Archivio Dottor Web

Parkinson
 

Ammetto di non seguire molto le vicende sanitarie del Papa, per questo rimango senza risposta quando una mia assistita parkinsoniana mi confessa di seguire la stessa terapia consigliata al Santo Padre da un famoso professore: a tale scopo è diventata una larga consumatrice di papaya…..

Giustamente preoccupata per la sua malattia insiste “ma non c’è niente di nuovo, eppure su Internet c’è tanta roba che fa bene nel Parkinson!”

Vediamo……………………..

………………..Da tempo non vedevo il Papa ... gli danno roba ottima, sembra un altro. Evitando i discorsi complottistici: è un sosia/clone, ho una domanda, perchè il più famoso malato di Parkinson è anche l'unico che migliora? Ma soprattutto: se la papaja fa questi effetti perchè non ci fumiano quella? Mi piacerebbe che la stessa cura fosse disponibile per i comuni mortali.

http://ginbaker.splinder.it/1049148000

  Uno spettacolare miglioramento della salute del Papa notato nel corso degli ultimi due viaggi avrebbe all'origine un'udienza con il Prof Jean Montaigner, uno degli scopritori del virus dell'Aids. In un'intervista al quotidiano francese Le Monde, il professore rivela come pochi mesi fa, nel corso dell'udienza privata chiesta per discutere della politica del Vaticano in tema di uso dei profilattici nella prevenzione dell'Aids, lo stesso Montaigner avrebbe consigliato e prescritto al Papa un trattamento antiossidante e immunostimolante.
Il preparato a base di papaya è stato realizzato facendo fermentare per mesi estratti del frutto esotico e accanto ad esso Montaigner avrebbe consigliato anche un preparato antiossidante prodotto a New York.
Secondo Montaigner lo 'stress ossidante' insieme ad altri processi indotti dall'ossigeno favorisce numerose malattie croniche tra cui Parkinson e Alzheimer, inoltre con l'età la capacità del corpo di sintetizzare molecole antiossidanti si riduce. Montaigner precisa che la sua è una convinzione condivisa anche da numerosi altri biologi.
Sul motivo ufficiale per cui Montaigner aveva chiesto udienza (la lotta all'Aids) non si sa nulla sull'esito dell'udienza, mentre dal Vaticano non giungono conferme sul fatto che effettivamente il Papa abbia assunto le sostanze oggetto del ''cortese dono dello scienziato

http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=3371

Da FEDERFARMA-ANSA SALUTE NOTIZIE del 25 GIUGNO 2003

MEDICINA:  MONTAGNIER,  4  NUOVI BERSAGLI PER TEST CON PAPAJA DOPO

AIDS, TEST SU ALZHEIMER, PARKINSON, SLA E SCLEROSI MULTIPLA

-  ROMA, 25 GIU - Dopo i risultati positivi ottenuti sperimentando l'estratto  di  papaja  su  10 pazienti sieropositivi, il virologo francese  Luc  Montagnier  si prepara a studiare gli effetti della sostanza   anti-ossidante  su  malattia  di  Alzheimer,  morbo  di Parkinson,   sclerosi   laterale   amiotrofica  (Sla)  e  sclerosi multipla.  Lo  ha  detto  oggi  a  Roma  lo stesso Montagnier, nel convegno   sui   nutraceutici   (sostanze  naturali  di  interesse farmaclogico)  organizzato  dall'universita'  di Roma Tor Vergata. ''Non  voglio  dare  nessuna falsa speranza - ha detto Montagnier, che  dirige  la Fondazione mondiale sull'Aids - perche' allo stato attuale  delle  conoscenze  questi  composti  basati  su  sostanze naturali  possono  essere  utilizzati  per  combattere  i fenomeni ossidativi,  ma  non  sono  farmaci''. L'estratto di papaja, cosi' come  gli  altri  preparati  a  base  di  prodotti naturali, vanno utilizzati  come  integratori  e  a  fianco delle normali terapie. L'estratto di papaja, ha aggiunto, e' stato finora sperimentato in Costa  d'Avorio, su 10 volontari sieropositivi, con l'obiettivo di ripristinare  e  rafforzare le loro difese immunitarie. ''Dopo sei mesi  di  trattamento  i risultati sono soddisfacenti, ma dobbiamo continuare  a  studiare gli effetti ottenuti sui pazienti, che nel frattempo  seguivano  la terapia antiretrovirale''. Al momento, ha aggiunto,  le sostanze naturali di interesse farmacologico possono essere  utilizzate soprattutto nella prevenzione, oppure quando la malattia  e'  ormai  allo  stadio  avanzato.  ''Ma  prima di avere risultati  certi  sui  loro  effetti  farmacologici sono necessari almeno dieci anni'', ha osservato Montagnier.
 

http://www.giofil.it/26062003.htm

2. PAPAYA e MALATTIA di PARKINSON

Ci sono stati richiesti da diversi pazienti con malattia di Parkinson chiarimenti e informazioni riguardo l’uso della papaya come coadiuvante della terapia antiparkinsoniana, dopo il grande risalto dato dai mezzi di comunicazione circa gli effetti positivi che questo “rimedio naturale” avrebbe indotto in un paziente illustre, papa Giovanni Paolo II. La papaya (Carica papaya) è una pianta erbacea poliennale, alta fino a 7 m, originaria dei Caraibi. Vengono usati a scopo medicinale il frutto e il latice della pianta che contengono enzimi proteolitici (20%), in particolare papaina. La papaina è usata principalmente nei disturbi di tipo dispeptico, come meteorismo, pesantezza post-prandiale e stitichezza.  Viene utilizzata anche nel trattamento degli edemi  sia post-traumatici che di origine infiammatoria: mediante meccanismo proteolitico sulla fibrina, faciliterebbe il drenaggio del focolaio infiammatorio e il riassorbimento del travaso emorragico.  Una supposta azione genericamente definita di tipo tonificante-ricostituente è oggetto attualmente di indagine ed è alla base delle sperimentazioni  della papaina, insieme ad altri enzimi proteolitici, come coadiuvante nel trattamento di malattie degenerative del sistema nervoso centrale, effettuate dall’Istituto Luc-Montagnier di Parigi. Gli integratori alimentari a base di papaya distribuiti in farmacia vengono reclamizzati per “migliorare le difese dell’organismo contro lo squilibrio ossidanti/antiossidanti” ma non ci sono studi che dimostrino l’efficacia della papaya in questo senso. Dai dati disponibili, la tollerabilità dei preparati a base di papaya sembra buona, anche se vengono riportate possibili reazioni allergiche. E’ stata segnalata un’interazione della papaina con Warfarina, con aumento dell’ INR (International Normalized Ratio) il cui meccanismo d’azione non è chiaro. Si consiglia comunque cautela nell’utilizzo di papaina in pazienti in terapia anticoagulante (Lancet 2000;355:134-138) e in ogni caso è importante che il paziente metta sempre al corrente il medico curante circa l’impiego di preparati a base di piante medicinali, spesso assunte per autoprescrizione.

http://www.neuro.unibo.it/farm/Pill_31.htm

Morbo di Parkinson: l'amantadina migliora la discinesia

L'amantadina è in grado di ridurre la discinesia L-dopa-correlata circa del 45% nel morbo di Parkinson, ma solo a breve termine. Di recente, studi nel breve periodo hanno dimostrato l'efficacia dell'amantadina in questo senso. L'effetto dura circa 4,9 mesi, a differenza degli 1,3 mesi osservati con il placebo (P < 0,001). La sospensione del farmaco può comportare un effetto rebound di circa il 10-20%. Secondo questi dati, l'effetto dell'amantadina è relativamente di breve durata, ma sono comunque in programma ulteriori approfondimenti su farmaci che agiscano sulla modulazione glutamatergica. (J Neurol Neurosurg Psychiatry 2004;75:141-143) 


© 2004 EDRA SpA - Milano | Adnkronos Salute s.r.l.

Morbo di Parkinson: potenziale effetto antidiscinetico della quetiapina

Fra pazienti affetti da morbo di Parkinson con discinesie indotte da farmaci, la quetiapina non mostra effetti antidiscinetici se somministrata in termini di 25 mg/die: si ottiene invece qualche miglioramento aumentando il dosaggio fino a 50 mg/die. Il possibile effetto antidiscinetico, unito con l'assenza di peggioramento del parkinsonismo, suggerisce che questo farmaco meriti ulteriori studi. Basse dosi di clozapina, il farmaco neurolettico atipico più simile alla quetiapina, è in grado di ridurre significativamente le discinesie, ma questo nella pratica clinica potrebbe essere offuscato dai suoi effetti collaterali di ordine ematologico, che costringono a controlli continui. Le discinesie da farmaci rimangono una sfida per il trattamento a lungo termine del morbo di Parkinson: in quest'ottica, i neurolettici atipici continuano ad essere una classe farmacologica interessante, e sarà interessante sperimentare dosi di quetiapina leggermente maggiori. (J Neurol Neurosurg Psychiatry 2004;75:295-297)

http://www.edraspa.it/

a cura di Immediapress  

Newron Pharmaceuticals SpA, azienda focalizzata sullo sviluppo di nuove terapie per le malattie del Sistema Nervoso Centrale, annuncia i risultati positivi ottenuti da uno studio di fase II condotto con il suo prodotto più avanzato in via di sviluppo, la safinamide in pazienti affetti da Parkinson. I dati hanno dimostrato che i pazienti a cui è stata somministrata safinamide in aggiunta ad una terapia dopamino agonista hanno manifestato un miglioramento delle loro prestazioni motorie, evidenziato da una riduzione del 30% sul valore della scala UPDRS.

''Questi dati offrono una chiara evidenza che safinamide può migliorare i disturbi del movimento nei pazienti con il Parkinson con un largo margine di tollerabilità. Ovviamente i dati preliminari dello studio clinico in questione dovranno trovare conferma in ulteriori studi.'' dichiara il Prof. Ruggero Fariello MD, CSO di Newron Pharmaceuticals. Il potenziale di più grande interesse della safinamide è quello di potere agire da neuroprotettore, ritardando il processo di morte dei neuroni nella Substantia Nigra, la zona del cervello bersaglio del processo patologico alla base della malattia di Parkinson. L'ipotesi neuroprotettiva si basa su dati sperimentali preclinici e trova fondamento nei multipli meccanismi d'azioni della safinamide che concorrono al rafforzamento della resistenza neuronale alle varie noxae che sono state implicate nella patogenesi del Parkinson. La dimostrazione di un effetto neuroprotettivo dovra' comunque essere differita a dopo l'ottenimento della dimostrazione dell'efficacia sintomatica. Il safinamide nel Parkinson - Dettagli dello studio Il safinamide nel Parkinson In uno studio in doppio-cieco a disegno parallelo, multinazionale (Italia, Francia, Germania, Belgio e Polonia), un totale di 151 pazienti sono stati selezionati in modo randomizzato per ricevere safinamide a 0.5 o 1.0 mg/kg una volta al giorno o placebo per tre mesi. I pazienti non erano stati trattati in precedenza (pazienti ''de novo'') oppure safinamide veniva aggiunta a un precedente trattamento stabilizzato con un solo dopamino agonista, la modalita' terapeutica attualmente raccomandata per l' inizio del trattamento nel Parkinson.

In tutti i pazienti la tollerabiltà di safinamide è risultata molto favorevole. Inoltre è stato raggiunto l'obiettivo di efficacia primario, in quanto i dati hanno dimostrato che l'aggiunta di safinamide (1.0 mg/kg/die) ha portato ad un miglioramento statisticamente significativo, quantificabile con una riduzione di almeno il 30% dei segni motori valutati con la scala UPDRS III, in quei pazienti trattati con una dose stabile di dopamino agonista. Nei pazienti ''de novo'' safinamide ha indotto un miglioramento motorio superiore al placebo che però non ha raggiunto significatività statistica, molto probabilmente perché dopo soli 3 mesi la risposta al placebo permane ancora.

- Informazioni sul Parkinson

La malattia del Parkinson è uno dei disturbi neurologici più frequenti, che colpisce circa 4 milioni di persone in tutto il mondo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità. È caratterizzata da una degenerazione cronica e progressiva dei neuroni che utilizzano il neurotrasmettitore dopamina e che sono situati in una particolare area del cervello denominata Sostanza Nera. La dopamina controlla il tono muscolare, l'inizio e l'armonia dell'esecuzione dei movimenti. I sintomi includono tremore, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti ed instabilità della posizione. I trattamenti attuali mirano la rifornire dopamina mancante al cervello tramite la somministrazione del suo precursore, la levodopa, o a stimolare quei ricettori della dopamina che trasmettono i messaggi nervosi del movimento.

- Informazioni su Safinamide

Safinamide è un nuovo farmaco in fase di sperimentazione clinica di fase II per il trattamento del Parkinson e dell'epilessia. Si tratta di una molecola unica per la molteplicità dei suoi meccanismi di azione, i quali includono una potente, selettiva e reversibile inibizione della monoamino-ossidasi tipo B (MAO-B), l'enzima che degrada la dopamina), l'inibizione dell'uptake della dopamina, il blocco dei canali del sodio e la modulazione dei canali del calcio. Lo sviluppo di safinamide nel Parkinson è in parte sovvenzionato da un finanziamento per l'innovazione tecnologica pari a 2.7 milioni € concessi dal Ministero Italiano delle Attività Produttive.

- Informazioni su Newron Pharmaceuticals

Newron Pharmaceuticals SpA, è un' azienda farmaceutica che svolge attività di ricerca nel campo delle patologie del Sistema Nervoso Centrale, in particolar modo epilessia, Parkinson, neurodegenerazione e dolore. Newron è specializzata nella ricerca di nuove molecole attive sui canali ionici. L'azienda sta conducendo molteplici sperimentazioni cliniche di fase II nel trattamento dell'epilessia e nel Parkinson con safinamide, la molecola in fase di sviluppo più avanzata.

 

Inoltre, Newron sta conducendo studi clinici di fase I su un nuovo bloccante dei canali del sodio, l'NW-1029, sviluppato per il trattamento del dolore neuropatico. Il portfolio di prodotti in fase di sviluppo clinico della Newron è sostenuto da una pipeline di composti frutto degli studi del Dipartimento di ricerca dell'azienda. La sede di Newron si trova a Bresso, vicino Milano,Italia.

Per ulteriori informazioni:

http://www.newron.it/

Coenzima Q10 nel Parkinson

Viene oggi pubblicato su Archives of Neurology uno studio (abstract + editoriale) eseguito su 80 pazienti affetti dalla malattia di Parkinson in un primo stadio con sintomi leggeri che non richiedevano ancora terapia farmacologica. Somministrando dosaggi alti (fino a 1200mg al giorno) di coenzima Q10 si è osservato un rallentamento della progressione nell'arco di 16 mesi di osservazione. Il coenzima Q10 (anche chiamato ubichinone o ubidecarenone, la figura mostra la sua formula) è una molecola fisiologica con proprietà antiossidanti ('anti-ruggine') che si trova in tutte le membrane cellulari tra cui le membrane interne dei mitocondri, dove fa parte del complesso I della cosiddetta catena respiratoria, coinvolta nella produzione di energia da parte dei mitocondri. È stato dimostrato in passato che nella malattia di Parkinson si trova una riduzione di complesso I in una delle zone affette da neurodegenerazione (substantia nigra del tronco cerebrale). Da cui il tentativo di sostituire il coenzima Q10 che viene venduto da tempo (a dosaggi molto più bassi di quelli usati nello studio) nelle erboristerie per una sua presunta azione generale contro i processi di invecchiamento. Il presente studio è piccolo (i risultati sono al limite della significatività statistica) e non permette un giudizio definitivo sull'efficacia nel Parkinson (già 10 anni fa uno studio preliminare dichiarava un effetto protettivo della selegilina che allora fu largamente impiegata nella terapia del Parkinson ma abbandonata quando studi successivi hanno revocato l'esistenza di questo effetto).

11:25:13 AM   

 Venerdì, 11 ottobre 2002 

2. TERAPIA della MALATTIA di PARKINSON e AGONISTI DOPAMINERGICI: COME PROCEDERE nella SOSTITUZIONE dei DIVERSI AGENTI  DISPONIBILI ? 

Gli agonisti dopaminergici sono una classe di farmaci utilizzati largamente nella terapia della Malattia di Parkinson che interagiscono direttamente con i recettori dopaminergici e  non necessitano, contrariamente alla levodopa, (il farmaco ancora più usato ed efficace nel trattamento di questa malattia) del passaggio di trasformazione presinaptica a dopamina. Il loro uso è però complicato da un profilo farmacocinetico generalmente non ottimale (soprattutto una biodisponiblità orale bassa e molto variabile), una moderata efficacia terapeutica e un’alta incidenza di effetti collaterali sia di tipo dopaminergico centrale (sonnolenza, sedazione, allucinazioni, discinesie), sia periferico (nausea, vomito e ipotensione ortostatica, quest’ultima mediata in parte da meccanismi centrali). I composti attualmente in commercio in Italia e più utilizzati includono i “vecchi dopamino-agonisti” derivati dell’ergotamina, quali la bromocriptina (ParlodelÒ) e la pergolide (NoparÒ) e i “nuovi agonisti” ropinirolo (RequipÒ) e pramipexolo (MirapexinÒ). Uno dei problemi che spesso si trova a fronteggiare il clinico, specie negli stadi avanzati della malattia, è quello di sostituire un agente dopaminergico con un altro, nel tentativo di migliorare il controllo della sintomatologia del paziente. Il sistema più usato è generalmente quello di ridurre lentamente il dosaggio del dopaminergico da sostituire e di procedere successivamente con la graduale introduzione dell'altro agente prescelto. Queste lente fasi di titolazione delle dosi possono  però accompagnarsi ad un peggioramento dei sintomi, forse dovuto ad un effetto “negativo” degli agonisti dopaminergici a basse dosi  (J Neural Transm [P-D Sect] 1993;6:81-7)  e sono talvolta causa di complicazioni cliniche generali e ospedalizzazione. Più recentemente sono state proposte delle modalità di sostituzione “immediata” da un dopaminergico ad un altro, sulla base di rapporti teorici di dosi equivalenti ricavati dagli studi clinici pubblicati. Queste modalità di sostituzione sembrerebbero più facili da gestire e meglio tollerate dai pazienti. Qui di seguito si riportano i rapporti empirici di dosi equivalenti approssimate suggeriti per i farmaci dopaminergici sopraelencati.

 

Agenti dopaminergici

Rapporto empirico

 dose equivalente

Bromocriptina/Pergolide

10/1

Bromocriptina/Ropinirolo

  2/1

Bromocriptina/Pramipexolo

10/1 

Pergolide/Ropinirolo

  1/3

Pergolide/Pramipexolo

  1/1

Ropinirolo/Pramipexolo

  3/1

Per un approfondimento si rimanda a :

- Contin M, et al. Pharmacokinetic optimisation of dopamine 

   receptor agonist therapy for Parkinson’s disease. CNS Drugs  

   2000;14:439-55.

 http://www.neuro.unibo.it/farm/Pill_31.htm

PARKINSON NON SOLOFARMACI

CURE «D’APPOGGIO» ESERCIZIO FISICO, SUPPORTO PSICOLOGICO, DIETA SONO TRATTAMENTI ANCORA POCO PRATICATI. EPPURE, POSSONO FARE LA DIFFERENZA NELLA QUALITÀ DI VITA DEI MALATI

U n tremore alla mano, appena accennato. Passi un po' più rigidi del solito. Si pensa allo stress, alla stanchezza. Poi, magari, arriva la doccia fredda: malattia di Parkinson. Come reagire? Iniziando subito a curarsi, senza affidarsi soltanto alle pillole: queste le conclusioni di un simposio dedicato al Parkinson che si è svolto durante l'ultimo congresso della Società italiana di geriatria, a Firenze. Gli esperti non hanno dubbi: esercizio fisico, dieta, supporto psicologico, terapia occupazionale sono tutte "armi non convenzionali" in grado di limitare il declino cui espone la malattia. Purtroppo, sono pochi i pazienti che ci credono: dal 3 al 29 per cento, stando agli studi pubblicati in materia.

STRATEGIA MULTIPLA

Spiega il professor Pezzoli, direttore del Centro per la Malattia di Parkinson degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano: «Molti pensano che le terapie non farmacologiche siano secondarie, ma in realtà sono queste a fare la differenza. Il benessere del paziente è ben diverso se il medico si limita ad allungare una ricetta o se viene impostato un intervento a tutto tondo».

Senza dimenticare i farmaci, che cosa si può fare, allora, per stare meglio?

Prima di tutto, la terapia fisica: all'inizio può essere semplicemente fare movimento con costanza; con il passare del tempo può diventare una vera e propria fisioterapia.

È altrettanto importante ridefinire la dieta in modo da non interferire con l'effetto delle medicine e, anzi, potenziarne l'azione. Ed è utile partecipare a programmi di terapia occupazionale, attraverso cui ci si "riappropria" di semplici movimenti che la malattia rende difficoltosi. Se ci sono disturbi della voce, poi, è bene rivolgersi al logoterapeuta; se è l'umore ad andare giù, arriva in aiuto la psicoterapia e il sostegno psicologico per sé e per i propri familiari.

PERSONALIZZAZIONE

È altrettanto vero, però, che fin dall'inizio non si può fare a meno dei farmaci.

«Non è ragionevole aspettare a iniziare la terapia farmacologica» assicura il professor Pezzoli. «Di solito nelle prime fasi ci si affida ai dopamino-agonisti (vedi box sotto), scegliendo il farmaco e la dose in base alla risposta. Ma il trattamento dipende molto dalle necessità del malato: in un ottantenne si cercherà di non esagerare con le pillole, mentre in un paziente che voglia cancellare ogni sintomo della malattia si potrà iniziare con la levodopa, cioè con la medicina anti-Parkinson per antonomasia, cui tutti i malati prima o poi arrivano».

Efficace e poco costosa, la levodopa garantisce un buon controllo dei sintomi, ma ha un neo: con il tempo, il suo effetto diventa instabile e compaiono le cosiddette discinesie. In parole semplici, attacchi in cui il malato è scosso da movimenti incontrollabili. «Rispetto al passato, oggi riusciamo a contenere la malattia molto meglio, anche grazie agli altri farmaci» rassicura Pezzoli. «Se quindici anni fa le fluttuazioni della terapia con levodopa comparivano dopo cinque anni dalla prima pillola, oggi, poiché utilizziamo dosi inferiori, i primi problemi si accusano dopo otto, dieci anni».

Secondo le linee guida italiane di trattamento del Parkinson, da poco comparse su Neurological Sciences, la scelta del farmaco dipende dall'età del paziente al momento della diagnosi :

Parkinson a esordio giovanile (meno di 50 anni): si inizia con i dopamino-agonisti da soli, per evitare il rischio di sviluppare gli effetti collaterali da levodopa in pochi anni; in seguito, si aggiunge levodopa alle dosi più basse possibili.

Parkinson che compare fra i 50 e i 70 anni: è possibile scegliere i dopamino-agonisti da soli, la levodopa a basse dosi o un'associazione fra questi farmaci.

Parkinson che esordisce dopo i 70 anni: si può iniziare con levodopa da sola o in associazione con un dopamino-agonista.

Elena Meli

http://www.corriere.it/

Parkinson: nuovo approccio di terapia genica

La funzione normale del cervello è caratterizzata da una equilibrata interazione tra gruppi di cellule nervose (nuclei) con funzione eccitatoria e inibitoria. Nella malattia di Parkinson viene a mancare una importante funzione inibitoria all'interno del circuito che regola il movimento. Il sistema motorio è infatti troppo 'eccitato': i muscoli sono sempre contratti, rigidi e anche il tremore è segno di troppa attività spontanea del cosiddetto sistema extrapiramidale. Un nuovo lavoro pubblicato oggi su Science propone una nuova strategia per ridurre la funzione eccitatoria del nucleo subtalamico (uno dei centri eccitatori nel complesso circuito del cosiddetto sistema extrapiramidale): l'introduzione del gene di un enzima che a sua volta produce la GABA, un neurotrasmettitore inibitore. Un approccio che sembra funzionare sul ratto e che potrebbe allargare le opzioni terapeutiche nell'uomo. Infatti, anche la terapia chirurgica già praticata agisce sul nucleo subtalamico troppo eccitato e lo disattiva tramite la lesione del nucleo o l' impianto di un dispositivo elettrico (la cosiddetta 'deep brain stimulation'). La terapia chirurgica utilizza una particolare tecnica (stereotassia) per accedere al nucleo subtalamico attraverso un piccolo foro nel cranio. La stessa tecnica ora può servire a iniettare un virus modificato che infetta le cellule nervose introducendo così il nuovo gene. Negli Stati Uniti è stato autorizzato un piccolo studio clinico su 12 pazienti per verificare se la terapia funziona nell'uomo.

Articolo su Science

BBC News

Il nuovo

11:13:49 AM   

Venerdì, 27 settembre 2002 

Il trapianto di cellule embrionali è efficace solo in pazienti giovani (sotto i 60 anni) e può causare seri effetti collaterali. Da anni sono stati pubblicati risultati positivi per il trapianto cerebrale di cellule produttrici di dopamina ricavate da embrioni abortiti. Tutti questi studi descrivevano casi singoli oppure non erano 'randomizzati a doppio cieco' e perciò non potevano escludere un possibile effetto placebo (suggestione di miglioramento). È uscito adesso il primo studio di 40 pazienti in cui né pazienti né medici curanti sapevano se era stato effettuato il trapianto di cellule oppure solo un trapianto 'apparente' (trapanazione del cranio). Dopo un anno, nei pazienti sopra i 60 anni, il trapianto non ha portato alcun miglioramento. Pazienti sotto i 60 anni mostravano un miglioramento della rigidità e della bradicinesia (il tremore non cambiava). 5 di 33 pazienti trapiantati (tutti sotto i 60 anni) sviluppavano comunque gravi distonie e discinesie (forti movimenti e contrazioni muscolari involontari) probabilmente dovute all'iperproduzione di dopamina da parte delle cellule trapiantate. È possibile che in futuro l'uso di cellule staminali oppure nuove tecniche di trapianto migliorino i risultati; sulla base di questi dati, però, questo tipo di terapia attualmente non è raccomandabile.

New England Journal of Medicine, Marzo 2001

http://www.neurologia.it/parkinson/parkinson_up.html

Presentati i primi risultati con la terapia genica “GAD”

Risultati positivi sia nel ratto che nella scimmia  (03-Mar-2004)

 Sono state presentate le informazioni attualmente disponibili con la terapia genica “GAD” nella malattia di Parkinson al 33° Convegno Annuale della Società di Neuroscienze, che si è tenuto a New Orleans nel mese di Novembre 2003. Tale terapia consiste nella somministration del gene per GAD, un enzima che stimola la produzione di un neurotrasmettitore, il GABA, in grado di inibire il nucleo subtalamico, che è eccessivamente attivo nella malattia di Parkinson. Alcune settimane fa è iniziata la prima sperimentazione clinica nell’uomo; essa è ancora in corso e non sono ancora disponibili risultati nell’uomo. Nel ratto parkinsoniano la terapia genica “GAD” ha effettivamente inibito il nucleo subtalamico ed ha ridotto significativamente la sintomatologia per periodi fino a 20 settimane. Nella scimmia con parkinsonismo indotto dalla neurotossina MPTP la terapia genica “GAD” è stata ben tollerata, ha determinato un miglioramento della sintomatologia dopo 2-3 mesi e miglioramento della funzione dei neuroni misurata mediante le neuroimmagini PET dopo 1 anno.

Fonte: During MJ, Kaplitt MG

CEP-1347 e la sopravvivenza dei neuroni dopaminergici embrionali

Questo composto prolunga la sopravvivenza dei neuroni dopaminergiche in coltura e dopo l’innesto nello striato di ratti parkinsoniani  (16-Feb-2004)

 Il trapianto di cellule nigriche embrionali migliora la malattia di Parkinson, ma la sopravvivenza dei neuroni innestati è breve. Le kinasi proteiche attivate dallo stress sono enzimi cellulari, la cui attivazione è critica per la morte naturale dei neuroni (apoptosi) e forse anche per la morte dei neuroni indotta da malattie neurodegenerative. CEP-1347 è una piccola molecola appartenente alla famiglia delle kinasi che esplica effetti neuroprotettivi in modelli in vitro ed in vivo di apoptosi. In questo studio, CEP-1347 ha prolungato la sopravvivenza dei neuroni dopaminergici in vitro. Inoltre, inserito nella sospensione contenente i neuroni da trapiantare e somministrato all’animale ospite, ha prolungato la sopravvivenza dei neuroni dopaminergici dopo il loro trapianto nel ratto. Pertanto, il trattamento con CEP-1347 potrebbe essere utile per il miglioramento dell’esito del trapianto di neuroni dopaminergici nella malattia di Parkinson. Nel frattempo in uno studio del Gruppo per lo Studio della Malattia di Parkinson CEP-1347 è stato ben tollerato da 30 pazienti parkinsoniani

Fonte: Boll JB e coll J Neurochem 2004; 88; 698-707

Trapianto di cellule staminali nervose embrionali in un modello animale di malattia di Parkinson in Cina

Le cellule nervose staminali hanno attecchito e si sono messe a produrre dopamina  (13-Feb-2004)

 Presso il Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Pechino sono state coltivate in vitro cellule staminali nervose provenienti da embrioni di ratto. Sono stati inclusi nella sperimentazione 40 topi: 10 controlli sono stati trattati solo con soluzione fisiologica; tutti i rimanenti 30 sono stati trattati con MPTP (una neurotossina che distrugge i neuroni della sostanza nera che degenerano nella malattia di Parkinson). Di questi 30, 10 hanno ricevuto anche solo soluzione fisiologica; nei rimanenti 20 sono state trapiantate le cellule staminali nervose nello striato, in 10 da una parte sola, in 10 da entrambi i lati. Le cellule staminali nervose si sono differenziate sia in astrociti (cellule di supporto) che in neuroni dopaminergici ovvero cellule nervose vere proprie, che hanno iniziato a produrre dopamina, il neurotrasmettitore che scarseggia nella malattia di Parkinson

Rotigotina: un cerotto per il trattamento della malattia di Parkinso

Il cerotto viene sostituito una volta al giorno e migliora la sintomatologia parkinsoniana nelle prime fasi della malattia  (08-Gen-2004)

 La rotigotina è un dopamino agonista contenuto in un cerotto a base di silicone da applicare sulla pelle. Il cerotto rilascia quantità costanti di farmaco nell’arco delle 24 ore e viene sostituito ogni giorno alla stessa ora. E’ stato effettuato uno studio randomizzato (con assegnazione casuale del trattamento) in doppio cieco (in cui né il medico né il paziente erano a conoscenza del trattamento assegnato), in cui quattro cerotti di rotigotina contenenti diversi dosi del farmaco (4.5, 9, 13.5 o 18 mg) sono stati confrontati con il placebo (una sostanza di apparenza identica al farmaco, ma inerte) in 242 pazienti parkinsoniani non in trattamento con farmaci dopaminergici per 11 settimane. Vi è stato un significativo miglioramento della funzione motoria e della capacità di svolgere le usuali attività quotidiane rispetto al placebo con le due dosi superiori (13.5 e 18 mg). Gli effetti indesiderati sono stati quelli tipici dei dopamino agonisti (nausea, vomito, disturbi del sonno e sonnolenza, capogiro).

Fonte: Fonte: The Parkinson Study Group Arch Neurol 2003; 60: 1721-1728

La morfina nella malattia di Parkinson

Questo stimolante dei recettori oppiacei riduce le discinesie indotte da levodopa nella scimmia  (30-Dic-2003)

 Un gruppo di scimmie con parkinsonismo indotto dalla neurotossina MPTP è stato trattato con dosi variabili di morfina con o senza levodopa. La morfina da sola non ha avuto alcun effetto sulla sintomatologia parkinsoniana, ma in associazione alla levodopa ha ridotto le discinesie, con diminuzioni pari a fino ad un massimo del 40

Samadi P, Gregoire L, Bedard PJ

http://www.parkinson.it

Stimolazione elettrica per il Parkinson

La stimolazione profonda di alcuni territori cerebrali potrebbe sostituire l'intervento chirurgico proposto da altri autori nelle complicazioni neurologiche nel trattamento con Levodopa nei malati di Parkinson.

Gli autori hanno esaminato 134 soggetti, con complicazioni neurologiche dovute alla terapia farmacologica (discinesie, fluttuazioni motorie e fenomeno On-Off ecc.).

Essendo stato poi individuato come l'origine di queste disfunzioni sia dovuto a un aumento dell'attività neuronale del nucleo subtalamico e della parte interna del globo pallido, si è in alcuni casi preferito adottare un approccio terapeutico di tipo chirurgico; al fine di evitare le complicazioni frequenti dell'intervento gli Autori hanno voluto tentare, ove ritenuto possibile, una terapia basata sulla stimolazione elettrica dei medesimi nuclei cerebrali.

Sono stati trattati con stimolazione elettrica del globo pallido o del nucleo subtalamico circa 100 pazienti. Esaminati a tre mesi di distanza veniva rilevato un miglioramento della scala motoria pari al 50% nei soggetti trattati con stimolazione del nucleo subtalamico, al 37% nei soggetti trattati con stimolazione del globo pallido.

Inoltre si è avuto in entrambi i gruppi, con oscillazioni dal 64 al 74%, un progressivo miglioramento delle capacità motorie individuato dall' entità del tempo libero da movimenti involontari.

L'effetto terapeutico è stato tale da permettere anche la riduzione della posologia di Levodopa nel gruppo trattato con stimolazione del nucleo subtalamico.

Anche il trattamento stimolante ha tuttavia effetti collaterali, anche se inferiori a quelli provocati dall'intervento chirurgico: sono state presenti emorragie intracraniche in 7 pazienti, nonchè infezioni che hanno reso necessaria la rimozione dell'elettrodo in 2 soggetti. La terapia elettrostimolante appare tuttavia molto promettente in quanto tali effetti sono stati numericamente molto inferiori a quelli provocati dall'intervento chirurgico.

N.E.J.M 2001;345;956-963

http://zamperini.tripod.com/Pillole_03_02.htm#stimolazione

La terapia chirurgica della malattia di Parkinson - Dott. Filippo Tamma

Negli anni '50 e '60 la Neurochirurgia aveva un ruolo preminente nella cura della malattia di Parkinson e aveva fornito una serie di informazioni utili per comprendere il funzionamento dei nuclei della base. Con l'introduzione della levodopa alla fine degli anni '60 si era creduto che la sfida fosse stata vinta, ma dopo qualche anno i neurologi si sono trovati di fronte un nuovo aspetto della malattia: la sindrome da trattamento a lungo termine. Ed ecco che negli anni '80, ancora una volta la ricerca di base ha fornito ai farmacologi le conoscenze e l'ispirazione per produrre nuove molecole con un'attività recettoriale più specifica, e una più lunga durata d'azione; inoltre sono diventati disponibili strumenti automatici per somministrare farmaci sottocute in infusione continua, per tentare di ottenere un'accettabile costanza della azione farmacologica.

I medici e i pazienti sanno però che esistono diversi casi in cui, nonostante tutte le strategie farmacologiche disponibili, la giornata dei malato di Parkinson non è più regolare, ma dipende dai capricci della malattia: si trascina nell'altalena di fasi contrastanti passando dall'ebbrezza dei movimento libero ma spesso eccessivo (fase "on" con discinesie o movimenti involontari) alla impossibilità di camminare, alzarsi dalla sedia, o anche muovere un solo dito (fase "off" o blocco motorio). In sostanza il paziente perde la sua autonomia, cioè non è più padrone della propria giornata perché dipende da altri per qualsiasi spostamento.

Ancora una volta i ricercatori hanno sviluppato nuove conoscenze che hanno chiarito il ruolo dei vari nuclei nel complesso circuito motorio dei gangli della base; dall'altra parte i bioingegneri hanno messo a disposizione nuove sofisticate tecnologie per trasferire tali conoscenze dalla ricerca di base alla clinica: così negli anni. '90 vi è stato un ritorno alla Neurochirurgia e sono stati effettuati i primi impianti di elettrostimolatori in pazienti affetti da malattia di Parkinson. In particolare l'impianto a livello dei nuclei subtalamici (STN) si è dimostrato in grado di controllare completamente i sintomi parkinsoniani (rigidità muscolare, lentezza dei movimenti, tremore) e in maniera costante per tutte le 24 ore.

Dall'epoca dei primi impianti effettuati a Grenoble nel 1987, questa tecnica (Stimolazione Cerebrale profonda o DBS = Deep Brain Stimulation) si è progressivamente affermata pur tra lo scetticismo iniziale di molti neurologi. Al momento diversi centri in Italia e in tutto il mondo utilizzano questa tecnica e replicano i successi a volte strabilianti che essa può dare.

2. Chi può sottoporsi alla DBS del subtalamo.

Il candidato ideale è affetto dalla malattia di Parkinson (e non da altre forme più o meno simili) da almeno 7-8 anni. Non deve avere altre malattie importanti, né un decadimento mentale. Il suo neurologo ha già provato tutti i farmaci disponibili, ma la sua autonomia è gravemente condizionata dal fenomeno "on-off" e/o dalle discinesie; può avere dolori durante il blocco motorio e gravi difficoltà di movimento nelle ore notturne. La risposta alla L-dopa è ancora presente, cioè il farmaco anche solo per un'ora al giorno è in grado di riportare il paziente ad una situazione di normalità. L’età massima accettata è di 70 anni, ma si può leggermente derogare nel caso di un paziente in ottime condizioni generali, in piena attività lavorativa o sociale o familiare e fortemente motivato.

3. Che vantaggi dà la DBS del subtalamo.

La stimolazione cronica (cioè 24 ore su 24) e bilaterale dei nuclei subtalamici è efficace su tutti i sintomi parkinsoniani esattamente come la levodopa. La risposta alla levodopa al momento dell'intervento, come già detto, costituisce la misura dei miglioramento atteso. La DBS ha però il vantaggio di somministrare la terapia solo nel punto giusto dei cervello (un piccolo nucleo di pochi mm) e in maniera perfettamente stabile nelle 24 ore. Il paziente ne riceve i benefici per l'intera giornata e anche nelle ore notturne. I blocchi sono praticamente cancellati, la terapia nettamente ridotta o addirittura sospesa, così come le complicanze della terapia e le discinesie. Il paziente recupera la sua autonomia. Infine, cosa non trascurabile, si tratta di una azione funzionale, cioè reversibile: spegnendo lo stimolatore il paziente ritorna come prima dell'intervento, e ciò è una. garanzia della sua sostanziale innocuità e significa anche che quando fossero disponibili nuove terapie (per es. l'impianto di cellule staminali) quello stesso paziente potrà essere candidabile esattamente come un altro che non sia stato sottoposto alla DBS.

4. Cosa non bisogna aspettarsi dalla DBS del subtalamo.

Anzitutto la guarigione. Come abbiamo visto la malattia rimane imbrigliata, controllata dalla stimolazione, ma è sempre presente; possiamo però dire che la stimolazione è ancora efficace dopo anni dall'intervento. Altro problema aperto è la entità dei miglioramento: alcuni pazienti ricevono un beneficio totale e si sentono praticamente guariti; altri stanno meglio sicuramente, ma continuano a presentare piccoli blocchi (mai intensi come quelli presenti prima dell'intervento) e devono assumere un po' di terapia. Questa variabilità dei risultato dipende dalla precisione con cui è stato centrato il nucleo subtalamico, poiché anche un mm di scostamento dal nucleo può comportare una significativa perdita di efficacia. In ogni caso, se sono stati rispettati alcuni criteri, il miglioramento è assicurato.

5. Cosa deve chiedere il paziente al neurologo esperto di DBS.

Deve chiedere tutti i chiarimenti necessari sui vantaggi e i rischi dell'intervento. Deve poter incontrare altri pazienti operati presso il Centro che gli propone l'intervento. Deve essere informato sulle modalità dell'intervento, sulla presenza in sala, oltre al neurochirurgo, eventualmente del neurologo e del neurofisiologo. Tutte queste informazioni servono per chiarire al paziente e ai familiari quali sono gli strumenti utilizzati in quel Centro per raggiungere la massima precisione di impianto. Infatti le

tecniche utilizzate nei vari Centri italiani che praticano la DBS variano per alcune caratteristiche a volte importanti e che possono determinare o meno il successo dell'operazione. Infine deve chiedere quali e quante complicanze si sono verificate nel corso dei precedenti interventi. Alla fine il paziente deve poter avere tutti gli strumenti per una scelta guidata ma autonoma e deve serenamente dare il proprio consenso all'intervento oppure rifiutarlo.

6. Come sì svolge l'intervento.

Vi sono ovviamente alcune differenze tra un Centro e l'altro. In generale il posizionamento degli elettrodi nei nuclei subtalamici si svolge in anestesia locale. Il paziente è sdraiato su un lettino e indossa un casco metallico che viene fissato al cranio tramite piccole viti. Poiché nel corso dell'intervento il neurologo deve saggiare l'effetto della stimolazione elettrica sulla rigidità e sugli altri sintomi parkinsoniani, il paziente è senza terapia dalla sera precedente e non può assumere farmaci per tutta la durata dell'intervento. Questa è la difficoltà maggiore, poiché ogni intervento dura dalle 6 alle 10 ore: è necessario che il paziente sia ben preparato a questa difficoltà, e sia motivato in maniera da sopportare il disagio. Dopo 2-3 giorni, mediante un breve intervento in anestesia generale, sarà posizionato lo stimolatore nella regione sottoclaveare.

7. Quali sono i rischi della DBS.

Sono i rischi generici di un intervento chirurgico più quelli specifici, tra i quali bisogna ricordare l'emorragia cerebrale e l'infezione dell'apparato impiantato. La frequenza di tali episodi è calcolata intorno all’1-2%, comprendendo anche gli eventi lievi e subclinici.

Infine il paziente e i suoi familiari devono prepararsi alla... perdita della malattia: può essere un vero evento traumatico che mette a dura prova l’armonia dell'entourage familiare; il paziente deve poi reinventarsi la sua giornata e riempirla nuovamente di iniziative e attività cui non era più abituato.

http://www.parkinson-italia.it/notiziario/2002/1/1-2002-art3.htm

2.  SONNOLENZA, “ATTACCHI di SONNO” e TERAPIA ANTIPARKINSONIANA: SPECIALI AVVERTENZE e PRECAUZIONI d’ USO ESTESE a

TUTTI i FARMACI DOPAMINERGICI 

Dopo le allarmanti segnalazioni pubblicate circa due anni fa (Neurology 1999;52:1908-10; Neurology 2000;54:275) di “addormentamenti“, anche improvvisi, in pazienti affetti da sindromi parkinsoniane in terapia con due agenti dopaminergici della nuova generazione, il Pramipexolo (MirapexinÒ) e il Ropinirolo (RequipÒ) (vedi n° 2 di neuro...Pillole), sono stati segnalati sulle riviste specializzate diversi casi di eccessiva sonnolenza diurna (EDS) e di “attacchi di sonno”  anche in pazienti in terapia con i dopaminergici ergotaminici della “vecchia generazione”, quali la Pergolide (NoparÒ), la Bromocriptina (ParlodelÒ) e pure con Levodopa (MadoparÒ, SinemetÒ). A proposito di quest’ultima in particolare, un protocollo di studio condotto presso il nostro Laboratorio in collaborazione con il Centro per lo Studio delle Malattie Extrapiramidali e il Servizio di Poligrafia della Clinica, e  i cui risultati preliminari sono stati presentati al recente Convegno dell’Accademia Americana di Neurologia, ci ha permesso di documentare che la somministrazione in subacuto di dosi di Levodopa in pazienti parkinsoniani che lamentano EDS può essere accompagnata da addormentamenti che raggiungono lo stadio 2 della fase Non-REM (Neurology 2002; 58,Suppl 3:A436). Recependo in parte tutte queste osservazioni e preso atto del parere dell’EMEA, l’Agenzia Europea per la valutazione dei medicinali, il Ministero della Salute, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del  2 Maggio,  ha fatto obbligo di modificare gli stampati del foglio illustrativo di tutti gli agenti dopaminergici per la terapia della Malattia di Parkinson attualmente commercializzati (Apomorfina, Bromocriptina, Cabergolina, Diidroergocriptina, Levodopa, Lisuride, Pergolide), includendo, fra gli effetti indesiderati, la sonnolenza e, sia pure raramente,  episodi di attacchi di sonno improvviso. Fra le AVVERTENZE e PRECAUZIONI D’ USO si fa ora espresso riferimento alla particolare attenzione da porre durante la guida di veicoli o l’uso di macchinari. Si ricorda che fino ad ora queste avvertenze erano incluse nel foglietto illustrativo dei soli Ropinirolo e Pramipexolo.

http://www.neuro.unibo.it/farm/Pill_18.htm

Visione esoterica delle malattie

Ciò che colpisce di più è che spesso si tratta di uomini che pretendono di cambiare il mondo. La malattia mostra loro quanto poco mettano in moto a livello interiore rispetto le loro pretese, e soprattutto quanto poco attiva sia la loro vita spirituale, di cui hanno trasmesso nel corpo la rigidità e la paralisi.
Ci si può chiedere: perché una persona trema e cosa determina il tremore? Tremiamo involontariamente per liberarci dal freddo e dall'umidità. Tremiamo di paura e cerchiamo in questo modo di scacciare la morte. Talvolta si trema per l'orrore, dopo aver vissuto un'esperienza per l'appunto orribile. Questi malati vogliono inconsapevolmente scacciare e liberarsi di qualcosa che incute loro paura e terrore. La prima provoca il tremore, il secondo la rigidità. Dalle storie dei pazienti colpiti dal Morbo, si ricava l'impressione che sia proprio la loro realtà personale che vorrebbero cacciare. Il loro corpo indolente e il loro ambiente altrettanto pigro danno loro fastidio. La paralisi si presenta come soltanto apparentemente come il contrario del tremore: di fatto, rende i soggetti coscienti dell'immobilità e dell'inflessibilità che regnano nel profondo della loro anima, a dispetto di tutto ciò che di grandioso hanno cercato di realizzare. Il corpo costringe ad ammettere che sono incapaci di adattarsi agli indispensabili cambiamenti.
Di fatto, le persone che raggiungono posizioni ambite e che, come i malati del morbo di Parkinson, aspirano a raggiungere situazioni privilegiate e spesso ci riescono, sono raramente nella condizione di mostrare il loro vero volto.
Le particolarità nell'andatura confermano le interpretazioni finora proposte: come abbiamo detto i soggetti riescono a camminare soltanto a passi minuscoli. Oltre a ciò, tendono a cadere in avanti, poiché con la parte superiore del corpo si muovono più rapidamente in avanti, mentre con quella inferiore si adeguano alla realtà. Il corpo ad ogni passo rivela la discrepanza tra volere e potere, tra piano superiore e quello inferiore, tra realtà psico-spirituale e fisica.
Il compito consiste nella realizzazione redenta del modello espresso nei sintomi. Si tratta di fare passi più piccoli, non alzare troppo la voce, badare ai dettagli di ciò che si promuove. Prima che alla quantità, è necessario badare alla qualità, le finezze hanno un'importanza fondamentale. Il portamento chino e la tendenza a cadere in avanti spingono a dirigere l'attenzione verso ciò che è di fronte e a terra. E' necessario guardare al terreno dei fatti. L'enorme rigidità del corpo dovrebbe essere vissuta a livello psicologico come ricerca dell'essenziale. Le grandi ambizioni dovrebbero essere deposte e adattate agli stretti limiti della propria realtà. 

Tratto da Malattia e Destino il valore e il messaggio della malattia  Thorwald Dethlefsen Ed. Mediterranee

http://www.disinformazione.it/

...............40) Morbo di Parkinson: è un conflitto relativo alla motricità che è vissuto con un'alternanza di fasi attive e di fasi di risoluzione. I tremiti sono presenti nella fase di vagotonia, ma il malato li teme, e ricade in fase attiva.

www.naturalismedicina.com 

Farmaci dopaminergici per il parkinsonismo

La malattia di Parkinson idiopatica è caratterizzata da degenerazione progressiva delle cellule pigmentate della sostanza nera, con conseguente deficit di dopamina, un neurotrasmettitore.

Precursori della dopamina

Il trattamento elettivo della malattia di Parkinson idiopatica è rappresentata dalla Levodopa in associazione ad un inibitore dell’enzima dopa–decarbossilasi.

La Levodopa, un precursore della dopamina, migliora la bradicinesia e la rigidità. Esercita invece un minor effetto sul tremore.

La Levodopa deve essere associata ad un inibitore della dopa-decarbossilasi extracerebrale per evitare la degradazione a livello periferico.

Gli inibitori della dopa–decarbossilasi, impiegati assieme alla Levodopa sono: Benseratide, Carbodopa.
Questi inibitori non oltrepassano la barriera emato-encefalica.

La terapia deve essere iniziata con bassi dosaggi.
Gli aumenti di dosaggio devono essere graduali con intervalli di 2-3 giorni.
Il dosaggio ottimale di Levodopa è quello che permette di aumentare la mobilità del paziente , ed è tollerato.
Gli effetti indesiderati che maggiormente limitano la dose sono: movimenti involontari, complicanze psichiatriche.
Con l’invecchiamento del paziente può essere necessario ridurre la posologia di mantenimento.

Il trattamento con Levodopa inizialmente ( primi 6-18 mesi ) può produrre un lento miglioramento della patologia, che può mantenersi per 1,5-2 anni.
Successivamente si può andare incontro ad un lento declino.

Nel corso del trattamento con Levodopa si presenta l’effetto on/off: attività normale durante il periodo on, e debolezza ed acinesia per 2-4 ore durante il periodo off.

I principali effetti indesiderati dopo assunzione di Levodopa sono: anoressia, nausea e vomito, insonnia, agitazione, ipotensione posturale, vertigini, tachicardia, aritmia.

Il farmaco produce colorazione rossastra dell’urina e di altri liquidi corporei.

Agonisti dei recettori dopaminergici

Gli agonisti dei recettori dopaminergici derivati dall’ergot ( Bromocriptina, Cabergolina Cabaser, Lisuride Dapergin, Pergolide Napar ) non presentano vantaggi rispetto alla Levodopa.

Dovrebbero essere impiegati nei pazienti che non tollerano la Levodopa o che presentano risposte inadeguate.

Talora gli agonisti dei recettori della dopamina sono utili nel ridurre i periodi off e nel migliorare le fluttuazioni nell’ultimo stadio della malattia.

L’impiego degli agonisti è limitato dagli effetti indesiderati.
Spesso si osserva, quando gli agonisti sono associati alla Levodopa, la comparsa di movimenti involontari anomali e stati confusionali.
A volte i derivati dell’ergot possono provocare effetti neuropsichiatrici e fibrosi retroperitoneale.

La classe degli agonisti dei recettori dopaminergici comprende anche il Ropinirolo ( Requip ) ed il Pramipexolo ( Mirapexin).

Il Ropinirolo è usato spesso in monoterapia, soprattutto nei pazienti più giovani, che sono a rischio di sviluppare discinesie invalidanti con la terapia a lungo termine a base di Levodopa.

Inibitori della monoamminossidasi B

La Selegilina ( Eldepryl ) a bassi dosaggi ( < 10 mg/die ) è un inibitore selettivo dell’enzima monoaminoossidasi B ( MAO–B ).

L’isoenzima MAO-B è il principale responsabile del metabolismo ossidativo della dopamina nello striato.

A differenza degli inibitori MAO non specifici; la Selegilina non inibisce il metabolismo periferico delle catecolamine.
Pertanto il farmaco può essere associato con sicurezza alla Levodopa.

Inibitori della catecol–O– metiltransferasi ( COMT )

L’Entacapone ( Comtan ) è un inibitore della catecol–O–metiltransferasi, un enzima responsabile del catabolismo della dopamina e della Levodopa.

L’Entacapone riduce i sintomi clinici del “wearing – off” ( effetto di fine dose ) nei pazienti trattati con Levodopa. ( Xagena 2004 )

Fonte:
1) Guida all’uso dei farmaci, 2003
2) Goodman & Gilman’s


Neuro2004 Farma2004

http://www.xagena.it/