Le
donne, per colpa di Eva, si riproducono con dolore fisico,
i mariti, per colpa dei ginecologi che ne consigliano la
presenza in sala travaglio e parto, subiscono quello
psichico. E’ pur vero che in genere si parla di “lieti
eventi”, tuttavia capita spesso che alla soglia della
quarantesima settimana qualche futura mamma mi chieda:
Perchè soffrire se posso fare un cesareo?
Un tempo
non c'era scelta: si partoriva in un solo modo.
Ma adesso che le scelte ci sono, non sempre le donne
possono davvero esercitarle. Così in Italia, mentre le
grandi cifre continuano a dire che si fa quasi il doppio
dei parti cesarei consigliati dall'Organizzazione Mondiale
della Sanità e si spinge per il ritorno al parto
naturale, c'è anche il rischio opposto: quello di una
diffusione del cosidetto parto dolce senza controlli ne
garanzie.
Spesso il cesareo è l'unico modo di non correre
rischi e non sentire dolore visto che da noi l'epidurale
è rara e i miti difficili da sfatare.
di
Francesca Carini
AMICAhttp://www.beauty.it/informa.asp?idnews=975
Dovrebbe
essere considerato ammissibile che una donna possa
scegliere di partorire tramite taglio cesareo, anche senza
una reale indicazione. Qualora lei temesse per il parto
vaginale un aumentato rischio di danni perineali (con
futuri problemi di incontinenza urinaria e prolasso
genitale), di danni alla sfera sessuale, di danni
feto-neonatali, o anche per semplice comodità, dovrebbe
poter essere lasciata libera di scegliere. Deve però
sapere che non si è mai potuto dimostrare che un parto
per via vaginale condizioni una maggiore incidenza o
gravità delle predette situazioni cliniche rispetto ad un
parto cesareo. E deve anche essere informata sui rischi
dell’intervento chirurgico e possibili successive
complicazioni in campo sia ginecologico che ostetrico.
Allo
stesso modo - debitamente informata in modo chiaro ed
esaustivo - la paziente dovrebbe essere lasciata libera di
decidere se, dopo un precedente taglio cesareo, voglia
sottoporsi al travaglio di prova per il parto per via
vaginale oppure se desideri effettuare nuovamente un
taglio cesareo (programmato).
La
donna esprime cioè le sue aspettative di parto ed il
ginecologo dovrebbe adoperarsi per realizzarle secondo un
accordo di parto che avviene in corso di gravidanza (parto
concordato
A nostro
giudizio non bisogna essere molto drastici: è importante
sentire anche il parere della donna e discutere con lei le
indicazioni, i rischi e i vantaggi di ciascuna scelta.
Dato che oggi si parla tanto di consenso informato,
è giusto che chi deve sottoporsi a qualsiasi tipo di
procedura medica sia edotto e comprenda bene ciò che gli
viene proposto. L’opinione pubblica mondiale e la stampa
scientifica di settore discutono animatamente questo
problema e non a tutti è chiaro il perché si dovrebbe
negare drasticamente a una donna la chance di un parto
naturale, ove sia possibile, oppure quella di avere un
cesareo programmato nel caso di eccessiva paura del parto
vaginale.
Anche
l’autorevole "Electronic British Medical
Journal" del 15 agosto 98, nella sezione "Controversies
in management" ha affrontato questo problema e alla
domanda posta agli esperti di due grandi scuole
ostetriche(Si dovrebbe eseguire un taglio cesareo su
richiesta della paziente?)
Le
risposte sono state: Si, ma con un pieno consenso
informato)
http://www.ilmiobaby.com/nascita/partiop/tc.htm
Le
principali complicazioni intraoperatorie, legate alla
tecnica chirurgica del taglio cesareo, sono rappresentate
dall'estensione accidentale della breccia uterina,
dalle lacerazioni dei vasi uterini, e dai danni
alla vescica.
http://www.apog.it/index1.htm
INDICAZIONI
E CONTROINDICAZIONI AL TAGLIO CESAREO
EV.
COSMI
II Istituto di Clinica Ginecologica e Ostetrica,
Università "La Sapienza" di Roma
Editoriale
L'incidenza
del taglio cesareo (TC)
è andata aumentando progressivamente negli ultimi anni in
tutti i paesi del mondo. Il fenomeno non ha riguardato
soltanto i Paesi più sviluppati, ma anche quelli in via
di sviluppo. In Italia si è passati da circa il 10%
all'inizio degli anni '80 fino al 24,3% del 1993. Tale
incremento ha portato l'Italia ad avere la più alta
percentuale di tagli cesarei in Europa e tra le prime nel
mondo, dopo Brasile e Stati Uniti (Tab.). Il ricorso al TC
è in genere proporzionale all'età della madre ed è più
frequente nelle primigravide. In alcune Istituzioni un
pregresso TC
è una indicazione al TC
iterativo; anche la gemellarità ne fa aumentare
l'incidenza. Non va dimenticato che nel caso di una
gravidanza insorta a seguito di tecniche di riproduzione
assistita, che è in genere più frequente in donne di età
avanzata, aumentano notevolmente le complicazioni
gravidiche ed il ricorso al TC.
Di fronte, tuttavia, al fatto che né l'aumento medio
dell'età delle partorienti, né tanto meno le indicazioni
strettamente ostetriche possono avere contribuito ad un
siffatto incremento dei tagli cesarei in così breve lasso
di tempo, è emersa l'ipotesi che fattori sociali,
culturali e soprattutto economici, sia delle gestanti che
dell'ostetrico rivestano un ruolo importante per
l'espansione del fenomeno. In Brasile, ad esempio, dove
l'incidenza del TC
è la più elevata (30,5% nel 1993), la percentuale dei
tagli cesarei è in relazione alla classe sociale della
donna; infatti nelle donne a reddito alto la percentuale
del ricorso al TC
è stata del 55%, del 35% in quelle a reddito intermedio e
del 25% in quelle a basso reddito. Un terzo veniva
sottosposta contemporaneamente a sterilizzazione, e questo
rappresenta uno dei motivi per il ricorso al TC.
Esistono tuttavia situazioni diametralmente opposte, come
il caso della Nuova Zelanda che ha visto ridurre
l'incidenza dei tagli cesarei nel 1994 all'11,1% nelle
strutture pubbliche senza che per questo si sia modificata
la mortalità perinatale e l'incidenza di bassi indici di
Apgar alla nascita. In Svezia esiste un'incidenza analoga,
la quale però è stata attribuita ad una migliorata
diagnosi e profilassi prenatale.
In
Italia esiste una notevole variabilità fra le diverse
realtà regionali, oscillando la percentuale del TC
dal 30,4% nel Lazio al 16,7% nel Friuli Venezia Giulia.
Non esiste, tuttavia, una caratterizzazione geografica e,
come ci si potrebbe attendere, una differenza fra nord e
sud, in quanto nel 1994 la Valle d'Aosta aveva una
incidenza del 23,2 mentre la Sicilia del 29,1. Tali
variazioni non si spiegano soltanto con le indicazioni
mediche all'espletamento del TC,
ma certamente anche con altri fattori, tra i quali
principalmente i risvolti medico-legali che condizionano
pesantemente la decisione dell'ostetrico vis-a-vis, il
misconcetto del giudice sulle implicazioni medico-legali
di eventuali danni a seguito di parto vaginale a confronto
del TC. Un
altro aspetto è la circostanza in cui la paziente
richiede espressamente il TC;
tale richiesta, che richiama il principio etico di
autonomia, è di interpretazione dibattuta sia sotto il
profilo legale che bioetico. Alcuni autori americani hanno
cercato di rispondere a questi aspetti mediante un
algoritmo decisionale.
Sotto un
profilo più strettamente medico, le indicazioni al TC
sono molteplici e differenti tra le gravidanze a basso e
quelle ad alto rischio. Nelle gravidanze ad alto rischio,
infatti, sono indicazioni classiche al TC
la placenta previa, il distacco di placenta, le
sproporzioni cefalo-pelviche, le distocie dinamiche, la
sofferenza fetale acuta, le gravidanze multiple, e il
ritardo di crescita intrauterino (con o senza
oligoidramnios). Molto dibattute sono anche le indicazioni
al TC per
quanto riguarda i ritardi di accrescimento intrauterino (IUGR)
e la presentazione di podice. Nel primo caso è ritenuto,
infatti, che il parto vaginale sia asfissiante per il
feto. Per quanto concerne la presentazione di podice, le
indicazioni sono molto disparate e vi è una tendenza a
prediligere il TC.
Tra i vari fattori che determinano la scelta di un TC
in presenza di gravidanze a basso rischio vanno ricordati
la parità, la politica ostetrica locale, la disponibilità
di attrezzature ospedaliere, il clima medico-legale ed i
desideri della gestante.
Allo
scopo di ottenere un livello ragionevole di percentuale di
TC, che
secondo le stime della OMS non dovrebbe superare il 15%,
una considerevole quantità di risorse deve essere
investita per vari programmi di educazione sia dei
sanitari che dei giuristi. Pertanto non soltanto gli
specialisti ostetrici e ginecologi devono sottoporsi ad
un'educazione continua a livello locale, ma necessitano di
partecipare a riunioni a livello nazionale, a specifici
gruppi di lavoro perinatologici, e avere accesso a sistemi
di verifica perinatale. Ciascun caso di TC
andrebbe rivisto quotidianamente in ciascun reparto, per
mantenere alta una vigilanza critica sulle indicazioni al TC.
Questo potrebbe esitare in un diverso atteggiamento verso
il TC nello
"staff" ostetrico. Per esempio, si è visto che
l'incidenza di tagli cesarei dovuti ad asfissia fetale può
essere notevolmente ridotta, come risultato di corsi di
perfezionamento, di un uso più ragionato della
cardiotocografia e del ricorso al prelievo di campioni di
sangue fetale in travaglio di parto nell'attesa della
applicazione clinica di sistemi non invasivi come la
saturimetria transcutanea. Tutte queste iniziative "educazionali"
potrebbero in definitiva cambiare l'atteggiamento delle
donne, degli ostetrici e del legislatore in favore del
parto spontaneo.
http://www.apog.it/index1.htm
Ginecologia
Ultimo
aggiornamento: 05/02/03
Alleviare
il lieto evento
Il ricorso all’anestesia è oggi la scelta del 60% delle
donne, nonostante i dubbi sugli effetti collaterali,
rimane un metodo efficace e molto diffuso
Già a metà dell’800 venivano fatti dei tentativi per
sedare la sofferenza che prova la donna durante il parto e
per migliorare le condizioni del lieto evento. Il ricorso
all’anestesia è oggi la scelta del 60% delle donne che
spesso sono sottoposte all’anestesia epidurale o
combinata spinale-epidurale. L’obiettivo è eliminare il
dolore che sopraggiunge all’inizio del travaglio,
trasmesso attraverso le radici dei nervi sacrali, lombari
e basso toracici. La tecnica consiste nell’inserimento,
a livello lombare, di un catetere molto sottile che
permette all’anestetico di raggiungere lo spazio
epidurale, un tessuto situato nella colonna vertebrale
adiacente alle fibre nervose. In alternativa, la tecnica
combinata raggiunge uno “strato” più profondo e
inietta, con un ago più sottile, la soluzione anestetica
nello spazio subaracnoideo, sottostante l’epidurale.
Le donne che scelgono il parto non doloroso sono più
frequentemente alla prima gravidanza, giungono in ospedale
con travaglio in fase iniziale, hanno una dilatazione
cervicale più lenta e un’apertura pelvica minore e
danno alla luce neonati più grandi.
Epidurale e metodi di parto
L’analgesia somministrata con queste tecniche agisce
molto più efficacemente di quella indotta dagli oppiacei
assunti per via endovenosa, ma comporta delle
modificazioni più profonde nel controllo muscolare che
possono condizionare il metodo con cui avviene il parto.
Tuttavia non è ancora possibile stabilire una
correlazione tra l’anestesia epidurale e la variazione
della percentuale di parti cesarei, di parti vaginali
aiutati con il forcipe o con l’aspirazione, condizioni
associate a un maggior rischio di complicanze, e di
prolungati travagli.
Gli studi in merito continuano a dare risultati variabili
e contraddittori. Per esempio, una recente metanalisi su
2400 partorienti, assegnate a terapia del dolore, ha
rilevato un prolungamento nella prima e nella seconda fase
del travaglio nel gruppo sottoposto a epidurale rispetto
al gruppo con oppioidi per via parenterale, mentre non
risultavano differenze significative nella percentuale di
parti cesarei.
Al contrario, uno studio ha dimostrato che il 17% di un
gruppo di pazienti affidate all’anestesia epidurale
aveva fatto ricorso a taglio cesareo a causa di difficoltà
durante il parto, contro il 2% del gruppo sotto oppioidi.
Sono numerosi gli studi di questo genere che si alternano
nel sostenere l’una o l’altra tesi, ma è probabile
che tali oscillazioni dipendano dalla pratica ostetrica
applicata e dalla popolazione osservata: in uno studio con
1533 pazienti seguite da 11 équipe diverse, la
percentuale di parti cesarei variava dal 19 al 41%.
E’ certo, invece, che l'impiego dell’anestesia
epidurale aumenta il ricorso al forcipe e ad altri ausili
durante il parto: nel confronto con l’analgesia con
oppioidi la percentuale passa dal 3% al 12%. Una possibile
spiegazione è data dal blocco motorio indotto dall’epidurale
che impedisce alla madre di spingere adeguatamente.
Inoltre, la tecnica è associata a una maggior frequenza
della posizione occipitale posteriore del feto, condizione
che contribuisce ad aumentare la percentuale di parti
aiutati.
Complicanze
Se l’anestesia epidurale negli altri pazienti
abbassa la temperatura corporea, somministrata alle donne
in fase di travaglio la fa aumentare a 38°C. Il sintomo,
per quanto apparentemente banale, solleva sospetti su
possibili infezioni della madre o del neonato favorite,
magari, proprio dalla tecnica, con conseguente diagnosi di
setticemia e terapia antibiotica. Molti ricercatori
tendono a escludere questa ipotesi, se così fosse
l’incidenza attesa di neonati, nati con anestesia
epidurale, con setticemia dovrebbe essere più alta. Si
pensa, invece che la febbre sia attribuibile ad
alterazioni della produzione e dissipazione di calore.
Rimane comunque difficile distinguere l’origine dello
stato febbrile durante il travaglio sia perché non si
conoscono bene le ragioni fisiologiche
dell’associazione, sia perché mancano dei marcatori che
consentano di distinguere.
In molte donne che hanno subito l’epidurale compare mal
di schiena, ma uno studio condotto su 385 donne al primo
parto non supporta questa associazione. Resta comunque un
fattore di rischio la tecnica di inserimento del catetere:
se il suo posizionamento viene eseguito in modo maldestro
si possono verificare gravi mal di testa, che però
risultano trattabili nel 75% dei casi.
Infine, una delle complicanze temute è la cosiddetta
sindrome di Mendelson: l’aspirazione del contenuto acido
gastrico nei polmoni. Per aumentare la sicurezza le
partorienti devono osservare uno stretto digiuno.
Parto cesareo durante e dopo
L’anestesia epidurale rappresenta anche una scelta
elettiva per la gestione del dolore operatorio e post
operatorio del parto cesareo, voluto o di emergenza.
L’esclusione dell’anestesia generale è dettata
dall’elevato rischio di morte, 17 volte più alto,
riscontrato nelle pazienti di ostetricia. In questo caso
gli oppioidi vengono iniettati per via epidurale e
controllano significativamente il dolore nelle 24 ore dopo
l’intervento, con quantità di farmaco di gran lunga
inferiore a quella necessaria per l’applicazione
sistemica. Gli oppioidi agiscono su recettori specifici ma
possono diffondere attraverso il flusso passivo del
liquido cerebrospinale e raggiungere particolari distretti
cerebrali; questo spiega i possibili effetti collaterali:
nausea, vomito, prurito, difficoltà respiratorie.
Nonostante i dubbi non ancora dissolti, e gli effetti
collaterali, le attuali conoscenze supportano
l’anestesia epidurale come terapia del dolore durante il
parto sicura ed efficace. Ma il metodo rimane comunque una
scelta, che può essere accolta o esclusa, a condizione,
però, che avvenga con un consenso informato.
Simona Zazzetta
Fonti
Eltzschig H K, et al. Regional Anesthesia and
Analgesia
for Labor and Delivery. N Engl J Med. 2003 Jan
23;348(4):319-32
Approfondimenti
·
Gravidanza
& C.
·
Il
lavoro dell’ostetrica
http://www.dica33.it/argomenti/ginecologia/epidurale.asp
Cesareo
meno incontinente
Ultimo
aggiornamento: 12/03/03
Gli studi che hanno valutato l’impatto del parto cesareo
sul successivo sviluppo di incontinenza urinaria peccano
in linea generale per numerosità del campione. Rimedia a
questa carenza uno sviluppo dello studio norvegese EPICONT,
pubblicato ora dal New England. L’EPICONT, infatti,
valutava la prevalenza dell’incontinenza in una
popolazione femminile di oltre 34.755 donne residenti
nella contea di Nord Trondelag. Quello che hanno fatto i
ricercatori è stato confrontare la popolazione screenata
in quell’occasione, attraverso un questionario, con il
registro nazionale delle nascite.
Tre sottogruppi e parecchie variabili
Nella popolazione sono stati individuati tre sottogruppi:
nullipare, donne che avevano partorito per via vaginale e
donne che erano riscorse al cesareo, sia elettivo sia
d’urgenza. Dall’analisi sono invece state escluse le
donne che avevano partorito con entrambi i sistemi, né si
è considerato il ricorso al forcipe o ad altri ausili. A
sua volta l’incontinenza è stata classificata per
gravità e per tipo. Nel primo caso ci si è avvalsi
dell’indice di Sandvik, che prevede l’attribuzione di
un valore da 1 a 8 ottenuto moltiplicando la frequenza (4
livelli) per l’entità della perdita (due livelli). In
definitiva si distingue tra disturbo lieve (valore 1, 2),
moderato (indice da 3 a 4) severo (da 6 a 8). Quanto al
tipo di incontinenza, si è mantenuta la tradizionale
distinzione tra incontinenza sforzo (se si presenta
tossendo, ridendo, sollevando pesi), da stimolo (se la
perdita è accompagnata da un improvviso e intenso stimolo
alla minzione) e di tipo misto.
Risultati statisticamente significativi
La prevalenza dell’incontinenza nel suo complesso è
stata del 20,7%, e di 8,7% quella delle forme
moderate-gravi. L’incontinenza da sforzo era presente
nel 12% del campione, quella da stimolo solo nell’1,8%.
Ovviamente la prevalenza del disturbo aumentava con l’età,
l’indice di massa corporea, gli anni trascorsi
dall’ultimo parto e, nel gruppo del parto vaginale, con
il numero di figli. Nel confronto tra i gruppi si è
verificata una maggiore frequenza tra le donne che avevano
partorito, con entrambi i metodi, rispetto alle nullipare,
con uno svantaggio più marcato per il parto vaginale.
Tuttavia in entrambi i casi la differenza rispetto alle
nullipare era significativa. L’incontinenza grave,
registrata nell’8,7% del campione era anch’essa più
frequente tra le donne che avevano partorito, ancora una
volta con un maggiore svantaggio per la via vaginale. In
ultima analisi, il parto cesareo comportava un rischio
relativo di incontinenza pari a 1,5, quello vaginale pari
a 2,3 e questo anche una volta adattati i dati in base
all’età. Il confronto tra le due modalità di parto ha
mostrato una maggiore frequenza di forme gravi nella via
vaginale, ma non ha mostrato differenze altrettanto forti
nella prevalenza di tutte le forme, una volta tenuto conto
di età, parità, anni trascorsi dall’ultimo parto. I
risultati fin qui descritti sono piuttosto interessanti,
visto che precedenti indagini, ricordano gli autori, non
avevano messo in luce differenze statisticamente
significative tra le nullipare e le donne che avevano
partorito chirurgicamente.
Il cesareo non è un toccasana
Anche il parto cesareo, dunque, sconta un aumento nella
prevalenza assoluta, almeno nella popolazione, studiata
pari al 5,7%, anche se si conferma che con il parto
vaginale si ha un 8,4% in più di casi, differenza che gli
autori ritengono plausibile anche per la popolazione
generale. Di conseguenza, se al gruppo che ha partorito
naturalmente si fosse praticato il cesareo si sarebbe
risparmiato un 33% di casi e un 46% di casi gravi.
Tuttavia nello studio si avverte che occorre molta cautela
nel valutare questo dato. Innanzitutto perché per avere
effetti sensibili sulla popolazione occorrerebbe che una
vasta platea avesse solo parti cesarei, senza contare che
la riduzione del rischio di incontinenza grave sarebbe
sensibile soltanto fino a 50 anni, in quanto nelle fasce
più anziane le modalità del parto smettono di avere
effetto sulla prevalenza del disturbo.
Maurizio
Imperiali
(Rortveit
G et al. Urinary incontinence after vaginal delivery or
cesarean section. N Engl J Med 2003;348(10):900-7)
http://pro.dica33.it/article.asp?idref=2011&aid=53446
I
vissuti delle donne cesareizzate e la relazione con il
neonato
di Simona Franceschin
Questa
ricerca è stata strutturata sulla base delle principali
teorie psicodinamiche riguardanti i cambiamenti che la
gravidanza comporta e i significati che il parto assume
Il
continuo aumento delle donne sottoposte a taglio cesareo,
ha fatto nascere lâesigenza di sviluppare alcune
riflessioni sulle implicazioni emotive che un tale evento
può comportare………………….
La ricerca è stata condotta in tre ospedali pubblici
della provincia di Torino: il SantâAnna, il Santa Croce
di Moncalieri e lâOspedale di Ciriè.
Il campione è formato da 30 donne, la cui età varia da
22 a 40 anni che si sono sottoposte a taglio cesareo e
risulta così suddiviso: 15 hanno effettuato lâanestesia
totale, e 15 quella epidurale
……
Il parto cesareo assume connotazioni di passività. Questo
vissuto va a sovraccaricare il senso di inadeguatezza di
molte neomamme che attribuiscono ad una personale
incapacità il ricorso allâintervento. In molti colloqui
è presente la corrispondenza fra parto naturale e madri
abili, in contrasto con lâequivalenza fra cesareo e
inabilità. Anche il parto naturale della propria madre è
vissuto come prova di coraggio che loro non sono riuscite
a superare.
Fra le intervistate, coloro che hanno avuto in precedenza
un parto naturale, definiscono la sofferenza del travaglio
e del parto stesso come costruttiva e finalizzata ad un
esito che dà significato al dolore, in contrapposizione
ad un vissuto di inutilità relativo al dolore del post
operatorio. Tutte affermano, infatti, che con il parto
naturale si soffre molto prima, durante il travaglio, ma
dopo ci si sente meglio e si ha più tempo per accudire il
bambino.
Lâinvalidità temporanea che impedisce loro di
assecondare questa preoccupazione primaria fa della
ripresa della forma fisica lâobiettivo più importante da
raggiungere…….
Dalle
affermazioni delle donne emerge, dunque, che questo
intervento viene vissuto come privazione di unâesperienza
fondamentale, come negazione di aspettative importanti e
come ostacolo allâacquisizione del ruolo materno.
Nonostante sia stato comunicato con linguaggi differenti,
il disagio vissuto è emerso in ogni colloquio.
Questi momenti, infatti, non solo rappresentavano il
racconto di una loro esperienza vissuta, ma erano anche un
momento di scambio di forti contenuti emotivi, alcune
volte anche ambivalenti. Nellâelaborazione stessa dei
contenuti delle interviste, ci si imbatte nella mancanza
di qualcosa di indispensabile per la ricostruzione dellâevento
e la cui natura non si riesce a definire.
Il vuoto incolmabile di unâesperienza mancata, di unâaspettativa
delusa o di una fantasia non materializzata, è lo spazio
nel quale un disagio emotivo importante può rimanere
assopito oppure crescere in seno alla relazione primaria
fra la madre e il suo bambino.
Il testo completo su:
http://www.sipsot.it/html/ricercafolder/ricerca_ospedaliera/documenti/ostetricia/cesareo.html
L’eccessivo
ricorso al taglio cesareo – analisi dei dati italiani
A. Fortino,
L. Lispi 1, F. D’Ippolito2, G.
Ascone
“Diminuire
la frequenza dei parti per taglio cesareo, e ridurre le
forti differenze regionali attualmente esistenti,
arrivando entro il triennio ad un valore nazionale pari al
20%, in linea con valori medi degli altri paesi europei,
anche tramite una revisione del DRG relativo”
costituisce uno degli obiettivi dello schema di Piano
Sanitario Nazionale 2002-2004.
Con
il “percorso nascita”, uno dei punti qualificanti del
Progetto obiettivo materno infantile (D.M. 24 aprile
2000), si è suggerito che ad ogni parto venga garantito
un livello essenziale ed appropriato dell’assistenza
ostetrica e pediatrica/neonatologica, attraverso
un’organizzazione a rete su base regionale o
interregionale articolata in tre livelli, con differenti
caratteristiche strutturali e competenze professionali.
In
particolare è previsto, sotto l’aspetto ostetrico, che
le Unità di I livello siano quelle che effettuano un
volume di parti non inferiore a 500/anno e che, in assenza
di patologie
accertate, controllano la
gravidanza ed assistono la gravida al parto in età
gestazionale > 34 settimane; le Unità di II livello
siano quelle che effettuano un volume di parti non
inferiore a 800/anno, ed assistono gravidanze e parti a
rischio, in età gestazionale > 32 settimane, in
situazioni che non richiedono presuntivamente interventi
di livello tecnologico ed assistenziale elevato tipiche
del III livello, per la madre e per il feto; le Unità di
III livello siano quelle che effettuano un volume di parti
non inferiore a 1000/anno e che assistono gravidanze e
parti a rischio elevato.
L’obiettivo
che il Progetto propone è che, attraverso l’afferenza
al punto nascita competente per bisogni di salute, almeno
l’80% delle gravide e dei neonati ad alto rischio siano
assistiti al III livello nonché la riduzione dei tagli
cesarei in particolare nelle strutture di I e II livello.
Come indicatori per valutare il raggiungimento di questi
obiettivi vengono proposti la percentuale di gravide e
neonati ad alto rischio assistiti al III livello,
la percentuale di tagli cesarei per livello e la
percentuale di “clienti” soddisfatti.
Le
funzioni e gli standard di organizzazione forniti dal
Progetto obiettivo per ognuno dei tre livelli,
rappresentano un indirizzo orientativo da adattare alle
varie esigenze di programmazione sanitaria e nell’ambito
dei rispettivi piani aziendali.
Con
riferimento allo specifico indicatore costituito dalla
frazione di parti effettuati con taglio cesareo, tuttavia,
non si può non rilevare la peculiare situazione esistente
nel nostro paese, nel quale, contrariamente a quanto da
tutti auspicato e raccomandato, nel corso degli anni si
assiste ad un aumento della frequenza relativa di tale
procedura chirurgica, con valori nettamente superiori a
quanto rilevato in altri paesi sviluppati e che ci pongono
tra le nazioni a maggior frequenza di tagli cesarei.
Alcune
indagini sono state effettuate per chiarire le dimensioni
e le possibili cause di tale situazione. L’indicatore
relativo all’incidenza dei tagli cesarei è stato posto
quale oggetto di continua attenzione da parte del
Ministero della salute ed è stato introdotto anche tra
quelli che costituiscono il “Sistema di garanzie per il
monitoraggio dell’assistenza sanitaria”, di cui al
D.M. 12 dicembre 2001. Per tale indicatore di
appropriatezza clinica è stato stabilito, in detto
decreto, un parametro di riferimento pari al 15-20%. Tale
parametro di riferimento è stato individuato sulla base
delle esperienze internazionali, che mostrano valori
simili (o inferiori) nella maggior parte dei paesi
europei, tra cui Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna
e dell’osservazione di quanto avviene nelle diverse
realtà regionali del nostro paese.
I
rapporti annuali sulle attività ospedaliere, pubblicati
dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria,
mostrano per il triennio 1998-2000, una percentuale in
lenta ma progressiva crescita, con valori annui pari
rispettivamente a 31,4%, 32,9%, 33,2%.
L’aumento
è dovuto principalmente ad alcune regioni ad altissima
frequenza di taglio cesareo, tra le quali la Campania
(dato 2000 pari al 53%), la Sicilia (42,5%), la Puglia
(40,6%), la Basilicata (40,8%).
Altre
regioni del Centro Sud mostrano valori inferiori e
tendenze alla stabilità o ad un modesto miglioramento: ad
esempio i valori osservati in Sardegna sono circa la metà
di quelli della Campania mentre quelli della regione Lazio
mostrano una iniziale inversione di tendenza (con
diminuzione di circa il 3% nel triennio considerato).
Valori
significativamente inferiori (circa il 20%) si riscontrano
in regioni quali il Friuli V.G. che hanno operato da tempo
scelte di razionalizzazione dell’assistenza ospedaliera
e di promozione dell’appropriatezza.
Se
il ricorso al taglio cesareo fosse ricondotto in tutte le
regioni italiane a quest’ultimo valore registrato in
Friuli V. G. e prossimo al citato parametro di
riferimento, si otterrebbe nel nostro Paese una riduzione
annua di almeno 35.000 parti cesarei.
Né
il tasso complessivo italiano, né il progressivo aumento
nel tempo, né la distribuzione geografica regionale
inducono a sostenere l’ipotesi secondo la quale
l’eccessivo ricorso al taglio cesareo sia dovuto a
carenze logistiche o di personale.
Nelle
regioni con maggior frequenza di parto cesareo si
osservano valori percentuali più elevati nelle strutture
private (accreditate e non) che in quelle pubbliche (v.
tabella 1). Per quanto riguarda le strutture private
accreditate un caso particolarmente critico è costituito
da quelle operanti nella regione Campania, che effettuano
il 57% di tutti i tagli cesarei effettuati dalle strutture
private accreditate italiane, a fronte di una percentuale
delle nascite in tale regione pari al 12,6% del dato
complessivo italiano.
Nelle
regioni con maggior frequenza di parto cesareo, anche
nelle strutture pubbliche si registrano valori molto più
elevati della media italiana.
Dai
dati del Sistema informativo sanitario non risulta una
relazione evidente, nelle diverse regioni, tra la
consistenza numerica del personale ostetrico ed
infermieristico ed il numero di parti; alcune regioni ad
elevata frequenza di parti cesarei hanno una dotazione di
personale sanitario maggiore di altre a bassa frequenza
(quali Veneto o Lombardia).
L’eccessivo
ricorso al taglio cesareo costituisce, quindi, un fenomeno
complesso rispetto al quale possono evidenziarsi alcuni
principali fattori esplicativi che di seguito saranno
richiamati in modo schematico.
Anzitutto
è rilevabile un “fattore geografico” evidente, con maggiore intensità del fenomeno
in molte regioni del centro e, ancor di più, del sud; in
tali regioni, l’eccesso si riscontra sia nelle strutture
pubbliche che in quelle private accreditate.
Nell’ambito
di tale concentrazione geografica, si evidenzia tuttavia
un “fattore
organizzativo”, costituito dalla maggiore diffusione
del taglio cesareo nelle strutture private accreditate,
con particolare criticità in quelle della Campania.
Tale
fattore è a sua volta probabilmente determinato dal
numero medio di parti eseguiti: analisi condotte da questo
Ministero hanno mostrato infatti una relazione inversa tra
numero di parti complessivi e numero di parti
cesarei.
Infine
altri studi disponibili, nonché diverse esperienze
condotte anche in Italia, indicano che un ruolo
fondamentale è esercitato da aspetti “di processo”,
costituiti dalla variabilità del comportamento dei
singoli medici anche operanti in simili condizioni
organizzative o, a volte, nella stessa struttura sanitaria
(“fattore medico”),
dalla relazione medico-paziente-équipe sanitaria, dalla
completa informazione e preparazione che il personale
sanitario fornisce alle pazienti, dalla eccessiva
medicalizzazione del percorso nascita.
http://www.ministerosalute.it/programmazione/resources/
documenti/sdo/Studio_tagli_cesarei.doc
Lazio:
300 euro di
incentivazione per il parto naturale
''La Regione Lazio
favorisce i parti naturali attraverso strumenti concreti
di incentivazione economica''. E' la replica
dell'assessore alla Sanita' del Lazio, Marco Verzaschi, ai
consiglieri dell'opposizione che ieri hanno diffuso i dati
sui cesarei nella regione. ''Un provvedimento approvato lo
scorso dicembre - prosegue Verzaschi in una nota - prevede
per i parti considerati a basso rischio un meccanismo di
incentivi per quello naturale, che vanno da un minimo di
300 euro a un massimo di 450 euro. E disincentivi per il
parto cesareo con penalizzazioni che vanno da un minimo di
121 euro a un massimo di 450 euro. I risultati, anche se
parziali, di questa strategia vengono da una prima
valutazione di massima dei dati sui parti cesarei del
primo trimestre di quest'anno, da cui emerge una flessione
di un punto percentuale rispetto al 2002''.
http://pro.dica33.it/default.asp
PARTO - La percentuale di
tagli cesarei e' in continuo aumento nel nostro Paese: e'
passata dall'11% nel 1980 al 33% del 2000 ed e' tra le
piu' elevate d'Europa (21% in Inghilterra e Galles, 18% in
Spagna, 16% in Francia). Le differenze a livello regionale
sono notevoli con un minimo di 19% nella Provincia di
Bolzano e un massimo di 53% in Campania. I maggiori
aumenti si sono avuti al Sud (da 8% del 1980 a 53% nel
2000 in Campania e da 7% a 38% in Calabria). Ma anche
all'interno delle regioni le cifre cambiano a secondo
delle strutture, con percentuali di cesarei piu' elevate
nelle case di cura private rispetto agli ospedali
pubblici. In generale la percentuale di cesarei varia dal
21% al 47%, con valori piu' bassi (25%) al Nord e piu'
alti al Centro (30%) e al Sud (40%). Al Centro-Nord oltre
il 70% delle donne ha potuto avere una persona di sua
scelta vicina durante il travaglio e il parto, contro il
30-60% delle residenti al Sud. La degenza media va dai 3
ai 5 giorni.
http://notizie.msd-italia.it/medico/notiziapim.asp?id=8136
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