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Questa
mia giovane futura mamma è proprio in collera, oggi : mi
stende sotto il naso l’avambraccio ecchimotico da
ripetuto prelievo indaginoso, e mi chiede se ritengo
veramente necessari tutti quegli esami e quelle ecografie
che è “costretta” ad eseguire. Quando poi scopre che
la videocassetta del feto (con pollice in bocca…pensi!)
che le ha proposto il ginecologo di fiducia non è
mutuabile-esente ticket, allora sbotta in modo tale da
farmi temere un parto prematuro.
Forse
ha letto gli articoli seguenti……………….
MEDICI
ARROGANTI E MASSONI
by
RIBELLIONE Saturday December 20, 2003 at 07:41 PM
……………………….HAI
RAGIONE.
non hanno tempo i MEDICI in reparto ma se vai a pagamento
nello studio privato sono pieni di attenzioni
per una gravidanza che va bene, ti visitano minimo una
volta al mese ( ti dicono che serve farsi visitare un
ambulatorio privato) per tutta la gravidanza, e ogni volta
beccano 100 euro minimo
Una gravidanza che vada bene, senza problemi fate i conti
quanto costa ad una famiglia per nove mesi dal medico a
pagamento + tanti esami inutili che ti ripete
nell'ambulatorio
Come mai nessuno di sinistra almeno prende sul serio la
questione???
…………………….Incompetenza,ignoranza,
spavalderia e venalità sono le doti della maggior parte
dei medici di oggi(non farò di tutta l'erba 1 fascio).un
tempo si diveniva medici x aiutare il prossimo e x mera
vocazione!!!Oggi lo scopo sono i soldi,la borsa the bridge
o pollini o furla, i vestiti armani,cavalli e compagnia
bella,poi poter dire di essere superiori a ki fa altre
facoltà e poter dire di essere gente
altolocata!!!..........................................................
http://italy.indymedia.org/news/2003/12/449402_comment.php
E'
doveroso combattere gli sprechi di tempo e denaro (sia per
le famiglie, sia per il Servizio Sanitario), evitando gli
esami del tutto inutili e quegli esami che non siano
indicati nel caso specifico di ogni singola paziente.
Inoltre,
l'eccessiva "medicalizzazione" della gravidanza
non fa nient'altro che alimentare ansia e preoccupazione
verso un evento che invece è del tutto fisiologico, fa
parte della vita normale e nella stragrande maggioranza
dei casi non presenta deviazioni patologiche.
Voglio
a tal proposito sensibilizzare i lettori su di un fattore
di grande importanza: in ogni campo della medicina, ogni
volta che si esegua un esame non strettamente indicato vi
è sempre, in agguato dietro l'angolo, il rischio di
ottenere dei risultati apparentemente preoccupanti ma che
in realtà rappresentano soltanto dei risultati veri solo
temporaneamente oppure rappresentano dei falsi positivi.
In entrambi questi casi, è vero che la ripetizione dello
stesso esame e l'effettuazione di esami correlati di
approfondimento chiariscono il dubbio, ma a quale prezzo
(di tempo, di denaro e con patemi d'animo perfettamente
inutili)!!!
Come
nella prima parte, segnalo con asterisco quegli esami che
ritengo irrinunciabili alle varie epoche gestazionali………………………ritengo
che gli altri esami, senza asterisco, non siano sempre da
eseguire: o si dimostrano utili solo in alcuni soggetti, a
seconda delle caratteristiche personali di ogni gravida,
oppure si rivelano sostituibili con altre indagini, oppure
sono da eseguire soltanto nel caso in cui si ottengano
certi tipi di risultato negli esami irrinunciabili.
http://www.ecogin.it/esamiingravidanza2.htm
GRAVIDANZA:
TROPPE ANALISI INUTILI PER ANSIA FUTURI GENITORI
Napoli,
9 nov.(Adnkronos Salute) - I genitori italiani sono troppo
ansiosi gia' prima della nascita del bebe': fanno troppe
analisi 'inutili', alimentando cosi' il business della
diagnostica prenatale, senza un vero vantaggio per la
salute di mamma e bambino. A mettere in guardia contro i
controlli esasperati e' il presidente della Societa'
italiana di neonatologia (Sic), Franco Macagno , a margine
del primo Media Forum della Sic, in corso a Napoli. Le
italiane, secondo l'esperto, fanno troppe ecografie, anche
una al mese, che ''non servono a nulla - spiega Macagno -
quando la gravidanza e' normale. In Svezia e Norvegia se
ne fanno due, al massimo tre, nel corso dei 9 mesi''.
Ed e' questa l'indicazione 'tecnica' della comunita'
scientifica internazionale. L'esperto non sconsiglia gli
esami a chi ne ha veramente bisogno.''Nel caso di distacco
della placenta o di altri problemi, se ne possono fare
anche diverse al mese. Ma il consiglio e' quello di non
spendere soldi per procedure che non possono dare garanzie
sulla salute del bimbo''. Non bisogna esagerare nemmeno
con le amiocentesi. ''Si deve ricordare alle future mamme
- aggiunge l'esperto - che questo esame e' utile solo nei
casi indicati: per le donne di oltre 35 anni , per quelle
con familiarita' per malattie genetiche o con problemi
evidenziati nell'ecografica. Inoltre puo' prevedere solo
una particolare 'fetta' di patologie, quelle cromosomiche,
come la sindrome di Down e altre trisomie. Non prevede,
per esempio, le malattie metaboliche''.
Il maggiore rischio e' quello di alimentare un mercato,
soprattutto quello privato, della diagnostica che serve
solo a 'rassicurare' i genitori in ansia. Questa
'battaglia' ha gia' un precedente, ricorda Macagno, quello
dei check-up in pediatria. ''Qualche anno fa - conclude
l'esperto - prima della scuola le mamme chiedevano spesso
un controllo generale del sangue per i loro figli. Un
metodo che, oltre a rappresentare una spesa superflua, e'
scientificamente sbagliato''.
http://www.mpv-cav.veneto.it/a_58_IT_2950_1.html
E'
inutile, durante il parto, monitorare continuamente il
battito del cuore del neonato con la cardiotocografia.
Secondo uno studio inglese, pubblicato sulla rivista 'The
Lancet', e' sufficiente, invece, auscultare il cuore del
bebe' con uno stetoscopio, ad intervalli regolari.
Evitabile, quindi, l'esame con la sonda ad ultrasuoni che
riesce a percepire le pulsazioni attraverso l'addome
materno malgrado, negli ultimi 20 anni, sia stato
considerato indispensabile per garantire il successo del
parto e il benessere del neonato.
Lawrence Impey, del John Radcliffe Hospital Women's Centre
di Oxford, ha seguito 8.500 donne vicine al parto. A meta'
del campione e' stato effettuato un esame
cardiotocografico di 20 min, all'altra meta' esami di
auscultazione con lo stetoscopio ad intervalli regolari. E
il confronto dei due gruppi ha indicato che entrambi i
tipi di esame sono equivalenti nel predire eventuali
sofferenze del bebe'. Infatti la percentuale di morti o di
danni gravi neonatali e' sempre dell'1,3%, senza
differenze neanche per quanto riguarda le percentuali di
tagli cesarei, di episiotomie o la necessita' di
intervenire con il forcipe.
''Questi risultati - commenta Impey - dimostrano che, a
volte, anche esami costosi e ampiamente diffusi possono
rivelarsi inutili. E invece bisognerebbe concentrarsi di
meno sul battito del cuore del neonato e cercare di
identificare altri indicatori di sofferenza fetale. Questo
- aggiunge - permetterebbe, realmente, di ridurre la
mortalita' neonatale e diminuire il rischio che possano
nascere bambini con handicap provocati da problemi insorti
durante il parto''.
http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4036
Ma
quali sono gli esami dai quali la donna in gravidanza non
può prescindere? I relatori del Corso di Bormio hanno
affermato che oggi esiste una sovrafruizione, in base al 1°
decreto Guzzanti e al decreto Bindi sulla esenzione della
compartecipazione alla spesa per gravidanze normali,
specialmente nelle donne più acculturate, che tendono ad
una medicalizzazione della loro gravidanza, richiedendo più
esami di quanti siano necessari.
“Parlando
di gravidanze normali – ha precisato Mandruzzato –
bisogna fare un controllo clinico ogni mese; controllo
della pressione; esami ematochimici semplici di routine
(glicemia, azotemia, ecc.); esame sierologico per la lue;
valutazione se la donna è immunizzata verso la rosolia e
la toxoplasmosi; screening per le malattie meno comuni; 4
ecografie (una nel 1° trimestre; uno verso la 21/22°
settimana; la terza verso la 28° settimana; la quarta,
stranamente perché non siamo più nella normalità, è
prevista dal decreto Bindi verso la 41° settimana, mentre
sarebbe più logico farla verso la 34/36° settimana, per
valutare se il feto cresce in modo corretto).
A
ciò bisogna aggiungere la valutazione delle alterazioni
cromosomiche che riguardano le donne a rischio per età o
per fattori anamnestici o per dati biochimici. Tali esami
sono inutili per la gravidanza, anche se molte donne
vorrebbero farli per un eccesso di garantismo”.
http://www.saluteeuropa.it/news/2002/060202_1.htm
UN
BUON MEDICO EVITA ESAMI INUTILI
Tanti
esami non sono garanzia di una diagnosi esatta. Un buon
medico cercherà di evitarci indagini fastidiose, costose
e poco significative perché non portano ad alcuna
possibilità di intervento. Un cattivo medico che cerca
facili guadagni non avrà di questi scrupoli: la medicina
si nutre delle nostre ansie e può essere un colossale
business. Se avete un dubbio, quando vi viene prescritta
un’analisi o un altro esame, non abbiate timore di
chiedere a che cosa serve ai fini della soluzione del
vostro problema.
http://www.unamelalgiorno.it/qualemed/istruz.htm
L'APPROPRIATEZZA
DELL'INTERVENTO PREVENTIVO IN GRAVIDANZA
di
Gino Soldera, Membro del Direttivo della "Care"
in Medicina Perinatale e Presidente della Associazione
Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale e
Francesco Gallo, Coordinatore Responsabile dei Consultori
Familiari della ULSS 7, Regione Veneto
"Riguardo
al periodo della gravidanza la prevenzione è
particolarmente importante se si considera ciò che segue:
numerosi risultati della ricerca prenatale e perinatale
mettono in rilievo i continui processi formativi di un
certo grado di interazione a più livelli che hanno luogo
tra madre e bambino durante la gravidanza, mentre la madre
è in costante interscambio con il suo specifico ambiente
sociale ed ecologico."
Thomas
Muller-Staffelstein
LA
QUESTIONE
Il
bisogno di normalità, per vivere bene il periodo della
gravidanza, è così presente che è stato rilevato anche
dalle agenzie di indagine del mercato, tanto che una
catena di negozi come la "Prenatal" ha
programmato degli appositi incontri con le gestanti, in un
clima famigliare, lontano dalle logiche sanitarie, sulle
esperienze e conoscenze acquisite sulla vita prenatale.
Esiste
quindi, da parte della madre in attesa e della coppia, un
profondo bisogno inespresso di vivere la gestazione in
modo naturale, con consapevolezza e serenità, per
sentirla dentro nella propria pelle ed esserne
protagonista giorno per giorno.
L'equivoco
di fondo nasce dalla diversa concezione che i genitori
hanno della gravidanza, talvolta idealizzata, e delle loro
aspettative future, rispetto al personale medico e
sanitario che in termini di principio la considera un
evento naturale e fisiologico per poi trattarlo come una
fonte di possibile patologia.
La
questione non è secondaria perché, a seconda delle
modalità di approccio, varia la modalità della risposta
data. Nel caso in cui la gravidanza venga considerata un
evento patologico se ne dovrebbe occupare esclusivamente
chi è deputato alla diagnosi, alla cura e alla terapia, e
quindi la struttura sanitaria, attraverso il personale
medico o chi per esso, in caso contrario il discorso
rimane del tutto aperto alla possibilità di utilizzare
modalità organizzative differenti con, ovviamente,
obiettivi diversi.
A
questo proposito diventa essenziale considerare, per le
sue possibili implicazioni pratiche e per comprendere
meglio la questione, l'evento della gravidanza secondo
l'ottica della prevenzione.
Abate
analizza l'intervento preventivo in modo tradizionale,
secondo tre distinti livelli:
Prevenzione
primaria. La prevenzione primaria si riferisce solo alle
situazioni di normalità o presunta tale, dove sono
presenti al massimo dei disturbi lievi e transitori, come
lo sono in gravidanza le nausee, il vomito (iperemesi
gravidica), il mal di testa, la stanchezza o altro, che
non pregiudicano il sostanziale
buon stato di salute e l'utilizzo delle risorse
esistenti per affrontare l'intervento preventivo. A scanso
di equivoci, va precisato che la prevenzione primaria non
si occupa né di diagnosi né di cura, anche se il suo
intervento può avere effetti curativi; essa ha come
obiettivo l'aiuto mirato all'utilizzo delle risorse
presenti e delle potenzialità latenti per mantenere,
promuovere, sviluppare e accrescere con opportune
iniziative, in termini generali o specifici, gli stati di
benessere, di salute e di vitalità. Inoltre, svolge nel
contempo un'opera di filtro dei problemi rilevati
curandone l'invio a chi di competenza. L'intervento di
prevenzione primaria è in genere controindicato nei casi
dove esiste già in corso una patologia o un disagio, in
quanto l'incapacità a realizzare gli obiettivi proposti
può accrescere lo stato di depressione e il senso di
sfiducia verso se stessi.
Prevenzione
secondaria. La prevenzione secondaria si attua quando la
sofferenza e la malattia sono già presenti e le risorse
necessarie per il normale adattamento alla vita cominciano
a scarseggiare, tanto da rendere necessario un preciso
intervento di natura sanitaria a carattere diagnostico e
terapeutico. In sostanza, la pronta individuazione del
disturbo e la sua cura evitano il possibile aggravarsi
della situazione, il deterioramento dello stato di salute,
e lo sviluppo della malattia. In gravidanza ciò può
riguardare i disturbi infettivi, le depressioni, i
problemi metabolici o altro. In genere, l'intervento
curativo ha un carattere specifico e mirato al problema ed
è finalizzato al recupero dello stato di salute, delle
risorse presenti e di quell'autonomia necessaria per poter
vivere la vita e per affrontare con adeguata competenza i
cambiamenti dell'esistenza.
In
sintesi, rientrano nella prevenzione secondaria tutte le
diverse forme di diagnosi e di terapia, dalle più
semplici, come lo screening,
alle più complesse, quali le cure più
specialistiche, che servono a rilevare e trattare i segni
della malattia dai più evidenti ai più nascosti. Non va
dimenticato che ogni intervento, quale sia la sua natura
va attuato attraverso il consenso informato; questo per
evitare spiacevoli equivoci e per garantire la
realizzazione di una sana alleanza terapeutica con il
paziente.
La
Prevenzione terziaria. Sono assimilati alla prevenzione
terziaria tutti quegli interventi caratterizzati dalla
gravità e dall'urgenza. Va attuata in presenza di sintomi
disfunzionali già conclamati che procurano evidenti danni
e che possono mettere in pericolo la vita dell'individuo,
come la minaccia d'aborto, dove è indispensabile
procedere ad un intervento immediato per salvare la vita
della madre e del bambino. Lo scopo principale è quello
di limitare i danni della malattia e di rendere possibile
il recupero delle forze e delle energie per il
ristabilimento dell'equilibrio funzionale.
È
da ricordare che per prevenzione non si intende solo la
prevenzione alla malattia organica, ma anche la
prevenzione al disturbo psichico e al disagio sociale e
quindi a quell'insieme di aspetti che portano a
considerare l'individuo nella sua
globalità fisica, psichica e sociale. Per quanto
riguarda quest'ultimo aspetto si è rilevato che la
situazione di degrado sociale e ambientale è un fattore
di rischio non indifferente, da prendere in seria
considerazione per garantire il benessere e la salute
della madre in attesa e del suo bambino. Ciò ci aiuta a
capire la necessità di intervenire nelle situazioni di
degrado, ad esempio nelle zone di periferia delle città,
o verso le classi sociali che vivono ai margini della
società, come gli extracomunitari non regolari. Va
comunque rilevato che ognuno di questi tre aspetti che
riguardano l'essere umano nella sua globalità è
importante, perché insieme agli altri concorre alla
formazione del benessere individuale e della società.
LA
PREVENZIONE PRIMARIA
La
prevenzione primaria si sviluppa in relazione alle
politiche sociali per ridurre i potenziali precursori di
disfunzione della salute come i "fattori di
rischio", di un determinato disagio, e i
"fattori di protezione". Questi ultimi hanno il
compito di accrescere
le difese e le competenze individuali e sociali e di
favorire il miglioramento dello stato di salute, intesa
come condizione di armonico equilibrio funzionale e di
completo benessere fisico, psichico, sociale e ambientale,
e quindi di agevolare, in termini esistenziali, la
crescita, la maturazione e lo sviluppo personale.
Il
compito della prevenzione primaria dovrebbe essere quello
di:
intervenire
prima che lo stress, e i deficit di salute compaiono;
-
promovere
le condizioni che possono accrescere le competenze e
le abilità personali e di conseguenza la gestione
degli impegni e delle difficoltà.
-
introdurre
nella popolazione nuovi momenti informativi e
formativi a carattere educativo per favorire lo
sviluppo delle potenzialità personali altrimenti
latenti.
……………..La
prevenzione primaria per risultare efficace deve poter
fondare la sua azione nella sperimentazione e ricerca
applicata. I suoi interventi sono volti a introdurre nuove
azioni o esperienze, a modificare e correggere la pratica
di certi comportamenti o di stili di vita, a migliorare le
condizioni socio-economiche-ecologiche e aumentare la
consapevolezza collettiva in merito ai problemi di salute,
il tutto mediante il coinvolgimento de individui e di
gruppi di
famiglie e di collettività. Tali interventi devono sempre
essere suffragati dalla evidenza scientifica, l'unica in
grado di garantire sulla corretta impostazione del
processo di salute e sui suoi risultati, anche se il suo
procedere è ancora lento rispetto alle necessità.
In
questo senso è importante che gli interventi preventivi
procedano attraverso fasi caratterizzate da precise
valutazioni, in quanto "abbandonare l'aspetto
valutativo equivale abbandonare la scientificità e
lasciare la pratica professionale in balia dell'intuizione
soggettiva".
Sono
quattro le principali motivazioni che depongono a favore
della prevenzione: è meno costosa; è innovativa in
quanto introduce una nuova mentalità; promuove nuove
politiche operative ed evidenzia che molto si può fare
prima di arrivare alla diagnosi e alla terapia; è più
facile perché tratta con persone relativamente aperte e
disponibili; è fonte di soddisfazione, perché lavorare
con la funzionalità permette di operare sia attraverso lo
studio che la ricerca senza tralasciare il livello di
intervento.
L'APPROPRIATEZZA
DEGLI INTERVENTI
L'appropriatezza
degli interventi è stata introdotta nell'ambito sanitario
quando si è cominciato a porre sotto controllo la spesa
sanitaria, i costi e i benefici, e a verificare il valore
dei modelli organizzativi utilizzati e l'efficacia di
certe tipologie di intervento. …………..Se
utilizziamo lo stesso concetto dell'appropriatezza degli
interventi in gravidanza secondo lo schema visto sopra
della prevenzione primaria, secondaria e terziaria,
osserviamo che nel corso degli anni l'approccio preventivo
primario alla gravidanza, vissuta come un evento naturale
e positivo e fondato su pochi e motivati interventi
sanitari, è stato sostituito
da un approccio preventivo secondario basato
sulla lotta alla patologia e attuato attraverso il
sistematico e talvolta non opportuno ricorso agli
interventi diagnostici e curativi. In realtà il tentativo
di demedicalizzare la gravidanza e il parto attuato
attraverso la psicoprofilassi ostetrica e l'umanizzazione
del parto non ha sortito l'effetto desiderato; anzi, lo
sviluppo tecnologico ha permesso, grazie a una
strumentazione biomedica sempre più perfezionata, di fare
accertamenti diagnostici sempre più accurati e precisi
sia sulla madre che sul nascituro. Si è introdotta ed
estesa la pratica della diagnosi prenatale su tutta la
gravidanza, fin dalle prime settimane di gestazione,
ponendo in secondo piano l'azione preventiva primaria. Ciò
ha favorito l'espandersi della cultura della lotta alla
possibile patologia e della salute a tutti i costi, e
l'accentuarsi dell'interesse organicistico dimenticando il
ruolo parimenti importante per la vita e formazione del
nascituro svolto dalle emozioni, dalle relazioni e dalle
esperienze prenatali. L'accresciuta medicalizzazione della
gravidanza ha favorito l'atteggiamento interventista, fino
a diventare in molti casi una vera e propria invadenza
nella vita personale; inoltre ha reso più labile il
confine fra gravidanza naturale e patologica. Ciò ha
portato i genitori in generale a vivere l'evento
esistenziale della gestazione con un'accresciuta ansia,
paura e preoccupazione. Non va dimenticato che la
difficoltà della madre a vivere il naturale e spontaneo
rapporto emozionale con il figlio ha delle ripercussioni
sui delicati processi ormonali e funzionali in corso
durante questo periodo, come il sistema coordinato
dell'ipotalamo-ipofisi, il sistema immunitario e le
strutture che costituiscono i processi di adattamento
psico-sociale. Sempre più spesso, nella mente dei
genitori, il figlio anatomico o fantasmatico, con le sue
ansie e angosce, prende il posto del figlio reale e
immaginario, fatto di emozioni, sentimenti e relazioni, e
questo viene poi compensato dalla ricerca impossibile del
figlio idealizzato, con le sue conseguenti frustrazioni.
Lo stato di incertezza e insicurezza porta i genitori a
dimenticare che il figlio è frutto del loro amore e della
loro speranza nella vita che continuamente si rinnova di
nuove energie e di nuove possibilità. Solo se i genitori
recuperano una visione positiva e naturale della
gravidanza, con una disposizione attenta al valore del
benessere e della salute e non della patologia, possono
attingere a quelle energie che gli consentono di vivere
con fiducia e di trovare dentro di loro quella stabilità
e sicurezza che nessuno gli può dare. Questo per poter
affrontare con responsabilità e consapevolezza il loro
ruolo genitoriale volto alla formazione ed educazione dei
figli, in una fase particolarmente delicata della vita
dove vengono poste le basi per lo sviluppo futuro della
loro personalità.
LE
PROSPETTIVE FUTURE
Diventa
quindi urgente, nel percorso che la madre, la coppia e il
nascituro fanno nel corso della gravidanza arginare
l'invadenza della medicina, superare la centralità della
patologia a favore di una cultura della salute che ponga
al centro dell'intervento la persona e non la malattia,
umanizzare le procedure sanitarie contestualizzandole e
personalizzandole, e infine ridurre il numero degli
interventi di diagnosi e cura a quelli appropriati e
strettamente necessari. Ciò comunque può essere
importante ma non sufficiente per dare una risposta
adeguata ai profondi bisogni dei genitori e del loro
figlio durante
questo periodo. Si sta facendo sempre più strada, per la
messa in atto di efficaci strategie di prevenzione
primaria, l'esigenza di dare veramente spazio alla
prevenzione primaria, definita a ragione prediagnostica e
preterapeutica, e a tutte le figure professionali e
strutture sociali e sanitarie in grado di svolgere questo
compito. Naturalmente la prevenzione primaria non può
essere ancorata alla logica limitativa e delle
controindicazioni, come avviene in un progetto pilota
della Regione Veneto sulla gravidanza, dove l'azione è
ristretta al non bere, non fumare, non assumere sostanze o
farmaci dannosi, e quindi a diminuire o eliminare i
fattori di vulnerabilità, ma in quella propositiva volta
a rinforzare i fattori di protezione e di vitalità e
capace di coniugare il momento informativo con quello
esperienziale e formativo. Questo per coinvolgere coloro
che si preparano a diventare genitori o che sono in
attesa di esserlo in una seria riflessione in grado di
incidere sul loro stile di vita, così da consentire loro
di comprendere l'importanza di una sana alimentazione, di
una adeguata respirazione e di un ritmo di vita salutare.
La disponibilità e l'impegno durante la gravidanza porta
ad una maggiore attenzione verso la
qualità della vita, come stare in famiglia, a
coltivare relazioni serene con i famigliari, a svolgere
lavori interessanti e arricchenti, a dedicare tempo libero
alle attività fisiche portatrici di gioia e benessere, e
alle attività artistiche, per esprimere adeguatamente le
proprie doti e qualità e fare proprio il gusto verso
l'armonia, la bellezza e l'amore, e se possibile scoprire
il significato e il senso della vita.
I
genitori vanno messi nelle condizioni di poter svolgere il
loro ruolo e di acquisire le competenze necessarie per
vivere con responsabilità e consapevolezza l'esperienza
del concepimento, della gestazione, della nascita e del
periodo dopo la nascita dei figli, e di sviluppare le
abilità necessarie alla loro formazione ed educazione.
Per far questo è necessario potenziare i Servizi
territoriali di base, come il Consultorio Famigliare,
aprire le strutture sanitarie ai bisogni dell'utenza
individuando modelli organizzativi dei reparti di
ostetricia più funzionali o se possibile integrati con le
case parto, le unità operative delle ostetriche e degli
psicologi. Questo, individuando percorsi informativi e
formativi diversi per la gravidanza, come l'introduzione
dell'educazione prenatale, la quale può essere
praticata fin dai primi mesi della gestazione.
L'educazione prenatale parte da una visione, globale,
unitaria e continua dell'essere umano. Considera quale
sistema di riferimento la triade padre-madre-bambino con
le loro risorse personali e si propone di favorire, in
termini personalizzati, la comunicazione e stimolazione
del bambino prima della nascita. Inoltre, è bene che
questi percorsi informativi e formativi continuano con
l'evento parto, permettendo così di affrontare
l'esperienza del parto in modo attivo o di vivere il parto
in casa, e successivamente con il post- parto, per
migliorare l'accudimento e la qualità della interazioni,
le quali insieme alla struttura genetica costituiscano la
base per l'intero, completo sviluppo della persona. Tutto
questo per funzionare richiede che vi sia una reale
apertura di credito degli operatori e della struttura
verso il cittadino e la persona, verso altre
professionalità e verso altre discipline, oltre che la
capacità di lavorare sia a livello individuale che in
gruppo, riconoscendo a tutti gli altri membri dell'équipe
la pari dignità professionale.
CONCLUSIONI
Ritengo
opportuno concludere portando ad esempio i vantaggi, nei
diversi ambiti di vita, che si potrebbero avere con
l'introduzione sistematica dell'educazione prenatale nel
corso della gravidanza. Essi sono:
-
quello
fisico, in quanto orienta le coppie a far nascere dei
bambini sani, grazie alla presa di coscienza
dell'importanza di assumere uno stile di vita corretto
e salutare e all'impegno di migliorare la qualità
della vita nel loro interesse e
di quello del bambino;
-
quello
psicologico, in quanto contribuisce a fare nascere dei
bambini equilibrati, socievoli e aperti alla vita, con
buone capacità di adattamento, grazie alla fiducia di
base che si stabilisce in seguito ad un rapporto
fondato sull'amore e sul rispetto del piccolo;
-
quello
umano ed esistenziale, in quanto l'educazione
prenatale può essere intesa come un
"investimento che dura tutta una vita",
poiché favorisce lo sviluppo di doti naturali e di
potenzialità latenti, le quali svolgono un ruolo non
indifferente nell'orientare il futuro dell'esistenza
personale.
-
quello
antropologico, perché consente il miglioramento della
vita del singolo soggetto, ma anche della coppia,
della famiglia e di tutta l'umanità. I genitori
attraverso l'educazione prenatale vivono con maggiore
consapevolezza il periodo dell'attesa, rafforzano il
loro rapporto di coppia, acquisiscono maggiori
competenze genitoriali ed entrano più facilmente in
relazione con il loro figlio;
-
quello
della prevenzione, infatti: "É meglio costruire
bambini piuttosto che aggiustare uomini".
L'educazione prenatale si configura anche come
prevenzione all'handicap indotto, dovuto ad una
cattiva impostazione degli interventi educativi, che
possono portare allo sviluppo di disordini nella
personalità;
-
quello
economico, perché grazie all'azione preventiva volta
a migliorare il livello del benessere generale
dell'essere umano si determina una diminuzione
di persone devianti e squilibrate e quindi di
bisogni di contenimento, di cura e di assistenza, con
conseguente risparmio di risorse economiche.
Per
riuscire a ottenere questo è necessario avviare su
diversi fronti delle iniziative di ricerca applicata prima
e di promozione del benessere e della salute poi, che,
tenendo conto delle difficoltà oggettive, siano in grado
di rendere possibile l'investimento di tutte le
potenzialità e risorse presenti
nella gestante, nella coppia in attesa e nel
bambino in formazione, verso quello che Zikmund chiama l'optimun
funzionale di tutti i processi vitali. In questo modo si
evitano, nel pieno rispetto delle libertà individuali,
inutili sprechi e dispersioni di energie umane a beneficio
dell'intera società.
All'obiettivo
N° 3, riguardante "Un sano inizio di vita", del
documento HEALTH21, dell'OMS, si legge: " I genitori
hanno bisogno di mezzi e capacità per allevare i figli e
per dare loro assistenza in un ambiente sociale che
protegga i diritti dei bambini; le comunità locali devono
sostenere le famiglie assicurando un ambiente sicuro per i
figli e strutture in grado di promuovere la loro
salute."
Bibliografia
su:
http://www.careperinatologia.it/news/lavori/ostetricia/appropriatezza.html
|
Intervento
del Dr. A. Pellegrini
Nella mia pratica di medicina generale ho la prassi
di consigliare l'esecuzione del tri-test a TUTTE le
gestanti, indipendentemente dalla loro età;
studiando il materiale disponibile di questo
Congresso mi sento confortato dall'Autorità dei
Relatori nel continuare questa prassi. Tuttavia il
medico generalista spesso (per non dire sempre...)
si trova pressato da richieste sull'opportunità di
eseguire amniocentesi anche in pazienti che non
presentano le caratteristiche per essere candidate a
tale metodica; tali richieste sono di solito dettate
da stati di ansia nella gestante e nell'entourage
familiare, da distorta o errata informazione, da
insistenze dei parenti, etc. In tal senso è
particolarmente importante importante l'opera del
medico di famiglia, nella cui competenza mi pare
possa pienamente rientrare un'azione mirata di
counseling verso la gestante e la coppia,
finalizzata in primo luogo a chiarire la reale
situazione del rischio, sulla base di inoppugnabili
dati scientifici, come quelli presentati in questo
Congresso. E' stata infatti evidenziata la
affidabilità scientifica del test, come test
predittivo in senso probabilistico, ovviamente non
diagnostico: il vero problema a mio modessto parere
è tradurre tutto ciò in termini comprensibili e
realmente efficaci per la gestante, di solito
confusa dalla pletora di "noise"
pseudo-informativo che inonda i media nel campo
sanitario. Sfortunatamente a volte capita anche che
la gestante non trovi nel consulente ginecolo quella
comprensione che sarebbe auspicabile, per cui si
rivolge al medico di famiglia, al quale così
perviene il doppio compito (doppiamente gravoso) di
informare correttamente la donna, e di smontare il
castello di inutili ansie che spesso si è andata
costruendo, vuoi per la disinformazione, vuoi per la
mancata comprensione di informazioni corrette.
QUindi Vi chiedo conferma dell'adeguatezza del mio
approccio, consistente nell'indicare l'opportunità
di eseguire SEMPRE il tri-test ed una accurata
ecografia precoce, come metodica capace di fornire
il massimo di informazioni senza il ricorso a
tecniche invasive, da riservare a situazioni
"di secondo livello". Grazie
|
|
Risposta
della Dr.ssa
Giarin
Proporre il tri-test a tutte le coppie penso sia
opportuno, dato che ad oggi è stato l'unico test
non invasivo, seppur probabilistico, che poteva
orientare sul rischio specifico per Sdr. Down, oltre
al generico fattore età. Oggi si sta diffondendo un
nuovo esame, anch'esso probabilistico e non
invasivo, che presenta però il duplice vantaggio di
essere più precoce e sensibile.
In ogni caso, tale test va PROPOSTO e non "cosigliato"
o "indicato": la coppia deciderà se
desidera inserire o meno tale esame nel suo
percorso. Questa considerazione è, a mio avviso,
particolarmente importante nel caso del tri-test in
quanto, accanto ad un elevato valore predittivo
negativo, presenta una bassa sensibilità: in caso
di positività la coppia, ed il Medico, si trovano a
gestire un'ansia che può accompagnare una lunga
gravidanza o portare ad eseguire indagini invasive
non prospettate, senza che poi il dato venga
confermato. Tutto ciò non vuole discreditare il
tri-test, ma semplicemente evidenziare che questo
esame, data l'elevata specificità, può essere più
utile per "orientare" le coppie non a
rischio aumentato per anamnesi personale o
familiare, ma in conflitto tra l'ansia, da un lato,
ed il timore per l'indagine invasiva, dall'altro.
L'ecografia morfologica è poi un fondamentale ed
irrinunciabile ausilio nella valutazione dello
sviluppo fetale e può, essa stessa, essere
rassicurante o evidenziare un rischio di possibile
cromosomopatia fetale, dato che, come è ben noto,
le alterazioni cromosomiche più frequenti si
possono associare a modificazioni morfologiche
talvolta evidenziabili in tale occasione.
L'intervento del Collega pone poi l'occasione di
ribadire l'importanza della comunicazione
medico-paziente, o medico-coppia nel caso specifico:
PARLARE in termini chiari, fare lo sforzo di
valutare il grado della loro comprensione e,
soprattutto, dar loro tempo e disponibilità per
elaborare le informazioni ricevute. Permettere alla
coppia di ben comprendere limiti e vantaggi di ogni
metodica atta ad accertare lo stato di benessere
fetale (ed anche materno), di riportare il senso di
tali esami, e di loro eventuali ripercussioni, nella
loro Storia (fatta di valori, obbiettivi,
aspettative...) può forse aiutare a non vivere la
Medicina come una scienza esatta in ogni circostanza
e/o a fare scelte più consapevoli.
|
http://www.cyber-medica.org/ecm/corsi/ppd/tritest_risposte.html
I
genitori italiani sono troppo ansiosi gia' prima della
nascita del bebe': fanno troppe analisi 'inutili',
alimentando cosi' il business della diagnostica prenatale,
senza un vero vantaggio per la salute di mamma e bambino.
A mettere in guardia contro i controlli esasperati e' il
presidente della Societa' italiana di neonatologia (Sic),
Franco Macagno , a margine del primo Media Forum della
Sic, in corso a Napoli. Le italiane, secondo l'esperto,
fanno troppe ecografie, anche una al mese, che ''non
servono a nulla - spiega Macagno - quando la gravidanza e'
normale. In Svezia e Norvegia se ne fanno due, al massimo
tre, nel corso dei 9 mesi''.
Ed e' questa l'indicazione 'tecnica' della comunita'
scientifica internazionale. L'esperto non sconsiglia gli
esami a chi ne ha veramente bisogno.''Nel caso di distacco
della placenta o di altri problemi, se ne possono fare
anche diverse al mese. Ma il consiglio e' quello di non
spendere soldi per procedure che non possono dare garanzie
sulla salute del bimbo''. Non bisogna esagerare nemmeno
con le amiocentesi. ''Si deve ricordare alle future mamme
- aggiunge l'esperto - che questo esame e' utile solo nei
casi indicati: per le donne di oltre 35 anni , per quelle
con familiarita' per malattie genetiche o con problemi
evidenziati nell'ecografica. Inoltre puo' prevedere solo
una particolare 'fetta' di patologie, quelle cromosomiche,
come la sindrome di Down e altre trisomie. Non prevede,
per esempio, le malattie metaboliche''.
Il maggiore rischio e' quello di alimentare un mercato,
soprattutto quello privato, della diagnostica che serve
solo a 'rassicurare' i genitori in ansia. Questa
'battaglia' ha gia' un precedente, ricorda Macagno, quello
dei check-up in pediatria. ''Qualche anno fa - conclude
l'esperto - prima della scuola le mamme chiedevano spesso
un controllo generale del sangue per i loro figli. Un
metodo che, oltre a rappresentare una spesa superflua, e'
scientificamente sbagliato''.
dal sito Adnkronos Salute - 09/11/01
--------------------------------------
L'alta percentuale di aborti spontanei non è da
sottovalutare se si è aspettato fino ai trentacinque anni
per avere un figlio e lo si desidera veramente.
Dato lo spettro di un aborto a tardo termine in caso di
amniocentesi positiva, le donne optano per un'amniocentesi
all'inizio della gravidanza. Tuttavia le ultime ricerche
riportano che un'amniocentesi dopo poche settimane aumenta
il rischio di aborto spontaneo. E' inoltre più probabile
che provochi la deformazione del piede rispetto al CVC
(Campionamento del Villo Corionico), secondo la ricerca
svolta dalla Scuola Medica del King's College di Londra.
L'amniocentesi condotta all'inizio della gravidanza si è
rivelata così pericolosa che i ricercatori olandesi
probabilmente abbandoneranno i loro esperimenti perché
non ne considerano eticamente giustificato il
proseguimento.
Mentre scrivo, otto donne hanno avuto un aborto spontaneo
dopo aver subito un'amniocentesi all'inizio della
gravidanza, lo stesso è capitato in un altro gruppo di
120 donne a cui era stato fatto il test, da quando gli
olandesi hanno iniziato la loro ricerca.
Il Dott. F. Vandenbusche e i suoi colleghi del Leiden
University Hospital hanno comunicato ai loro colleghi che
"pare che non si sia alcuna giustificazione per
continuare l'amniocentesi all'inizio della gravidanza
sulla base di credenze e di osservazioni non
verificate". Un altro studio ha indicato che i
bambini le cui madri si sottopongono ad amniocentesi,
riportano livelli "significativamente maggiori"
di malattie emolitiche.
Vi sono poi molti casi in cui gli esami risultano
erroneamente positivi, anche questo tipo di test che viene
considerato molto accurato (c'erano più risultati errati
nell'amniocentesi che nel test CVC nello studio condotto
dall'MRC).
Tratto
da Ciò che i dottori non dicono: la verità sui
pericoli della medicina moderna Lynne McTaggart
edizioni Macro
http://www.disinformazione.it/dottori.htm#CVC
Efficacia
sotto inchiesta per i test prenatali anti-Down nelle donne
giovani
26
Luglio 2002
Sebbene
il governo britannico abbia deciso di offrire, a partire
dal 2004, i test non-invasivi per lo screening prenatale
della sindrome di Down a tutte le donne in gravidanza, il
loro impiego non sarebbe vantaggioso dal punto di vista
del rapporto costi/efficacia nelle donne al di sotto dei
35 anni di età. Lo sostiene uno studio pubblicato
sull'ultimo numero di giugno del British Medical Journal.
Lo
studio
I
ricercatori hanno identificato tutti i casi di sindrome di
Down in otto ospedali di distretto della regione del
Wessex, in Gran Bretagna, tra il 1994 e il 1999.
-
Durante questi sei anni, su 155.501 nascite, sono venuti
alla luce 335 bambini Down.
-
Nello stesso periodo, nella regione erano stati impiegati
tre diversi gruppi di screening:
test
biochimici per tutte le donne in gravidanza,
ecografia,
in particolare mediante il test di translucenza nucale del
feto, solo per le donne di età superiore
ai 35 anni,
test
combinati biochimici più ecografici, ma
solo per le donne over 35.
-
Il 15% delle donne che hanno partorito nel periodo
esaminato aveva più di 35 anni di età (una percentuale
più che doppia rispetto ai modelli statistici di
screening).
-
Il 58% dei bimbi Down era nato da donne over 35.
I
risultati
-
Non sono state trovate evidenze del fatto che lo screening
sierologico renda più efficace l'individuazione prenatale
per la Sindrome di Down o riduca il ricorso a procedure
invasive come l'amniocentesi.
-
Nel distretto in cui si usava soltanto il test sierologico,
i ginecologi sono stati in grado di individuare il 57% di
casi, contro il 52% individuati nel distretto in cui tale
test era combinato con la valutazione dell'età della
madre
Il
commento
"Quello
dell'identificazione prenatale non-invasiva dei feti
affetti da Sindrome di Down è un argomento molto
dibattuto in questo periodo. Il razionale di studi come
quello britannico è l'ipotesi che il ricorso all'amniocentesi
abbia un rapporto costi/benefici troppo sfavorevole, sia
dal punto di vista economico che di rischio per il feto;
basti pensare che per ogni 200 amniocentesi si verifica un
aborto iatrogeno e ciò spesso accade in donne che
potrebbero non avere un'altra opportunità". "Il
ministero della salute britannico sta portando avanti
ormai da anni un importante studio per verificare se una
serie di test non-invasivi riducesse il ricorso all'amniocentesi
e consentisse una maggiore efficacia diagnostica. La
conclusione dello studio sembra essere che, dal punto di
vista dei costi, offrire anche alle donne più giovani la
possibilità di utilizzare test non-invasivi non porta
vantaggi significativi, ma io credo, comunque, che questi
test permettano di ridurre il ricorso all'invasività
dell'amniocentesi e di evitare un numero sia pur piccolo
di nascite Downi". Questo è il commento del
professor Melis, titolare della cattedra di Ginecologia e
Ostetricia dell'Università di Cagliari.
Le
conseguenze
"La
vera rivoluzione in questo campo sarà la diagnosi non
invasiva, basata su procedure per mappare i cromosomi
delle cellule fetali presenti nel sangue materno. In altre
parole, con un semplice prelievo di sangue e un test assai
poco costoso si potrà risolvere l'annosa questione".
"Vi
sono già lavori in questa direzione e alcuni gruppi di
ricercatori stanno mettendo a punto la metodica che
dovrebbe, quindi, essere a disposizione entro poco
tempo".
(Il
professor Gian Benedetto Melis è direttore della Clinica
Ostetrica e Ginecologica dell'Università di Cagliari e si
occupa in modo particolare di problemi legati alla terapia
ormonale, sia anticoncezionale che sostitutiva, di
chirugia ginecologica avanzata e di oncologia.
http://www.okmedico.it/mediconews
ESAMI
IN GRAVIDANZA
GAZZETTA
UFFICIALE 20 OTTOBRE 1998 N. 245
DECRETO
10 SETTEMBRE 1998
AGGIORNAMENTO
DEL DECRETO MINISTERIALE 6 MARZO 1995
CONCERNENTE
L'AGGIORNAMENTO DEL DECRETO MINISTERIALE 14 APRILE
1984
RECANTE PROTOCOLLI DI ACCESSO AGLI ESAMI DI LABORATORIO E
DI
DIAGNOSTICA STRUMENTALE PER LE DONNE IN STATO DI
GRAVIDANZA
ED
A TUTELA DELLA MATERNITA'.
http://www.giofil.it/offline/201098.htm
|
|
Il
ragioniere P. è mio assistito da cinque anni, ma fino a
pochi mesi fa non lo avevo mai conosciuto di persona. Oggi
si presenta da me per un ennesimo certificato di malattia:
astenia, insonnia, anoressia, emicrania ogni lunedì
mattina ma i vari accertamenti eseguiti sono tutti
negativi. Siamo entrambi perplessi, poi, finalmente,
mi dà uno
strumento per capire: “ho cambiato ufficio, colleghi,
capi e lavoro male….ho letto su Internet che ci si può
anche ammalare per questo!”………Digito “mobbing”
e trovo 57.900 risultati su Google……..e addirittura un
sito dedicato.
Gli
psichiatri: colpiti soprattutto impiegati di banca
e dipendenti di società ad alto tasso di
informatizzazione
"Il mobbing prospera
nella new economy"
"Spesso le vessazioni sui lavoratori si accoppiano
al tecno-stress: ma attenti a non fare confusione
……………gli
psichiatri e i sociologi riuniti a San Marino per un
congresso internazionale sul tema "Ecologia,
psichiatria e salute mentale" hanno, infatti, detto
senza mezzi termini che il mobbing (l'insidiosa e subdola
persecuzione psicologica dei superiori nei confronti dei
sottoposti) prospera soprattutto nelle banche, nelle
industrie farmaceutiche e in generale nelle aziende che
hanno adottato in maniera più massiccia
l'informatizzazione dei processi produttivi.
"Il mobbing che miete sicuramente più vittime tra le
donne che tra gli uomini, è più frequente negli ambienti
di lavoro tecnologicamente più avanzati dove la pressione
sociale è maggiore", spiega il professor Sergio De
Risio, direttore dell'Istituto di Psichiatria e psicologia
dell'Università Cattolica di Roma.
Una tesi condivisa anche da Adolfo Petizol, presidente
dlela Società europea di psichiatria sociale, che collega
il mobbing al cosidetto tecno-stress: "In pratica,
gli stimoli che nascono in questi luoghi
super-informatizzati vengono elaborati in maniera
patologica e provocano stress. Più a rischio le banche,
le aziende farmaceutiche e tutti quegli ambienti dove la
competizione è legata ad un know-how emergente come
quello dell'informatizzazione. Ma anche quei posti di
lavoro dove ci sono scale gerarchiche particolarmente
rigide e fisse, e dove il "potere" esercitato
dai superiori si fa sentire di più sul lavoratore".
http://www.repubblica.it/online/societa/mobbing/convegno/convegno.html
'Il
medico generico spesso non è in grado di riconoscere e
curare questa sindrome. Serve l'aiuto di uno specialista',
Harald Ege ………….
………………'È
urgente che vengano formati dei professionisti,
sindacalisti, medici del lavoro, in grado di capire la
situazione di pericolo della vittima.
http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html
Cuore
in pericolo per le vittime del mobbing. Ingiustizie e
discriminazioni in ufficio, ma anche ansia, malinconia,
stress e isolamento sociale moltiplicano il rischio di
malattie cardiovascolari. Sono questi i nuovi 'nemici' del
cuore, che si aggiungono alle classiche cattive abitudini,
come fumo, diabete, obesita', ipertensione e colesterolo
alto. E' il quadro tracciato durante il I Mediterranean
Cardiology Meeting, in corso a Taormina. Depressione,
mobbing, stress, associati ai piu' noti fattori di
rischio, raddoppiano la possibilita' di infarto. E
l'accoppiata ansia-depressione aumenta il rischio cardiaco
per chi ha gia' subito un attacco.
''Sono le casistiche raccolte dai maggiori studi - spiega
Michele Gulizia, direttore dell'Unita' di cardiologia
dell'Ospedale S.Luigi-S.Curro' di Catania - a dimostrare
che un carattere soggetto a frequenti attacchi di
ostilita' e aggressivita', ansioso o depresso aumenta di
molto la possibilita' di avere malattie cardiovascolari''.
Incidere sui 'fattori psicosociali', dunque, aumenterebbe
il numero di vite salvate, aggiungendosi a quel 40% di
riduzione di mortalita' cardiovascolare che si
guadagnerebbe se fossero eliminati i tradizionali fattori
di rischio. La meta' di quanti hanno avuto un infarto,
dichiara di essere stato vittima di ingiustizie o gravi
discriminazioni in ufficio, fino alla perdita del lavoro.
Inoltre, il 40% dei cardiopatici lamenta anche la
monotonia dell'occupazione, l'impossibilita' di gestire e
organizzare i propri impegni professionali.
http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4457
La
prima cosa da fare, in caso di 'mobbing', è imparare a
riconoscerlo prima che sia troppo tardi. L'esperto Heinz
Leymann ha catalogato 45 situazioni sospette. Ecco, in
breve, i sintomi principali da non sottovalutare.
1-
Improvvisamente spariscono o si 'rompono', senza che
vengano sostituiti, strumenti di lavoro come telefoni,
computer, lampadine.
2-
I litigi o i dissidi con i colleghi sono più frequenti
del solito.
3-
Vi mettono vicino un accanito fumatore sapendo quanto
odiate il fumo.
4-
Quando entrate in una stanza, la conversazione generale di
colpo si interrompe.
5-
Venite tagliato fuori da notizie e comunicazioni
importanti per il lavoro.
6-
Girano pettegolezzi infondati sul vostro conto.
7-
Vi affidano da un giorno all'altro incarichi inferiori
alla vostra qualifica o estranei alle vostre competenze.
8-
Vi sentite sorvegliati nei minimi dettagli: orari di
entrata e uscita, telefonate, tempo passato alla
fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè.
9-
Vi rimproverano eccessivamente per delle piccolezze.
10-
Non viene data alcuna risposta a vostre richieste verbali
o scritte.
11-
Superiori o colleghi vi provocano per indurvi a reagire in
modo incontrollato.
12-
Venite esclusi da feste aziendali o altre attività
sociali.
13-
Vi prendono in giro per l'aspetto fisico o
l'abbigliamento.
14-
Tutte le vostre proposte di lavoro vengono rifiutate.
15-
Siete retribuito meno di altri che hanno incarichi
inferiori.
Cervello:
ansia, attacchi di panico, depressione, emicrania,
vertigine. Perdita di memoria, difficoltà di
concentrazione. Insonnia.
Pelle:
disturbi cutanei, dermatosi, psoriasi.
Occhi:
annebbiamento temporaneo della vista.
Collo-spalle:
cefalea muscolo-tensiva, cervicale, mal di schiena.
Cuore:
tachicardia, palpitazioni, infarto del miocardio
Arti:
tremore, sudorazione, senso di debolezza alle gambe,
dolori muscolari.
Apparato
digerente: problemi gastrici, bruciori di stomaco, ulcera.
In certi casi, bulimia.
Apparato
respiratorio: problemi di respirazione, mancanza di fiato,
senso di oppressione.
Sistema
immunitario: calo delle difese dell'organismo, maggiore
vulnerabilità alle malattie.
http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html
Bullismo
patogeno
Ultimo
aggiornamento: 30/04/03
Una ricerca condotta nel Regno Unito ha indicato che il
53% dei lavoratori sono vittime di “bullying” e il 78%
hanno assistito ad atti di “bullying”. Il termine,
letteralmente significa intimidazione, è utilizzato per
indicare la violenza di tipo psicologico perpetrata sul
posto di lavoro. Un problema che ha assunto una tale
rilevanza nel mondo anglosassone da indurre il British
Medical Journal a dedicare un editoriale all’argomento.
Che cos’è il bullying
Una serie di comportamenti “al limite” di tipo
vendicativo, malevolo, ingiustamente critico, umiliante o
minaccioso, che minano la dignità dei lavoratori. Questa
è la definizione di bullying, un concetto non molto
distante da quello di mobbing, categoria più ampia che
sottintende un comportamento persecutorio verso un
lavoratore. Del resto il numero di persone che si
rivolgono al medico per denunciare un problema di tipo
psicologico è in continua crescita e molti pazienti
lamentano lo stress lavorativo, in molti casi proprio
episodi di bullying, come causa principale.
Infatti, un comportamento offensivo e intimidatorio
protratto a lungo su un soggetto psicologicamente più
debole non può che generare nella vittima turbamento,
senso di minaccia, umiliazione e vulnerabilità, minando
l’autostima e conducendo ad uno stato di stress
costante. Una recente classificazione contempla cinque
categorie di bullying: minaccia dello status
professionale, minaccia della propria condizione
personale, isolamento, iperlavoro e destabilizzazione. Si
creano così – continua l’editoriale del British,
ambienti di lavoro “tossici” nei quali simili
comportamenti non possono che proliferare e nei quali
parlare in modo franco risulta difficile e si finisce per
coltivare un’epidemia silenziosa.
Gli esperti sono al Nord
Come premesso si tratta di un problema sviscerato
particolarmente nel mondo anglosassone, dove più studi,
in particolare in Scandinavia, hanno fatto il punto della
situazione. Non a caso Svezia e Norvegia sono i soli paesi
europei che dispongano di una legislazione specifica
sull’argomento. In Gran Bretagna, un altro paese dei
“bulli”, sono stati stimati i costi complessivi della
malattia che oscillano tra i 2 e i 30 miliardi di sterline
l’anno, 3 miliardi di euro per intendersi. Di
particolare rilievo, poi, è il problema tra gli operatori
sanitari. Secondo un’indagine del 1996, condotta su 1100
impiegati presso il Servizio Sanitario Nazionale inglese,
il 38% si è dichiarato soggetto a bullying e il 42% ha
assistito al bullying nei confronti di colleghi.
Percentuali simili a quelle riscontrate, sempre in Gran
Bretagna, tra 1000 “junior doctors” ospedalieri
(medici in formazione).
Che cosa si può fare?
La risposta, secondo il Bmj, è più complessa di quanto
si possa pensare. Intanto è necessario che i medici
aumentino la loro consapevolezza che il bullying può
essere una fonte di stress per i loro pazienti. Ciò
significa domandare abitualmente come vanno le cose al
lavoro, quando si ha a che fare con un paziente con un
quadro ansioso e depresso. Anche problemi di
concentrazione, insicurezza e mancanza di iniziativa
possono essere sintomatici di un problema di questo
genere. Una volta identificato il problema diventa, poi,
indispensabile fornire supporto e incoraggiamento ai
pazienti. Come? Intanto garantendo tutte le informazioni
del caso, un ruolo per il quale è necessario che i medici
diventino padroni di queste tematiche. Oggi – secondo
l’editoriale – non sempre è così, manca cioè
comunicazione tra medici generici e medici del lavoro.
Anzi è lo stesso mondo sanitario che presenta, nel 12%
dei casi totali, episodi di bullismo. Ecco perché tutti i
medici che sono anche docenti, devono avere nella giusta
considerazione il ruolo che rivestono nei confronti degli
studenti di medicina e degli specializzandi. Altrimenti,
come testimoniano alcuni studi, si genera una catena di
comportamenti ostili di generazione in generazione. Come a
dire innanzitutto il buon esempio.
Marco Malagutti
http://pro.dica33.it/article
(McAvoy
BR et al. Workplace bullying. BMJ 2003; 326: 776-777
Quine
L. Workplace bullying in junior doctors: questionnaire
survey. BMJ
2002; 324: 878-879
Per
approfondire
Lo
stato dell`arte sul bullying http://www.bullyonline.org/
Mobbing
vuol dire…
Colpisce
40 milioni di lavoratori europei per un costo complessivo
di 20 miliardi di euro all’anno. Si tratta del mobbing
ed il quadro piuttosto allarmante viene dall’Agenzia
Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. A queste
cifre vanno aggiunti i costi per le aziende in termini di
minore produttività dei lavoratori, che sono valori non
facilmente quantificabili. Per discutere del problema, sia
sotto il profilo legislativo sia sotto quello medico, a
Venezia è in corso di svolgimento la Conferenza europea
sul mobbing, un evento patrocinato dal Ce.S.E.A.L., Centro
Studi Europei Sanità Ambiente Lavoro. Ne abbiamo parlato
con il presidente dell’associazione Giuseppe Di Claudio.
I numeri del mobbing
Emarginazione, diffusione di maldicenze, critiche
continue, sistematica persecuzione, compiti
dequalificanti, compromissione dell’immagine sociale nei
confronti di clienti e superiori. Sono molti modi per
definire il disagio lavorativo, fenomeno in costante
aumento, con ripercussioni patologiche
cronico-degenerative legate alla sfera psichica. Ma cos’è
il mobbing? “La parola –spiega Di Claudio – è stata
ideata dallo studioso svedese Leymann e viene
dall’inglese to mob che significa aggredire, il primo
utilizzo però si è avuto in campo etologico ad indicare,
fra uccelli, l’atteggiamento aggressivo verso un membro
del gruppo. Da una ventina d’anni a questa parte, poi,
il termine è stato adottato nell’ambiente di lavoro a
rappresentare il processo di aggressione o di
emarginazione da parte di superiori o di colleghi”. In
Italia la situazione è monitorata dall’Ispesl, organo
del Servizio Sanitario Nazionale, secondo i cui dati sono
circa un milione e mezzo i lavoratori italiani mobbizzati,
che significa 4 milioni di persone coinvolte, tenendo
conto delle ripercussioni in ambito familiare. Esiste una
categoria più soggetta delle altre? “Difficile dirlo
– riprende Di Claudio – tutti i lavoratori sono
soggetti in egual misura, anche se probabilmente i
lavoratori appartenenti a categorie medio-alte (quadri e
dirigenti), cioè quelli più soggetti a responsabilità,
sono particolarmente esposti”. E perché? “ Proprio
per la responsabilità. In ambiti come la new economy, per
esempio, ci si trova di fronte anche ad un problema
generazionale. Succede cioè che i “vecchi” sentono
molto la minaccia delle nuove generazioni e così di
fronte alle prime difficoltà si bloccano. Non è un caso,
così – riprende il presidente del Ce.S.E.A.L. – che
il 62% dei “mobbati” abbia un’età compresa tra 51 e
60 anni”. A completare l’identikit del lavoratore
soggetto a mobbing sono il matrimonio (82%), un diploma
(71%) e un impiego per lo più nel pubblico. E’ vero?
“Si. Il 70%, per la precisione, con un lavoro
impiegatizio. Forse per la maggiore tutela che si ha nel
privato dove (teoricamente... n.d.r.) si spende di più
per la formazione e c’è maggiore protezione”. Sempre
secondo l’Ispesl un lavoratore sottoposto a violenze
psicologiche ha un rendimento inferiore del 70% in termini
di produttività ed efficienza che tradotto in costo per
il datore di lavoro significa il 180% in più.
Prevenire è meglio che curare
Gli effetti sulla salute vanno da reazioni psicosomatiche
come cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori
osteoarticolari a fenomeni come ansia, disturbi
dell’umore fino a fenomeni più gravi come anoressia,
bulimia e alcolismo. E la cura? “Le cure esistono ma
laddove è possibile sarebbe meglio riuscire a prevenire
anche per ragioni di tipo economico e sociale, i costi,
infatti, di terapie anti-mobbing non sono bassi anche
sotto il profilo sociale”. Prevenire già, ma dimostrare
di essere vittima del mobbing non è niente affatto
facile. Bisogna, infatti, stabilire una relazione tra
causa ed effetto e produrre le prove mediche del proprio
stato. La legge aiuta? “ Si, almeno in teoria” –
risponde il professore. Le leggi ci sono e sono anche
molto severe, non sempre però vengono applicate. Anche
una legge come la 626 (che tutela la sicurezza sul lavoro)
non andrebbe interpretata solo sotto il profilo tecnico ma
anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Sono ben
dieci del resto le proposte di legge presentate dai vari
gruppi parlamentari, quasi una per gruppo. “È così”
– continua Di Claudio. “La Conferenza Europea è un
appuntamento importante anche per discutere di questi
aspetti. L’auspicio, infatti, è di giungere ad una
proposta unica che riallinei l’Italia all’Europa”.
Ed in Europa qual è la situazione? “Più si va a nord
più il problema è sentito. Ecco perché in Svezia o in
Inghilterra, per esempio, esistono già legislazioni ad
hoc. L’Unione Europea però ha preso posizione invitando
ad uniformare la legislazione nel giro di tre anni. Un
altro aspetto che mi preme sottolineare – aggiunge il
presidente del Ce.S.E.A.L. – è che sarebbe necessaria
una maggiore uniformità tra le regioni che spesso
legiferano in modo diverso.” L’Italia, comunque, resta
al di sotto della media europea quanto a casi di mobbing.
Il 4% dei lavoratori italiani, infatti, ne è stato
vittima contro il 16% della Gran Bretagna, il 10% della
Francia e il 7% della Germania. Alla Conferenza Europea
sul Mobbing ci sarà, comunque, modo di parlare di queste
cose, ma su tutti gli avvenimenti in programma Di Claudio
ci tiene a sottolinearne due: “Guariniello, Procuratore
della Repubblica aggiunto del Tribunale di Torino, che
parlerà di obblighi e responsabilità in tema di mobbing
e Gilioli, responsabile della Clinica del Lavoro di
Milano, che si occuperà di mobbing in campo
clinico-epidemiologico”.
Marco Malagutti
http://pro.dica33.it/article
Per
approfondire
Il
sito del Ce.S.E.A.L. http://www.ceseal.it/
Tuttavia,
oggi, il medico di famiglia ha anche un ruolo importante,
nel caso in cui l'infortunio non sia evidente. Spesso
esistono situazioni di depressione legate al lavoro.
Parliamo di MOBBING. Il termine deriva dal verbo TO MOB
che significa "assalire, attaccare", e con esso
si indica una serie di comportamenti aggressivi sul luogo
di lavoro, da parte di alcuni lavoratori nei confronti di
altri colleghi, soprattutto se sottoposti dal punto di
vista gerarchico, che sono esclusi e alienati dalla
propria attività, con gravi ripercussioni che si
configurano in stati di ansia e depressione.
Il
Mobbing è un fenomeno sociale che si manifesta in un
insieme di azioni e comunicazioni tra persone del medesimo
ambito lavorativo, volto a determinare una condizione di
debolezza in una persona allo scopo di emarginarla
dall’ambiente. Di
fronte a questi veri e propri attacchi, ripetuti con
frequenza, la “vittima” prova un senso di isolamento,
si sente non valorizzata né utilizzata per le sue reali
capacità, arrivando a percepire una estromissione,
effettiva o virtuale, dal contesto lavorativo. E’
evidente come tale condizione di disagio diventi una
potenziale fonte di turbamento per la salute del
mobbizzato. Quest’ultimo ha veramente qualcosa di
diverso, che lo pone su di un altro piano rispetto agli
altri. Il mobbizzato, spesso inconsapevolmente, entra in
un circolo relazionale vizioso, bersaglio di una sottile e
diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli
attacchi però non sempre sono eclatanti e la vittima non
è subito in grado di identificare chiaramente quello che
gli sta succedendo: cattiverie e pettegolezzi sono
ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e
amici a cui vengono raccontati. Così l'individuo inizia a
provare senso di inadeguatezza e di colpa per non riuscire
ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce a
mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la
difficoltà di digestione, gli attacchi d'ansia con lo
stillicidio quotidiano di digestione, gli attacchi d'ansia
con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e
rimproveri gratuiti che riceve.
Il
mob finisce spesso per attribuire a se stesso la
responsabilità delle sue difficoltà di adattamento
all'ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i
danni alla stima della persona sono inevitabili.
Si
passa dunque ad un tipo di relazione in cui la vittima
assume il ruolo di sottomesso (one-down). Tale vittima è
la persona “scelta”, diventata il bersaglio delle
frustrazioni e delle vessazioni dell’intero comparto e
dell’azienda; una
persona da evitare, da attaccare, da isolare in modo
sistematico, continuo e mirato. Diviene il parafulmine dei
nervosismi e degli “sfoghi aziendali”.
Al
mobbizzato non si lascia spazio per costruire e gestire i
normali rapporti interpersonali e professionali. In questo
modo, il mobbizzato si sente una persona negata, che
riceve solo dei rifiuti, espliciti o impliciti, dai suoi
colleghi e/o dai superiori, mentre in realtà, nella
maggior parte dei casi la vittima è una persona
brillante, creativa e capace, è un lavoratore che ama la
sua professione.
Divenire
bersaglio del mobbing può portare conseguenze non sempre
superabili con facilità.
Troppi
sono i fattori che contribuiscono alla reazione
psico-fisica della vittima, non ultimi i tratti del
carattere e la capacità di reazione emotiva a stimoli
esterni di tale natura.
Essere
“vittima”, essere “mobbizzato” vuol dire trovarsi
in una condizione di totale sudditanza e impotenza, dalla
quale troppo spesso non si sa uscire poiché non esiste
ancora una cultura giuridica in grado di tutelare chi ne
è soggetto.
Conseguenze
sulla salute
I
primi effetti derivanti da situazioni mobbizzanti sono
osservabili sulla salute delle vittime che, quasi
inevitabilmente, d |