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Il Mobbing

Il ragioniere P. è mio assistito da cinque anni, ma fino a pochi mesi fa non lo avevo mai conosciuto di persona. Oggi si presenta da me per un ennesimo certificato di malattia: astenia, insonnia, anoressia, emicrania ogni lunedì mattina ma i vari accertamenti eseguiti sono tutti negativi. Siamo entrambi perplessi, poi, finalmente,  mi dà  uno strumento per capire: “ho cambiato ufficio, colleghi, capi e lavoro male….ho letto su Internet che ci si può anche ammalare per questo!”………Digito “mobbing” e trovo 57.900 risultati su Google……..e addirittura un sito dedicato.

Gli psichiatri: colpiti soprattutto impiegati di banca
e dipendenti di società ad alto tasso di informatizzazione


"Il mobbing prospera
nella new economy"

"Spesso le vessazioni sui lavoratori si accoppiano
al tecno-stress: ma attenti a non fare confusione

……………gli psichiatri e i sociologi riuniti a San Marino per un congresso internazionale sul tema "Ecologia, psichiatria e salute mentale" hanno, infatti, detto senza mezzi termini che il mobbing (l'insidiosa e subdola persecuzione psicologica dei superiori nei confronti dei sottoposti) prospera soprattutto nelle banche, nelle industrie farmaceutiche e in generale nelle aziende che hanno adottato in maniera più massiccia l'informatizzazione dei processi produttivi.
"Il mobbing che miete sicuramente più vittime tra le donne che tra gli uomini, è più frequente negli ambienti di lavoro tecnologicamente più avanzati dove la pressione sociale è maggiore", spiega il professor Sergio De Risio, direttore dell'Istituto di Psichiatria e psicologia dell'Università Cattolica di Roma.
Una tesi condivisa anche da Adolfo Petizol, presidente dlela Società europea di psichiatria sociale, che collega il mobbing al cosidetto tecno-stress: "In pratica, gli stimoli che nascono in questi luoghi super-informatizzati vengono elaborati in maniera patologica e provocano stress. Più a rischio le banche, le aziende farmaceutiche e tutti quegli ambienti dove la competizione è legata ad un know-how emergente come quello dell'informatizzazione. Ma anche quei posti di lavoro dove ci sono scale gerarchiche particolarmente rigide e fisse, e dove il "potere" esercitato dai superiori si fa sentire di più sul lavoratore".

http://www.repubblica.it/online/societa/mobbing/convegno/convegno.html

'Il medico generico spesso non è in grado di riconoscere e curare questa sindrome. Serve l'aiuto di uno specialista', Harald Ege ………….

………………'È urgente che vengano formati dei professionisti, sindacalisti, medici del lavoro, in grado di capire la situazione di pericolo della vittima.

http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html

Cuore in pericolo per le vittime del mobbing. Ingiustizie e discriminazioni in ufficio, ma anche ansia, malinconia, stress e isolamento sociale moltiplicano il rischio di malattie cardiovascolari. Sono questi i nuovi 'nemici' del cuore, che si aggiungono alle classiche cattive abitudini, come fumo, diabete, obesita', ipertensione e colesterolo alto. E' il quadro tracciato durante il I Mediterranean Cardiology Meeting, in corso a Taormina. Depressione, mobbing, stress, associati ai piu' noti fattori di rischio, raddoppiano la possibilita' di infarto. E l'accoppiata ansia-depressione aumenta il rischio cardiaco per chi ha gia' subito un attacco.
''Sono le casistiche raccolte dai maggiori studi - spiega Michele Gulizia, direttore dell'Unita' di cardiologia dell'Ospedale S.Luigi-S.Curro' di Catania - a dimostrare che un carattere soggetto a frequenti attacchi di ostilita' e aggressivita', ansioso o depresso aumenta di molto la possibilita' di avere malattie cardiovascolari''. Incidere sui 'fattori psicosociali', dunque, aumenterebbe il numero di vite salvate, aggiungendosi a quel 40% di riduzione di mortalita' cardiovascolare che si guadagnerebbe se fossero eliminati i tradizionali fattori di rischio. La meta' di quanti hanno avuto un infarto, dichiara di essere stato vittima di ingiustizie o gravi discriminazioni in ufficio, fino alla perdita del lavoro. Inoltre, il 40% dei cardiopatici lamenta anche la monotonia dell'occupazione, l'impossibilita' di gestire e organizzare i propri impegni professionali.

http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=4457

La prima cosa da fare, in caso di 'mobbing', è imparare a riconoscerlo prima che sia troppo tardi. L'esperto Heinz Leymann ha catalogato 45 situazioni sospette. Ecco, in breve, i sintomi principali da non sottovalutare.

1- Improvvisamente spariscono o si 'rompono', senza che vengano sostituiti, strumenti di lavoro come telefoni, computer, lampadine.

2- I litigi o i dissidi con i colleghi sono più frequenti del solito.

3- Vi mettono vicino un accanito fumatore sapendo quanto odiate il fumo.

4- Quando entrate in una stanza, la conversazione generale di colpo si interrompe.

5- Venite tagliato fuori da notizie e comunicazioni importanti per il lavoro.

6- Girano pettegolezzi infondati sul vostro conto.

7- Vi affidano da un giorno all'altro incarichi inferiori alla vostra qualifica o estranei alle vostre competenze.

8- Vi sentite sorvegliati nei minimi dettagli: orari di entrata e uscita, telefonate, tempo passato alla fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè.

9- Vi rimproverano eccessivamente per delle piccolezze.

10- Non viene data alcuna risposta a vostre richieste verbali o scritte.

11- Superiori o colleghi vi provocano per indurvi a reagire in modo incontrollato.

12- Venite esclusi da feste aziendali o altre attività sociali.

13- Vi prendono in giro per l'aspetto fisico o l'abbigliamento.

14- Tutte le vostre proposte di lavoro vengono rifiutate.

15- Siete retribuito meno di altri che hanno incarichi inferiori.

Cervello: ansia, attacchi di panico, depressione, emicrania, vertigine. Perdita di memoria, difficoltà di concentrazione. Insonnia.

Pelle: disturbi cutanei, dermatosi, psoriasi.

Occhi: annebbiamento temporaneo della vista.

Collo-spalle: cefalea muscolo-tensiva, cervicale, mal di schiena.

Cuore: tachicardia, palpitazioni, infarto del miocardio

Arti: tremore, sudorazione, senso di debolezza alle gambe, dolori muscolari.

Apparato digerente: problemi gastrici, bruciori di stomaco, ulcera. In certi casi, bulimia.

Apparato respiratorio: problemi di respirazione, mancanza di fiato, senso di oppressione.

Sistema immunitario: calo delle difese dell'organismo, maggiore vulnerabilità alle malattie.

http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb35_00.html

Bullismo patogeno

Ultimo aggiornamento: 30/04/03

Una ricerca condotta nel Regno Unito ha indicato che il 53% dei lavoratori sono vittime di “bullying” e il 78% hanno assistito ad atti di “bullying”. Il termine, letteralmente significa intimidazione, è utilizzato per indicare la violenza di tipo psicologico perpetrata sul posto di lavoro. Un problema che ha assunto una tale rilevanza nel mondo anglosassone da indurre il British Medical Journal a dedicare un editoriale all’argomento.

Che cos’è il bullying
Una serie di comportamenti “al limite” di tipo vendicativo, malevolo, ingiustamente critico, umiliante o minaccioso, che minano la dignità dei lavoratori. Questa è la definizione di bullying, un concetto non molto distante da quello di mobbing, categoria più ampia che sottintende un comportamento persecutorio verso un lavoratore. Del resto il numero di persone che si rivolgono al medico per denunciare un problema di tipo psicologico è in continua crescita e molti pazienti lamentano lo stress lavorativo, in molti casi proprio episodi di bullying, come causa principale.
Infatti, un comportamento offensivo e intimidatorio protratto a lungo su un soggetto psicologicamente più debole non può che generare nella vittima turbamento, senso di minaccia, umiliazione e vulnerabilità, minando l’autostima e conducendo ad uno stato di stress costante. Una recente classificazione contempla cinque categorie di bullying: minaccia dello status professionale, minaccia della propria condizione personale, isolamento, iperlavoro e destabilizzazione. Si creano così – continua l’editoriale del British, ambienti di lavoro “tossici” nei quali simili comportamenti non possono che proliferare e nei quali parlare in modo franco risulta difficile e si finisce per coltivare un’epidemia silenziosa.

Gli esperti sono al Nord
Come premesso si tratta di un problema sviscerato particolarmente nel mondo anglosassone, dove più studi, in particolare in Scandinavia, hanno fatto il punto della situazione. Non a caso Svezia e Norvegia sono i soli paesi europei che dispongano di una legislazione specifica sull’argomento. In Gran Bretagna, un altro paese dei “bulli”, sono stati stimati i costi complessivi della malattia che oscillano tra i 2 e i 30 miliardi di sterline l’anno, 3 miliardi di euro per intendersi. Di particolare rilievo, poi, è il problema tra gli operatori sanitari. Secondo un’indagine del 1996, condotta su 1100 impiegati presso il Servizio Sanitario Nazionale inglese, il 38% si è dichiarato soggetto a bullying e il 42% ha assistito al bullying nei confronti di colleghi. Percentuali simili a quelle riscontrate, sempre in Gran Bretagna, tra 1000 “junior doctors” ospedalieri (medici in formazione).

Che cosa si può fare?
La risposta, secondo il Bmj, è più complessa di quanto si possa pensare. Intanto è necessario che i medici aumentino la loro consapevolezza che il bullying può essere una fonte di stress per i loro pazienti. Ciò significa domandare abitualmente come vanno le cose al lavoro, quando si ha a che fare con un paziente con un quadro ansioso e depresso. Anche problemi di concentrazione, insicurezza e mancanza di iniziativa possono essere sintomatici di un problema di questo genere. Una volta identificato il problema diventa, poi, indispensabile fornire supporto e incoraggiamento ai pazienti. Come? Intanto garantendo tutte le informazioni del caso, un ruolo per il quale è necessario che i medici diventino padroni di queste tematiche. Oggi – secondo l’editoriale – non sempre è così, manca cioè comunicazione tra medici generici e medici del lavoro. Anzi è lo stesso mondo sanitario che presenta, nel 12% dei casi totali, episodi di bullismo. Ecco perché tutti i medici che sono anche docenti, devono avere nella giusta considerazione il ruolo che rivestono nei confronti degli studenti di medicina e degli specializzandi. Altrimenti, come testimoniano alcuni studi, si genera una catena di comportamenti ostili di generazione in generazione. Come a dire innanzitutto il buon esempio.

Marco Malagutti

http://pro.dica33.it/article

(McAvoy BR et al. Workplace bullying. BMJ 2003; 326: 776-777
Quine L. Workplace bullying in junior doctors: questionnaire survey. BMJ 2002; 324: 878-879

Per approfondire
Lo stato dell`arte sul bullying http://www.bullyonline.org/

Mobbing vuol dire…

Colpisce 40 milioni di lavoratori europei per un costo complessivo di 20 miliardi di euro all’anno. Si tratta del mobbing ed il quadro piuttosto allarmante viene dall’Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. A queste cifre vanno aggiunti i costi per le aziende in termini di minore produttività dei lavoratori, che sono valori non facilmente quantificabili. Per discutere del problema, sia sotto il profilo legislativo sia sotto quello medico, a Venezia è in corso di svolgimento la Conferenza europea sul mobbing, un evento patrocinato dal Ce.S.E.A.L., Centro Studi Europei Sanità Ambiente Lavoro. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’associazione Giuseppe Di Claudio.

I numeri del mobbing
Emarginazione, diffusione di maldicenze, critiche continue, sistematica persecuzione, compiti dequalificanti, compromissione dell’immagine sociale nei confronti di clienti e superiori. Sono molti modi per definire il disagio lavorativo, fenomeno in costante aumento, con ripercussioni patologiche cronico-degenerative legate alla sfera psichica. Ma cos’è il mobbing? “La parola –spiega Di Claudio – è stata ideata dallo studioso svedese Leymann e viene dall’inglese to mob che significa aggredire, il primo utilizzo però si è avuto in campo etologico ad indicare, fra uccelli, l’atteggiamento aggressivo verso un membro del gruppo. Da una ventina d’anni a questa parte, poi, il termine è stato adottato nell’ambiente di lavoro a rappresentare il processo di aggressione o di emarginazione da parte di superiori o di colleghi”. In Italia la situazione è monitorata dall’Ispesl, organo del Servizio Sanitario Nazionale, secondo i cui dati sono circa un milione e mezzo i lavoratori italiani mobbizzati, che significa 4 milioni di persone coinvolte, tenendo conto delle ripercussioni in ambito familiare. Esiste una categoria più soggetta delle altre? “Difficile dirlo – riprende Di Claudio – tutti i lavoratori sono soggetti in egual misura, anche se probabilmente i lavoratori appartenenti a categorie medio-alte (quadri e dirigenti), cioè quelli più soggetti a responsabilità, sono particolarmente esposti”. E perché? “ Proprio per la responsabilità. In ambiti come la new economy, per esempio, ci si trova di fronte anche ad un problema generazionale. Succede cioè che i “vecchi” sentono molto la minaccia delle nuove generazioni e così di fronte alle prime difficoltà si bloccano. Non è un caso, così – riprende il presidente del Ce.S.E.A.L. – che il 62% dei “mobbati” abbia un’età compresa tra 51 e 60 anni”. A completare l’identikit del lavoratore soggetto a mobbing sono il matrimonio (82%), un diploma (71%) e un impiego per lo più nel pubblico. E’ vero? “Si. Il 70%, per la precisione, con un lavoro impiegatizio. Forse per la maggiore tutela che si ha nel privato dove (teoricamente... n.d.r.) si spende di più per la formazione e c’è maggiore protezione”. Sempre secondo l’Ispesl un lavoratore sottoposto a violenze psicologiche ha un rendimento inferiore del 70% in termini di produttività ed efficienza che tradotto in costo per il datore di lavoro significa il 180% in più.

Prevenire è meglio che curare
Gli effetti sulla salute vanno da reazioni psicosomatiche come cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari a fenomeni come ansia, disturbi dell’umore fino a fenomeni più gravi come anoressia, bulimia e alcolismo. E la cura? “Le cure esistono ma laddove è possibile sarebbe meglio riuscire a prevenire anche per ragioni di tipo economico e sociale, i costi, infatti, di terapie anti-mobbing non sono bassi anche sotto il profilo sociale”. Prevenire già, ma dimostrare di essere vittima del mobbing non è niente affatto facile. Bisogna, infatti, stabilire una relazione tra causa ed effetto e produrre le prove mediche del proprio stato. La legge aiuta? “ Si, almeno in teoria” – risponde il professore. Le leggi ci sono e sono anche molto severe, non sempre però vengono applicate. Anche una legge come la 626 (che tutela la sicurezza sul lavoro) non andrebbe interpretata solo sotto il profilo tecnico ma anche sul piano dell’integrità psicofisica”. Sono ben dieci del resto le proposte di legge presentate dai vari gruppi parlamentari, quasi una per gruppo. “È così” – continua Di Claudio. “La Conferenza Europea è un appuntamento importante anche per discutere di questi aspetti. L’auspicio, infatti, è di giungere ad una proposta unica che riallinei l’Italia all’Europa”. Ed in Europa qual è la situazione? “Più si va a nord più il problema è sentito. Ecco perché in Svezia o in Inghilterra, per esempio, esistono già legislazioni ad hoc. L’Unione Europea però ha preso posizione invitando ad uniformare la legislazione nel giro di tre anni. Un altro aspetto che mi preme sottolineare – aggiunge il presidente del Ce.S.E.A.L. – è che sarebbe necessaria una maggiore uniformità tra le regioni che spesso legiferano in modo diverso.” L’Italia, comunque, resta al di sotto della media europea quanto a casi di mobbing. Il 4% dei lavoratori italiani, infatti, ne è stato vittima contro il 16% della Gran Bretagna, il 10% della Francia e il 7% della Germania. Alla Conferenza Europea sul Mobbing ci sarà, comunque, modo di parlare di queste cose, ma su tutti gli avvenimenti in programma Di Claudio ci tiene a sottolinearne due: “Guariniello, Procuratore della Repubblica aggiunto del Tribunale di Torino, che parlerà di obblighi e responsabilità in tema di mobbing e Gilioli, responsabile della Clinica del Lavoro di Milano, che si occuperà di mobbing in campo clinico-epidemiologico”.
Marco Malagutti

http://pro.dica33.it/article

Per approfondire
Il sito del Ce.S.E.A.L. http://www.ceseal.it/

Tuttavia, oggi, il medico di famiglia ha anche un ruolo importante, nel caso in cui l'infortunio non sia evidente. Spesso esistono situazioni di depressione legate al lavoro. Parliamo di MOBBING. Il termine deriva dal verbo TO MOB che significa "assalire, attaccare", e con esso si indica una serie di comportamenti aggressivi sul luogo di lavoro, da parte di alcuni lavoratori nei confronti di altri colleghi, soprattutto se sottoposti dal punto di vista gerarchico, che sono esclusi e alienati dalla propria attività, con gravi ripercussioni che si configurano in stati di ansia e depressione.

Il Mobbing è un fenomeno sociale che si manifesta in un insieme di azioni e comunicazioni tra persone del medesimo ambito lavorativo, volto a determinare una condizione di debolezza in una persona allo scopo di emarginarla dall’ambiente.  Di fronte a questi veri e propri attacchi, ripetuti con frequenza, la “vittima” prova un senso di isolamento, si sente non valorizzata né utilizzata per le sue reali capacità, arrivando a percepire una estromissione, effettiva o virtuale, dal contesto lavorativo. E’ evidente come tale condizione di disagio diventi una potenziale fonte di turbamento per la salute del mobbizzato. Quest’ultimo ha veramente qualcosa di diverso, che lo pone su di un altro piano rispetto agli altri. Il mobbizzato, spesso inconsapevolmente, entra in un circolo relazionale vizioso, bersaglio di una sottile e diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli attacchi però non sempre sono eclatanti e la vittima non è subito in grado di identificare chiaramente quello che gli sta succedendo: cattiverie e pettegolezzi sono ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e amici a cui vengono raccontati. Così l'individuo inizia a provare senso di inadeguatezza e di colpa per non riuscire ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce a mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la difficoltà di digestione, gli attacchi d'ansia con lo stillicidio quotidiano di digestione, gli attacchi d'ansia con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e rimproveri gratuiti che riceve.

Il mob finisce spesso per attribuire a se stesso la responsabilità delle sue difficoltà di adattamento all'ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i danni alla stima della persona sono inevitabili. 

Si passa dunque ad un tipo di relazione in cui la vittima assume il ruolo di sottomesso (one-down). Tale vittima è la persona “scelta”, diventata il bersaglio delle frustrazioni e delle vessazioni dell’intero comparto e dell’azienda;  una persona da evitare, da attaccare, da isolare in modo sistematico, continuo e mirato. Diviene il parafulmine dei nervosismi e degli “sfoghi aziendali”.

Al mobbizzato non si lascia spazio per costruire e gestire i normali rapporti interpersonali e professionali. In questo modo, il mobbizzato si sente una persona negata, che riceve solo dei rifiuti, espliciti o impliciti, dai suoi colleghi e/o dai superiori, mentre in realtà, nella maggior parte dei casi la vittima è una persona brillante, creativa e capace, è un lavoratore che ama la sua professione.

Divenire bersaglio del mobbing può portare conseguenze non sempre superabili con facilità.

Troppi sono i fattori che contribuiscono alla reazione psico-fisica della vittima, non ultimi i tratti del carattere e la capacità di reazione emotiva a stimoli esterni di tale natura.

 

Essere “vittima”, essere “mobbizzato” vuol dire trovarsi in una condizione di totale sudditanza e impotenza, dalla quale troppo spesso non si sa uscire poiché non esiste ancora una cultura giuridica in grado di tutelare chi ne è soggetto.     

Conseguenze sulla salute

I primi effetti derivanti da situazioni mobbizzanti sono osservabili sulla salute delle vittime che, quasi inevitabilmente, dopo un intervallo di tempo variabile, si altera con manifestazioni nella sfera neuropsichica.

Precoci sono i segnali di allarme psicosomatico (cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari, mialgie, disturbi dell'equilibrio), emozionale (ansia, tensione, disturbi del sonno, dell'umore), comportamentale (anoressia, bulimia, potus, farmacodipendenza). Se lo stimolo avverso è duraturo, oltre al possibile concorso nello sviluppo di patologia d'organo, i sintomi descritti possono organizzarsi nei due quadri sindromici principali che rappresentano le risposte psichiatriche a condizionamenti o situazioni esogene: il disturbo dell'adattamento e il disturbo post-traumatico da stress.

Tenendo conto della sistematizzazione nosografica del DSM-IV, le conseguenze sulla salute che possono derivare da una condizione di mobbing dovrebbero essere comprese nell'insieme definito "Reazioni ad Eventi". Tali reazioni includono:

 

Disturbo dell'adattamento (DA)

Disturbo acuto da stress (DAS)

Disturbo post-traumatico da stress (DPTS).

 

Tuttavia, occorre tener presente che in ambito lavorativo esiste un vasto insieme di disturbi psichiatrici classificabili come "reazioni ad eventi", identificabili, per nesso eziologico, come malattie professionali o malattie correlate al lavoro (work-related), che nulla hanno a che vedere con la condizione di mobbing. Va infatti considerato che la messa in cassa integrazione, il licenziamento dovuto a cause strutturali di crisi aziendale, una fase di forte conflitto aziendale, e tutta una serie di eventi analoghi che possono realizzarsi in ambito lavorativo, senza alcun elemento di intenzionale violenza psicologica, possono ugualmente determinare quadri di patologia anche molto gravi, senza per questo essere inquadrabili all'interno di una sindrome provocata da una condizione di mobbing.

Nell'esperienza della Clinica del Lavoro di Milano, il disturbo dell'adattamento è largamente prevalente (oltre i 2/3 dei casi con caratteristiche di attendibilità),

mentre il disturbo post-traumatico da stress (stessi sintomi del disturbo dell'adattamento, ma più gravi e con possibilità di sequele associato a intrusività del pensiero, comportamenti di evitamento di situazioni che possano - anche indirettamente - richiamare il problema lavorativo, e blocco dell'io) rappresenta un evento meno frequente. Circa un terzo della casistica totale è, infine, costituito da casi di patologia psichiatrica comune o di patologia fittizia.

Al contrario, la casistica osservata nel centro di Napoli, ancora in fase di sperimentazione, ha permesso di rilevare una notevole presenza dei casi più drammatici del fenomeno, che si è manifestato prevalentemente come Disturbo post-traumatico da stress (DPTS), mentre il 20% dei casi è costituito da Reazioni ad Eventi in ambito lavorativo, nei quali l'evento-causa della reazione non è individuabile in una condizione di mobbing, quanto piuttosto in una condizione di conflitto aziendale senza valenze intenzionali di tipo persecutorio.

 

Conseguenze sociali

Le conseguenze sociali possono essere devastanti, in quanto la persistenza dei disturbi psicofisici porta ad assenze dal lavoro sempre più prolungate, con "sindrome da rientro al lavoro" sempre più accentuata, fino alle dimissioni o al licenziamento. La perdita dell'autostima e del ruolo sociale comporta insicurezza, difficoltà relazionali e, per le fasce d'età più avanzate, l'impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi. Il soggetto porta all'interno dell'ambito familiare il proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.

Più precisamente, le conseguenze devastanti della situazione di mobbing in ambito sociale interessano tre aree distinte:

 

a.Difficile recupero dell'inserimento occupazionale. Tale difficoltà, oltre che da condizioni di mercato del lavoro fortemente selettivo, è caratterizzata dai seguenti elementi:

 

La collocazione di un quadro dirigenziale ad alto livello presenta difficoltà maggiori di un lavoratore di tipologia media, dal momento che le nicchie di mercato per ruoli dirigenziali sono molto ristrette e "protette" in termini di scalata gerarchica interna alle aziende.

Il contenzioso legale per veder riconosciuti i diritti al recupero della posizione lavorativa precedentemente ricoperta, in Italia prevede tempi talmente lunghi, che la stessa attesa diventa elemento di sofferenza concomitante alla sindrome da mobbing. Inoltre, un lungo periodo di attesa (che può ricoprire anche diversi anni), determina una perdita di professionalità ad alti livelli, che si fonda sul costante esercizio pratico dell'attività manageriale. Come dire: a certi livelli, chi si ferma è professionalmente perduto!

 

b.Coinvolgimento del nucleo familiare. Agli occhi del soggetto mobbizzato, la famiglia appare come la struttura sociale immediatamente più disponibile per temporanee forme di compenso. Essa costituisce comunque un compenso temporaneo, variabile e - oltre certi limiti - incapace di assorbire e metabolizzare le tensioni, che le si ritorcono pericolosamente contro, implicandola in comportamenti reattivi di natura "patologica".

 

c.Coinvolgimento del tessuto della vita di relazione. Gli effetti del mobbing si ripercuotono significativamente anche nella vita di relazione del soggetto mobbizzato, che subisce una progressiva contrazione, motivata in genere da due fattori:

la caduta del ruolo lavorativo viene vissuta anche come caduta dello stato sociale, che si traduce in una fuga dai contatti sociali tradizionali;

la problematica del mobbing diventa pervasiva e totalizzante, determinando una progressiva caduta d'interesse per la vita di relazione.

A ciò si aggiunga il fatto che i costi delle conseguenze del mobbing non riguardano solo gli aspetti individuali, ma si riflettono più generalmente a livello aziendale, in termini di ore lavorative perse e scadimento della qualità del lavoro, della produttività e, a livello della collettività, con un aumento dei pre-pensionamenti, delle invalidità civili e della spesa sanitaria. Il soggetto mobbizzato è diventato improduttivo, di peso per la società, per la famiglia, per se stesso: di ciò egli è consapevole, ma non ha più energie da spendere, né entusiasmo da investire.

 

  Nell’800 mobbing era un termine usato dai biologi inglesi per descrivere il comportamento degli uccelli, che difendevano il loro nido con manovre di volo minacciose contro aggressori. Nell'900, l’etologo Konrad Lorenz l’ha impiegato per spiegare l’attacco coalizzato sferrato da un gruppo di animali ad animali della stessa specie.

 

 Il primo ad applicare il termine alle società umane è stato Heinz Leyman, uno dei maggiori esperti mondiali dell’ambiente lavorativo e, sicuramente, lo studioso più sistematico del fenomeno mobbing in tutti gli anni ’80 e ’90.

Tuttavia il mobbing, nella sua essenza, va ben al di là dello specifico lavorativo, aggredendo in radice fondamentali diritti umani e civili.

Alla base dell’esplosione della strategia di mobbizzazione vi è un conflitto di lavoro che riesce a trovare canalizzazione e soluzioni istituzionalizzate. Esso, dunque, nella forma di conflitto irrisolto, si proietta nella sfera delle relazioni personali e civili. Le azioni che segnalano il mobbing sono le più diverse e sono spesso così sottili che la vittima stenta a riconoscerle. 

 Si tratta di pettegolezzi più o meno fondati, tesi a metterla in cattiva luce, di improvvisi mancati inviti al bar o in mensa, di allusioni inizialmente senza importanza e di piccoli conflitti con i colleghi. Cose cui inizialmente non si da peso ma che vanno degenerando nell’isolamento del mobbizzato, perpetrato attivamente dai colleghi e in conflitti frequenti e più forti col gruppo di lavoro.  

  Attraverso il mobbing, il conforme ed il conformistico non fanno che celebrare se stessi, espellendo furiosamente tracce di dissonanza, di alterità e di conflittualità.

Gli effetti sul mobbizzato sono molteplici: disturbi del sonno (insonnia ed ipersonnia), disturbi dell’alimentazione (anoressia e bulimia),    emicranie penose e frequenti, tic nervosi, dermatiti, gastriti; a livello socio-emotivo si manifestano soprattutto disturbi relazionali con gli amici, il partner, la famiglia, ansia, attacchi di panico e disturbi dell’umore la cui estrema espressione può tradursi in pensieri e/o atti suicidi. 

Sono pesanti anche gli effetti del mobbing sul gruppo di lavoro e sull’azienda, si creano fazioni che disgregano la comunicazione e frammentano la produttività della comunità lavorativa con serie ripercussione sull’azienda che rischia di assistere ad un abbassamento dell’efficienza ed efficacia,

  della qualità e della quantità del prodotto o del servizio, un clima di generale dissenso e tensione potenzialmente in grado di offuscare gli obiettivi e le strategie organizzative. 

http://www.mobbingonline.it/st6.asp

……………….i riflessi del mobbing sul rapporto di lavoro e sulla salute vengono definiti a partire dalla sentenza 184/1986 della Corte Costituzionale, dalla dottrina medico-legale e anche dalla giurisprudenza più "evoluta" come danno biologico da "danno psichico".

Il problema legale e medico-legale, contesualmente alla maggiore numerosità dei casi ed alla elevata incidenza, si va ampliando e diffondendo sempre di più; esso ha sia natura giuridico-lavorativa in senso stretto, per l'attinenza con il rapporto di lavoro: violazione dell'articolo 2103 del codice civile, ancora prima della accennata violazione dell'articolo 2087 del codice civile collegata all'articolo 2043 del codice civile; il protrarsi dell'assenza dal lavoro per malattia (e relativi innegabili, ma anche inevitabili costi per la collettività), fino, in taluni casi, al superamento del periodo di comporto con grave pregiudizio per la conservazione dello stesso posto di lavoro; sia anche natura medico e sociale, in quanto comporta il ricorso sempre più frequente del soggetto interessato a cure, psicoterapie e farmaci, come ampiamente sostenuto.

Tornando al danno alla persona, si ribadisce in accordo con quanto sostenuto da Calcagni e Mei, che in ogni "trauma (psichico), il dolore, la sofferenza, l'angoscia, l'alterazione emotiva sono elementi che da impalpabili, soggettivi, conseguenza di un "evento", in ambito psicopatologico rimangono inesorabilmente imbrigliati o costituiscono a volte addirittura l'essenza del disturbo mentale nosograficamente classificabile e, in medicina legale, possono configurare - anche nei casi di mobbing - presupposto di un danno evento, biologico, psichico".

Gli stessi Autori continuano affermando che "le distinzioni di danno psichico quale "danno evento" consistente nell'ingiusta violazione dell'integrità psichica della persona e di danno morale quale "danno conseguenza" perché consistente nel dolore e nella sofferenza apportata dalla lesione per quanto giuridicamente inappuntabile, vanno, in ambito medico-legale, ulteriormente sottolineate ed i campi di competenza inesorabilmente distinti tanto più nel contesto mobbing ove assai problematica è la concretizzazione di una fattispecie di danno all'integrità psico-fisica.

Se il dolore fisico è intrinsecamente legato alla lesione personale, alla menomazione, il danno psichico appare, per converso, la strutturazione acuta o cronicizzata di un primordiale "transeunte perturbamento psicologico" che assume valenza e valore di malattia quando la sofferenza patita, l'angoscia, l'alterazione emotiva diventano disagio personale significativo, configurano quadri nosografici che causano disfunzione lavorativa, sociale".

Nel caso di mobbizzati aiuta la strutturazione il protrarsi nel tempo di atteggiamenti di costrizione psicologica di varia natura. Non è ancora noto un numero di casi sufficiente, giunti a risarcimento, per poter correttamente impostare il problema estimatorio e di danno biologico permanente. Pur tuttavia le iniziali documentazioni consentono di ricompren-dere il danno all'interno del range percentuale efficacemente definito nella guida sopra citata.

Le problematiche medico legali non mancheranno successivamente di interessare anche l'ambito indennitario qualora il fenomeno mobbing venga ad assumere efficace valenza di malattia da lavoro.

 http://www.unicam.it/ssdici/mobbing/mobb1_00.html

In tema di mobbing, recentemente la CGIL, la CISL e la UIL hanno predisposto unitariamente una guida per prevenire e combattere le violenze psicologiche nei luoghi di lavoro. Pubblichiamo il manuale elaborato in forma compressa autoestraibile dal sito

http://www.uil.it/mobbing/salvezza.htm

Child Mobbing Index".

Sebbene il termine mobbing si riferisca prevalentemente alla ostilità che sorge contro una persona
oppure contro un gruppo di persone in un ambiente di lavoro, le dinamiche del mobbing possono
essere estese anche ad altri ambienti, ed in particolare a quello della scuola.

Il mobbing può essere un fattore di spiegazione della dispersione scolastica, del rifiuto che molti
giovani hanno nei confronti della scuola che non vogliono frequentare, rifiuto che deriva
dalla ostilità che sentono nella classe oppure provenire dal gruppo dei bulli che li contestano
o li deridono.
Il gruppo di ricerca della Università di Cassino, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia Clinica
della Università di Creta in Grecia, sta mettendo a punto indicatori sul mobbing infantile, da applicarsi
negli ambienti scolastici, riconoscendo gli stessi processi che sono stati individuati negli ambienti
di lavoro.

Questo indice viene chiamato "Child Mobbing Index". E' costituito da una scala di atteggiamenti
che viene testata su vari gruppi di ragazzi delle scuole elementari e medie italiane e greche.
Una definizione dell'indice sarà completata nella primavera del 2000.

http://scienzaesocieta.cassino.edu/laborato/mobbing.htm