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Il
ragioniere P. è mio assistito da cinque anni, ma fino a
pochi mesi fa non lo avevo mai conosciuto di persona. Oggi
si presenta da me per un ennesimo certificato di malattia:
astenia, insonnia, anoressia, emicrania ogni lunedì
mattina ma i vari accertamenti eseguiti sono tutti
negativi. Siamo entrambi perplessi, poi, finalmente,
mi dà uno
strumento per capire: “ho cambiato ufficio, colleghi,
capi e lavoro male….ho letto su Internet che ci si può
anche ammalare per questo!”………Digito “mobbing”
e trovo 57.900 risultati su Google……..e addirittura un
sito dedicato.
Gli
psichiatri: colpiti soprattutto impiegati di banca
e dipendenti di società ad alto tasso di
informatizzazione
"Il mobbing prospera
nella new economy"
"Spesso le vessazioni sui lavoratori si accoppiano
al tecno-stress: ma attenti a non fare confusione
……………gli
psichiatri e i sociologi riuniti a San Marino per un
congresso internazionale sul tema "Ecologia,
psichiatria e salute mentale" hanno, infatti, detto
senza mezzi termini che il mobbing (l'insidiosa e subdola
persecuzione psicologica dei superiori nei confronti dei
sottoposti) prospera soprattutto nelle banche, nelle
industrie farmaceutiche e in generale nelle aziende che
hanno adottato in maniera più massiccia
l'informatizzazione dei processi produttivi.
"Il mobbing che miete sicuramente più vittime tra le
donne che tra gli uomini, è più frequente negli ambienti
di lavoro tecnologicamente più avanzati dove la pressione
sociale è maggiore", spiega il professor Sergio De
Risio, direttore dell'Istituto di Psichiatria e psicologia
dell'Università Cattolica di Roma.
Una tesi condivisa anche da Adolfo Petizol, presidente
dlela Società europea di psichiatria sociale, che collega
il mobbing al cosidetto tecno-stress: "In pratica,
gli stimoli che nascono in questi luoghi
super-informatizzati vengono elaborati in maniera
patologica e provocano stress. Più a rischio le banche,
le aziende farmaceutiche e tutti quegli ambienti dove la
competizione è legata ad un know-how emergente come
quello dell'informatizzazione. Ma anche quei posti di
lavoro dove ci sono scale gerarchiche particolarmente
rigide e fisse, e dove il "potere" esercitato
dai superiori si fa sentire di più sul lavoratore".
http://www.repubblica.it/online/societa/mobbing/convegno/convegno.html
'Il
medico generico spesso non è in grado di riconoscere e
curare questa sindrome. Serve l'aiuto di uno specialista',
Harald Ege ………….
………………'È
urgente che vengano formati dei professionisti,
sindacalisti, medici del lavoro, in grado di capire la
situazione di pericolo della vittima.
http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html
Cuore
in pericolo per le vittime del mobbing. Ingiustizie e
discriminazioni in ufficio, ma anche ansia, malinconia,
stress e isolamento sociale moltiplicano il rischio di
malattie cardiovascolari. Sono questi i nuovi 'nemici' del
cuore, che si aggiungono alle classiche cattive abitudini,
come fumo, diabete, obesita', ipertensione e colesterolo
alto. E' il quadro tracciato durante il I Mediterranean
Cardiology Meeting, in corso a Taormina. Depressione,
mobbing, stress, associati ai piu' noti fattori di
rischio, raddoppiano la possibilita' di infarto. E
l'accoppiata ansia-depressione aumenta il rischio cardiaco
per chi ha gia' subito un attacco.
''Sono le casistiche raccolte dai maggiori studi - spiega
Michele Gulizia, direttore dell'Unita' di cardiologia
dell'Ospedale S.Luigi-S.Curro' di Catania - a dimostrare
che un carattere soggetto a frequenti attacchi di
ostilita' e aggressivita', ansioso o depresso aumenta di
molto la possibilita' di avere malattie cardiovascolari''.
Incidere sui 'fattori psicosociali', dunque, aumenterebbe
il numero di vite salvate, aggiungendosi a quel 40% di
riduzione di mortalita' cardiovascolare che si
guadagnerebbe se fossero eliminati i tradizionali fattori
di rischio. La meta' di quanti hanno avuto un infarto,
dichiara di essere stato vittima di ingiustizie o gravi
discriminazioni in ufficio, fino alla perdita del lavoro.
Inoltre, il 40% dei cardiopatici lamenta anche la
monotonia dell'occupazione, l'impossibilita' di gestire e
organizzare i propri impegni professionali.
http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4457
La
prima cosa da fare, in caso di 'mobbing', è imparare a
riconoscerlo prima che sia troppo tardi. L'esperto Heinz
Leymann ha catalogato 45 situazioni sospette. Ecco, in
breve, i sintomi principali da non sottovalutare.
1-
Improvvisamente spariscono o si 'rompono', senza che
vengano sostituiti, strumenti di lavoro come telefoni,
computer, lampadine.
2-
I litigi o i dissidi con i colleghi sono più frequenti
del solito.
3-
Vi mettono vicino un accanito fumatore sapendo quanto
odiate il fumo.
4-
Quando entrate in una stanza, la conversazione generale di
colpo si interrompe.
5-
Venite tagliato fuori da notizie e comunicazioni
importanti per il lavoro.
6-
Girano pettegolezzi infondati sul vostro conto.
7-
Vi affidano da un giorno all'altro incarichi inferiori
alla vostra qualifica o estranei alle vostre competenze.
8-
Vi sentite sorvegliati nei minimi dettagli: orari di
entrata e uscita, telefonate, tempo passato alla
fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè.
9-
Vi rimproverano eccessivamente per delle piccolezze.
10-
Non viene data alcuna risposta a vostre richieste verbali
o scritte.
11-
Superiori o colleghi vi provocano per indurvi a reagire in
modo incontrollato.
12-
Venite esclusi da feste aziendali o altre attività
sociali.
13-
Vi prendono in giro per l'aspetto fisico o
l'abbigliamento.
14-
Tutte le vostre proposte di lavoro vengono rifiutate.
15-
Siete retribuito meno di altri che hanno incarichi
inferiori.
Cervello:
ansia, attacchi di panico, depressione, emicrania,
vertigine. Perdita di memoria, difficoltà di
concentrazione. Insonnia.
Pelle:
disturbi cutanei, dermatosi, psoriasi.
Occhi:
annebbiamento temporaneo della vista.
Collo-spalle:
cefalea muscolo-tensiva, cervicale, mal di schiena.
Cuore:
tachicardia, palpitazioni, infarto del miocardio
Arti:
tremore, sudorazione, senso di debolezza alle gambe,
dolori muscolari.
Apparato
digerente: problemi gastrici, bruciori di stomaco, ulcera.
In certi casi, bulimia.
Apparato
respiratorio: problemi di respirazione, mancanza di fiato,
senso di oppressione.
Sistema
immunitario: calo delle difese dell'organismo, maggiore
vulnerabilità alle malattie.
http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html
Bullismo
patogeno
Ultimo
aggiornamento: 30/04/03
Una ricerca condotta nel Regno Unito ha indicato che il
53% dei lavoratori sono vittime di “bullying” e il 78%
hanno assistito ad atti di “bullying”. Il termine,
letteralmente significa intimidazione, è utilizzato per
indicare la violenza di tipo psicologico perpetrata sul
posto di lavoro. Un problema che ha assunto una tale
rilevanza nel mondo anglosassone da indurre il British
Medical Journal a dedicare un editoriale all’argomento.
Che cos’è il bullying
Una serie di comportamenti “al limite” di tipo
vendicativo, malevolo, ingiustamente critico, umiliante o
minaccioso, che minano la dignità dei lavoratori. Questa
è la definizione di bullying, un concetto non molto
distante da quello di mobbing, categoria più ampia che
sottintende un comportamento persecutorio verso un
lavoratore. Del resto il numero di persone che si
rivolgono al medico per denunciare un problema di tipo
psicologico è in continua crescita e molti pazienti
lamentano lo stress lavorativo, in molti casi proprio
episodi di bullying, come causa principale.
Infatti, un comportamento offensivo e intimidatorio
protratto a lungo su un soggetto psicologicamente più
debole non può che generare nella vittima turbamento,
senso di minaccia, umiliazione e vulnerabilità, minando
l’autostima e conducendo ad uno stato di stress
costante. Una recente classificazione contempla cinque
categorie di bullying: minaccia dello status
professionale, minaccia della propria condizione
personale, isolamento, iperlavoro e destabilizzazione. Si
creano così – continua l’editoriale del British,
ambienti di lavoro “tossici” nei quali simili
comportamenti non possono che proliferare e nei quali
parlare in modo franco risulta difficile e si finisce per
coltivare un’epidemia silenziosa.
Gli esperti sono al Nord
Come premesso si tratta di un problema sviscerato
particolarmente nel mondo anglosassone, dove più studi,
in particolare in Scandinavia, hanno fatto il punto della
situazione. Non a caso Svezia e Norvegia sono i soli paesi
europei che dispongano di una legislazione specifica
sull’argomento. In Gran Bretagna, un altro paese dei
“bulli”, sono stati stimati i costi complessivi della
malattia che oscillano tra i 2 e i 30 miliardi di sterline
l’anno, 3 miliardi di euro per intendersi. Di
particolare rilievo, poi, è il problema tra gli operatori
sanitari. Secondo un’indagine del 1996, condotta su 1100
impiegati presso il Servizio Sanitario Nazionale inglese,
il 38% si è dichiarato soggetto a bullying e il 42% ha
assistito al bullying nei confronti di colleghi.
Percentuali simili a quelle riscontrate, sempre in Gran
Bretagna, tra 1000 “junior doctors” ospedalieri
(medici in formazione).
Che cosa si può fare?
La risposta, secondo il Bmj, è più complessa di quanto
si possa pensare. Intanto è necessario che i medici
aumentino la loro consapevolezza che il bullying può
essere una fonte di stress per i loro pazienti. Ciò
significa domandare abitualmente come vanno le cose al
lavoro, quando si ha a che fare con un paziente con un
quadro ansioso e depresso. Anche problemi di
concentrazione, insicurezza e mancanza di iniziativa
possono essere sintomatici di un problema di questo
genere. Una volta identificato il problema diventa, poi,
indispensabile fornire supporto e incoraggiamento ai
pazienti. Come? Intanto garantendo tutte le informazioni
del caso, un ruolo per il quale è necessario che i medici
diventino padroni di queste tematiche. Oggi – secondo
l’editoriale – non sempre è così, manca cioè
comunicazione tra medici generici e medici del lavoro.
Anzi è lo stesso mondo sanitario che presenta, nel 12%
dei casi totali, episodi di bullismo. Ecco perché tutti i
medici che sono anche docenti, devono avere nella giusta
considerazione il ruolo che rivestono nei confronti degli
studenti di medicina e degli specializzandi. Altrimenti,
come testimoniano alcuni studi, si genera una catena di
comportamenti ostili di generazione in generazione. Come a
dire innanzitutto il buon esempio.
Marco Malagutti
http://pro.dica33.it/article
(McAvoy
BR et al. Workplace bullying. BMJ 2003; 326: 776-777
Quine
L. Workplace bullying in junior doctors: questionnaire
survey. BMJ
2002; 324: 878-879
Per
approfondire
Lo
stato dell`arte sul bullying http://www.bullyonline.org/
Mobbing
vuol dire…
Colpisce
40 milioni di lavoratori europei per un costo complessivo
di 20 miliardi di euro all’anno. Si tratta del mobbing
ed il quadro piuttosto allarmante viene dall’Agenzia
Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. A queste
cifre vanno aggiunti i costi per le aziende in termini di
minore produttività dei lavoratori, che sono valori non
facilmente quantificabili. Per discutere del problema, sia
sotto il profilo legislativo sia sotto quello medico, a
Venezia è in corso di svolgimento la Conferenza europea
sul mobbing, un evento patrocinato dal Ce.S.E.A.L., Centro
Studi Europei Sanità Ambiente Lavoro. Ne abbiamo parlato
con il presidente dell’associazione Giuseppe Di Claudio.
I numeri del mobbing
Emarginazione, diffusione di maldicenze, critiche
continue, sistematica persecuzione, compiti
dequalificanti, compromissione dell’immagine sociale nei
confronti di clienti e superiori. Sono molti modi per
definire il disagio lavorativo, fenomeno in costante
aumento, con ripercussioni patologiche
cronico-degenerative legate alla sfera psichica. Ma cos’è
il mobbing? “La parola –spiega Di Claudio – è stata
ideata dallo studioso svedese Leymann e viene
dall’inglese to mob che significa aggredire, il primo
utilizzo però si è avuto in campo etologico ad indicare,
fra uccelli, l’atteggiamento aggressivo verso un membro
del gruppo. Da una ventina d’anni a questa parte, poi,
il termine è stato adottato nell’ambiente di lavoro a
rappresentare il processo di aggressione o di
emarginazione da parte di superiori o di colleghi”. In
Italia la situazione è monitorata dall’Ispesl, organo
del Servizio Sanitario Nazionale, secondo i cui dati sono
circa un milione e mezzo i lavoratori italiani mobbizzati,
che significa 4 milioni di persone coinvolte, tenendo
conto delle ripercussioni in ambito familiare. Esiste una
categoria più soggetta delle altre? “Difficile dirlo
– riprende Di Claudio – tutti i lavoratori sono
soggetti in egual misura, anche se probabilmente i
lavoratori appartenenti a categorie medio-alte (quadri e
dirigenti), cioè quelli più soggetti a responsabilità,
sono particolarmente esposti”. E perché? “ Proprio
per la responsabilità. In ambiti come la new economy, per
esempio, ci si trova di fronte anche ad un problema
generazionale. Succede cioè che i “vecchi” sentono
molto la minaccia delle nuove generazioni e così di
fronte alle prime difficoltà si bloccano. Non è un caso,
così – riprende il presidente del Ce.S.E.A.L. – che
il 62% dei “mobbati” abbia un’età compresa tra 51 e
60 anni”. A completare l’identikit del lavoratore
soggetto a mobbing sono il matrimonio (82%), un diploma
(71%) e un impiego per lo più nel pubblico. E’ vero?
“Si. Il 70%, per la precisione, con un lavoro
impiegatizio. Forse per la maggiore tutela che si ha nel
privato dove (teoricamente... n.d.r.) si spende di più
per la formazione e c’è maggiore protezione”. Sempre
secondo l’Ispesl un lavoratore sottoposto a violenze
psicologiche ha un rendimento inferiore del 70% in termini
di produttività ed efficienza che tradotto in costo per
il datore di lavoro significa il 180% in più.
Prevenire è meglio che curare
Gli effetti sulla salute vanno da reazioni psicosomatiche
come cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori
osteoarticolari a fenomeni come ansia, disturbi
dell’umore fino a fenomeni più gravi come anoressia,
bulimia e alcolismo. E la cura? “Le cure esistono ma
laddove è possibile sarebbe meglio riuscire a prevenire
anche per ragioni di tipo economico e sociale, i costi,
infatti, di terapie anti-mobbing non sono bassi anche
sotto il profilo sociale”. Prevenire già, ma dimostrare
di essere vittima del mobbing non è niente affatto
facile. Bisogna, infatti, stabilire una relazione tra
causa ed effetto e produrre le prove mediche del proprio
stato. La legge aiuta? “ Si, almeno in teoria” –
risponde il professore. Le leggi ci sono e sono anche
molto severe, non sempre però vengono applicate. Anche
una legge come la 626 (che tutela la sicurezza sul lavoro)
non andrebbe interpretata solo sotto il profilo tecnico ma
anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Sono ben
dieci del resto le proposte di legge presentate dai vari
gruppi parlamentari, quasi una per gruppo. “È così”
– continua Di Claudio. “La Conferenza Europea è un
appuntamento importante anche per discutere di questi
aspetti. L’auspicio, infatti, è di giungere ad una
proposta unica che riallinei l’Italia all’Europa”.
Ed in Europa qual è la situazione? “Più si va a nord
più il problema è sentito. Ecco perché in Svezia o in
Inghilterra, per esempio, esistono già legislazioni ad
hoc. L’Unione Europea però ha preso posizione invitando
ad uniformare la legislazione nel giro di tre anni. Un
altro aspetto che mi preme sottolineare – aggiunge il
presidente del Ce.S.E.A.L. – è che sarebbe necessaria
una maggiore uniformità tra le regioni che spesso
legiferano in modo diverso.” L’Italia, comunque, resta
al di sotto della media europea quanto a casi di mobbing.
Il 4% dei lavoratori italiani, infatti, ne è stato
vittima contro il 16% della Gran Bretagna, il 10% della
Francia e il 7% della Germania. Alla Conferenza Europea
sul Mobbing ci sarà, comunque, modo di parlare di queste
cose, ma su tutti gli avvenimenti in programma Di Claudio
ci tiene a sottolinearne due: “Guariniello, Procuratore
della Repubblica aggiunto del Tribunale di Torino, che
parlerà di obblighi e responsabilità in tema di mobbing
e Gilioli, responsabile della Clinica del Lavoro di
Milano, che si occuperà di mobbing in campo
clinico-epidemiologico”.
Marco Malagutti
http://pro.dica33.it/article
Per
approfondire
Il
sito del Ce.S.E.A.L. http://www.ceseal.it/
Tuttavia,
oggi, il medico di famiglia ha anche un ruolo importante,
nel caso in cui l'infortunio non sia evidente. Spesso
esistono situazioni di depressione legate al lavoro.
Parliamo di MOBBING. Il termine deriva dal verbo TO MOB
che significa "assalire, attaccare", e con esso
si indica una serie di comportamenti aggressivi sul luogo
di lavoro, da parte di alcuni lavoratori nei confronti di
altri colleghi, soprattutto se sottoposti dal punto di
vista gerarchico, che sono esclusi e alienati dalla
propria attività, con gravi ripercussioni che si
configurano in stati di ansia e depressione.
Il
Mobbing è un fenomeno sociale che si manifesta in un
insieme di azioni e comunicazioni tra persone del medesimo
ambito lavorativo, volto a determinare una condizione di
debolezza in una persona allo scopo di emarginarla
dall’ambiente. Di
fronte a questi veri e propri attacchi, ripetuti con
frequenza, la “vittima” prova un senso di isolamento,
si sente non valorizzata né utilizzata per le sue reali
capacità, arrivando a percepire una estromissione,
effettiva o virtuale, dal contesto lavorativo. E’
evidente come tale condizione di disagio diventi una
potenziale fonte di turbamento per la salute del
mobbizzato. Quest’ultimo ha veramente qualcosa di
diverso, che lo pone su di un altro piano rispetto agli
altri. Il mobbizzato, spesso inconsapevolmente, entra in
un circolo relazionale vizioso, bersaglio di una sottile e
diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli
attacchi però non sempre sono eclatanti e la vittima non
è subito in grado di identificare chiaramente quello che
gli sta succedendo: cattiverie e pettegolezzi sono
ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e
amici a cui vengono raccontati. Così l'individuo inizia a
provare senso di inadeguatezza e di colpa per non riuscire
ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce a
mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la
difficoltà di digestione, gli attacchi d'ansia con lo
stillicidio quotidiano di digestione, gli attacchi d'ansia
con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e
rimproveri gratuiti che riceve.
Il
mob finisce spesso per attribuire a se stesso la
responsabilità delle sue difficoltà di adattamento
all'ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i
danni alla stima della persona sono inevitabili.
Si
passa dunque ad un tipo di relazione in cui la vittima
assume il ruolo di sottomesso (one-down). Tale vittima è
la persona “scelta”, diventata il bersaglio delle
frustrazioni e delle vessazioni dell’intero comparto e
dell’azienda; una
persona da evitare, da attaccare, da isolare in modo
sistematico, continuo e mirato. Diviene il parafulmine dei
nervosismi e degli “sfoghi aziendali”.
Al
mobbizzato non si lascia spazio per costruire e gestire i
normali rapporti interpersonali e professionali. In questo
modo, il mobbizzato si sente una persona negata, che
riceve solo dei rifiuti, espliciti o impliciti, dai suoi
colleghi e/o dai superiori, mentre in realtà, nella
maggior parte dei casi la vittima è una persona
brillante, creativa e capace, è un lavoratore che ama la
sua professione.
Divenire
bersaglio del mobbing può portare conseguenze non sempre
superabili con facilità.
Troppi
sono i fattori che contribuiscono alla reazione
psico-fisica della vittima, non ultimi i tratti del
carattere e la capacità di reazione emotiva a stimoli
esterni di tale natura.
Essere
“vittima”, essere “mobbizzato” vuol dire trovarsi
in una condizione di totale sudditanza e impotenza, dalla
quale troppo spesso non si sa uscire poiché non esiste
ancora una cultura giuridica in grado di tutelare chi ne
è soggetto.
Conseguenze
sulla salute
I
primi effetti derivanti da situazioni mobbizzanti sono
osservabili sulla salute delle vittime che, quasi
inevitabilmente, dopo un intervallo di tempo variabile, si
altera con manifestazioni nella sfera neuropsichica.
Precoci
sono i segnali di allarme psicosomatico (cefalea,
tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari,
mialgie, disturbi dell'equilibrio), emozionale (ansia,
tensione, disturbi del sonno, dell'umore), comportamentale
(anoressia, bulimia, potus, farmacodipendenza). Se lo
stimolo avverso è duraturo, oltre al possibile concorso
nello sviluppo di patologia d'organo, i sintomi descritti
possono organizzarsi nei due quadri sindromici principali
che rappresentano le risposte psichiatriche a
condizionamenti o situazioni esogene: il disturbo
dell'adattamento e il disturbo post-traumatico da stress.
Tenendo
conto della sistematizzazione nosografica del DSM-IV, le
conseguenze sulla salute che possono derivare da una
condizione di mobbing dovrebbero essere comprese
nell'insieme definito "Reazioni ad Eventi". Tali
reazioni includono:
Disturbo
dell'adattamento (DA)
Disturbo
acuto da stress (DAS)
Disturbo
post-traumatico da stress (DPTS).
Tuttavia,
occorre tener presente che in ambito lavorativo esiste un
vasto insieme di disturbi psichiatrici classificabili come
"reazioni ad eventi", identificabili, per nesso
eziologico, come malattie professionali o malattie
correlate al lavoro (work-related), che nulla hanno a che
vedere con la condizione di mobbing. Va infatti
considerato che la messa in cassa integrazione, il
licenziamento dovuto a cause strutturali di crisi
aziendale, una fase di forte conflitto aziendale, e tutta
una serie di eventi analoghi che possono realizzarsi in
ambito lavorativo, senza alcun elemento di intenzionale
violenza psicologica, possono ugualmente determinare
quadri di patologia anche molto gravi, senza per questo
essere inquadrabili all'interno di una sindrome provocata
da una condizione di mobbing.
Nell'esperienza
della Clinica del Lavoro di Milano, il disturbo
dell'adattamento è largamente prevalente (oltre i 2/3 dei
casi con caratteristiche di attendibilità),
mentre
il disturbo post-traumatico da stress (stessi sintomi del
disturbo dell'adattamento, ma più gravi e con possibilità
di sequele associato a intrusività del pensiero,
comportamenti di evitamento di situazioni che possano -
anche indirettamente - richiamare il problema lavorativo,
e blocco dell'io) rappresenta un evento meno frequente.
Circa un terzo della casistica totale è, infine,
costituito da casi di patologia psichiatrica comune o di
patologia fittizia.
Al
contrario, la casistica osservata nel centro di Napoli,
ancora in fase di sperimentazione, ha permesso di rilevare
una notevole presenza dei casi più drammatici del
fenomeno, che si è manifestato prevalentemente come
Disturbo post-traumatico da stress (DPTS), mentre il 20%
dei casi è costituito da Reazioni ad Eventi in ambito
lavorativo, nei quali l'evento-causa della reazione non è
individuabile in una condizione di mobbing, quanto
piuttosto in una condizione di conflitto aziendale senza
valenze intenzionali di tipo persecutorio.
Conseguenze
sociali
Le
conseguenze sociali possono essere devastanti, in quanto
la persistenza dei disturbi psicofisici porta ad assenze
dal lavoro sempre più prolungate, con "sindrome da
rientro al lavoro" sempre più accentuata, fino alle
dimissioni o al licenziamento. La perdita dell'autostima e
del ruolo sociale comporta insicurezza, difficoltà
relazionali e, per le fasce d'età più avanzate,
l'impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi. Il
soggetto porta all'interno dell'ambito familiare il
proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di
separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico
dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.
Più
precisamente, le conseguenze devastanti della situazione
di mobbing in ambito sociale interessano tre aree
distinte:
a.Difficile
recupero dell'inserimento occupazionale.
Tale difficoltà, oltre che da condizioni di mercato del
lavoro fortemente selettivo, è caratterizzata dai
seguenti elementi:
La
collocazione di un quadro dirigenziale ad alto livello
presenta difficoltà maggiori di un lavoratore di
tipologia media, dal momento che le nicchie di mercato per
ruoli dirigenziali sono molto ristrette e
"protette" in termini di scalata gerarchica
interna alle aziende.
Il
contenzioso legale per veder riconosciuti i diritti al
recupero della posizione lavorativa precedentemente
ricoperta, in Italia prevede tempi talmente lunghi, che la
stessa attesa diventa elemento di sofferenza concomitante
alla sindrome da mobbing. Inoltre, un lungo periodo di
attesa (che può ricoprire anche diversi anni), determina
una perdita di professionalità ad alti livelli, che si
fonda sul costante esercizio pratico dell'attività
manageriale. Come dire: a certi livelli, chi si ferma è
professionalmente perduto!
b.Coinvolgimento
del nucleo familiare.
Agli occhi del soggetto mobbizzato, la famiglia appare
come la struttura sociale immediatamente più disponibile
per temporanee forme di compenso. Essa costituisce
comunque un compenso temporaneo, variabile e - oltre certi
limiti - incapace di assorbire e metabolizzare le
tensioni, che le si ritorcono pericolosamente contro,
implicandola in comportamenti reattivi di natura
"patologica".
c.Coinvolgimento
del tessuto della vita di relazione.
Gli effetti del mobbing si ripercuotono significativamente
anche nella vita di relazione del soggetto mobbizzato, che
subisce una progressiva contrazione, motivata in genere da
due fattori:
la
caduta del ruolo lavorativo viene vissuta anche come
caduta dello stato sociale, che si traduce in una fuga dai
contatti sociali tradizionali;
la
problematica del mobbing diventa pervasiva e totalizzante,
determinando una progressiva caduta d'interesse per la
vita di relazione.
A
ciò si aggiunga il fatto che i costi delle conseguenze
del mobbing non riguardano solo gli aspetti individuali,
ma si riflettono più generalmente a livello aziendale, in
termini di ore lavorative perse e scadimento della qualità
del lavoro, della produttività e, a livello della
collettività, con un aumento dei pre-pensionamenti, delle
invalidità civili e della spesa sanitaria. Il soggetto
mobbizzato è diventato improduttivo, di peso per la
società, per la famiglia, per se stesso: di ciò egli è
consapevole, ma non ha più energie da spendere, né
entusiasmo da investire.
Nell’800
mobbing era un termine usato dai biologi inglesi per
descrivere il comportamento degli uccelli, che difendevano
il loro nido con manovre di volo minacciose contro
aggressori. Nell'900, l’etologo Konrad Lorenz l’ha
impiegato per spiegare l’attacco coalizzato sferrato da
un gruppo di animali ad animali della stessa specie.
Il
primo ad applicare il termine alle società umane è stato
Heinz Leyman, uno dei maggiori esperti mondiali
dell’ambiente lavorativo e, sicuramente, lo studioso più
sistematico del fenomeno mobbing in tutti gli anni ’80 e
’90.
Tuttavia
il mobbing, nella sua essenza, va ben al di là dello
specifico lavorativo, aggredendo in radice fondamentali
diritti umani e civili.
Alla
base dell’esplosione della strategia di mobbizzazione vi
è un conflitto di lavoro che riesce a trovare
canalizzazione e soluzioni istituzionalizzate. Esso,
dunque, nella forma di conflitto irrisolto, si proietta
nella sfera delle relazioni personali e civili. Le azioni
che segnalano il mobbing sono le più diverse e sono
spesso così sottili che la vittima stenta a riconoscerle.
Si
tratta di pettegolezzi più o meno fondati, tesi a
metterla in cattiva luce, di improvvisi mancati inviti al
bar o in mensa, di allusioni inizialmente senza importanza
e di piccoli conflitti con i colleghi. Cose cui
inizialmente non si da peso ma che vanno degenerando
nell’isolamento del mobbizzato, perpetrato attivamente
dai colleghi e in conflitti frequenti e più forti col
gruppo di lavoro.
Attraverso il
mobbing, il conforme ed il conformistico non fanno che
celebrare se stessi, espellendo furiosamente tracce di
dissonanza, di alterità e di conflittualità.
Gli
effetti sul mobbizzato sono molteplici: disturbi del sonno
(insonnia ed ipersonnia), disturbi dell’alimentazione
(anoressia e bulimia), emicranie penose e frequenti, tic nervosi, dermatiti,
gastriti; a livello socio-emotivo si manifestano
soprattutto disturbi relazionali con gli amici, il
partner, la famiglia, ansia, attacchi di panico e disturbi
dell’umore la cui estrema espressione può tradursi in
pensieri e/o atti suicidi.
Sono
pesanti anche gli effetti del mobbing sul gruppo di lavoro
e sull’azienda, si creano fazioni che disgregano la
comunicazione e frammentano la produttività della comunità
lavorativa con serie ripercussione sull’azienda che
rischia di assistere ad un abbassamento dell’efficienza
ed efficacia,
della
qualità e della quantità del prodotto o del servizio, un
clima di generale dissenso e tensione potenzialmente in
grado di offuscare gli obiettivi e le strategie
organizzative.
http://www.mobbingonline.it/st6.asp
……………….i
riflessi del mobbing sul rapporto di lavoro e sulla salute
vengono definiti a partire dalla sentenza 184/1986 della
Corte Costituzionale, dalla dottrina medico-legale e anche
dalla giurisprudenza più "evoluta" come danno
biologico da "danno psichico".
Il
problema legale e medico-legale, contesualmente alla
maggiore numerosità dei casi ed alla elevata incidenza,
si va ampliando e diffondendo sempre di più; esso ha sia
natura giuridico-lavorativa in senso stretto, per
l'attinenza con il rapporto di lavoro: violazione
dell'articolo 2103 del codice civile, ancora prima della
accennata violazione dell'articolo 2087 del codice civile
collegata all'articolo 2043 del codice civile; il
protrarsi dell'assenza dal lavoro per malattia (e relativi
innegabili, ma anche inevitabili costi per la collettività),
fino, in taluni casi, al superamento del periodo di
comporto con grave pregiudizio per la conservazione dello
stesso posto di lavoro; sia anche natura medico e sociale,
in quanto comporta il ricorso sempre più frequente del
soggetto interessato a cure, psicoterapie e farmaci, come
ampiamente sostenuto.
Tornando
al danno alla persona, si ribadisce in accordo con quanto
sostenuto da Calcagni e Mei, che in ogni "trauma
(psichico), il dolore, la sofferenza, l'angoscia,
l'alterazione emotiva sono elementi che da impalpabili,
soggettivi, conseguenza di un "evento", in
ambito psicopatologico rimangono inesorabilmente
imbrigliati o costituiscono a volte addirittura l'essenza
del disturbo mentale nosograficamente classificabile e, in
medicina legale, possono configurare - anche nei casi di
mobbing - presupposto di un danno evento, biologico,
psichico".
Gli
stessi Autori continuano affermando che "le
distinzioni di danno psichico quale "danno
evento" consistente nell'ingiusta violazione
dell'integrità psichica della persona e di danno morale
quale "danno conseguenza" perché consistente
nel dolore e nella sofferenza apportata dalla lesione per
quanto giuridicamente inappuntabile, vanno, in ambito
medico-legale, ulteriormente sottolineate ed i campi di
competenza inesorabilmente distinti tanto più nel
contesto mobbing ove assai problematica è la
concretizzazione di una fattispecie di danno all'integrità
psico-fisica.
Se
il dolore fisico è intrinsecamente legato alla lesione
personale, alla menomazione, il danno psichico appare, per
converso, la strutturazione acuta o cronicizzata di un
primordiale "transeunte perturbamento
psicologico" che assume valenza e valore di malattia
quando la sofferenza patita, l'angoscia, l'alterazione
emotiva diventano disagio personale significativo,
configurano quadri nosografici che causano disfunzione
lavorativa, sociale".
Nel
caso di mobbizzati aiuta la strutturazione il protrarsi
nel tempo di atteggiamenti di costrizione psicologica di
varia natura. Non è ancora noto un numero di casi
sufficiente, giunti a risarcimento, per poter
correttamente impostare il problema estimatorio e di danno
biologico permanente. Pur tuttavia le iniziali
documentazioni consentono di ricompren-dere il danno
all'interno del range percentuale efficacemente definito
nella guida sopra citata.
Le
problematiche medico legali non mancheranno
successivamente di interessare anche l'ambito indennitario
qualora il fenomeno mobbing venga ad assumere efficace
valenza di malattia da lavoro.
http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb1_00.html
In
tema di mobbing, recentemente la CGIL, la CISL e la UIL
hanno predisposto unitariamente una guida per prevenire e
combattere le violenze psicologiche nei luoghi di lavoro.
Pubblichiamo il manuale elaborato in forma compressa autoestraibile dal
sito
http://www.uil.it/mobbing/salvezza.htm
Child
Mobbing Index".
Sebbene
il termine mobbing si riferisca prevalentemente alla
ostilità che sorge contro una persona
oppure contro un gruppo di persone in un ambiente di
lavoro, le dinamiche del mobbing possono
essere estese anche ad altri ambienti, ed in particolare a
quello della scuola.
Il
mobbing può essere un fattore di spiegazione della
dispersione scolastica, del rifiuto che molti
giovani hanno nei confronti della scuola che non vogliono
frequentare, rifiuto che deriva
dalla ostilità che sentono nella classe oppure provenire
dal gruppo dei bulli che li contestano
o li deridono.
Il gruppo di ricerca della Università di Cassino, in
collaborazione con la Facoltà di Psicologia Clinica
della Università di Creta in Grecia, sta mettendo a punto
indicatori sul mobbing infantile, da applicarsi
negli ambienti scolastici, riconoscendo gli stessi
processi che sono stati individuati negli ambienti
di lavoro.
Questo indice viene chiamato "Child Mobbing Index".
E' costituito da una scala di atteggiamenti
che viene testata su vari gruppi di ragazzi delle scuole
elementari e medie italiane e greche.
Una definizione dell'indice sarà completata nella
primavera del 2000.
http://scienzaesocieta.cassino.edu/laborato/mobbing.htm
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