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Esami in gravidanza

Questa mia giovane futura mamma è proprio in collera, oggi : mi stende sotto il naso l’avambraccio ecchimotico da ripetuto prelievo indaginoso, e mi chiede se ritengo veramente necessari tutti quegli esami e quelle ecografie che è “costretta” ad eseguire. Quando poi scopre che la videocassetta del feto (con pollice in bocca…pensi!) che le ha proposto il ginecologo di fiducia non è mutuabile-esente ticket, allora sbotta in modo tale da farmi temere un parto prematuro.  

Forse ha letto gli articoli seguenti……………….

MEDICI ARROGANTI E MASSONI

by RIBELLIONE Saturday December 20, 2003 at 07:41 PM

……………………….HAI RAGIONE.

non hanno tempo i MEDICI in reparto ma se vai a pagamento nello studio privato sono pieni di attenzioni
per una gravidanza che va bene, ti visitano minimo una volta al mese ( ti dicono che serve farsi visitare un ambulatorio privato) per tutta la gravidanza, e ogni volta beccano 100 euro minimo
Una gravidanza che vada bene, senza problemi fate i conti quanto costa ad una famiglia per nove mesi dal medico a pagamento + tanti esami inutili che ti ripete nell'ambulatorio
Come mai nessuno di sinistra almeno prende sul serio la questione???

…………………….Incompetenza,ignoranza, spavalderia e venalità sono le doti della maggior parte dei medici di oggi(non farò di tutta l'erba 1 fascio).un tempo si diveniva medici x aiutare il prossimo e x mera vocazione!!!Oggi lo scopo sono i soldi,la borsa the bridge o pollini o furla, i vestiti armani,cavalli e compagnia bella,poi poter dire di essere superiori a ki fa altre facoltà e poter dire di essere gente altolocata!!!..........................................................

http://italy.indymedia.org/news/2003/12/449402_comment.php

E' doveroso combattere gli sprechi di tempo e denaro (sia per le famiglie, sia per il Servizio Sanitario), evitando gli esami del tutto inutili e quegli esami che non siano indicati nel caso specifico di ogni singola paziente. 

Inoltre, l'eccessiva "medicalizzazione" della gravidanza non fa nient'altro che alimentare ansia e preoccupazione verso un evento che invece è del tutto fisiologico, fa parte della vita normale e nella stragrande maggioranza dei casi non presenta deviazioni patologiche.

Voglio a tal proposito sensibilizzare i lettori su di un fattore di grande importanza: in ogni campo della medicina, ogni volta che si esegua un esame non strettamente indicato vi è sempre, in agguato dietro l'angolo, il rischio di ottenere dei risultati apparentemente preoccupanti ma che in realtà rappresentano soltanto dei risultati veri solo temporaneamente oppure rappresentano dei falsi positivi. In entrambi questi casi, è vero che la ripetizione dello stesso esame e l'effettuazione di esami correlati di approfondimento chiariscono il dubbio, ma a quale prezzo (di tempo, di denaro e con patemi d'animo perfettamente inutili)!!!

Come nella prima parte, segnalo con asterisco quegli esami che ritengo irrinunciabili alle varie epoche gestazionali………………………ritengo che gli altri esami, senza asterisco, non siano sempre da eseguire: o si dimostrano utili solo in alcuni soggetti, a seconda delle caratteristiche personali di ogni gravida, oppure si rivelano sostituibili con altre indagini, oppure sono da eseguire soltanto nel caso in cui si ottengano certi tipi di risultato negli esami irrinunciabili.

  http://www.ecogin.it/esamiingravidanza2.htm

GRAVIDANZA: TROPPE ANALISI INUTILI PER ANSIA FUTURI GENITORI

Napoli, 9 nov.(Adnkronos Salute) - I genitori italiani sono troppo ansiosi gia' prima della nascita del bebe': fanno troppe analisi 'inutili', alimentando cosi' il business della diagnostica prenatale, senza un vero vantaggio per la salute di mamma e bambino. A mettere in guardia contro i controlli esasperati e' il presidente della Societa' italiana di neonatologia (Sic), Franco Macagno , a margine del primo Media Forum della Sic, in corso a Napoli. Le italiane, secondo l'esperto, fanno troppe ecografie, anche una al mese, che ''non servono a nulla - spiega Macagno - quando la gravidanza e' normale. In Svezia e Norvegia se ne fanno due, al massimo tre, nel corso dei 9 mesi''.

Ed e' questa l'indicazione 'tecnica' della comunita' scientifica internazionale. L'esperto non sconsiglia gli esami a chi ne ha veramente bisogno.''Nel caso di distacco della placenta o di altri problemi, se ne possono fare anche diverse al mese. Ma il consiglio e' quello di non spendere soldi per procedure che non possono dare garanzie sulla salute del bimbo''. Non bisogna esagerare nemmeno con le amiocentesi. ''Si deve ricordare alle future mamme - aggiunge l'esperto - che questo esame e' utile solo nei casi indicati: per le donne di oltre 35 anni , per quelle con familiarita' per malattie genetiche o con problemi evidenziati nell'ecografica. Inoltre puo' prevedere solo una particolare 'fetta' di patologie, quelle cromosomiche, come la sindrome di Down e altre trisomie. Non prevede, per esempio, le malattie metaboliche''.

Il maggiore rischio e' quello di alimentare un mercato, soprattutto quello privato, della diagnostica che serve solo a 'rassicurare' i genitori in ansia. Questa 'battaglia' ha gia' un precedente, ricorda Macagno, quello dei check-up in pediatria. ''Qualche anno fa - conclude l'esperto - prima della scuola le mamme chiedevano spesso un controllo generale del sangue per i loro figli. Un metodo che, oltre a rappresentare una spesa superflua, e' scientificamente sbagliato''.

http://www.mpv-cav.veneto.it/a_58_IT_2950_1.html

E' inutile, durante il parto, monitorare continuamente il battito del cuore del neonato con la cardiotocografia. Secondo uno studio inglese, pubblicato sulla rivista 'The Lancet', e' sufficiente, invece, auscultare il cuore del bebe' con uno stetoscopio, ad intervalli regolari. Evitabile, quindi, l'esame con la sonda ad ultrasuoni che riesce a percepire le pulsazioni attraverso l'addome materno malgrado, negli ultimi 20 anni, sia stato considerato indispensabile per garantire il successo del parto e il benessere del neonato.
Lawrence Impey, del John Radcliffe Hospital Women's Centre di Oxford, ha seguito 8.500 donne vicine al parto. A meta' del campione e' stato effettuato un esame cardiotocografico di 20 min, all'altra meta' esami di auscultazione con lo stetoscopio ad intervalli regolari. E il confronto dei due gruppi ha indicato che entrambi i tipi di esame sono equivalenti nel predire eventuali sofferenze del bebe'. Infatti la percentuale di morti o di danni gravi neonatali e' sempre dell'1,3%, senza differenze neanche per quanto riguarda le percentuali di tagli cesarei, di episiotomie o la necessita' di intervenire con il forcipe.
''Questi risultati - commenta Impey - dimostrano che, a volte, anche esami costosi e ampiamente diffusi possono rivelarsi inutili. E invece bisognerebbe concentrarsi di meno sul battito del cuore del neonato e cercare di identificare altri indicatori di sofferenza fetale. Questo - aggiunge - permetterebbe, realmente, di ridurre la mortalita' neonatale e diminuire il rischio che possano nascere bambini con handicap provocati da problemi insorti durante il parto''.

http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4036

Ma quali sono gli esami dai quali la donna in gravidanza non può prescindere? I relatori del Corso di Bormio hanno affermato che oggi esiste una sovrafruizione, in base al 1° decreto Guzzanti e al decreto Bindi sulla esenzione della compartecipazione alla spesa per gravidanze normali, specialmente nelle donne più acculturate, che tendono ad una medicalizzazione della loro gravidanza, richiedendo più esami di quanti siano necessari.

“Parlando di gravidanze normali – ha precisato Mandruzzato – bisogna fare un controllo clinico ogni mese; controllo della pressione; esami ematochimici semplici di routine (glicemia, azotemia, ecc.); esame sierologico per la lue; valutazione se la donna è immunizzata verso la rosolia e la toxoplasmosi; screening per le malattie meno comuni; 4 ecografie (una nel 1° trimestre; uno verso la 21/22° settimana; la terza verso la 28° settimana; la quarta, stranamente perché non siamo più nella normalità, è prevista dal decreto Bindi verso la 41° settimana, mentre sarebbe più logico farla verso la 34/36° settimana, per valutare se il feto cresce in modo corretto).

A ciò bisogna aggiungere la valutazione delle alterazioni cromosomiche che riguardano le donne a rischio per età o per fattori anamnestici o per dati biochimici. Tali esami sono inutili per la gravidanza, anche se molte donne vorrebbero farli per un eccesso di garantismo”.

http://www.saluteeuropa.it/news/2002/060202_1.htm

UN BUON MEDICO EVITA ESAMI INUTILI

Tanti esami non sono garanzia di una diagnosi esatta. Un buon medico cercherà di evitarci indagini fastidiose, costose e poco significative perché non portano ad alcuna possibilità di intervento. Un cattivo medico che cerca facili guadagni non avrà di questi scrupoli: la medicina si nutre delle nostre ansie e può essere un colossale business. Se avete un dubbio, quando vi viene prescritta un’analisi o un altro esame, non abbiate timore di chiedere a che cosa serve ai fini della soluzione del vostro problema.

http://www.unamelalgiorno.it/qualemed/istruz.htm

L'APPROPRIATEZZA DELL'INTERVENTO PREVENTIVO IN GRAVIDANZA

di Gino Soldera, Membro del Direttivo della "Care" in Medicina Perinatale e Presidente della Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale e Francesco Gallo, Coordinatore Responsabile dei Consultori Familiari della ULSS 7, Regione Veneto

"Riguardo al periodo della gravidanza la prevenzione è particolarmente importante se si considera ciò che segue: numerosi risultati della ricerca prenatale e perinatale mettono in rilievo i continui processi formativi di un certo grado di interazione a più livelli che hanno luogo tra madre e bambino durante la gravidanza, mentre la madre è in costante interscambio con il suo specifico ambiente sociale ed ecologico."

Thomas Muller-Staffelstein

LA QUESTIONE

Il bisogno di normalità, per vivere bene il periodo della gravidanza, è così presente che è stato rilevato anche dalle agenzie di indagine del mercato, tanto che una catena di negozi come la "Prenatal" ha programmato degli appositi incontri con le gestanti, in un clima famigliare, lontano dalle logiche sanitarie, sulle esperienze e conoscenze acquisite sulla vita prenatale.

Esiste quindi, da parte della madre in attesa e della coppia, un profondo bisogno inespresso di vivere la gestazione in modo naturale, con consapevolezza e serenità, per sentirla dentro nella propria pelle ed esserne protagonista giorno per giorno.

L'equivoco di fondo nasce dalla diversa concezione che i genitori hanno della gravidanza, talvolta idealizzata, e delle loro aspettative future, rispetto al personale medico e sanitario che in termini di principio la considera un evento naturale e fisiologico per poi trattarlo come una fonte di possibile patologia.

La questione non è secondaria perché, a seconda delle modalità di approccio, varia la modalità della risposta data. Nel caso in cui la gravidanza venga considerata un evento patologico se ne dovrebbe occupare esclusivamente chi è deputato alla diagnosi, alla cura e alla terapia, e quindi la struttura sanitaria, attraverso il personale medico o chi per esso, in caso contrario il discorso rimane del tutto aperto alla possibilità di utilizzare modalità organizzative differenti con, ovviamente, obiettivi diversi.

A questo proposito diventa essenziale considerare, per le sue possibili implicazioni pratiche e per comprendere meglio la questione, l'evento della gravidanza secondo l'ottica della prevenzione.

Abate analizza l'intervento preventivo in modo tradizionale, secondo tre distinti livelli:

Prevenzione primaria. La prevenzione primaria si riferisce solo alle situazioni di normalità o presunta tale, dove sono presenti al massimo dei disturbi lievi e transitori, come lo sono in gravidanza le nausee, il vomito (iperemesi gravidica), il mal di testa, la stanchezza o altro, che non pregiudicano il sostanziale   buon stato di salute e l'utilizzo delle risorse esistenti per affrontare l'intervento preventivo. A scanso di equivoci, va precisato che la prevenzione primaria non si occupa né di diagnosi né di cura, anche se il suo intervento può avere effetti curativi; essa ha come obiettivo l'aiuto mirato all'utilizzo delle risorse presenti e delle potenzialità latenti per mantenere, promuovere, sviluppare e accrescere con opportune iniziative, in termini generali o specifici, gli stati di benessere, di salute e di vitalità. Inoltre, svolge nel contempo un'opera di filtro dei problemi rilevati curandone l'invio a chi di competenza. L'intervento di prevenzione primaria è in genere controindicato nei casi dove esiste già in corso una patologia o un disagio, in quanto l'incapacità a realizzare gli obiettivi proposti può accrescere lo stato di depressione e il senso di sfiducia verso se stessi.

Prevenzione secondaria. La prevenzione secondaria si attua quando la sofferenza e la malattia sono già presenti e le risorse necessarie per il normale adattamento alla vita cominciano a scarseggiare, tanto da rendere necessario un preciso intervento di natura sanitaria a carattere diagnostico e terapeutico. In sostanza, la pronta individuazione del disturbo e la sua cura evitano il possibile aggravarsi della situazione, il deterioramento dello stato di salute, e lo sviluppo della malattia. In gravidanza ciò può riguardare i disturbi infettivi, le depressioni, i problemi metabolici o altro. In genere, l'intervento curativo ha un carattere specifico e mirato al problema ed è finalizzato al recupero dello stato di salute, delle risorse presenti e di quell'autonomia necessaria per poter vivere la vita e per affrontare con adeguata competenza i cambiamenti dell'esistenza.

In sintesi, rientrano nella prevenzione secondaria tutte le diverse forme di diagnosi e di terapia, dalle più semplici, come lo screening,  alle più complesse, quali le cure più specialistiche, che servono a rilevare e trattare i segni della malattia dai più evidenti ai più nascosti. Non va dimenticato che ogni intervento, quale sia la sua natura va attuato attraverso il consenso informato; questo per evitare spiacevoli equivoci e per garantire la realizzazione di una sana alleanza terapeutica con il paziente.

La Prevenzione terziaria. Sono assimilati alla prevenzione terziaria tutti quegli interventi caratterizzati dalla gravità e dall'urgenza. Va attuata in presenza di sintomi disfunzionali già conclamati che procurano evidenti danni e che possono mettere in pericolo la vita dell'individuo, come la minaccia d'aborto, dove è indispensabile procedere ad un intervento immediato per salvare la vita della madre e del bambino. Lo scopo principale è quello di limitare i danni della malattia e di rendere possibile il recupero delle forze e delle energie per il ristabilimento dell'equilibrio funzionale.

È da ricordare che per prevenzione non si intende solo la prevenzione alla malattia organica, ma anche la prevenzione al disturbo psichico e al disagio sociale e quindi a quell'insieme di aspetti che portano a considerare l'individuo nella sua  globalità fisica, psichica e sociale. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto si è rilevato che la situazione di degrado sociale e ambientale è un fattore di rischio non indifferente, da prendere in seria considerazione per garantire il benessere e la salute della madre in attesa e del suo bambino. Ciò ci aiuta a capire la necessità di intervenire nelle situazioni di degrado, ad esempio nelle zone di periferia delle città, o verso le classi sociali che vivono ai margini della società, come gli extracomunitari non regolari. Va comunque rilevato che ognuno di questi tre aspetti che riguardano l'essere umano nella sua globalità è importante, perché insieme agli altri concorre alla formazione del benessere individuale e della società.

LA PREVENZIONE PRIMARIA

La prevenzione primaria si sviluppa in relazione alle politiche sociali per ridurre i potenziali precursori di disfunzione della salute come i "fattori di rischio", di un determinato disagio, e i "fattori di protezione". Questi ultimi hanno il compito di  accrescere le difese e le competenze individuali e sociali e di favorire il miglioramento dello stato di salute, intesa come condizione di armonico equilibrio funzionale e di completo benessere fisico, psichico, sociale e ambientale, e quindi di agevolare, in termini esistenziali, la crescita, la maturazione e lo sviluppo personale.

Il compito della prevenzione primaria dovrebbe essere quello di:

intervenire prima che lo stress, e i deficit di salute compaiono;

  • promovere le condizioni che possono accrescere le competenze e le abilità personali e di conseguenza la gestione degli impegni e delle difficoltà.

  • introdurre nella popolazione nuovi momenti informativi e formativi a carattere educativo per favorire lo sviluppo delle potenzialità personali altrimenti latenti.

……………..La prevenzione primaria per risultare efficace deve poter fondare la sua azione nella sperimentazione e ricerca applicata. I suoi interventi sono volti a introdurre nuove azioni o esperienze, a modificare e correggere la pratica di certi comportamenti o di stili di vita, a migliorare le condizioni socio-economiche-ecologiche e aumentare la consapevolezza collettiva in merito ai problemi di salute, il tutto mediante il coinvolgimento de individui e di gruppi  di famiglie e di collettività. Tali interventi devono sempre essere suffragati dalla evidenza scientifica, l'unica in grado di garantire sulla corretta impostazione del processo di salute e sui suoi risultati, anche se il suo procedere è ancora lento rispetto alle necessità.

In questo senso è importante che gli interventi preventivi procedano attraverso fasi caratterizzate da precise valutazioni, in quanto "abbandonare l'aspetto valutativo equivale abbandonare la scientificità e lasciare la pratica professionale in balia dell'intuizione soggettiva".

Sono quattro le principali motivazioni che depongono a favore della prevenzione: è meno costosa; è innovativa in quanto introduce una nuova mentalità; promuove nuove politiche operative ed evidenzia che molto si può fare prima di arrivare alla diagnosi e alla terapia; è più facile perché tratta con persone relativamente aperte e disponibili; è fonte di soddisfazione, perché lavorare con la funzionalità permette di operare sia attraverso lo studio che la ricerca senza tralasciare il livello di intervento.

L'APPROPRIATEZZA DEGLI INTERVENTI

L'appropriatezza degli interventi è stata introdotta nell'ambito sanitario quando si è cominciato a porre sotto controllo la spesa sanitaria, i costi e i benefici, e a verificare il valore dei modelli organizzativi utilizzati e l'efficacia di certe tipologie di intervento. …………..Se utilizziamo lo stesso concetto dell'appropriatezza degli interventi in gravidanza secondo lo schema visto sopra della prevenzione primaria, secondaria e terziaria, osserviamo che nel corso degli anni l'approccio preventivo primario alla gravidanza, vissuta come un evento naturale e positivo e fondato su pochi e motivati interventi sanitari, è stato sostituito  da un approccio preventivo secondario basato  sulla lotta alla patologia e attuato attraverso il sistematico e talvolta non opportuno ricorso agli interventi diagnostici e curativi. In realtà il tentativo di demedicalizzare la gravidanza e il parto attuato attraverso la psicoprofilassi ostetrica e l'umanizzazione del parto non ha sortito l'effetto desiderato; anzi, lo sviluppo tecnologico ha permesso, grazie a una strumentazione biomedica sempre più perfezionata, di fare accertamenti diagnostici sempre più accurati e precisi sia sulla madre che sul nascituro. Si è introdotta ed estesa la pratica della diagnosi prenatale su tutta la gravidanza, fin dalle prime settimane di gestazione, ponendo in secondo piano l'azione preventiva primaria. Ciò ha favorito l'espandersi della cultura della lotta alla possibile patologia e della salute a tutti i costi, e l'accentuarsi dell'interesse organicistico dimenticando il ruolo parimenti importante per la vita e formazione del nascituro svolto dalle emozioni, dalle relazioni e dalle esperienze prenatali. L'accresciuta medicalizzazione della gravidanza ha favorito l'atteggiamento interventista, fino a diventare in molti casi una vera e propria invadenza nella vita personale; inoltre ha reso più labile il confine fra gravidanza naturale e patologica. Ciò ha portato i genitori in generale a vivere l'evento esistenziale della gestazione con un'accresciuta ansia, paura e preoccupazione. Non va dimenticato che la difficoltà della madre a vivere il naturale e spontaneo rapporto emozionale con il figlio ha delle ripercussioni sui delicati processi ormonali e funzionali in corso durante questo periodo, come il sistema coordinato dell'ipotalamo-ipofisi, il sistema immunitario e le strutture che costituiscono i processi di adattamento psico-sociale. Sempre più spesso, nella mente dei genitori, il figlio anatomico o fantasmatico, con le sue ansie e angosce, prende il posto del figlio reale e immaginario, fatto di emozioni, sentimenti e relazioni, e questo viene poi compensato dalla ricerca impossibile del figlio idealizzato, con le sue conseguenti frustrazioni. Lo stato di incertezza e insicurezza porta i genitori a dimenticare che il figlio è frutto del loro amore e della loro speranza nella vita che continuamente si rinnova di nuove energie e di nuove possibilità. Solo se i genitori recuperano una visione positiva e naturale della gravidanza, con una disposizione attenta al valore del benessere e della salute e non della patologia, possono attingere a quelle energie che gli consentono di vivere con fiducia e di trovare dentro di loro quella stabilità e sicurezza che nessuno gli può dare. Questo per poter affrontare con responsabilità e consapevolezza il loro ruolo genitoriale volto alla formazione ed educazione dei figli, in una fase particolarmente delicata della vita dove vengono poste le basi per lo sviluppo futuro della loro personalità.

LE PROSPETTIVE FUTURE

Diventa quindi urgente, nel percorso che la madre, la coppia e il nascituro fanno nel corso della gravidanza arginare l'invadenza della medicina, superare la centralità della patologia a favore di una cultura della salute che ponga al centro dell'intervento la persona e non la malattia, umanizzare le procedure sanitarie contestualizzandole e personalizzandole, e infine ridurre il numero degli interventi di diagnosi e cura a quelli appropriati e strettamente necessari. Ciò comunque può essere importante ma non sufficiente per dare una risposta adeguata ai profondi bisogni dei genitori e del loro figlio  durante questo periodo. Si sta facendo sempre più strada, per la messa in atto di efficaci strategie di prevenzione primaria, l'esigenza di dare veramente spazio alla prevenzione primaria, definita a ragione prediagnostica e preterapeutica, e a tutte le figure professionali e strutture sociali e sanitarie in grado di svolgere questo compito. Naturalmente la prevenzione primaria non può essere ancorata alla logica limitativa e delle controindicazioni, come avviene in un progetto pilota della Regione Veneto sulla gravidanza, dove l'azione è ristretta al non bere, non fumare, non assumere sostanze o farmaci dannosi, e quindi a diminuire o eliminare i fattori di vulnerabilità, ma in quella propositiva volta a rinforzare i fattori di protezione e di vitalità e capace di coniugare il momento informativo con quello esperienziale e formativo. Questo per coinvolgere coloro  che si preparano a diventare genitori o che sono in attesa di esserlo in una seria riflessione in grado di incidere sul loro stile di vita, così da consentire loro di comprendere l'importanza di una sana alimentazione, di una adeguata respirazione e di un ritmo di vita salutare. La disponibilità e l'impegno durante la gravidanza porta ad una maggiore attenzione verso la  qualità della vita, come stare in famiglia, a coltivare relazioni serene con i famigliari, a svolgere lavori interessanti e arricchenti, a dedicare tempo libero alle attività fisiche portatrici di gioia e benessere, e alle attività artistiche, per esprimere adeguatamente le proprie doti e qualità e fare proprio il gusto verso l'armonia, la bellezza e l'amore, e se possibile scoprire il significato e il senso della vita.

I genitori vanno messi nelle condizioni di poter svolgere il loro ruolo e di acquisire le competenze necessarie per vivere con responsabilità e consapevolezza l'esperienza del concepimento, della gestazione, della nascita e del periodo dopo la nascita dei figli, e di sviluppare le abilità necessarie alla loro formazione ed educazione. Per far questo è necessario potenziare i Servizi territoriali di base, come il Consultorio Famigliare, aprire le strutture sanitarie ai bisogni dell'utenza individuando modelli organizzativi dei reparti di ostetricia più funzionali o se possibile integrati con le case parto, le unità operative delle ostetriche e degli psicologi. Questo, individuando percorsi informativi e formativi diversi per la gravidanza, come l'introduzione dell'educazione prenatale, la quale può essere  praticata fin dai primi mesi della gestazione. L'educazione prenatale parte da una visione, globale, unitaria e continua dell'essere umano. Considera quale sistema di riferimento la triade padre-madre-bambino con le loro risorse personali e si propone di favorire, in termini personalizzati, la comunicazione e stimolazione del bambino prima della nascita. Inoltre, è bene che questi percorsi informativi e formativi continuano con l'evento parto, permettendo così di affrontare l'esperienza del parto in modo attivo o di vivere il parto in casa, e successivamente con il post- parto, per migliorare l'accudimento e la qualità della interazioni, le quali insieme alla struttura genetica costituiscano la base per l'intero, completo sviluppo della persona. Tutto questo per funzionare richiede che vi sia una reale apertura di credito degli operatori e della struttura verso il cittadino e la persona, verso altre professionalità e verso altre discipline, oltre che la capacità di lavorare sia a livello individuale che in gruppo, riconoscendo a tutti gli altri membri dell'équipe la pari dignità professionale.

CONCLUSIONI

Ritengo opportuno concludere portando ad esempio i vantaggi, nei diversi ambiti di vita, che si potrebbero avere con l'introduzione sistematica dell'educazione prenatale nel corso della gravidanza. Essi sono:

  • quello fisico, in quanto orienta le coppie a far nascere dei bambini sani, grazie alla presa di coscienza dell'importanza di assumere uno stile di vita corretto e salutare e all'impegno di migliorare la qualità della vita nel loro interesse e  di quello del bambino;

  • quello psicologico, in quanto contribuisce a fare nascere dei bambini equilibrati, socievoli e aperti alla vita, con buone capacità di adattamento, grazie alla fiducia di base che si stabilisce in seguito ad un rapporto fondato sull'amore e sul rispetto del piccolo;

  • quello umano ed esistenziale, in quanto l'educazione prenatale può essere intesa come un "investimento che dura tutta una vita", poiché favorisce lo sviluppo di doti naturali e di potenzialità latenti, le quali svolgono un ruolo non indifferente nell'orientare il futuro dell'esistenza personale.

  • quello antropologico, perché consente il miglioramento della vita del singolo soggetto, ma anche della coppia, della famiglia e di tutta l'umanità. I genitori attraverso l'educazione prenatale vivono con maggiore consapevolezza il periodo dell'attesa, rafforzano il loro rapporto di coppia, acquisiscono maggiori competenze genitoriali ed entrano più facilmente in relazione con il loro figlio;

  • quello della prevenzione, infatti: "É meglio costruire bambini piuttosto che aggiustare uomini". L'educazione prenatale si configura anche come prevenzione all'handicap indotto, dovuto ad una cattiva impostazione degli interventi educativi, che possono portare allo sviluppo di disordini nella personalità;

  • quello economico, perché grazie all'azione preventiva volta a migliorare il livello del benessere generale dell'essere umano si determina una diminuzione  di persone devianti e squilibrate e quindi di bisogni di contenimento, di cura e di assistenza, con conseguente risparmio di risorse economiche.

Per riuscire a ottenere questo è necessario avviare su diversi fronti delle iniziative di ricerca applicata prima e di promozione del benessere e della salute poi, che, tenendo conto delle difficoltà oggettive, siano in grado di rendere possibile l'investimento di tutte le potenzialità e risorse presenti  nella gestante, nella coppia in attesa e nel bambino in formazione, verso quello che Zikmund chiama l'optimun funzionale di tutti i processi vitali. In questo modo si evitano, nel pieno rispetto delle libertà individuali, inutili sprechi e dispersioni di energie umane a beneficio dell'intera società.

All'obiettivo N° 3, riguardante "Un sano inizio di vita", del documento HEALTH21, dell'OMS, si legge: " I genitori hanno bisogno di mezzi e capacità per allevare i figli e per dare loro assistenza in un ambiente sociale che protegga i diritti dei bambini; le comunità locali devono sostenere le famiglie assicurando un ambiente sicuro per i figli e strutture in grado di promuovere la loro salute."

Bibliografia su:

http://www.careperinatologia.it/news/lavori/ostetricia/appropriatezza.html

Intervento del Dr. A. Pellegrini
Nella mia pratica di medicina generale ho la prassi di consigliare l'esecuzione del tri-test a TUTTE le gestanti, indipendentemente dalla loro età; studiando il materiale disponibile di questo Congresso mi sento confortato dall'Autorità dei Relatori nel continuare questa prassi. Tuttavia il medico generalista spesso (per non dire sempre...) si trova pressato da richieste sull'opportunità di eseguire amniocentesi anche in pazienti che non presentano le caratteristiche per essere candidate a tale metodica; tali richieste sono di solito dettate da stati di ansia nella gestante e nell'entourage familiare, da distorta o errata informazione, da insistenze dei parenti, etc. In tal senso è particolarmente importante importante l'opera del medico di famiglia, nella cui competenza mi pare possa pienamente rientrare un'azione mirata di counseling verso la gestante e la coppia, finalizzata in primo luogo a chiarire la reale situazione del rischio, sulla base di inoppugnabili dati scientifici, come quelli presentati in questo Congresso. E' stata infatti evidenziata la affidabilità scientifica del test, come test predittivo in senso probabilistico, ovviamente non diagnostico: il vero problema a mio modessto parere è tradurre tutto ciò in termini comprensibili e realmente efficaci per la gestante, di solito confusa dalla pletora di "noise" pseudo-informativo che inonda i media nel campo sanitario. Sfortunatamente a volte capita anche che la gestante non trovi nel consulente ginecolo quella comprensione che sarebbe auspicabile, per cui si rivolge al medico di famiglia, al quale così perviene il doppio compito (doppiamente gravoso) di informare correttamente la donna, e di smontare il castello di inutili ansie che spesso si è andata costruendo, vuoi per la disinformazione, vuoi per la mancata comprensione di informazioni corrette. QUindi Vi chiedo conferma dell'adeguatezza del mio approccio, consistente nell'indicare l'opportunità di eseguire SEMPRE il tri-test ed una accurata ecografia precoce, come metodica capace di fornire il massimo di informazioni senza il ricorso a tecniche invasive, da riservare a situazioni "di secondo livello". Grazie

 

Risposta della Dr.ssa Giarin

Proporre il tri-test a tutte le coppie penso sia opportuno, dato che ad oggi è stato l'unico test non invasivo, seppur probabilistico, che poteva orientare sul rischio specifico per Sdr. Down, oltre al generico fattore età. Oggi si sta diffondendo un nuovo esame, anch'esso probabilistico e non invasivo, che presenta però il duplice vantaggio di essere più precoce e sensibile.
In ogni caso, tale test va PROPOSTO e non "cosigliato" o "indicato": la coppia deciderà se desidera inserire o meno tale esame nel suo percorso. Questa considerazione è, a mio avviso, particolarmente importante nel caso del tri-test in quanto, accanto ad un elevato valore predittivo negativo, presenta una bassa sensibilità: in caso di positività la coppia, ed il Medico, si trovano a gestire un'ansia che può accompagnare una lunga gravidanza o portare ad eseguire indagini invasive non prospettate, senza che poi il dato venga confermato. Tutto ciò non vuole discreditare il tri-test, ma semplicemente evidenziare che questo esame, data l'elevata specificità, può essere più utile per "orientare" le coppie non a rischio aumentato per anamnesi personale o familiare, ma in conflitto tra l'ansia, da un lato, ed il timore per l'indagine invasiva, dall'altro.
L'ecografia morfologica è poi un fondamentale ed irrinunciabile ausilio nella valutazione dello sviluppo fetale e può, essa stessa, essere rassicurante o evidenziare un rischio di possibile cromosomopatia fetale, dato che, come è ben noto, le alterazioni cromosomiche più frequenti si possono associare a modificazioni morfologiche talvolta evidenziabili in tale occasione.
L'intervento del Collega pone poi l'occasione di ribadire l'importanza della comunicazione medico-paziente, o medico-coppia nel caso specifico: PARLARE in termini chiari, fare lo sforzo di valutare il grado della loro comprensione e, soprattutto, dar loro tempo e disponibilità per elaborare le informazioni ricevute. Permettere alla coppia di ben comprendere limiti e vantaggi di ogni metodica atta ad accertare lo stato di benessere fetale (ed anche materno), di riportare il senso di tali esami, e di loro eventuali ripercussioni, nella loro Storia (fatta di valori, obbiettivi, aspettative...) può forse aiutare a non vivere la Medicina come una scienza esatta in ogni circostanza e/o a fare scelte più consapevoli.

http://www.cyber-medica.org/ecm/corsi/ppd/tritest_risposte.html

I genitori italiani sono troppo ansiosi gia' prima della nascita del bebe': fanno troppe analisi 'inutili', alimentando cosi' il business della diagnostica prenatale, senza un vero vantaggio per la salute di mamma e bambino. A mettere in guardia contro i controlli esasperati e' il presidente della Societa' italiana di neonatologia (Sic), Franco Macagno , a margine del primo Media Forum della Sic, in corso a Napoli. Le italiane, secondo l'esperto, fanno troppe ecografie, anche una al mese, che ''non servono a nulla - spiega Macagno - quando la gravidanza e' normale. In Svezia e Norvegia se ne fanno due, al massimo tre, nel corso dei 9 mesi''.

Ed e' questa l'indicazione 'tecnica' della comunita' scientifica internazionale. L'esperto non sconsiglia gli esami a chi ne ha veramente bisogno.''Nel caso di distacco della placenta o di altri problemi, se ne possono fare anche diverse al mese. Ma il consiglio e' quello di non spendere soldi per procedure che non possono dare garanzie sulla salute del bimbo''. Non bisogna esagerare nemmeno con le amiocentesi. ''Si deve ricordare alle future mamme - aggiunge l'esperto - che questo esame e' utile solo nei casi indicati: per le donne di oltre 35 anni , per quelle con familiarita' per malattie genetiche o con problemi evidenziati nell'ecografica. Inoltre puo' prevedere solo una particolare 'fetta' di patologie, quelle cromosomiche, come la sindrome di Down e altre trisomie. Non prevede, per esempio, le malattie metaboliche''.

Il maggiore rischio e' quello di alimentare un mercato, soprattutto quello privato, della diagnostica che serve solo a 'rassicurare' i genitori in ansia. Questa 'battaglia' ha gia' un precedente, ricorda Macagno, quello dei check-up in pediatria. ''Qualche anno fa - conclude l'esperto - prima della scuola le mamme chiedevano spesso un controllo generale del sangue per i loro figli. Un metodo che, oltre a rappresentare una spesa superflua, e' scientificamente sbagliato''.

dal sito Adnkronos Salute - 09/11/01

-------------------------------------- L'alta percentuale di aborti spontanei non è da sottovalutare se si è aspettato fino ai trentacinque anni per avere un figlio e lo si desidera veramente.
Dato lo spettro di un aborto a tardo termine in caso di amniocentesi positiva, le donne optano per un'amniocentesi all'inizio della gravidanza. Tuttavia le ultime ricerche riportano che un'amniocentesi dopo poche settimane aumenta il rischio di aborto spontaneo. E' inoltre più probabile che provochi la deformazione del piede rispetto al CVC (Campionamento del Villo Corionico), secondo la ricerca svolta dalla Scuola Medica del King's College di Londra.
L'amniocentesi condotta all'inizio della gravidanza si è rivelata così pericolosa che i ricercatori olandesi probabilmente abbandoneranno i loro esperimenti perché non ne considerano eticamente giustificato il proseguimento.
Mentre scrivo, otto donne hanno avuto un aborto spontaneo dopo aver subito un'amniocentesi all'inizio della gravidanza, lo stesso è capitato in un altro gruppo di 120 donne a cui era stato fatto il test, da quando gli olandesi hanno iniziato la loro ricerca.
Il Dott. F. Vandenbusche e i suoi colleghi del Leiden University Hospital hanno comunicato ai loro colleghi che "pare che non si sia alcuna giustificazione per continuare l'amniocentesi all'inizio della gravidanza sulla base di credenze e di osservazioni non verificate". Un altro studio ha indicato che i bambini le cui madri si sottopongono ad amniocentesi, riportano livelli "significativamente maggiori" di malattie emolitiche.
Vi sono poi molti casi in cui gli esami risultano erroneamente positivi, anche questo tipo di test che viene considerato molto accurato (c'erano più risultati errati nell'amniocentesi che nel test CVC nello studio condotto dall'MRC).

Tratto da Ciò che i dottori non dicono: la verità sui pericoli della medicina moderna Lynne McTaggart edizioni Macro

http://www.disinformazione.it/dottori.htm#CVC

Efficacia sotto inchiesta per i test prenatali anti-Down nelle donne giovani

26 Luglio 2002

 Sebbene il governo britannico abbia deciso di offrire, a partire dal 2004, i test non-invasivi per lo screening prenatale della sindrome di Down a tutte le donne in gravidanza, il loro impiego non sarebbe vantaggioso dal punto di vista del rapporto costi/efficacia nelle donne al di sotto dei 35 anni di età. Lo sostiene uno studio pubblicato sull'ultimo numero di giugno del British Medical Journal.

Lo studio

I ricercatori hanno identificato tutti i casi di sindrome di Down in otto ospedali di distretto della regione del Wessex, in Gran Bretagna, tra il 1994 e il 1999.

- Durante questi sei anni, su 155.501 nascite, sono venuti alla luce 335 bambini Down.

- Nello stesso periodo, nella regione erano stati impiegati tre diversi gruppi di screening:

    test biochimici per tutte le donne in gravidanza,

    ecografia, in particolare mediante il test di translucenza nucale del feto, solo per le donne di età      superiore ai 35 anni,

    test combinati biochimici più ecografici, ma     solo per le donne over 35.

- Il 15% delle donne che hanno partorito nel periodo esaminato aveva più di 35 anni di età (una percentuale più che doppia rispetto ai modelli statistici di screening).

- Il 58% dei bimbi Down era nato da donne over 35.

I risultati

- Non sono state trovate evidenze del fatto che lo screening sierologico renda più efficace l'individuazione prenatale per la Sindrome di Down o riduca il ricorso a procedure invasive come l'amniocentesi.

- Nel distretto in cui si usava soltanto il test sierologico, i ginecologi sono stati in grado di individuare il 57% di casi, contro il 52% individuati nel distretto in cui tale test era combinato con la valutazione dell'età della madre 

Il commento

"Quello dell'identificazione prenatale non-invasiva dei feti affetti da Sindrome di Down è un argomento molto dibattuto in questo periodo. Il razionale di studi come quello britannico è l'ipotesi che il ricorso all'amniocentesi abbia un rapporto costi/benefici troppo sfavorevole, sia dal punto di vista economico che di rischio per il feto; basti pensare che per ogni 200 amniocentesi si verifica un aborto iatrogeno e ciò spesso accade in donne che potrebbero non avere un'altra opportunità". "Il ministero della salute britannico sta portando avanti ormai da anni un importante studio per verificare se una serie di test non-invasivi riducesse il ricorso all'amniocentesi e consentisse una maggiore efficacia diagnostica. La conclusione dello studio sembra essere che, dal punto di vista dei costi, offrire anche alle donne più giovani la possibilità di utilizzare test non-invasivi non porta vantaggi significativi, ma io credo, comunque, che questi test permettano di ridurre il ricorso all'invasività dell'amniocentesi e di evitare un numero sia pur piccolo di nascite Downi". Questo è il commento del professor Melis, titolare della cattedra di Ginecologia e Ostetricia dell'Università di Cagliari.

Le conseguenze

"La vera rivoluzione in questo campo sarà la diagnosi non invasiva, basata su procedure per mappare i cromosomi delle cellule fetali presenti nel sangue materno. In altre parole, con un semplice prelievo di sangue e un test assai poco costoso si potrà risolvere l'annosa questione".

"Vi sono già lavori in questa direzione e alcuni gruppi di ricercatori stanno mettendo a punto la metodica che dovrebbe, quindi, essere a disposizione entro poco tempo".

(Il professor Gian Benedetto Melis è direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Università di Cagliari e si occupa in modo particolare di problemi legati alla terapia ormonale, sia anticoncezionale che sostitutiva, di chirugia ginecologica avanzata e di oncologia.

http://www.okmedico.it/mediconews

ESAMI IN GRAVIDANZA

GAZZETTA UFFICIALE 20 OTTOBRE 1998 N. 245

DECRETO 10 SETTEMBRE 1998

AGGIORNAMENTO DEL DECRETO MINISTERIALE 6 MARZO 1995

CONCERNENTE L'AGGIORNAMENTO DEL DECRETO MINISTERIALE 14 APRILE

1984 RECANTE PROTOCOLLI DI ACCESSO AGLI ESAMI DI LABORATORIO E

DI DIAGNOSTICA STRUMENTALE PER LE DONNE IN STATO DI GRAVIDANZA

ED A TUTELA DELLA MATERNITA'.

http://www.giofil.it/offline/201098.htm

 

Il ragioniere P. è mio assistito da cinque anni, ma fino a pochi mesi fa non lo avevo mai conosciuto di persona. Oggi si presenta da me per un ennesimo certificato di malattia: astenia, insonnia, anoressia, emicrania ogni lunedì mattina ma i vari accertamenti eseguiti sono tutti negativi. Siamo entrambi perplessi, poi, finalmente,  mi dà  uno strumento per capire: “ho cambiato ufficio, colleghi, capi e lavoro male….ho letto su Internet che ci si può anche ammalare per questo!”………Digito “mobbing” e trovo 57.900 risultati su Google……..e addirittura un sito dedicato.

Gli psichiatri: colpiti soprattutto impiegati di banca
e dipendenti di società ad alto tasso di informatizzazione


"Il mobbing prospera
nella new economy"

"Spesso le vessazioni sui lavoratori si accoppiano
al tecno-stress: ma attenti a non fare confusione

……………gli psichiatri e i sociologi riuniti a San Marino per un congresso internazionale sul tema "Ecologia, psichiatria e salute mentale" hanno, infatti, detto senza mezzi termini che il mobbing (l'insidiosa e subdola persecuzione psicologica dei superiori nei confronti dei sottoposti) prospera soprattutto nelle banche, nelle industrie farmaceutiche e in generale nelle aziende che hanno adottato in maniera più massiccia l'informatizzazione dei processi produttivi.
"Il mobbing che miete sicuramente più vittime tra le donne che tra gli uomini, è più frequente negli ambienti di lavoro tecnologicamente più avanzati dove la pressione sociale è maggiore", spiega il professor Sergio De Risio, direttore dell'Istituto di Psichiatria e psicologia dell'Università Cattolica di Roma.
Una tesi condivisa anche da Adolfo Petizol, presidente dlela Società europea di psichiatria sociale, che collega il mobbing al cosidetto tecno-stress: "In pratica, gli stimoli che nascono in questi luoghi super-informatizzati vengono elaborati in maniera patologica e provocano stress. Più a rischio le banche, le aziende farmaceutiche e tutti quegli ambienti dove la competizione è legata ad un know-how emergente come quello dell'informatizzazione. Ma anche quei posti di lavoro dove ci sono scale gerarchiche particolarmente rigide e fisse, e dove il "potere" esercitato dai superiori si fa sentire di più sul lavoratore".

http://www.repubblica.it/online/societa/mobbing/convegno/convegno.html

'Il medico generico spesso non è in grado di riconoscere e curare questa sindrome. Serve l'aiuto di uno specialista', Harald Ege ………….

………………'È urgente che vengano formati dei professionisti, sindacalisti, medici del lavoro, in grado di capire la situazione di pericolo della vittima.

http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html

Cuore in pericolo per le vittime del mobbing. Ingiustizie e discriminazioni in ufficio, ma anche ansia, malinconia, stress e isolamento sociale moltiplicano il rischio di malattie cardiovascolari. Sono questi i nuovi 'nemici' del cuore, che si aggiungono alle classiche cattive abitudini, come fumo, diabete, obesita', ipertensione e colesterolo alto. E' il quadro tracciato durante il I Mediterranean Cardiology Meeting, in corso a Taormina. Depressione, mobbing, stress, associati ai piu' noti fattori di rischio, raddoppiano la possibilita' di infarto. E l'accoppiata ansia-depressione aumenta il rischio cardiaco per chi ha gia' subito un attacco.
''Sono le casistiche raccolte dai maggiori studi - spiega Michele Gulizia, direttore dell'Unita' di cardiologia dell'Ospedale S.Luigi-S.Curro' di Catania - a dimostrare che un carattere soggetto a frequenti attacchi di ostilita' e aggressivita', ansioso o depresso aumenta di molto la possibilita' di avere malattie cardiovascolari''. Incidere sui 'fattori psicosociali', dunque, aumenterebbe il numero di vite salvate, aggiungendosi a quel 40% di riduzione di mortalita' cardiovascolare che si guadagnerebbe se fossero eliminati i tradizionali fattori di rischio. La meta' di quanti hanno avuto un infarto, dichiara di essere stato vittima di ingiustizie o gravi discriminazioni in ufficio, fino alla perdita del lavoro. Inoltre, il 40% dei cardiopatici lamenta anche la monotonia dell'occupazione, l'impossibilita' di gestire e organizzare i propri impegni professionali.

http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4457

La prima cosa da fare, in caso di 'mobbing', è imparare a riconoscerlo prima che sia troppo tardi. L'esperto Heinz Leymann ha catalogato 45 situazioni sospette. Ecco, in breve, i sintomi principali da non sottovalutare.

1- Improvvisamente spariscono o si 'rompono', senza che vengano sostituiti, strumenti di lavoro come telefoni, computer, lampadine.

2- I litigi o i dissidi con i colleghi sono più frequenti del solito.

3- Vi mettono vicino un accanito fumatore sapendo quanto odiate il fumo.

4- Quando entrate in una stanza, la conversazione generale di colpo si interrompe.

5- Venite tagliato fuori da notizie e comunicazioni importanti per il lavoro.

6- Girano pettegolezzi infondati sul vostro conto.

7- Vi affidano da un giorno all'altro incarichi inferiori alla vostra qualifica o estranei alle vostre competenze.

8- Vi sentite sorvegliati nei minimi dettagli: orari di entrata e uscita, telefonate, tempo passato alla fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè.

9- Vi rimproverano eccessivamente per delle piccolezze.

10- Non viene data alcuna risposta a vostre richieste verbali o scritte.

11- Superiori o colleghi vi provocano per indurvi a reagire in modo incontrollato.

12- Venite esclusi da feste aziendali o altre attività sociali.

13- Vi prendono in giro per l'aspetto fisico o l'abbigliamento.

14- Tutte le vostre proposte di lavoro vengono rifiutate.

15- Siete retribuito meno di altri che hanno incarichi inferiori.

Cervello: ansia, attacchi di panico, depressione, emicrania, vertigine. Perdita di memoria, difficoltà di concentrazione. Insonnia.

Pelle: disturbi cutanei, dermatosi, psoriasi.

Occhi: annebbiamento temporaneo della vista.

Collo-spalle: cefalea muscolo-tensiva, cervicale, mal di schiena.

Cuore: tachicardia, palpitazioni, infarto del miocardio

Arti: tremore, sudorazione, senso di debolezza alle gambe, dolori muscolari.

Apparato digerente: problemi gastrici, bruciori di stomaco, ulcera. In certi casi, bulimia.

Apparato respiratorio: problemi di respirazione, mancanza di fiato, senso di oppressione.

Sistema immunitario: calo delle difese dell'organismo, maggiore vulnerabilità alle malattie.

http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html

Bullismo patogeno

Ultimo aggiornamento: 30/04/03

Una ricerca condotta nel Regno Unito ha indicato che il 53% dei lavoratori sono vittime di “bullying” e il 78% hanno assistito ad atti di “bullying”. Il termine, letteralmente significa intimidazione, è utilizzato per indicare la violenza di tipo psicologico perpetrata sul posto di lavoro. Un problema che ha assunto una tale rilevanza nel mondo anglosassone da indurre il British Medical Journal a dedicare un editoriale all’argomento.

Che cos’è il bullying
Una serie di comportamenti “al limite” di tipo vendicativo, malevolo, ingiustamente critico, umiliante o minaccioso, che minano la dignità dei lavoratori. Questa è la definizione di bullying, un concetto non molto distante da quello di mobbing, categoria più ampia che sottintende un comportamento persecutorio verso un lavoratore. Del resto il numero di persone che si rivolgono al medico per denunciare un problema di tipo psicologico è in continua crescita e molti pazienti lamentano lo stress lavorativo, in molti casi proprio episodi di bullying, come causa principale.
Infatti, un comportamento offensivo e intimidatorio protratto a lungo su un soggetto psicologicamente più debole non può che generare nella vittima turbamento, senso di minaccia, umiliazione e vulnerabilità, minando l’autostima e conducendo ad uno stato di stress costante. Una recente classificazione contempla cinque categorie di bullying: minaccia dello status professionale, minaccia della propria condizione personale, isolamento, iperlavoro e destabilizzazione. Si creano così – continua l’editoriale del British, ambienti di lavoro “tossici” nei quali simili comportamenti non possono che proliferare e nei quali parlare in modo franco risulta difficile e si finisce per coltivare un’epidemia silenziosa.

Gli esperti sono al Nord
Come premesso si tratta di un problema sviscerato particolarmente nel mondo anglosassone, dove più studi, in particolare in Scandinavia, hanno fatto il punto della situazione. Non a caso Svezia e Norvegia sono i soli paesi europei che dispongano di una legislazione specifica sull’argomento. In Gran Bretagna, un altro paese dei “bulli”, sono stati stimati i costi complessivi della malattia che oscillano tra i 2 e i 30 miliardi di sterline l’anno, 3 miliardi di euro per intendersi. Di particolare rilievo, poi, è il problema tra gli operatori sanitari. Secondo un’indagine del 1996, condotta su 1100 impiegati presso il Servizio Sanitario Nazionale inglese, il 38% si è dichiarato soggetto a bullying e il 42% ha assistito al bullying nei confronti di colleghi. Percentuali simili a quelle riscontrate, sempre in Gran Bretagna, tra 1000 “junior doctors” ospedalieri (medici in formazione).

Che cosa si può fare?
La risposta, secondo il Bmj, è più complessa di quanto si possa pensare. Intanto è necessario che i medici aumentino la loro consapevolezza che il bullying può essere una fonte di stress per i loro pazienti. Ciò significa domandare abitualmente come vanno le cose al lavoro, quando si ha a che fare con un paziente con un quadro ansioso e depresso. Anche problemi di concentrazione, insicurezza e mancanza di iniziativa possono essere sintomatici di un problema di questo genere. Una volta identificato il problema diventa, poi, indispensabile fornire supporto e incoraggiamento ai pazienti. Come? Intanto garantendo tutte le informazioni del caso, un ruolo per il quale è necessario che i medici diventino padroni di queste tematiche. Oggi – secondo l’editoriale – non sempre è così, manca cioè comunicazione tra medici generici e medici del lavoro. Anzi è lo stesso mondo sanitario che presenta, nel 12% dei casi totali, episodi di bullismo. Ecco perché tutti i medici che sono anche docenti, devono avere nella giusta considerazione il ruolo che rivestono nei confronti degli studenti di medicina e degli specializzandi. Altrimenti, come testimoniano alcuni studi, si genera una catena di comportamenti ostili di generazione in generazione. Come a dire innanzitutto il buon esempio.

Marco Malagutti

http://pro.dica33.it/article

(McAvoy BR et al. Workplace bullying. BMJ 2003; 326: 776-777
Quine L. Workplace bullying in junior doctors: questionnaire survey. BMJ 2002; 324: 878-879

Per approfondire
Lo stato dell`arte sul bullying http://www.bullyonline.org/

Mobbing vuol dire…

Colpisce 40 milioni di lavoratori europei per un costo complessivo di 20 miliardi di euro all’anno. Si tratta del mobbing ed il quadro piuttosto allarmante viene dall’Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. A queste cifre vanno aggiunti i costi per le aziende in termini di minore produttività dei lavoratori, che sono valori non facilmente quantificabili. Per discutere del problema, sia sotto il profilo legislativo sia sotto quello medico, a Venezia è in corso di svolgimento la Conferenza europea sul mobbing, un evento patrocinato dal Ce.S.E.A.L., Centro Studi Europei Sanità Ambiente Lavoro. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’associazione Giuseppe Di Claudio.

I numeri del mobbing
Emarginazione, diffusione di maldicenze, critiche continue, sistematica persecuzione, compiti dequalificanti, compromissione dell’immagine sociale nei confronti di clienti e superiori. Sono molti modi per definire il disagio lavorativo, fenomeno in costante aumento, con ripercussioni patologiche cronico-degenerative legate alla sfera psichica. Ma cos’è il mobbing? “La parola –spiega Di Claudio – è stata ideata dallo studioso svedese Leymann e viene dall’inglese to mob che significa aggredire, il primo utilizzo però si è avuto in campo etologico ad indicare, fra uccelli, l’atteggiamento aggressivo verso un membro del gruppo. Da una ventina d’anni a questa parte, poi, il termine è stato adottato nell’ambiente di lavoro a rappresentare il processo di aggressione o di emarginazione da parte di superiori o di colleghi”. In Italia la situazione è monitorata dall’Ispesl, organo del Servizio Sanitario Nazionale, secondo i cui dati sono circa un milione e mezzo i lavoratori italiani mobbizzati, che significa 4 milioni di persone coinvolte, tenendo conto delle ripercussioni in ambito familiare. Esiste una categoria più soggetta delle altre? “Difficile dirlo – riprende Di Claudio – tutti i lavoratori sono soggetti in egual misura, anche se probabilmente i lavoratori appartenenti a categorie medio-alte (quadri e dirigenti), cioè quelli più soggetti a responsabilità, sono particolarmente esposti”. E perché? “ Proprio per la responsabilità. In ambiti come la new economy, per esempio, ci si trova di fronte anche ad un problema generazionale. Succede cioè che i “vecchi” sentono molto la minaccia delle nuove generazioni e così di fronte alle prime difficoltà si bloccano. Non è un caso, così – riprende il presidente del Ce.S.E.A.L. – che il 62% dei “mobbati” abbia un’età compresa tra 51 e 60 anni”. A completare l’identikit del lavoratore soggetto a mobbing sono il matrimonio (82%), un diploma (71%) e un impiego per lo più nel pubblico. E’ vero? “Si. Il 70%, per la precisione, con un lavoro impiegatizio. Forse per la maggiore tutela che si ha nel privato dove (teoricamente... n.d.r.) si spende di più per la formazione e c’è maggiore protezione”. Sempre secondo l’Ispesl un lavoratore sottoposto a violenze psicologiche ha un rendimento inferiore del 70% in termini di produttività ed efficienza che tradotto in costo per il datore di lavoro significa il 180% in più.

Prevenire è meglio che curare
Gli effetti sulla salute vanno da reazioni psicosomatiche come cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari a fenomeni come ansia, disturbi dell’umore fino a fenomeni più gravi come anoressia, bulimia e alcolismo. E la cura? “Le cure esistono ma laddove è possibile sarebbe meglio riuscire a prevenire anche per ragioni di tipo economico e sociale, i costi, infatti, di terapie anti-mobbing non sono bassi anche sotto il profilo sociale”. Prevenire già, ma dimostrare di essere vittima del mobbing non è niente affatto facile. Bisogna, infatti, stabilire una relazione tra causa ed effetto e produrre le prove mediche del proprio stato. La legge aiuta? “ Si, almeno in teoria” – risponde il professore. Le leggi ci sono e sono anche molto severe, non sempre però vengono applicate. Anche una legge come la 626 (che tutela la sicurezza sul lavoro) non andrebbe interpretata solo sotto il profilo tecnico ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Sono ben dieci del resto le proposte di legge presentate dai vari gruppi parlamentari, quasi una per gruppo. “È così” – continua Di Claudio. “La Conferenza Europea è un appuntamento importante anche per discutere di questi aspetti. L’auspicio, infatti, è di giungere ad una proposta unica che riallinei l’Italia all’Europa”. Ed in Europa qual è la situazione? “Più si va a nord più il problema è sentito. Ecco perché in Svezia o in Inghilterra, per esempio, esistono già legislazioni ad hoc. L’Unione Europea però ha preso posizione invitando ad uniformare la legislazione nel giro di tre anni. Un altro aspetto che mi preme sottolineare – aggiunge il presidente del Ce.S.E.A.L. – è che sarebbe necessaria una maggiore uniformità tra le regioni che spesso legiferano in modo diverso.” L’Italia, comunque, resta al di sotto della media europea quanto a casi di mobbing. Il 4% dei lavoratori italiani, infatti, ne è stato vittima contro il 16% della Gran Bretagna, il 10% della Francia e il 7% della Germania. Alla Conferenza Europea sul Mobbing ci sarà, comunque, modo di parlare di queste cose, ma su tutti gli avvenimenti in programma Di Claudio ci tiene a sottolinearne due: “Guariniello, Procuratore della Repubblica aggiunto del Tribunale di Torino, che parlerà di obblighi e responsabilità in tema di mobbing e Gilioli, responsabile della Clinica del Lavoro di Milano, che si occuperà di mobbing in campo clinico-epidemiologico”.
Marco Malagutti

http://pro.dica33.it/article

Per approfondire
Il sito del Ce.S.E.A.L. http://www.ceseal.it/

Tuttavia, oggi, il medico di famiglia ha anche un ruolo importante, nel caso in cui l'infortunio non sia evidente. Spesso esistono situazioni di depressione legate al lavoro. Parliamo di MOBBING. Il termine deriva dal verbo TO MOB che significa "assalire, attaccare", e con esso si indica una serie di comportamenti aggressivi sul luogo di lavoro, da parte di alcuni lavoratori nei confronti di altri colleghi, soprattutto se sottoposti dal punto di vista gerarchico, che sono esclusi e alienati dalla propria attività, con gravi ripercussioni che si configurano in stati di ansia e depressione.

Il Mobbing è un fenomeno sociale che si manifesta in un insieme di azioni e comunicazioni tra persone del medesimo ambito lavorativo, volto a determinare una condizione di debolezza in una persona allo scopo di emarginarla dall’ambiente.  Di fronte a questi veri e propri attacchi, ripetuti con frequenza, la “vittima” prova un senso di isolamento, si sente non valorizzata né utilizzata per le sue reali capacità, arrivando a percepire una estromissione, effettiva o virtuale, dal contesto lavorativo. E’ evidente come tale condizione di disagio diventi una potenziale fonte di turbamento per la salute del mobbizzato. Quest’ultimo ha veramente qualcosa di diverso, che lo pone su di un altro piano rispetto agli altri. Il mobbizzato, spesso inconsapevolmente, entra in un circolo relazionale vizioso, bersaglio di una sottile e diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli attacchi però non sempre sono eclatanti e la vittima non è subito in grado di identificare chiaramente quello che gli sta succedendo: cattiverie e pettegolezzi sono ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e amici a cui vengono raccontati. Così l'individuo inizia a provare senso di inadeguatezza e di colpa per non riuscire ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce a mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la difficoltà di digestione, gli attacchi d'ansia con lo stillicidio quotidiano di digestione, gli attacchi d'ansia con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e rimproveri gratuiti che riceve.

Il mob finisce spesso per attribuire a se stesso la responsabilità delle sue difficoltà di adattamento all'ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i danni alla stima della persona sono inevitabili. 

Si passa dunque ad un tipo di relazione in cui la vittima assume il ruolo di sottomesso (one-down). Tale vittima è la persona “scelta”, diventata il bersaglio delle frustrazioni e delle vessazioni dell’intero comparto e dell’azienda;  una persona da evitare, da attaccare, da isolare in modo sistematico, continuo e mirato. Diviene il parafulmine dei nervosismi e degli “sfoghi aziendali”.

Al mobbizzato non si lascia spazio per costruire e gestire i normali rapporti interpersonali e professionali. In questo modo, il mobbizzato si sente una persona negata, che riceve solo dei rifiuti, espliciti o impliciti, dai suoi colleghi e/o dai superiori, mentre in realtà, nella maggior parte dei casi la vittima è una persona brillante, creativa e capace, è un lavoratore che ama la sua professione.

Divenire bersaglio del mobbing può portare conseguenze non sempre superabili con facilità.

Troppi sono i fattori che contribuiscono alla reazione psico-fisica della vittima, non ultimi i tratti del carattere e la capacità di reazione emotiva a stimoli esterni di tale natura.

 

Essere “vittima”, essere “mobbizzato” vuol dire trovarsi in una condizione di totale sudditanza e impotenza, dalla quale troppo spesso non si sa uscire poiché non esiste ancora una cultura giuridica in grado di tutelare chi ne è soggetto.     

Conseguenze sulla salute

I primi effetti derivanti da situazioni mobbizzanti sono osservabili sulla salute delle vittime che, quasi inevitabilmente, d