
parte del medico, tanto più se è un piccolo paziente, è
molto importante. Una volta in ospedale o, meglio, ogni
volta che ha inizio un processo diagnostico e terapeutico,
il bambino malato e la sua famiglia non devono essere
lasciati soli con le loro angosce, con le loro incertezze
e con i fantasmi delle loro fantasie. E' essenziale creare
una comunicazione franca e aperta che li aiuti a capire e
a gestire la malattia, facendo ricorso soprattutto alle
capacità di ciascun componente della famiglia. Le energie
di ognuno vanno perciò fatte confluire in comune
(alleanza terapeutica) verso un obiettivo concreto: la
guarigione della malattia (grave o meno grave, acuta o
cronica) e il raggiungimento della miglior qualità di
vita possibile.
Le modalità con cui realizzare tale comunicazione nelle
fasi, più o meno favorevoli, di una malattia
costituiscono ancora oggi motivi di controversia.
Comunicare una diagnosi (primo delicato passo della
famiglia nel cammino terapeutico) significa soprattutto
mettere in comune qualcosa, entrare in sintonia e in
relazione con la famiglia e con il bambino, cercando però
di avere la consapevolezza e il coraggio di non essere
troppo invadenti. La difficoltà maggiore quando si
comunica una diagnosi o un progetto di cura non consiste
tanto nel cosa dire, ma nel come dirlo e con quanti
dettagli. Quando si comunica una diagnosi di leucemia o di
un'altra malattia anche potenzialmente mortale, è molto
importante avere a disposizione tutti gli elementi clinici
e biologici che consentono di essere sicuri di ciò che si
sta per dire (anche se questo può richiedere 24-48 ore
d'attesa e quindi di stress per i familiari). E'
fondamentale parlare a entrambe i genitori, in un ambiente
tranquillo, alla presenza di almeno due operatori sanitari
(medico e infermiere o assistente sociale o psicologo) così
da condividere questo momento delicato. Infine è
necessario dedicare tempo per una spiegazione (durata
media del colloquio 50 minuti) che, per quanto generale,
possa comprendere i diversi aspetti del progetto di cura
che segue la diagnosi.
In questo contesto generale negli ultimi anni è stata
tenuta una posizione ben precisa e di rispetto nei
confronti del bambino, a prescindere dall'età. Il bambino
è il protagonista negativo della sua malattia e pertanto
richiede e merita rispetto, quel rispetto che non può
comunque prescindere dalla presenza legale, paternalistica
e affettiva dei genitori e dei fratelli.
Il medico (alcuni sono più inclini a questa procedura)
comunica la diagnosi di leucemia direttamente al bambino
senza la presenza dei genitori (pur avendo prima ottenuto
da loro il consenso). La comunicazione condotta in maniera
dialogata (domande e risposte, interrogativi e
chiarimenti) e con una durata media di circa 10 minuti
(breve per non stancare il piccolo) viene fatta con
l'aiuto visivo di venticinque diapositive - molte delle
quali sono cartoni animati - in cui il disturbo è
presentato come un giardino fiorito in grado di esprimere
il concetto di cellule malate e la durata delle cure per
un periodo piuttosto lungo. Viene usata per lo più la
parola leucemia (i rifiuti da parte dei genitori sono
stati a tutt'oggi circa il 2 per cento) così da evitare
intorno al piccolo quell'alone di mistero che è spesso
fonte di fantasie negative.
Perché il giardino fiorito? Perché è un'immagine che va
bene a maschi e femmine creando una maggior omogeneità di
informazione (si pensi infatti anche a quando i bambini
parlano tra loro).
Perché informare il bambino? Per aprire la porta della
comunicazione intrafamiliare, per rendere meno angosciante
dover rispondere a loro domande e richieste e per non
incrementare quell'alone di mistero fonte di inganno e di
pessimismo. Negli ultimi due anni tale comunicazione,
condivisa e promossa dagli stessi genitori, è stata
estesa anche ai fratelli e, meglio ancora, se fatta in
contemporanea.
L'età per comunicare in maniera così completa è dopo i
sei anni, mentre si può comunicare in maniera più
ridotta, sia come metodologia sia come set di diapositive,
anche sotto i sei anni.
Il medico chiede poi al bambino di spiegare ai genitori
quanto ha appreso, di scrivere al medico stesso un
riassunto o di disegnare ciò che ricorda della
spiegazione avuta. Gli obiettivi perseguiti sono quindi
quelli di rendere omogenea la comunicazione di diagnosi ai
bambini (compresi i fratelli), evitando le loro eccessive
fantasie (indotte dalla spiegazione degli stessi
genitori), di risparmiare ai genitori l'imbarazzo e la
difficoltà della comunicazione, di aprire un più ampio e
sereno dialogo intrafamiliare e di far sì che il bambino
mantenga quel ruolo di protagonista che a tutti gli
effetti gli compete.
Momcilo
Jankovic
Clinica pediatricaMonza
(da
© Tempo Medico n. 628 del 7 aprile 1999)
http://www.tempomedico.it/edit99/edit628.htm
La
comunicazione della diagnosi nei tumori dell’apparato
polmonare e gastro-enterico: l’opinione dei medici e la
consapevolezza del paziente
Gruppo
di studio sulla comunicazione della Sezione Regionale
Piemonte della SIPO
Giuliana
Ritorto1, Cinzia Nigro1,
Riassunto.
Molti studi mostrano chiaramente la crescente volontà dei
pazienti nell’ottenere informazioni soddisfacenti circa
la loro malattia. Noi abbiamo condotto uno studio per
valutare quanto l’informazione diagnostica è
considerata importante anche nell’opinione dei medici. A
tale scopo è stato somministrato un questionario a 91
medici e 195 pazienti. Nonostante il 91% dei pazienti
riferisca di aver ricevuto una spiegazione in merito alla
propria malattia ed i medici riferiscano di aver informato
i pazienti nel 64,2% dei casi, in realtà solo il 48% dei
pazienti conosce di fatto la natura della sua malattia. Il
91% dei medici si dichiara a favore della comunicazione
della diagnosi, ma se si chiede loro in quante occasioni
ritengono di aver dato informazioni veritiere al paziente,
la percentuale media di pazienti che ritengono di aver
informato è del 64,2% e solo il 46% dei medici comunica
la diagnosi con una terminologia corretta. Da questi dati
deduciamo che persiste la difficoltà dei medici ad
instaurare una comunicazione completa con i pazienti e
solo la metà circa dei pazienti intervistati si può
ritenere consapevolmente informato sulla sua malattia.
Dalle
evidenze ottenute si è potuto constatare che, nella realtà
piemontese, una comunicazione corretta della diagnosi
avviene in poco più della metà dei casi. Infatti dal
campione di pazienti intervistato emerge che, nonostante
il 91% dei pazienti riferisca di avere ricevuto una
spiegazione in merito alla propria malattia, e i medici
riferiscano di aver informato i pazienti nel 63,75% dei
casi, in realtà solo il 48% dei pazienti conosce di fatto
la natura della malattia di cui è affetto.
Questi
dati sembrano in netto contrasto con quanto riportato dai
medici intervistati che per il 92% si dichiarano a favore
della comunicazione della diagnosi. Ma se si chiede loro
in quante occasioni ritengono di aver dato informazioni
veritiere al paziente, la percentuale media di pazienti
che ritengono di aver informato è del 63,75% e solo il
46% dei medici comunica la diagnosi con una terminologia
corretta.
Questi
dati suggeriscono che c’è ancora una certa discrepanza
a livello di comportamento, tra ciò che si ritiene giusto
fare e ciò che si fa realmente.
Dai
risultati dei questionari si rileva che, per quanto
riguarda gli ospedali indagati nell’area piemontese,
persiste la difficoltà dei medici ad instaurare una
comunicazione completa con il paziente, almeno per le
patologie neoplastiche che erano oggetto dello studio, e
che solo la metà circa dei pazienti intervistati si può
ritenere consapevolmente informato sulla sua malattia.
Il
confronto con altri studi, che indagavano il grado di
informazione di donne affette da tumore della mammella,
dimostra che la consapevolezza della malattia di tali
pazienti era di circa il 90% contro il 48% da noi
riscontrato nei tumori gastroenterici e polmonari12.
Le
ragioni alla base di questo divario possono essere molte.
Un ruolo di primo piano è senz’altro occupato dalla
localizzazione del tumore: il tumore della mammella
richiede infatti interventi chirurgici visibilmente
mutilanti e obbliga quindi il medico a trasmettere un’accurata
informazione alla paziente sugli effetti devastanti dell’operazione.
In tale patologia il medico è facilitato dalla
curabilità e dalla prognosi di tali tumori se
diagnosticati precocemente. I gruppi di auto-aiuto nati
tra le donne operate alla mammella hanno stimolato sia i
medici sia la società ad una maggiore consapevolezza del
problema e dell’importanza dei momenti comunicativi e
relazionali nel corso della storia della malattia.
Nel
caso dei tumori gastroenterici e polmonari, invece, la
sede "interna" della malattia e la prognosi
spesso infausta rendono la relazione da parte del medico
difficile da gestire nei confronti di una comunicazione
che evoca forti angosce di morte.
Una
riflessione su questi dati porta a ritenere quanto mai
necessaria una formazione del medico sui temi della
comunicazione.
Si
dovranno affrontare non solo i temi della relazione
medico-paziente, ma anche i problemi del rapporto con le
famiglie e, all’interno dell’équipe, i vari aspetti
della comunicazione tra gli operatori, per evitare un
discontinuo, contraddittorio, confuso passaggio di
informazioni al malato.
Bibliografia
e articolo completo su:
http://www.pol-it.org/ital/psico-oncologia/ritorto.htm
Il
dilemma della comunicazione di diagnosi e prognosi al
paziente oncologico: malattia e morte si possono
"dire"?
…………….
Malattia e morte, in modo particolare quando si
tratta di una malattia oncologica , sono tagliati fuori
dalla cultura della comunicazione: "la conoscenza
completa e condivisa, da parte del malato, della propria
condizione è un caso piuttosto raro mentre tende a
generalizzarsi la dissimulazione" (Spinsanti, 1985 p.169).
Anche in quei Paesi dove il paziente viene informato circa
la diagnosi e la prognosi, la comunicazione, con il
progredire della malattia, si fa più rarefatta, più
ambigua, più evasiva, all'interno di un più generale
evitamento ed isolamento del malato: "le camere dei
malati di cancro inguaribili vengono evitate dai primari
(ma anche dal personale sanitario loro destinato), e non
solo nella vera e propria fase terminale, quando la
comunicazione tra medico e paziente è gia compromessa, ma
molto prima (....) ciò nonostante proprio questi
pazienti, gia duramente provati dalla sorte, e i loro
parenti più direttamente coinvolti avrebbero veramente
uno speciale diritto ad un'assistenza psicologica
particolarmente buona da parte dello specialista che hanno
scelto" (Senn, in Meerwein, 1985, p. 56).
La
scelta di informare o meno il malato è comunque un
problema molto ampio che coinvolge non solo il malato, i
medici curanti ed i familiari, ma anche la struttura
sanitaria, il corpo sociale. E' una scelta che si pone
continuamente e ripetutamente lungo tutto l'iter della
malattia: al momento della diagnosi, nel corso dei diversi
interventi terapeutici (operazioni, chemio-radio terapia),
nel caso di recidive, di terapie palliative e
nell'eventuale fase terminale. Ma soprattutto è un
problema che investe direttamente le fondamenta culturali
ed etiche di ogni modello sociale. In altre parole il
dilemma circa la comunicazione di diagnosi e prognosi al
malato oncologico rispecchia il rapporto che una
determinata cultura intrattiene con l'idea della
vulnerabilità-malattia e della finitudine-morte.
Aspetti
deontologici ed etico-giuridici dell'informazione in
oncologia. Due modelli a confronto
Gli
atteggiamenti nei confronti del malato oncologico si
organizzano intorno a due modelli prevalenti: nei paesi
latini si tende a non informare il paziente attraverso
omissioni, informazioni ambigue, parziali o vere e proprie
falsificazioni dei referti, mentre nei paesi anglosassoni
e nord-europei si informa il paziente circa la diagnosi e
la prognosi anche se spesso la comunicazione viene fornita
ex abrupto attraverso un atto formale, asettico e
generico, senza tatto e gradualità (McIntosh, 1979; Smith,
1982; Santosuosso, 1996).
Tuttavia ad uno sguardo più attento, queste
diverse modalità nella gestione dell'informazione si
differenziano una dall'altra più per motivi di ordine
pratico-formale che sostanziale. Entrambe sembrano
comunque caratterizzate da un sostanziale evitamento della
relazione con la "persona" del malato e delle
istanze di cui è portatore. La stessa credenza
dell'esistenza di un dualismo, di una contrapposizione
ideale, di uno scontro ideologico tra opzioni culturali ed
etiche diverse, appare piuttosto discutibile. Non abbiamo
l'impressione, infatti, di essere in presenza di due
scuole di pensiero, espressione di un diverso modo di
intendere la relazione medico-paziente, né tantomeno di
modelli culturali e sociali che si ispirano ad una diversa
visione dell'uomo. Più semplicemente sembra di assistere
ad una complessiva e progressiva riorganizzazione e
modernizzazione della medicina che procede con diversa
velocità e tempestività nelle diverse aree
socio-culturali e che, come vedremo, non risponde
minimamente alle questioni di fondo che malattia e morte
sollevano.
Cerchiamo,
comunque, di approfondire contenuti e modalità di questi
modelli circa la gestione dell'informazione.
In
Italia, e più in generale all'interno della cultura
sud-europea, raramente i medici informano i pazienti circa
una diagnosi di cancro e quasi mai della prognosi quando
questa è sfavorevole (Santosuosso, Tamburini, 1990;
Holland et al. 1987). In alcuni casi anche altri
familiari, in genere bambini ed anziani, non vengono
informati circa la malattia del loro congiunto. In una
delle ultime ricerche sull'orientamento dei medici
riguardo al dire "la verità" ad un malato
oncologico, i risultati appaiono inequivocabili. Infatti,
circa il 90% degli intervistati (oncologi, medici di base,
medici ospedalieri del nord Italia) ritiene che è meglio
decidere con i familiari che cosa comunicare al malato di
cancro, mentre il 50% ritiene negativo, su un piano
psicologico, comunicare al malato una prognosi sfavorevole
(Tamburini et al. 1988). A distanza di 10 anni questi dati
sono sostanzialmente confermati. In una indagine svolta su
424 malati terminali entrati in assistenza dal 1996 al
1998 presso la Ryder Italia (una associazione di
assistenza domiciliare medico-infermieristica), è
risultato che il 65.2% dei pazienti, pari a 279 soggetti,
non era, al momento dell'ammissione, a conoscenza della
diagnosi, mentre al 34% dei pazienti "informati"
sono state fornite attivamente informazioni false sia da
parte dei medici curanti che dagli stessi familiari
("l'intervento chirurgico ha completamente rimosso la
massa tumorale", "la terapia farmacologica o
radiante sta funzionando" "la situazione è
stazionaria" ecc.), oppure sono state omesse
informazioni circa la presenza di metastasi e/o di altri
problemi significativi per il paziente 2.
Appare
evidente, a partire da questi dati, il ruolo dei familiari
nella scelta di comunicare o meno la diagnosi al malato.
In una recente indagine realizzata in Spagna, un Paese del
tutto simile all'Italia per quanto riguarda l'orientamento
verso l'informazione sulla malattia, il 73% dei familiari
di malati terminali ha risposto negativamente circa la
possibilità che il loro congiunto venisse informato della
diagnosi (Espinosa et al. 1993). La cultura della
non-informazione, trova frequentemente nei parenti del
malato un valido sostegno all'interno di un gioco di
collusioni e reciproche deresponsabilizzazioni. Molto
spesso il medico, nell'informare i familiari, viene il più
delle volte esplicitamente invitato da quest'ultimi a non
dire nulla al loro congiunto. A loro volta i familiari
leggono, a partire da questo colloquio preliminare e
riservato, un'analoga intenzione, da parte del medico, di
nascondere al malato la propria condizione.
La
prassi di non informare trova un supporto
giuridico-deontologico nel concetto di beneficialità, per
cui l'atto medico viene legittimato dalla necessità di
fare il bene ed evitare il male del paziente. L'insieme di
queste valutazioni circa il bene ed il male, e quindi
rispetto alle diverse scelte terapeutiche, è una facoltà
che appartiene esclusivamente al medico. In tal senso le
disposizioni contenute nelle diverse stesure del codice
deontologico, se si esclude l'ultima stesura del 1995,
lasciano ampia discrezionalità al medico circa il
"quantum di informazione da dare al paziente onde
evitare che la comunicazione di una prognosi infausta
finisca col danneggiare la sua salute" (Fucci, 1996
p. 47). Il codice deontologico del 1989 stabilisce, ad
esempio, che "il medico potrà valutare, segnatamente
in rapporto con la reattività del paziente, l'opportunità
di non rivelare al malato, o di attenuare, una prognosi
grave o infausta, nel qual caso questa dovrà essere
comunicata ai congiunti" (Codice Deontologico 1989
art. 39 comma III) 3.
A
partire dagli anni '90 lo scenario che abbiamo descritto
viene a mutare, almeno su un piano etico-giuridico,
all'interno di un più ampio disegno intorno al concetto
di consenso informato nella relazione medico-paziente. In
altre parole negli ultimi anni il modello anglosassone si
è fatto strada anche in Italia e più in generale
all'interno della cultura sud-europea passando dallo stato
di "mera opzione culturale a quello di comportamento
richiesto dai giudici e dato per necessario dalle massime
istanze etiche" (Santosuosso, 1996 p. XI). La
particolare attenzione che nel nuovo codice di deontologia
medica del 1995 viene dedicata alla relazione
medico-paziente ne è una evidente riprova. L'atto medico
"si legittima non solo per le sue finalità
terapeutiche ma soprattutto in virtù del consenso del
paziente" (Fucci, op. cit. p. 5) cui è richiesto di
partecipare attivamente al processo decisionale in merito
alla sua salute. Il medico non può più omettere o
rivelare a terzi informazioni circa la salute del paziente
che diventa il suo principale interlocutore, tuttavia
"le informazioni riguardanti prognosi gravi o
infauste (...) devono essere fornite con circospezione,
usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere
mai elementi di speranza" (Cod. deontologico 1995,
art. 29 IV comma). L'obbligo di informare, trova comunque
il suo limite nella volontà del paziente di rinunciare a
conoscere la verità.
I
cambiamenti che il nuovo codice deontologico prevede nella
relazione medico-paziente, sono stati introdotti sulla
base di un parallelo cambiamento giuridico-legislativo:
"il quadro normativo del consenso informato è il
frutto della combinazione di leggi specifiche, pronunce
giudiziarie su casi specifici, elaborazioni teoriche e, in
alcuni casi, di norme deontologiche" (Santosuosso,
op. cit., p. 27). Tuttavia, il diritto da parte del
malato, ed in particolare del malato oncologico, di
ricevere adeguate informazioni è ben lungi dall'essere
garantito e realizzato. Infatti, gli intendimenti, le
linee guida, che in pochi anni hanno portato a quella che
è stata considerata una "rivoluzione
copernicana" e che ha visto coinvolte le massime
istanze etiche, giuridiche e legislative, non sembrano
trovare un significativo riscontro sul piano applicativo,
né tantomeno una sostanziale accettazione da parte dei
diversi soggetti coinvolti. I dati precedentemente esposti
che evidenziavano come più del 60%-70% dei malati
oncologici non siano informati della diagnosi (per non
parlare della prognosi), non possono non testimoniare
dell'esistenza di un forte scarto tra opzioni
legislative-deontologiche e la realtà della prassi
quotidiana. Non solo la classe medica appare
sostanzialmente ostile a questa nuova regolamentazione dei
rapporti medico-paziente vista come "fonte di
intralcio nella pratica quotidiana e di negative
conseguenze sul piano della responsabilità professionale
(...) come qualcosa di cui si farebbe volentieri a meno,
se non da rigettare del tutto" (op. cit., p. IX), ma
anche i potenziali fruitori di questa nuova
regolamentazione dei rapporti nel campo della salute,
manifestano una forte resistenza ad una più franca ed
onesta comunicazione tra medico e paziente. Se abbiamo già
detto dell'atteggiamento da parte dei familiari di
pazienti oncologici, che nella assoluta maggioranza dei
casi esprimono contrarietà circa la possibilità che il
proprio congiunto sia informato, resta da indagare intorno
al desiderio di conoscenza da parte di un eventuale malato
oncologico.
In
una indagine condotta su 964 soggetti sani, il 52% degli
intervistati ha risposto di non voler conoscere, o di non
essere sicuro di voler conoscere una diagnosi relativa ad
una malattia grave (Toscani et al., 1990). Un analogo
risultato è stato ottenuto in Giappone intervistando 324
medici ed infermieri (!) e 789 pazienti ambulatoriali.
Solo nel 56% dei casi gli intervistati hanno espresso una
piena disponibilità ad essere informati di una diagnosi
di tumore (Mizushima et al., 1990). In altre ricerche,
comunque effettuate in contesti culturali diversi da
quello italiano, viene evidenziata una maggiore
disponibilità, tra il 70% e il 90%, da parte
dell'intervistato circa la possibilità di essere messo a
conoscenza di una diagnosi di tumore (Kai et al.,1993;
Cassileth, Zupkis,1980; Blanchard et al., 1988). In questi
casi, tuttavia, gli intervistati erano malati oncologici e
quindi più sensibilizzati o comunque con una esperienza
diretta della solitudine e dell'emarginazione tipica di un
malato oncologico.
Come
interpretare questi dati? Come possiamo comprendere questo
conflitto tra l'azione legislativa ed etico-giuridica e la
sostanziale resistenza dei soggetti direttamente coinvolti
rispetto a queste nuove normative?
Prima
di proporre delle chiavi di lettura rispetto a questo
"empasse" ci sembra opportuno introdurre il modo
in cui il problema dell'informazione viene affrontato
all'interno del modello anglosassone e nord-europeo dove,
diversamente da quanto avviene in Italia e nei paesi
latini (ma anche in Giappone, Iran, nei paesi africani
ecc.), il paziente viene informato della diagnosi e della
prognosi. In realtà, quando parliamo del modello
anglosassone ci stiamo riferendo ad un approccio
relativamente recente. Negli Stati Uniti, infatti, nel
corso degli anni '50 il 69% dei medici non informava i
pazienti circa la diagnosi (Fitts et al. 1953). Allo
stesso modo all'inizio degli anni '60 la maggioranza dei
medici esprimeva una sostanziale contrarietà all'idea di
comunicare con franchezza al paziente la diagnosi di
cancro (Okem et al. 1961). Pochi anni dopo, nel 1965,
quando la Kübler-Ross in una grande città come Chicago
cercò di avviare un seminario sulla morte che potesse
coinvolgere alcuni malati terminali, dovette sperimentare
resistenze molto forti da parte dell'ambiente ospedaliero.
Medici ed infermiere insorsero davanti alle intenzioni
della Kübler-Ross dichiarando di voler difendere i loro
pazienti da esperienze traumatiche (Kübler-Ross, 1969). A
partire dagli anni '70 si assiste ad un radicale e
sorprendente cambiamento di prospettive. Nel 1970, solo il
9% dei medici interpellati non informa il paziente (Friedman,
1970), mentre alla fine degli anni '70 quasi nessun medico
(il 3%) nasconde la diagnosi al paziente (Novak, 1977).
Questa
repentina inversione di tendenza appare singolare e
difficilmente si può attribuire ad un profondo
cambiamento delle coscienze e dei valori. Forse è più
semplice comprendere questa nuova stagione nella
transazione medico-paziente, a partire da una serie di
pronunce da parte della magistratura circa la necessità
che il medico informi il paziente della diagnosi, della
eventuale terapia e in genere di tutti i diversi aspetti
dell'intervento sanitario, affinché quest'ultimo possa,
essendo stato informato, dare il suo consenso.
L'intervento della magistratura nel regolare i rapporti
tra medici e pazienti, va compreso a partire dal fatto che
la salute sembra "sempre più un bene di consumo, per
il quale valgono le stesse regole vigenti, a tutela del
consumatore, per gli altri beni di consumo. E' chiaro che
qualsiasi consumatore non può non sapere cosa sta
comprando" (Casali, in Santosuosso, op. cit., p.
112). Con la nascita di associazioni di tutela dei diritti
del malato ed il contemporaneo prevalere del concetto di
autodeterminazione del paziente, si è modificata la
contrattualità del malato nei confronti del medico e più
in generale della struttura sanitaria. Ciò ha comportato
che gli ospedali sovvenzionati da sistemi assicurativi e,
più di recente, le istituzioni sanitarie finanziate dallo
Stato (con la formulazione della legge federale Self
Determination Act, dic. 1991), dovevano dimostrare che
all'atto di ricevimento del paziente questi era stato
informato dei suoi diritti ed aveva dato il suo consenso
informato. In sostanza a tutti i pazienti "devono
essere comunicate diagnosi, prognosi e alternative di
trattamento, così da dare libera scelta delle
terapie" (Costantini et al., 1998 p. 47). Tuttavia,
con la nuova ed imponente regolamentazione giuridica
dell'attività medica si sono inevitabilmente diffuse
frequenti controversie legali tra pazienti e medici che
hanno comportato, in particolare negli Stati Uniti,
l'assunzione di un atteggiamento difensivo ("defensive
medicine") da parte del medico che "pone in
essere o evita una certa pratica terapeutica secondo una
prevalente valutazione delle possibili conseguenze legali
e non dell'interesse del paziente" (Santosuosso, op.
cit. p. XI). Con tali presupposti "etici" non
appare così sorprendente che l'informazione venga fornita
dal medico al di fuori di qualsiasi relazione, lasciando
al paziente "l'onere di farvi fronte con gli
strumenti che ha a disposizione" (Casali, Gamba,
Santosuosso in op. cit. p. 112). Non è difficile in
questi paesi raccogliere lamentele da parte di pazienti e
familiari non tanto circa il fatto di essere informati,
quanto della modalità.
A
questo punto, come possiamo utilizzare l'esperienza
nord-americana per comprendere la nostra realtà? E'
possibile, partendo dal modello anglosassone, chiarire le
difficoltà, l'empasse circa l'applicazione, in Italia,
della nuova normativa sul consenso informato?
In
effetti il modello anglosassone, che come abbiamo visto
sembra nascere più in un'aula di tribunale che
all'interno di un dibattito sui fondamenti etici propri di
una cultura, si rivela decisamente paradigmatico nel
momento in cui prendiamo in considerazione i suoi aspetti
costitutivi, il suo sviluppo e gli effetti pragmatici
della sua applicazione. Appare, infatti, caratterizzato da
una modalità burocratizzata, in cui i rapporti
medico-paziente sono regolati dal codice civile e penale e
l'informazione è fornita del tutto svuotata degli aspetti
di comunicazione e relazione, lasciando irrisolto se non
amplificato il dilemma che ruota intorno a malattia e
morte, nemmeno sfiorato da questa "rivoluzione"
giuridica e legislativa.
Lo
ripetiamo: lasciando irrisolto se non amplificato il
dilemma che ruota intorno a malattia e morte. Infatti, se
con la cultura della non-informazione si mantiene comunque
un confronto, seppur negativo, con la malattia e la morte,
talmente riconosciuta e temuta, quest'ultima, da non poter
essere annunciata, detta, nominata, con la nuova
regolamentazione del rapporto medico-paziente, come ci
indica l'esperienza anglosassone, ha luogo una sostanziale
negazione non solo del confronto con la morte ma del
dilemma stesso. Ciò che conta infatti, è la correttezza
delle procedure che, nell'adempimento formale di una
informazione obbligatoria, "garantiscano" sia
l'erogatore che il fruitore del servizio sanitario; quasi
che mettere al corrente il malato della presenza di un
tumore maligno possa equivalere al gesto con il quale si
stampiglia la data di scadenza su un prodotto commerciale.
In questo modo, all'interno di un sistema
"politicamente corretto" in grado di garantire
il rispetto delle procedure, affinché il
paziente-consumatore possa servirsi nel supermarket delle
terapie vagliando le diverse e concorrenziali offerte di
beni di consumo sanitario, ha luogo un progressivo
passaggio di consegne tra un vecchio e un nuovo modo di
agire la fondamentale scotomizzazione e fuga da quello che
nella cultura moderna non è più accettabile e
rappresentabile: la morte e il morire.
La
posta in gioco non è infatti il diritto o meno
all'autodeterminazione del paziente né tantomeno la
risoluzione del conflitto tra il principio di autonomia e
il principio di beneficialità. Non si tratta di difendere
o piuttosto di stigmatizzare un approccio medico di tipo
paternalistico, che più in generale rimanda al problema
dei rapporti di potere che si stabiliscono all'interno di
ogni relazione d'aiuto. La posta in gioco nel dire la
verità o piuttosto nel negarla ed occultarla è se sia
realmente possibile confrontarsi nella nostra cultura con
l'idea della propria finitudine come sembrano comprendere,
molto meglio degli estensori di leggi e norme
deontologiche, quei medici, familiari e malati che,
all'interno di un reciproco gioco di simulazioni, si
rifiutano di dire o di sapere. Cos'è, infatti, che non si
può dire o sapere neanche quando il tumore appare
guaribile o curabile?
Che
resiste ai vari tentativi di medici e psicologi di
collocare la discussione, circa una diagnosi oncologica,
all'interno di un contesto fatto di ragionevolezza e buon
senso? Al riguardo c'è da chiedersi se il rifiuto di
capire e di sapere non sia piuttosto l'espressione di una
impossibilità: "e se non volessero sapere
semplicemente perché, per qualche ragione, non possono
sapere?" (Bersaïd, 1988 p. 101).
Il
dilemma che ruota intorno alla "verità" si
inscrive in un registro del tutto diverso e rimanda, su un
piano socio-culturale, psicologico e spirituale, a
questioni ben più complesse di quelle che vengono
solitamente affrontate anche dagli addetti ai lavori. Non
si può, ad esempio, non sorridere, come nel caso di un
recente dibattito in occasione della presentazione di un
libro sui rapporti tra tumore e psicologia, quando autori
e relatori sembrano ridurre il tema dell'informazione
della diagnosi alla presenza o meno di umanità
nell'operatore sanitario. All'operatore freddo e disumano
si contrappone quello caldo, accogliente, con una mentalità
"psicologica", in una parola "umano".
Quasi che, sia detto per inciso, freddezza, paura,
repulsione, indifferenza non siano qualità tipicamente
"umane".
E'
così difficile rendersi conto che il medico
"paternalista" che nasconde la diagnosi al
proprio paziente per evitargli "inutili
sofferenze" e il medico che, anche costretto da
articoli di legge, norme e codici, comunica la diagnosi in
modo impersonale e distaccato, sono la stessa persona. E'
così difficile comprendere che l'insensibilità, il
distacco, la freddezza ma anche il silenzio,
l'atteggiamento protettivo e/o evitante, sono modalità
per difendersi dall'angoscia e in questo caso
dall'angoscia della propria morte evocata dagli occhi
spaventati e confusi del paziente. E' così difficile
comprendere come lo stesso dibattito - quel domandarsi se
sia meglio dire la verità piuttosto che nasconderla - sia
il risultato di un chiaro empasse psicologico che ha luogo
quando la domanda stessa viene accolta acriticamente. In
realtà l'insolubile conflitto si genera proprio con la
formulazione della domanda. La domanda è il problema di
cui vorrebbe essere un iniziale tentativo di soluzione.
Prima di porre agli altri e a noi stessi questa domanda,
dovremmo chiederci: "esiste" la morte nella
nostra cultura? E' possibile rappresentarla, immaginarla?
Esiste un linguaggio per poterla "dire"?
Il
cancro: la malattia indicibile.
…………………..
Per tornare al nostro discorso, non essendo questa
la sede per un ulteriore approfondimento intorno ai limiti
della medicina nella lotta contro le diverse malattie
oncologiche (Cfr. McKeown, 1979; Bailar, Smith, 1986;
Bensaïd, 1988; Skrabanek, Mc Cormick, 1989), il cancro
nel suo manifestarsi, per quanto possa rimanere silenzioso
e discreto per molto tempo, pretende attenzione, grida la
sua presenza, si impone alla coscienza, mal sopporta la
clandestinità. In altri casi si presenta in modo più
soft, con un atteggiamento di basso profilo, quasi un non
voler disturbare. In ogni caso non si cela alla vista, non
mostra imbarazzo, non fa mistero sulla sua presenza. E'
necessario un certo impegno per evitare di incontrare il
suo sguardo. In una ricerca condotta su 76 pazienti con
sospetto diagnostico di carcinoma mammario il 73% di esse
"faceva affermazioni adeguate sulla natura della
propria malattia, prima che si fosse loro comunicata la
diagnosi" (Meerwein, 1985 p. 87). Questo dato rende
ancora più sorprendente, almeno ad una prima lettura, la
significativa tendenza da parte dei pazienti nell'evitare
e/o rinviare, in presenza di sintomi sospetti, la visita
con il medico di base o con lo specialista. Negli Stati
Uniti, dal 1923 al 1973, nonostante il significativo
aumento di informazione nei confronti dell'opinione
pubblica sulla necessità di una diagnosi precoce, non è
diminuito l'arco di tempo che intercorreva tra la scoperta
dei primi sintomi e la visita medica (Hackett et al.
1973). In Francia, dove si distribuisce ad ogni sposa, con
il certificato prematrimoniale, un opuscolo che descrive
le tecniche di autopalpazione del seno, le donne aspettano
"tre anni, in media, per farsi visitare dopo che
hanno constatato qualcosa di anormale nel loro seno"
(Bensaïd, op. cit. p. 247). I medici stessi, secondo uno
studio non molto recente ma comunque impressionante
condotto su 229 sanitari malati di cancro, mostrano la
stessa tendenza a procrastinare che si registra nella
media della popolazione e spesso vanno a farsi visitare
dai colleghi meno adatti (Robbins et al., 1953 cit. in
Meerwein op. cit.). Il rifiuto nel riconoscere di essere o
di poter essere malati, si evidenzia in tutta la sua
intensità e drammaticità, in quel 10% di pazienti che,
dopo essere stati informati circa una diagnosi di cancro,
sostenevano, a distanza di una settimana, di non conoscere
la propria diagnosi (Weisman e Worden, 1976).
"E
se non volessero sapere semplicemente perchè non possono
sapere?" Questa domanda si impone con tutta la sua
forza gettando un'ombra sull'ormai "presunto"
dilemma circa la comunicazione della diagnosi. In una
indagine svolta sui parenti di pazienti con tumore
polmonare è emerso che nell'82% dei casi al paziente non
era stata comunicata la diagnosi ma l'impressione dei
familiari era che il 72% di essi avesse "capito"
(Costantini et al., 1992). O forse più che capire hanno
sempre saputo, non hanno mai smesso di sapere. Tutto
parla, tutto appare loquace. Lo dice il corpo che invia
sensazioni sconosciute, lo dicono i medici e i parenti che
svelano involontariamente al malato proprio quello che
cercano di nascondergli: "i parenti più stretti si
comportano in modo diverso e il loro modo di parlare si fa
imbarazzato e contraddittorio, le risposte dei medici sono
sfuggenti e cambiano da una visita all'altra, il tempo
passa e non si notano miglioramenti: sono tutti indizi che
portano il paziente a capire la situazione" (Leoni,
1992 p. 312). ----------------------
………………………. Ma qual'è il coraggio di cui avrebbe bisogno il
malato? Cosa c'è di più pericoloso della morte e del
morire? Cosa lo porta a mentire a se stesso, a non credere
a quello che vede, sente, pensa? A partecipare alla
menzogna collettiva, alla creazione e al mantenimento del
"segreto"?
Il
paziente, e con lui i familiari, i medici e tutti coloro
che mantengono un rapporto con questi, non possono e non
devono trasgredire una norma non scritta, e forse per
questo anche più vincolante: la malattia, la morte, e
soprattutto il morire, al pari di tutte le esperienze che
intrattengono una relazione con ciò che è basso,
dipendente, debole, lento, imperfetto e vulnerabile, non
si possono dire, vanno, ancor prima che negati, taciuti.
Come molti autori hanno evidenziato, nella moderna cultura
occidentale, con il venir meno di un linguaggio, di uno
spazio culturale, di una dimensione psichica e rituale in
cui inscrivere la morte e il morire, questi eventi
naturali sono stati negati, rimossi dalla coscienza
individuale e collettiva (Gorer, 1963; Glaser e Strauss,
1968; Kübler-Ross, 1974; Ziegler, 1975; Aries, 1975;
Urbain, 1980; Elias, 1982; De Marchi, 1984; Di Mola, 1988;
Bersaïd, 1989; De Hannezel, 1995; Carotenuto, 1996,
1997).
La
morte ed il morire hanno preso il posto del sesso come
nuovo tabù della nostra epoca: "la morte è divenuta
l'innominabile. Ormai tutto avviene come se né io, né
tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più
mortali" (Aries, op. cit. p. 84). Tutto quello che
riguarda la morte ed i suoi rituali (cordoglio, lutto,
sepoltura), attraverso l'interdizione e la censura di ogni
discorso sull'evento "morte", assume un aspetto
vergognoso, ripugnante e pornografico. Per far ciò
occorre "una strategia che privi l'uomo della sua
agonia, del suo lutto e della coscienza stessa della sua
finitudine, bisogna che la morte diventi un tabù, che
venga rifiutato uno status sociale agli agonizzanti e che
sia resa patologica la vecchiaia. La morte diventa
sinonimo del nulla" (Carotenuto, 1997 p. 159). Anche
il malato ed i parenti durante la malattia devono negare
e/o minimizzare la sofferenza. Il malato infatti,
"deve confidare nella guarigione oltre ogni realtà,
in ciò sostenuto dall'ottimismo ostentato dei parenti e,
qualora egli non possa che arrendersi all'evidenza, è
bene che dimostri saggezza ed altruismo, risparmiando agli
altri sofferenza, panico e disperazione" (Carotenuto,
op. cit. p. 61). …………. ……………
In una tale condizione culturale appare
particolarmente ingrato il compito di chi come medico,
infermiere, psicologo nell'assistere un malato oncologico
cerca anche di fornire al paziente una informazione più
realistica, chiara ed onesta, in quanto le strutture
culturali sottostanti, da cui malati, familiari ed
operatori sono determinati e pensati, possono rendere,
quando misconosciute o sottovalutate, illusorio o
quantomeno frustrante ogni intervento informativo.
Giampiero
Morelli -Psicologo, Psicoterapeuta
Articolo
completo su:
"INformazione
Psicologia Psicoterapia Psichiatria",
n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 26-45, Roma
http://www.neurolinguistic.com/proxima/james/jam-35.htm
………..In
questa ottica pensiamo al ruolo fondamentale della "compliance"
o complicità del soggetto in tutte le fasi della malattia
ed all'elemento cardine della comunicazione della diagnosi
e del consenso informato sulla terapia e gli accertamenti.
Molti autori si sono cimentati su questo tema. Comunicare
diagnosi infauste non è facile.
A chi dirlo? Quale atteggiamento assumere quando la
famiglia chiede espressamente di non dire nulla al malato?
Chi è la persona più adatta in questa situazione? I
pazienti vogliono essere informati? Che cosa è opportuno
comunicare? In che modo? Quale è il momento più
propizio? La nostra idea in proposito è che sia il malato
ad indicarci la strada, in base alla sua capacità di
accettazione. Infatti una ricerca dell'"U. P.C."
portata avanti per quattro anni su un campione di 1850
soggetti ricoverati nel Reparto di Osservazione
Accettazione Medica del Policlinico Umberto I, ha messo in
evidenza che il malato vuole essere informato dal medico.
Non lo psicologo, non l'amico, non il familiare ma il
dottore, poi successivamente chiede l'aiuto e la
partecipazione delle altre figure. Una lettura di questo
dato ci dice che il paziente vuole comprendere e
partecipare in forma attiva a ciò che gli sta accadendo,
vuole discutere ed essere d'accordo su quello che sarà
necessario fare. La psicologia della salute non deve
allora attuare un intervento "simil medico" ma
prendersi cura del malato come persona nella sua
globalità non come un organo da curare evidenziando
quindi quelle strategie, tutti quegli strumenti formativi
ed operativi per far si che la medicina realizzi un
progetto " di solidarietà umana ", un ospedale
a dimensione d'uomo. Pur non in linea con le leggi
riguardanti l'umanizzazione degli ospedali e che
tracciavano degli standard ospedalieri la figura dello
psicologo ha trovato una sua collocazione all'interno
delle aziende ospedaliere.
Nell'Azienda Policlinico Umberto I esiste un Servizio di
Psicologia all'interno della Clinica Ginecologica che
affronta le problematiche della donna relative alla
pubertà, al parto e alla menopausa. Un "Servizio di
Psicologia Oncologica" che si interessa di pazienti
con patologie oncologiche e dei loro familiari. Un
"Centro di Epatopatie Alcoliche", nella VI
Clinica Medica, a cui afferiscono soggetti con
polidipendenza (alcool, droga, farmaci) funzionante come
day hospital
Dott.ssa
Maura Mauri
(Psicologo
Dirigente Responsabile "Unità Psicologica di
Crisi" D.E.A., Dipartimento Emergenza Accettazione,
Azienda Policlinico Umberto I Università degli Studi di
Roma "La Sapienza")
http://www.sipem.org/Unita.htm
E'
giusto che il paziente sappia che è malato di cancro?
E'
nostra opinione che in generale sia giusto ed etico
comunicare la diagnosi rispettando sempre la sensibilità
del paziente ed i corretti tempi e modi dell'informazione.
Nonostante nel nostro paese la legge dia orientamenti ma
non disposizioni rigide come in altri paesi, riteniamo
importante riconoscere agli esseri umani il diritto di
vivere da protagonisti, nel bene o nel male, la propria
vita e di trovare un adattamento.Il dramma della domanda:
"è giusto o no che il paziente sappia?"
riguarda soprattutto la consapevolezza di malattia in casi
di tumori aggressivi o scoperti in fase avanzata.
Si
teme che la verità sconvolga il paziente e si pensa che
celare o mascherare la diagnosi possa proteggerlo. Una
parte dei casi di cancro nel loro complesso è invece
curabile e le stime di sopravvivenza lo testimoniano. Per
questi pazienti affrontare la conoscenza della diagnosi è
un passo difficile ma possibile. Conoscenza della diagnosi
non significa in ogni caso essere informati da un
messaggio brusco e anonimo, con una sentenza di malattia,
né che il paziente entri allora senza batter ciglio, come
un soldato, dentro un protocollo terapeutico. Il paziente
ha diritto di essere informato per cose che riguardano la
sua vita e di scegliere se e a quale trattamento
sottoporsi, di conoscere eventuali rischi per la sua
integrità derivanti da eventuali procedure diagnostiche o
interventi chirurgici (rischio anestesiologico, ecc.).
Affrontato
l'impatto iniziale, sapere la diagnosi in molti casi dà
un senso alla sofferenza e alle cure a cui ci si
sottopone. Apre peraltro la possibilità di un aiuto con
un rapporto onesto da parte dello psicologo.L'incertezza e
il non farsi una ragione per molti pazienti, alla lunga,
sono peggio che sapere la verità. Infine, il sapere a
molti pazienti serve perché una persona può desiderare
di organizzare la propria vita e il rapporto con i propri
cari tenendo conto che la malattia ha cambiato la certezza
del futuro. Per vari pazienti, dopo lo shock iniziale,
preoccuparsi ad esempio della sicurezza economica dei
figli rappresenta una risposta concreta e importante
all'angoscia per il domani. Un commento finale: un buon
medico non insegue il paziente con la verità. Alcuni
pazienti non vogliono sentire la verità, almeno in alcuni
momenti, ed è opportuno rispettarli. Altri sono in grado
di sentire solo una parte della verità, volta per volta.
E' importante che l'informazione sulla diagnosi venga
sempre data insieme all'informazione su ciò che si può
fare. Su questo aspetto va tenuto presente che
scientificamente la "verità" assoluta non
esiste. Piuttosto vi sono dati di fatto e interpretazioni
di dati di fatto. Anche nei casi a peggior prognosi si può
parlare sempre e solo di margini di probabilità, non di
certezze. Ogni oncologo ricorda alcuni casi di pazienti
con prognosi sfavorevole a pochi mesi, vissuti
inspiegabilmente anni. Comunicare la verità dunque non
deve mai eliminare una traccia di speranza.
©
Il Pensiero Scientifico Editore
http://www.pensiero.it/domande/miasalute/psicologia_tumori/psico1_6.htm
Comunicare
cattive notizie.
Anna
Saltini (asaltini@oh-fbf.it)
IRCCS Fatebenefratelli, Centro San Giovanni di Dio,
Brescia
Qualsiasi
importante informazione deve essere comunicata al paziente
con attenzione e sensibilità. Per comunicare brutte
notizie è opportuno essere in grado di effettuare una
valutazione del livello di consapevolezza del paziente e
di quanto egli sa'. Di seguito alcuni passaggi
fondamentali per l'ascolto e per la comprensione
-
Fase
preliminare al colloquio
-
Valutare
cosa il paziente sa della propria malattia
-
Valutare
cosa il paziente vuole sapere
Fase
preliminare al colloquio
-
Pianificare
e organizzare i contenuti
da prendere in considerazione durante il colloquio
-
Assicurarsi
che tutte le informazioni necessarie siano disponibili
-
Creare
le condizioni ideali per garantire efficacia e qualità
del colloquio (disponibilità di tempo, luogo
adeguato, evitare le interruzioni, ecc.)
-
Se
non è stato fatto in precedenza (vale a dire al
momento in cui è stato concordato l'appuntamento),
prepararsi a dare una breve spiegazione del motivo del
colloquio.
Valutare
cosa il paziente sa della propria malattia
Lo scopo è valutare, attraverso opportune
domande, cosa il paziente sa rispetto alle
proprie condizioni di salute, quale gravità attribuisce
alla malattia e quale impatto prevede avrà sul suo
futuro. Non si tratta di valutare l'adeguatezza e la
correttezza delle informazioni di cui il paziente dispone,
ma principalmente la percezione che il paziente ha della
propria malattia. Questa fase consentirà di individuare
il livello dal quale partire per comunicare le notizie al
paziente.
Valutare cosa il paziente vuole sapere
E' necessario tener presente che il grado e il tipo di
informazione che i pazienti desiderano ricevere può
variare nel tempo e secondo il livello progressivo di
adattamento alla condizione di malattia. Pertanto, non si
tratta di valutare se il paziente vuole o non vuole
sapere, ma a che livello, al momento del colloquio, il
paziente intende essere informato e quali sono le risposte
opportune alle sue domande
"difficili". Qualsiasi
importante informazione deve essere comunicata al paziente
con attenzione e sensibilità. Con questo contributo
cercheremo di illustrare le fasi principali del colloquio
per la comunicazione di informazioni fondamentali sulla
salute, purtroppo spesso negative.
1.
Comunicare
l'informazione al paziente
Attraverso
le fasi precedenti è stato individuato il grado di
conoscenza delle condizioni di salute da parte del
paziente e il livello al quale egli intende attualmente
essere informato.
E' indispensabile iniziare questa fase del colloquio
partendo esattamente dalla percezione che il paziente ha
della propria malattia e tenendo conto del livello di
informazione desiderato.
Si tratta pertanto di riprendere testualmente ciò che il
paziente ha detto e di allineare le informazioni da
comunicare con le conoscenze di base del paziente. Queste
devono essere integrate in modo graduale fino a
raggiungere il livello di informazione richiesto.
2.
Cogliere
e rispondere alle emozioni
Durante
questa fase del colloquio è importante consentire al
paziente di esprimere emozioni e preoccupazioni legate
all'avvenuta comunicazione delle informazioni. Il compito
del medico non è soltanto quello di trasmettere le
informazioni: la capacità di ascolto, di comprensione e
di presenza emotiva sono infatti componenti essenziali
della funzione di supporto, compito fondamentale e
imprescindibile nella circostanza della comunicazione di
"cattive notizie". Le preoccupazioni e gli
interrogativi del paziente forniscono, inoltre, importanti
ed utili indicazioni per procedere con il colloquio. Esse
rappresentano parte integrante della traccia inizialmente
definita (fase preliminare al colloquio) e costituiscono
il punto di partenza per tutte le informazioni o risposte
che il medico darà successivamente.
3. Conclusione del colloquio
-
Ricapitolare
i contenuti e le preoccupazioni espresse dal paziente
-
Facilitare
il paziente a porre eventuali domande
-
Dare
la priorità alle preoccupazioni più
"urgenti" per il paziente e per le quali sia
disponibile una risposta
-
Identificare
punti di riferimento e di supporto per il paziente
-
Dare
la disponibilità per ulteriori colloqui.
|
COMUNICARE
LE INFORMAZIONI
-
Evitare
di fornire tutte le informazioni
contemporaneamente (fornire le informazioni
secondo la tecnica della scansione, dare il
tempo per assimilare le informazioni)
-
Ripetere
i contenuti importanti
-
Utilizzare
un linguaggio facilmente comprensibile (evitare
gergo tecnico ed eufemismi)
-
Utilizzare
frequenti pause
-
Evitare
di minimizzare la gravità
-
Facilitare
la richiesta di chiarimenti da parte del
paziente
|

|
-
Cogliere
e rispondere ai
segnali verbali e non verbali
-
Evitare
domande multiple
-
Utilizzare
interventi di facilitazione, verifica della
comprensione, chiarificazione, commenti empatici
|
|
COGLIERE
E RISPONDERE ALLE EMOZIONI
-
Incoraggiare
e facilitare l'espressione delle emozioni e
delle preoccupazioni
-
Controllare
la tendenza a commentare immediatamente emozioni
e preoccupazioni
-
Evitare
rassicurazioni premature (senza cioè aver
identificato gli aspetti specifici legati
all'emozione espressa)
-
Facilitare
il paziente a porre domande
|

|
-
Cogliere
e rispondere ai
segnali verbali e non verbali
-
Formulare
le domande in modo aperto
-
Utilizzare
interventi di facilitazione, verifica della
comprensione, chiarificazione
-
Esplicitare
le emozioni del paziente (espresse in modo
verbale e non verbale)
-
Legittimare
le emozioni e le preoccupazioni del paziente
-
Commentare
in modo empatico le emozioni del paziente
|
Paziente
e medico si devono misurare con una grave malattia,
ciascuno dal proprio punto di vista. Come il medico dovrà
gestire il rapporto con il proprio assistito?
La convivenza con una malattia cronica o grave si traduce
per i pazienti in una "esperienza di malattia"
che, oltre agli aspetti organici, coinvolge anche
dimensioni emotive e psicosociali. I compiti del medico
consistono in interventi volti a permettere al paziente di
fronteggiare la malattia a più livelli (biologico,
psicologico e sociale) comportando una differente modalità
di interazione con il paziente e una modificazione
dell'attività del medico che non si configura soltanto
come derivato di conoscenze biomediche ma anche come
prassi centrata sulla persona malata.
L'attenzione riservata alle dimensioni psicologiche e
sociali della malattia ha prodotto un incremento di
interesse nei confronti della comunicazione
medico-paziente; essa condiziona il conseguimento degli
obiettivi professionali e pertanto costituisce una
competenza specifica del medico.
Con quali finalità andrà impostata
la comunicazione tra medico e paziente?
La comunicazione di cattive notizie rappresenta una
circostanza della pratica rispetto alla quale i medici
avvertono la necessità di acquisire abilità e competenze
interpersonali. L'atteggiamento dei medici è
progressivamente cambiato: dalla tendenza a ritenere che
la consapevolezza della gravità delle condizioni di
salute costituisse per il paziente una fonte di sofferenza
rispetto alla quale era necessario
"proteggerlo", si è passati a riconoscere il
bisogno di informazione dei pazienti e l'importanza di
rispondere a tale bisogno.
I
risultati riportati da numerosi studi in merito hanno
contribuito a rinforzare questo cambiamento di
atteggiamento e ad evidenziare che informare o meno il
paziente non rappresenta semplicemente una scelta tra due
alternative. L'informazione e la comunicazione con il
paziente avrebbero infatti un ruolo chiave nel favorire il
processo di adattamento alla malattia e la mobilitazione
delle risorse necessarie per far fronte ai problemi
imposti dalle condizioni di salute (psicologici e
sociali). I pazienti adeguatamente informati sulle loro
condizioni di salute dimostrano un migliore adattamento
alla malattia rispetto ai non informati.
Nella
prospettiva del processo di accettazione e di adattamento
alla malattia, la comunicazione delle notizie e delle
informazioni relative al trattamento (da attuarsi in un
contesto che garantisca possibilità di supporto) risponde
infatti a bisogni essenziali del paziente: bisogno di
mantenere un senso di controllo per far fronte alla
situazione di incertezza determinata dalla condizione di
malattia e di identificare, anche in termini esistenziali,
il significato della propria esperienza di malattia.
Vi sono delle modalità consolidate
per rapportarsi e comunicare le informazioni?
La comunicazione di cattive notizie presuppone una fase
preliminare (corrispondente all'aver stabilito un rapporto
di fiducia con il paziente) ed un intervento successivo,
che consiste nella valutazione dell'impatto emotivo e nel
supporto fornito da parte del medico. Essa non corrisponde
al semplice atto "informativo" ma deve essere
intesa come la fase di un processo che si sviluppa nel
tempo. Illustreremo nel prossimo contributo le fasi del
colloquio.
La
tendenza a considerare la comunicazione di cattive notizie
esclusivamente nei termini di "informazione da
fornire al paziente" induce a limitare la previsione
della reazione emotiva ad una risposta che è soltanto
iniziale e non definitiva, vale a dire a considerare
prevalentemente l'impatto emotivo immediato alla notizia.
Viceversa, la consapevolezza di soffrire di una grave
malattia attiverebbe nel tempo una serie di
caratteristiche reazioni emotive funzionali alle fasi del
processo di adattamento e di accettazione della malattia.
Nonostante sia sempre più diffusa la tendenza a ritenere
che i pazienti debbano essere adeguatamente informati, è
stato osservato che effettivamente essi sanno ancora molto
poco sulle loro condizioni di salute
Qual è il "segreto" del
miglior rapporto medico-paziente, in presenza di malattie
croniche o gravi?
Per ottenere effetti positivi in termini di accettazione e
di adattamento alla malattia è necessario adottare un
approccio individualizzato o "centrato sul
paziente", vale a dire tenendo conto delle
caratteristiche di ciascun paziente (le percezioni
individuali circa la malattia ed i bisogni di
informazione) e considerando il fatto che nel tempo e in
rapporto al processo di adattamento alla malattia, la
quantità e il tipo di informazioni che i pazienti
desiderano ricevere potrà variare. Per questa ragione non
è corretto basarsi su una singola valutazione
considerandola come definitiva; il grado di informazione
che il paziente desidera ricevere andrebbe, al contrario,
|