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Perdita di memoria

La nonna al nipotino: “Come hai detto che si chiama quel tedesco che mi nasconde sempre tutte le mie cose? Alzheimer, si chiama Alzheimer , nonna ! “

Non è proprio il caso di raccontare questa barzelletta alla signora  preoccupata che mi sta facendo una lista delle sue  dimenticanze. E ometto anche di farle sapere che non può competere con quelle che ho commesso io stessa nell’ultima settimana. In certe giornate, senza l’agenda, stenterei a ricordarmi di tornare a casa...... Per quella signora però la seccatura e il disappunto per non avere ricordato un impegno, un compito o qualcosa ritenuto importante, ha lasciato il posto alla paura. “ Dottoressa....ho letto che l’Alzheimer comincia così......mi dà  una cura per la memoria?” 

Presto sul mercato la prima pillola salva-ricordi
Una lumaca marina svela i segreti della memoria

Negli Usa è sfida tra scienziati. Tra 2 anni primi risultati dei test
Decine di società lavorano a un farmaco che aiuti a ricordare
Pillola della memoria, la grande corsa
di MARY CARMICHAEL

AFFERMARE che l'Aplysia Californicus è una delle creature meno affascinanti della natura è un eufemismo: questa lumaca marina ermafrodita dalla pelle violacea e maculata quando viene disturbata reagisce emettendo un fluido scuro col quale intorbida le acque intorno a sé. Il suo "cervello", se così lo si può chiamare, è straordinariamente elementare, formato soltanto da qualche migliaio di neuroni di grosse proporzioni. Nonostante tutto, però, tra qualche anno molti potranno essere pesantemente in debito nei confronti di questa bruttissima e piccola creatura.

L'Aplysia in effetti appare alquanto insignificante, ma per gli scienziati che auspicano di trovare grazie a lei un farmaco in grado di potenziare la memoria, è un prodigio in miniatura. Grazie alle ricerche neurologiche del premio Nobel Eric Kandel e di altri suoi colleghi, l'elementare sistema nervoso dell'Aplysia sta aiutando gli scienziati a comprendere in che modo la memoria funziona a livello biochimico: è emerso infatti che le molecole della memoria dei lumaconi marini non sono poi così dissimili da quelle degli esseri umani, tanto che oggi queste creature sono al centro di studi volti a mettere a punto dei farmaci che possano un giorno scongiurare la perdita di memoria che moltissime persone si trovano a dover affrontare a mano a mano che invecchiano.

Se si escludono rimedi di dubbia efficacia, attualmente sul mercato non vi è alcuna pillola in grado di migliorare la memoria, ma sono molte le piccole società biotech al lavoro su sostanze messe a punto nel corso di recentissime ricerche. Alcune di esse si trovano già nelle prime fasi della sperimentazione clinica che potrebbero concludersi "entro due anni, se siamo fortunati" come spiega Kandel, attualmente impegnato al centro di medicina della Columbia University (Cumc) e all'Howard Hughes Medical Institute (Hhmi).  

Alcuni dei farmaci più promettenti hanno preso origine proprio dagli studi condotti sull'Aplysia, mentre altri sono partiti da fattori ancora più inverosimili, come le conseguenze molecolari del fumo, con una particolare attenzione ai recettori che la nicotina prende di mira. (Chi ha mai pensato che potessero esservi dei benefici nel fumo?).

"È un periodo molto esaltante per le ricerche sul trattamento della perdita di memoria" commenta Steven Siegelbaum, neurologo presso il Cumc e l'Hhmi. E ora che le sperimentazioni stanno per concludersi, l'entusiasmo è quanto mai alle stelle.

È stato faticoso, lungo e impegnativo arrivare fino a questo punto: i ricercatori ormai sanno per certo che il cervello - che funziona grazie a una sequenza chimica innescata dai neurotrasmettitori - in un primo tempo immagazzina le informazioni a breve termine nella corteccia prefrontale, e in seguito ne trasforma le parti prescelte in ricordi a lungo termine per mezzo dell'ippocampo, una regione vagamente somigliante a un cavalluccio marino che si trova in profondità nelle pieghe del lobo temporale sovrastanti l'orecchio.

Conoscenze di questo tipo erano del tutto impensabili anche soltanto una trentina di anni fa. "La biologia dell'immagazzinamento dei ricordi era davvero una sorta di buco nero per noi", conferma Kandel la cui idea di risolvere un problema complesso studiando un organismo fin troppo elementare fu accolta con enorme scetticismo. Ma con i suoi studi su una lumaca marina, Kandel scoprì effettivamente qualcosa. Poiché i neuroni dell'Aplysia erano così pochi e di così rilevanti dimensioni, egli fu in grado di identificare le singole cellule nervose responsabili dei singoli comportamenti. Le cellule nervose del lumacone risultarono funzionare grazie ad alcuni degli stessi processi biochimici che fanno funzionare i cervelli di animali molto più evoluti.

L'Aplysia californicus, insomma, si rivelò essere un ottimo modello per comprendere i processi molecolari della memoria degli esseri umani. Entrambe le specie, infatti, funzionano grazie all'Amp, adenosin-monofosfato ciclico (ciclyc Adenosine Monophosphate) che modula una proteina detta Creb (Cyclic adenosine monophosphate Response-Element Binding protein): quest'ultima sarebbe una sorta di scultore che nel cervello forma i ricordi rimodellandone le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni. Trasformazioni nei livelli dell'Amp ciclico - e conseguenti trasformazioni nei livelli di Creb - influenzano la capacità del cervello di rimodellare e riconfigurare le proprie sinapsi. Meno Creb equivale a meno capacità di formare i ricordi.

Il risultato pratico di questa ricerca, così come degli impegnativi test sui topi e sulle cavie, è sfociato nella messa a punto di numerosi nuovi farmaci in corso di perfezionamento presso la Memory Pharmaceuticals, una società fondata tra gli altri da Kandel nel 1998. La sostanza creata in seguito alle scoperte effettuate sull'Aplysia si chiama "Mem1414": poiché l'Amp ciclico, il neurotrasmettitore che determina i livelli di Creb, è solitamente messo fuori uso nel cervello da enzimi detti fosfodiesterasi, l'"Mem1414" inibendo l'attività di questi ultimi incrementa i livelli di Creb, migliorando la memoria a lungo termine nei pazienti che soffrono di disturbi di memoria correlabili all'età avanzata, e allontana altresì le prime fasi dell'Alzheimer, anche se i due disturbi non sono collegati tra loro.

Vi sono poi la "Mem1917", una sostanza simile alla 1414, la "MemM1003", che protegge i neuroni dai dannosi accumuli di calcio, e la "Mem3454", una sostanza contro la schizofrenia che prende di mira il recettore che ormai si sa che reagisce anche alla nicotina. I ricercatori ipotizzano che alcuni schizofrenici di fatto allevino i sintomi della loro condizione, compresa la perdita di memoria, autocurandosi con le sigarette.

Le aziende farmaceutiche coinvolte in questi studi sono moltissime. L'Helicon ha un inibitore della fosfodiesterasi tutto suo; la Sention, co-fondata da Mark Bear del Picower Center per l'apprendimento e la memoria del Mit (Massachusetts Institute of Technology), ha messo a punto una sostanza chimica che influisce sull'Amp ciclico e sul Creb. La Cortex Pharmaceuticals, una delle prime società a studiare delle sostanze per il miglioramento della memoria, si sta concentrando altrove, su alcune molecole dette "ampakine" che modulano i "recettori Ampa" nel cervello e che possono rafforzare le sinapsi. Per il momento, i ricercatori sono riluttanti a tessere le lodi di queste sostanze. Ma la corsa alla pillola della memoria, forse, è solo all'inizio.

(copyright Newsweek-la Repubblica

traduzione di Anna Bissanti)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/scienza_e_tecnologia/
memopillola/memopillola/memopillola.html

(29 novembre 2004)

Omeopatia

Schede - I Disturbi della memoria

Incapacità o difficoltà di fissare nella mente e ricordare degli avvenimenti

3 granuli al risveglio: Anacardium 7 CH Al momento di coricarsi: Baryta carbonica 7 CH 10 gocce, 2 volte al giorno: Cerebrinum D3 Se il soggetto è un fumatore: 3 granuli, 2 volte al giorno: Caladium 4CH DISTURBI DELLA MEMORIA Incapacità o difficoltà di fissare nella mente e ricordare degli avvenimenti DISTURBI DELLA MEMORIA 3 granuli al risveglio: Anacardium 7 CH Al momento di coricarsi: Baryta carbonica 7 CH 10 gocce, 2 volte al giorno: Cerebrinum D3 Se il soggetto è un fumatore: 3 granuli, 2 volte al giorno: Caladium 4CH

 Pubblicato il: 01/01/2001                         

http://www.solaris.it/Indexprima.asp?Articolo=139

Il fenomeno dei disturbi della memoria all’inizio della menopausa è stato molto studiato negli ultimi anni. In un semplice esperimento clinico, pubblicato nel Journal Neurology, e che coinvolse 803 donne che erano all’inizio della menopausa, condotto alcuni anni fa, il dottor Peter M. Meyer ed altri colleghi di medicina generale chiesero ad un grande gruppo di donne in menopausa quante di esse soffrissero di dimenticanze: tutte alzarono la mano.

Lo studio, che in seguito prevedeva l’esecuzione di test specifici per la valutazione della memoria, fu protratto per diversi anni e dimostrò che, nella maggior parte dei casi, la percezione soggettiva di smemoratezza non si associava ad un effettivo deficit delle funzioni mnesiche e, soprattutto, non si associava ad un vero decadimento nel lungo termine.

Un volta all’anno, le donne furono valutate con test per la misurazione della capacità di ripetere lunghe file di numeri all’indietro e di identificare coppie di simboli e cifre rapidamente.

Ci furono anzi delle sorprese, infatti il dottor Meyer e i suoi colleghi del Luke’s Medical Center di Chicago si aspettavano di trovare i punteggi decrescenti ed invece i punteggi aumentarono leggermente per tutte le donne del gruppo, già in menopausa e non.

Il dottor Meyer trovò due spiegazioni: con la PET mostrò che gli ormoni estrogeni agivano nelle donne in menopausa incrementando l’attività nella parte del cervello dedicata alla memoria verbale.

In pratica ipotizzo che fossero questi ormoni ed il loro cambiamento di livello a determinare in buona misura il funzionamento della memoria ma anche la percezione soggettiva della propria prestazione di memoria da parte delle donne nella menopausa.

Un’altra spiegazione possibile era quella che la modificata percezione della memoria, con la convinzione di averne di meno, fosse una specie di subdolo sintomo o vissuto depressivo poiché la menopausa spesso coincide con altre circostanze che provocano stress, come modificazioni familiari e di ruolo, minor efficienza fisica.

A seguito di questo ed altri studi si diffuse la parola d’ordine “Estrogeni sempre per tutte le donne in menopausa”.

Come tutti gli slogan applicati alla medicina successivamente ha mostrato i suoi limiti ma ha confermato la sua efficacia.

Dati dal “Women’s Health Initiative” hanno messo in mostra come in certi casi la terapia di combinazione con estrogeni e progestinici non solo può stimolare la crescita del cancro al seno, come riportato nel luglio del 2002, ma rendere più difficili i tumori da diagnosticare, comportando pericolosi ritardi nella diagnosi; le donne che prendono terapie combinate possono avere più facilmente modificazioni nel loro tessuto mammario che porta a mammografie alterate, problemi questi, che possono essere scoperti fin dal primo anno di uso degli ormoni.

Questo studio ha sollevato la questione della sicurezza anche nell’uso a breve termine della terapia combinata, e la Wyeth, produttrice del Prempro, la marca più famosa, sostiene che questa dovrebbe essere assunta per brevissimi periodi di tempo a bassissimi dosaggi; l’editoriale del Journal of American Medical Assn, sul quale lo studio è stato pubblicato, porta ulteriori importanti dati contro l’uso della terapia combinata; più di sei milioni e mezzo di donne con terapia combinata nel luglio 2002 hanno cessato tale cura.

In seguito un secondo studio ha documentato che per donne che assumevano solo estrogeni senza progestinici il rischio per tumori al seno, persino prendendo tali ormoni per 25 anni o più, non si incrementava. Ma ci sono rischi anche per gli estrogeni, e che riguardano l’utero, e per i quali andrebbero usati preferibilmente nelle sole donne che hanno avuto isterectomia.

Quello che si può concludere è che:

- I disturbi della memoria nelle donne in età di menopausa sono molte volte, prevalentemente, soggettivi.

- In genere tale percezione di smemoratezza dura per 1- 2 anni.

- Non di rado può corrispondere ad un vero disturbo in particolare della memoria spaziale.

Disturbi “soggettivi” vuol dire cioè che la donna crede di avere molta meno memoria, ma invece questa funziona abbastanza bene. In questo caso può trattarsi di un sintomo depressivo.

In altri casi il disturbo è vero ed allora è necessario, non soltanto misurarlo con test specifici, per valutarne il grado ma anche decorso, quando si sia definita una terapia.
Tra le cure quelle ormonali, utili ma con effetti collaterali prevedibili, non vanno bene per tutte ma devono essere decise caso per caso sulla base della conoscenza che il medico deve avere di quella singola donna.

Cioè non esiste una cura per i disturbi della memoria in menopausa, ma è invece possibile prevenire e trattare ogni specifico problema, memoria o concentrazione, in maniera personalizzata per ciascuna donna.

Le cure non si fanno seguendo slogan o mode, ma attraverso una conoscenza della biografia e della storia medica di ogni singola persona.

Comunque per tutti è utile ricordare che la menopausa è un periodo di vulnerabilità e come tale richiede che la donna abbia maggiore cura di sé; che vuol dire controlli, vita maggiormente igienica e nel caso terapie individuali.

Infine alcuni consigli per un nuovo stile di vita più adatto:

· Svolgere attività fisica regolare: 20-30 minuti al giorno, una passeggiata a piedi o in bicicletta migliorano l’umore, grazie alla liberazione di endorfine, sostanze prodotte dal cervello; in alternativa funzionano bene anche la cyclette, il vogare o altri strumenti ginnici.

· Le tecniche di rilassamento e di meditazione combattono ansia e tensione, favorendo un senso di calma e la capacità di concentrazione.

· Dedicarsi ad attività che tengano allenata la memoria (studio, lettura, enigmistica); non escludendo la possibilità di iniziare dei corsi di studio.

http://www.kwsalute.kataweb.it/Notizia/0,1044,4386,00.html

Indicazioni:
Il Ginkgo biloba viene indicato nei DISTURBI della MEMORIA, della CONCENTRAZIONE, dell’UMORE spesso legati all’invecchiamento del sistema vascolare e delle cellule nervose. Disturbi vascolari, disturbi di natura allergica.

1 compressa 2-3 volte al giorno Prezzo: Euro E.9,90
Confezione: 60 tavolette da 300 mg.

http://www.rodiola.it/index.php?da_file=/ginkoes.htm

Ginkgo biloba e memoria

È un bell'albero e viene dalla Cina. Gli estratti delle foglie contengono sostanze farmacologiche come il 'platelet activating factor - PAF'. I prodotti a base di Ginkgo arricchiscono ogni erboristeria e vengono raccomandati per gli usi più svariati, in genere senza solida evidenza scientifica e con molta promozione pseudo-scientifica da parte dei produttori citando una mole di piccoli studi non controllati oppure pubblicazioni anedottiche. Cinque anni fa uno studio su JAMA (autorevole giornale dell'associazione medica americana) ha dimostrato un effetto del Ginkgo nei malati di Alzheimer comparabile a quello dei farmaci usati per migliorare i deficit cognitivi (effetti sempre molto modesti). Appare oggi su JAMA uno studio (uno studio come si deve: randomizzato, doppio cieco, con gruppo placebo) degli effetti generali del Ginkgo sulla memoria che (specialmente dopo lo studio Alzheimer) vengono ampiamente reclamizzati anche per persone sane. Risultato: nessun effetto del Ginkgo biloba.

http://www.neurologia.it/2002/08/21.html

Il te della memoria

Ancora una volta il tè diventa uno scrigno di sostanze preziose per la salute umana e questa volta utili per una malattia grave e progressiva come il morbo di Alzheimer. Per ora si tratta di esperimenti in vitro che quindi necessitano di verifica in studi clinici, ma i risultati ottenuti dai ricercatori della Newcastle University sono molto interessanti.

Le benefiche proprietà antiossidanti della bevanda sono note ed efficaci già con il consumo giornaliero. Ma in questo caso è stato testato un estratto delle foglie dei due tipi di te provenienti dalla stessa pianta originaria, la Camelia sinensis. Le foglie vengono semplicemente essiccate per ottenere il te verde, o anche fermentate per il te nero, quello classico della colazione in stile inglese.

Enzimi contrastati

Gli estratti messi a contatto con alcuni enzimi coinvolti nella patogenesi della malattia di Alzheimer si dimostravano attivi nell’inibirli. In particolare il bersaglio dell’azione sono gli enzimi aceticolinesterasi (AchE) e butririlcolinesterasi (BuChE) associati allo sviluppo della malattia di Alzheimer.

La AchE demolisce il neurotrasmettitore acetilcolina i cui livelli sono bassi nei soggetti colpiti dal morbo, mentre la BuChE è stata rinvenuta nei depositi proteici (la placca amiloide) isolati nel cervello dei malati. Inoltre gli estratti del te verde hanno dimostrato di agire per una settimana contro l’attività della beta secretasi, che gioca un ruolo nella produzione dei depositi di proteine, a differenza del te nero che invece mantiene il suo effetto inibitore soltanto per un giorno. Il prossimo passo della ricerca sarà individuare e isolare quali sostanze presenti nei due tipi di te esercitano l’azione inibitoria sui tre enzimi chiave della malattia.

Malattia rallentata

Per ora l’unico elemento chiaro è che gli estratti di te agiscono sulle stesse molecole su cui agiscono gli altri farmaci attualmente disponibili. Ma come è accaduto per quest’ultimi, anche procedendo nella ricerca non si avrà la terapia definitiva, in quanto le proprietà dimostrate dalle sostanze presenti nel te possono sortire un effetto di solo rallentamento sulla degenerazione cerebrale che il morbo di Alzheimer comporta. Ma a differenza degli altri farmaci che hanno effetti collaterali negativi gravi, magari il te o i suoi estratti poterebbero provocarne meno. In ogni caso, poiché questa forma di demenze agisce principalmente sui meccanismi della memoria, che vengono colpiti o danneggiati dall’azione degli enzimi coinvolti, è chiaro che il te, nero o verde, ha un effetto protettivo su tali meccanismi.

Simona Zazzetta

Fonti

Okello EJ et al. In vitro anti-beta-secretase and dual anti-cholinesterase activities of Camellia sinensis L. (tea) relevant to treatment of dementia. Phytother Res. 2004 Aug;18(8):624-7

http://www.dica33.it/argomenti/medicina_alternativa/
fitoterapia/fitoterapia6.asp

Memory Now è il nuovo rivoluzionario integratore alimentare studiato per "accendere" il tuo cervello, donandoti maggiore memoria e una migliore abilità di ragionare chiaramente.

Come funziona? Memory Now contiene Huperzine A, un potente ritrovato presente naturalmente nel muschio cinese Huperzia serrata. Conosciuto come Qian Ceng Ta, è stato usato per secoli dai cinesi per curare la febbre e l'infiammazione. Gli effetti benefici di Huperzine A sul cervello sono stati studiati dagli scienziati solo recentemente.

Huperzine A funziona come inibitore dell'acetilcolinesterase: inibisce un enzima nel cervello responsabile del degradamento del neurotrasmettitore acetilcolina, che svolge un ruolo fondamentale nella memoria e nella comunicazione fra le cellule.

La ricerca ha indicato che i livelli di acetilcolina sono carenti nel cervello dei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer. La poca acetilcolina ancora prodotta nel cervello del paziente è rapidamente distrutta da questo enzima (acetilcolinesterase), portando a ad un accordiamento del neurotrasmettitore e contribuendo così alla perdita di memoria e di altre funzioni conoscitive.

Huperzine A attraversa questa barriera ematomeningea per impedire all'acetilcolinesterase (AChE) di distruggere l'acetilcolina.

Inibendo le azioni dell'AChE ed aumentando le concentrazioni dell'acetilcolina nel cervello, Huperzine-A ha provato la sua efficacia nell'alleviazione dei sintomi connessi alla mancanza dell'acetilcolina.

Studi recenti suggeriscono che Huperzine A può persino aiutare la produzione di nuove cellule del cervello.

Questa è una scoperta rivoluzionaria - tradizionalmente si è sempre creduto che il cervello non potrebbe generare le nuove cellule, una volta che vengano perse.

INGREDIENTI

Galanthamine, un estratto naturale della Lycoris radiata, una particolare pianta. Galanthamine è un altro inibitore di colinesterasi che ha provato di creare un miglioramento significativo delle prestazioni conoscitive nelle persone affette da morbo di Alzheimer.

 

Gingko Boloba,  aumenta il flusso di sangue al cervello e attraverso la rete dei vasi sanguigni che forniscono di sangue ed ossigeno i sistemi dell'organo.

Aumenta l'efficienza del metabolismo, regola i neurotrasmettitori ed amplifica i livelli dell'ossigeno nel cervello.

Rhodiola Sacra, si è provato che aumenta la concentrazione mentale, migliora la memoria ed incrementa la resistenza mentale aumentando il livello di serotonina, di dopamina e di altri neurotrasmettitori del cervello.

Acetil-L-carnitina, aumenta la produzione di energia di un neurone trasportando "combustibile" nei mitocondri - i produttori di energia del neurone. Ciò avvantaggia specialmente i neuroni danneggiati, che sono caratterizzati da una diminuita energia.

Lindera Strychnifolia, stimola la corteccia cerebrale, mantenendo la mente fresca e attiva.

L'acido folico, mantiene quotidianamente alto il livello di acido folico e quindi mantiene sane le cellule del cervello e può proteggere dal morbo di Alzheimer, riducendo i livelli di omocisteina. Livelli elevati di omocisteina sono stati collegati ad un maggiore rischio di Alzheimer.

   © 2002-2004 European Pharmacy

www.memoria-piu.com

3. gh3 integratore alimentare provitaminico
Integratore alimentare multivitaminico anti depressivo, Integrating dietary, vitaminic, anti-aging, nutritional supplements, anti-depressant, integrating alimentary, body building, vitamins, procaina, anti-depressive, anti-depression, cholesterol... Protegge contro la perdita della memoria. Previene alcune patologie del sistema nervoso, come il morbo di Alzheimen .
www.gh3.20m.com

Declino cognitivo nelle persone anziane e vitamina E

Lo studio ha esaminato l'ipotesi che l'assunzione di sostanze antiossidanti, tra cui la vitamina E, la vitamina C ed il carotene, possano essere associate ad un ridotto declino cognitivo nelle persone anziane.
Lo studio è stato condotto tra il 1993 (settembre) ed il 2000 (novembre) con un periodo medio di follow-up di 3,2 anni.
Hanno preso parte allo studio 2.889 pazienti di età compresa tra i 65 ed i 102 anni, che hanno compilato un questionario sulla dieta.
I cambiamenti cognitivi sono stati misurati mediante 4 test: East Boston Memory Test (immediate/delayed recall), Mini-Mental State Examination, Symbol Digit Modalities Test.
L'assunzione di vitamina E, con i cibi o i supplementi alimentari, è risultata associata ad un minor declino cognitivo con l'età.
( Xagena_2002 )

Morris MC et al , Arch Neurol 2002; 59: 1125-1132

Ma la mia assistita, ha ragione di preoccuparsi? Qual è il confine tra dimenticanza e disturbo della memoria?
L’argomento  è ampiamento trattato sul web, alcune notizie rassicurano.......

Di fronte ad episodi specifici di amnesia (dimenticare un nome, un appuntamento, il posto dove si è messa una cosa, ecc.) i giovani reagiscono o con indifferenza o con atteggiamenti scherzosi ("Sono proprio arrivato!" oppure "Mi devo ricoverare !", "Sto alla frutta!" e via dicendo) oppure attribuiscono queste dimenticanze alla stanchezza fisica. Gli anziani invece, quando si accorgono che cominciano a dimenticare alcune cose, si fanno prendere da una grande ansia perché vedono queste dimenticanze come i primi segni di un decadimento mentale inarrestabile e quasi sempre chiedono al medico di prescrivere qualche "farmaco per la memoria".

È bene precisare che, dal punto di vista clinico, questi fatti non sono quasi mai segni premonitori di senilità o addirittura di iniziale demenza: molto spesso, infatti, o non hanno alcuna importanza perché sono episodi del tutto fisiologici oppure si trovano in persone con sintomi di depressione (quindi a volte non solo negli anziani ma anche nei giovani) oppure si presentano in soggetti che hanno una perdita di stimolazioni ambientali con conseguente allontanamento dal sociale e dalla realtà (questo, per esempio, accade molto frequentemente in anziani che vivono da soli in casa oppure che vivono in istituti di lungodegenza o in case di riposo).

http://members.xoom.virgilio.it/Perrone/medicina/memoria.htm

Dimenticanze quotidiane

Inutile disperarsi per aver dimenticato un appuntamento o una ricorrenza, le chiavi di casa o la macchina chissà dove. Le piccole dimenticanze quotidiane, che Sigmund Freud affiancava ai lapsus nella categoria degli "atti mancati" attribuendone la "responsabilità" all'inconscio, dipendono da un calo d'attenzione riconducibile a situazioni di stress.

In condizioni di normalità, quando cioè le capacità mnemoniche del soggetto non sono minacciate da patologie di tipo neurologico od organico; in memoria si può progredire. "Le potenzialità mnemoniche dipendono in parte dalla natura fisiologica dell'individuo, in parte dall'allenamento - dice Luca Rollè, psicologo -. La memoria va esercitata praticando una costante attività intellettuale e cognitiva che significa coltivare interessi, impegnarsi nella lettura o nella scrittura... Ed è bene cominciare fin da giovani". Una buona palestra per allenare la memoria può essere lo studio, spesso vissuto dallo studente come una costrizione. Ma attenzione: un atteggiamento negativo verso la materia da studiare rende sicuramente più difficile l'apprendimento. "Lo studio senza desiderio guasta la memoria e non ritien cosa che la pigli", sosteneva Leopardo da Vinci. Ed aveva proprio ragione. "Apprende più rapidamente e meglio lo studente che nutre interesse per ciò che studia", continua Rollè. A maggior ragione, se a doversela vedere con le materie scolastiche è un bambino, il cui grado d'impegno e di concentrazione dipenderà dalla quantità e dal tipo di stimoli che riceve. Imparare deve essere per lui un divertimento, non una costrizione.

http://www.saluteoffresi.it/rubrica_salute/Memoria.htm

...Altre notizie invece invitano a vigilare sul disturbo della memoria

I primi sintomi

Doriano Pustina, Stefano Bussolon

Quali sono i primi segnali che lasciano sospettare l'insorgenza di una patologia demenziale? Secondo la Alzheimer's Association vi sono dieci sintomi a cui i parenti di una persona anziana devono prestare attenzione.

Dimenticanze

E' normale dimenticare qualche cosa, ma quando le dimenticanze sono di entità tale da interferire con le capacità lavorative del soggetto, devono destare preoccupazione......................

http://www.neuropsy.it/patologie/alzheimer/01.html

Riconoscere la malattia negli stadi iniziali – quando vi sono solo minime dimenticanze – è fondamentale per attivare interventi che possono ritardarne la progressione. Alcuni anni guadagnati nel periodo della vita in cui solitamente si sviluppa la malattia (oltre i 70-75 anni) possono essere estremamente preziosi.

Purtroppo, sino ad oggi non vi sono esami in grado di rilevare con certezza i danni della malattia a carico del cervello. E’ noto che nella malattia di Alzheimer si verifica la deposizione in alcune piccole ma strategiche zone del cervello di sostanze tossiche (amiloide e proteina tau) che portano alla morte delle cellule nervose e alla perdita dei collegamenti fra cellula e cellula. Le zone colpite sono quelle in cui si fissano i ricordi – motivo per cui i primi sintomi della malattia sono le dimenticanze. La risonanza magnetica è in grado di visualizzare il cervello con grande precisione: anche perdite di sostanza cerebrale delle dimensioni della capocchia di un fiammifero possono essere evidenziate dall’esame. Il problema però che sino ad ora ha impedito di utilizzare questa tecnica per aiutare nella diagnosi risiede nell’estrema variabilità della struttura cerebrale fra persone diverse. E’ infatti estremamente difficile riconoscere se una sottile variazione di struttura cerebrale sia una anomalia causata dall’incipiente malattia o semplicemente una normale variante fisiologica. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Brescia San Giovanni di Dio Fatebenefratelli ha riferito di un significativo avanzamento che potrebbe permettere di rispondere a questo quesito e di utilizzare la RM per scoprire se il cervello di un paziente alberga anche in misura molto iniziale i segni della malattia. I ricercatori – guidati dal neurologo Giovanni Frisoni – hanno diviso l’immagine del cervello di una serie di persone con disturbi di memoria in tanti (circa 4.000.000) piccoli cubi (detti “voxel”) delle dimensioni di 1 mm di lato. Con l’aiuto di avanzati programmi statistico-matematici e di potenti calcolatori elettronici, hanno deformato la risultante immagine in modo che si adattasse perfettamente a quella di un cervello normale. A questo punto è stato possibile paragonare il segnale di ogni voxel del cervello dei pazienti con disturbo di memoria con il segnale del voxel corrispondente del cervello delle persone normali. Poichè il segnale di ogni voxel indica la quantità di sostanza cerebrale, una riduzione del segnale è indicativo della perdita di sostanza cerebrale tipica della malattia di Alzheimer. In questo modo, i ricercatori hanno dimostrato che i pazienti con disturbo di memoria avevano perso sostanza cerebrale proprio nelle regioni del cervello che sappiamo essere colpite dalla malattia (vedi figura). La scoperta è stata comunicata il 19 aprile al congresso dell’American Academy of Neurology, il congresso neurologico di maggiore prestigio a livello mondiale, tenutosi in questi giorni a Denver, nel Colorado e che ha visto la partecipazione di circa 3000 neurologi convenuti da tutto il mondo.

Non sono invece d’accordo con Freud, quando dimentico il mio timbro o gli occhiali a casa di un assistito, dopo una domiciliare...............................

La dimenticanza, per Freud,  è dovuta ad una selezione tra diverse esperienze o eventi particolari che si manifestano nella nostra mente nascondendone altri. Si pensi alla sola parola greca aletheia, verità, che letteralmente vuol dire “non nascosto”, l’affiorare di una “verità” comporterebbe di conseguenza il “nascondimento” di un’altra. Sicuramente quello della dimenticanza è un concetto molto ampio e complesso, che non possiamo trattare in poche righe e che vede ancora oggi diversi settori d’indagine, ci limiteremo perciò a seguire quelle che Freud ha riportato su se stesso e i suoi pazienti, seguendo il metodo precedente. 

Freud dice di aver sperimentato su se stesso quanto siano frequenti le dimenticanze di impressioni (cose che uno sa o sapeva) e di propositi ( cose che uno doveva fare ma ha dimenticato di fare), e si autoanalizza ogni volta in cui si rende conto che il fatto dimenticato non poteva esserlo per la sua importanza. Giunse alla conclusione che  le dimenticanze di questo tipo sono quasi sempre dovute a sensazioni spiacevoli legate, direttamente o indirettamente, all'impressione o al proposito dimenticato. Secondo questa ottica, quindi, la nostra memoria selezionerebbe gli elementi da ricordare e da dimenticare secondo la sensazione, piacevole o meno, legata a tali elementi, possiamo perciò intuire che dimentichiamo più facilmente qualcosa quando questo ha provocato in noi sensazioni negative....................

..........................................Vi è mai capitato invece, di dimenticare un oggetto in un luogo e dover tornare a riprenderlo, magari dovendo ripercorrere molta strada? Sicuramente sì, ebbene, per Freud questo nasconde il desiderio inconscio di non allontanarsi da quel luogo e ritornarvi al più presto.

http://www.clicmedicina.it/pagine%20n%204/lapsus3.htm

I disturbi della memoria

Siamo solitamente molto attenti e spesso pure preoccupati se ci accorgiamo che una parte del nostro corpo non funziona più come prima. Se poi il disturbo si mantiene persistente, anche se non necessariamente intenso, possiamo pensare di sottoporci a visita medica, per accertare o esludere un'eventuale, temuta, malattia. Lo stesso grado di attenzione e conseguente preoccupazione pare non lo riserviamo alle nostre funzioni psichiche superiori. Una di queste funzioni, spesso trascurata dalla maggior parte di noi, è la memoria. Infatti siamo così abituati all'uso della calcolatrice, alla trascrizione di appuntamenti, numeri telefonici ed indirizzi su agende e rubriche che della nostra memoria ci occupiamo solo quando ci serve ed è allora che ci accorgiamo spesso che qualcosa non va più come prima. Che fare?

Allettanti soluzioni sembra offrircele una sempre più diffusa e convincente pubblicità di "metodi" per lo "sviluppo rapido" della memoria. E qui per la persona che soffre di deficit mnestici le offerte del mercato sono le più varie, dal corso dove la memoria si può potenziare come si sviluppa una massa muscolare del tutto sana, ma poco sviluppata, alla sofisticata apparecchiatura elettronica che, con minimo sforzo, permette di memorizzare, perfino durante il sonno. Forse prima di iniziare a fare subito qualcosa per il proprio calo di memoria può essere utile chiedersi perché la memoria non funziona come dovrebbe.

Il mal funzionamento della propria memoria potrebbe pure essere un problema psicologico momentaneo, magari dovuto semplicemente a mancanza di allenamento, ma secondo la psicologia clinica può essere anche il sintomo di una patologia più pervasiva. Si pensi ai tipici vuoti di memoria dello studente durante le interrogazioni effetto di un disturbo di ansia d'esame oppure casi di evidenti deficit di memoria risolti curando le manifestazioni depressive che ne erano la causa. Un deficit mnestico del 2% è uno dei tipici sintomi, spesso sottostimato, dell'inizio di una demenza, diagnosticabile anche in giovane età. Altri casi in cui il disturbo di memoria non va considerato a sé stante, ma come sintomo di una patologia più pervasiva sono, tanto per citare i più frequenti, la nevrosi isterica, il disturbo di somatizzazione, il disturbo post traumatico da stress, la schizofrenia, l'abuso di sostante psicoattive (alcol, fumo, droghe), i traumatismi cranici. Pertanto una disfunzione, anche lieve, della memoria va seriamente valutata e messa in relazione con il funzionamento globale di tutta la persona tramite una accurata visita psicologica specialistica. Qualora si accerti una patologia più pervasiva, anche se non immediatamente evidente, di un più appariscente disturbo di memoria allora il trattamento psicologico verrà orientato verso tale patologia e a conclusione dell'intervento terapeutico ne beneficerà pure la memoria.

Che si accerti o meno una sottostante patologia, il disturbo di memoria se persistente va comunque localizzato e definito diagnosticamente tramite un esame neuropsicologico. Infatti il termine di disturbo di memoria si riferisce a qualcosa di molto generico che non considera tutta una varietà di diverse e specifiche patologie mnestiche che vanno trattate solo dopo aver considerato 'come', 'quando', 'dove' e 'perché' esse si manifestano. I disturbi mnestici, o disturbi della memoria, fanno infatti riferimento a diverse funzioni e tipi di memoria qui di seguito evidenziati.

Si distingue così una memoria associata all'apprendimento e alla rievocazione di informazioni (memoria dichiarativa) da una memoria di azioni (memoria procedurale) che consiste nel saper fare una determinata cosa come ad esempio saper andare in bicicletta o preparare il caffè o altro compito in cui si richieda una sequenza di azioni concatenate. I disturbi della memoria procedurale sono detti aprassie e si correlano ad un mal funzionamento del lobo parietale del nostro cervello. Il paziente aprassico è incapace di compiere correttamente un movimento ripetitivo oppure alcune sequenze ordinate di comportamenti, oppure la copia di un disegno.

La memoria dichiarativa comprende la memoria di eventi personali i quali solitamente rispondono alle domande "dove" e "quando" (memoria episodica) e la memoria semantica che rappresenta le conoscenze comuni non etichettate nel tempo e nello spazio come il sapere che la penna serve per scrivere e che la benzina è infiammabile. La compromissione della memoria semantica la si riscontra in varie patologie come, tanto per fare alcuni esempi, nel ritardo mentale, nelle demenze, nelle psicosi, nell'epilessia focale del lobo temporale.

I più diffusi disturbi della memoria episodica sono noti con il nome di amnesie. Sulla base di una dimensione temporale, caratterizzante appunto la memoria episodica, le amnesie si distinguono in amnesie retrograde e amnesie anterograde. Le amnesie retrograde riguardano l'incapacità di ricordare avvenimenti, per altro regolarmente immagazzinati, accaduti prima di un trauma o evento morboso come ad esempio possono essere un incidente o una malattia. Tale disturbo è però piuttosto raro, più frequente nei films che nella letteratura scientifica. Molto più comune è invece il disturbo della memoria episodica anterograda, o amnesia di fissazione, dove deficitario è qui l'immagazzinamento delle informazioni dal momento dell'esordio della malattia e riguarda l'incapacità di ricordare avvenimenti recenti mentre solitamente il paziente conserva un buon ricordo degli avvenimenti passati. L'amnesia anterograda può interessare sia la memoria a breve termine sia la memoria a lungo termine intendendo con queste espressioni rispettivamente la capacità di ritenzione di breve durata, quanto per esempio può servire per ricordare momentaneamente un numero telefonico appena letto o udito, e la capacità di ritenzione per periodi più lunghi. Ora mentre un disturbo della memoria a breve termine non si riscontra quasi mai da solo, ma solitamente è affiancato ad un ritardo mentale, ad disturbo dell'apprendimento oppure ad disturbo mnestico più vasto con probabile interessamento dei lobi frontali, il disturbo della memoria a lungo termine è abbastanza diffuso ed interessa le strutture mediali del lobo temporale in cui ha sede l'ippocampo, organo maggiormente responsabile del disturbo. La compromissione di tali aree cerebrali non è sempre riscontrabile tramite le metodiche neuroradiologiche della TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) o della più avanzata RMN (Risonanza Magnetica Nucleare) in quanto non sempre si evidenziano lesioni o micro lesioni cerebrali. In tanti casi si riscontrano solamente alterazioni funzionali evidenti attraverso le tecniche più sofisticate della PET (Tomografia ad Emissione di Positroni)o della SPECT (Tomografia ad Emissione di Singoli Fotoni), comunque quasi sempre riscontrabili tramite un esame neuropsicologico.

Una forma particolare di amnesia è la paramnesia e si ha quando il ricordo si basa su eventi inventati o confusi. Tra i disturbi della memoria episodica, quella connessa allo spazio e al tempo, troviamo inoltre il disturbo di memoria prospettica (il non ricordarsi cose da farsi in un futuro prossimo) e la sindrome amnesica, o sindrome anteroretrograda, sintomo principale di diverse neuropatologie, che riguarda l'incapacità di ricordare sia avvenimenti recentemente appresi sia avvenimenti passati (amnesia globale); tale disturbo può verificarsi anche trasitoriamente e in questo caso si suppone una sua probabile origine vascolare. Infine sempre tra i disturbi della memoria episodica si diagnostica l'amnesia lacunare o lacuna mnestica in cui il paziente non ricorda un periodo circoscritto del suo passato, solitamente prima e dopo di un eventuale incidente o trauma.

Spesso i pazienti confondono con disturbi della memoria altri disturbi neuropsicologici che apparentemente fanno riferimento alla dimenticanza.

Quando una persona ha difficoltà a ricordare una parola, fa frequenti pause alla ricerca della parola appropriata, utilizza spesso il termine generico "cosa" o fa giri di parole ("quella cosa per scrivere" anziché penna) per riferirsi alla parola da dire che al momento non le viene in mente, probabilmente si tratta di un disturbo di denominazione (afasia di denominazione) che, più che disturbo di memoria, viene classificato tra i disturbi del linguaggio: tali pazienti pur essendo in grado di parlare fluentemente, fanno tuttavia diversi tipi di errori di denominazione.

Altro diffuso disturbo è la prosopagnosia che consiste nel riconoscere le persone dal modo di vestire, di camminare di parlare, ma non dai volti. In questo caso il paziente, pur dotato di normale acuità visiva, ha difficoltà riconoscere la fisionomia dei volti di persone conosciute ed, in certi casi più gravi, anche dei membri della sua famiglia e di sé stesso.

Se, quindi, riscontriamo che la nostra memoria non funziona più come prima ciò non significa che questa sia poco sviluppata come può esserlo un muscolo del nostro corpo per cui si può ricorrere all'esercizio fisico. Ma un disturbo della memoria può essere una spia, un segnale psicologico, di una patologia non immediatamente evidente, pertanto anche un banale disturbo della memoria merita attenzione clinica come d'altra parte, qualsiasi sintomo somatico e psicofisiologico al fine di poter risalire e precocemente diagnosticare un possibile problema di maggior estensione. In tale caso, risolto il problema principale, ci s attende che la memoria riprenda a funzionare meglio. Se poi, dopo un'accurata visita psicologica, viene esclusa l'ipotesi di una patologia più sfavorevole al paziente collegata al disturbo mnestico, e si accerta che lo stesso disturbo più che sintomo di qualcos'altro sia effettivamente un problema meritevole di attenzione (amnesia, paramnesia, afasia, aprassia o altro) allora tale problema va valutato e approfondito tramite apposito esame neuropsicologico dove, dopo aver determinato il livello intellettivo, vengono individuate le funzioni mnestiche deteriorate, quelle conservate ed infine viene misurata l'entità del disturbo i cui punteggi vengono poi relazionati alla norma. Dopo un'attenta definizione diagnostica e quantificazione dei disturbi mnestici viene concordato con il paziente un programma terapeutico dove si decide che cosa, come e soprattutto quanto poter riabilitare. Difatti l'efficacia dell'intervento terapeutico dipende principalmente dal tipo del disturbo, dalla vastità di un' eventuale lesione cerebrale, dal livello cognitivo generale, misurato dal quoziente di intelligenza, e dall'età del paziente. Anche se molti specialisti pensano che certi disturbi non sono suscettibili di miglioramento, tuttavia, anche se non per tutti i pazienti è possibile ritornare alle condizioni premorbose, personalmente ritengo sia possibile comunque aiutare i pazienti a sfruttare al meglio le loro risorse residue per affrontare adeguatamente o, per lo meno, alleviare le difficoltà conseguenti alle capacità mnestiche perdute attingendo a tutte quelle conoscenze, teoriche e tecniche, oggi in larga espansione, offerteci in special modo dalla più avanzata neuropsicologia cognitiva e comportamentale.

http://www.grazia.net/psicoterapia/articolo2.htm

Medici di famiglia "segugi" nello scoprire le demenze e i casi di Alzheimer?

 Fino a qualche anno fa nessuno ci avrebbe pensato. Poi è arrivata la ricerca dell'associazione medico pratico Sud Milano e  dell'istituto Irer della regione Lombardia. E così si scopre che per identificare una demenza ai suoi esordi può bastare un medico di famiglia ben addestrato. E non solo: il coinvolgimento dei medici del territorio così come progettato nella ricerca milanese comporta risparmi importanti per la collettività e la prospettiva, in futuro, di impostare interventi di cura e soccorso più adeguati per i malati e le loro famiglie.

E' il risultato di una ricerca condotta da 19 medici generali della provincia di Milano su un campione di 104 ultrasessantacinquenni affetti da deficit di memoria. Lo studio, cui ha collaborato anche l'ospedale Santa Maria di Castellanza per il riscontro delle diagnosi dei medici alla luce dei test strumentali, nasce così: un anno fa Primino Botta, medico di un comune del Parco Agricolo Sud Milano aderente all'associazione "cenacoli di Ippocrate" propose a Piergianni Prosperini, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, una ricerca sugli anziani considerabili in fase iniziale o "borderline" per una diagnosi precoce di demenza.

Test e arruolamento

La regione ha finanziato lo studio ed il corso per i generalisti volontari (totale di 4 mila anziani seguiti) in modo che imparassero l'uso di test cognitivi come il mini-mental test (MMSE) e indici come la Geriatric Depression Scale. Tra gli anziani sono stati quindi censiti, su segnalazione dei familiari o dopo visita obiettiva, 104 soggetti (il 2.25 per cento degli over 65, in linea con le statistiche di prevalenza nella popolazione generale) che lamentavano deficit di memoria o cognitivi apparenti, di recente insorgenza, o comunque non ancora valutati in sede clinica.

I soggetti sono stati visitati, interrogati e controllati a distanza di un mese. Lo studio ha rilevato demenza alla luce della catalogazione DSM IV in 56 pazienti (oltre la metà dei "sospettati"), e i medici hanno identificato tra questi 25 casi di Alzheimer (di cui 22 donne, età media 79 anni); 16 demenze vascolari (10 uomini e 6 donne, età media 75 anni); 15 casi di demenza non ascrivibile ad una delle due tipologie. Degli altri 48 soggetti, 18 sono risultati affetti da depressione, mentre altri 30 non hanno confermato il disturbo di memoria.

Ostacoli al riconoscimento

L'identikit del paziente-tipo è in linea con gli studi più recenti: donna, bassa scolarità, età avanzata. A fine rilevazioni, scatta la seconda parte del piano: i pazienti diagnosticati come dementi andavano controllati, insieme a un mini-campione di tre negativi (i depressi) alla luce dei più avanzati esami specialistici per verificare se il metro di giudizio del medico pratico del parco agricolo corrisponde a quello della letteratura ufficiale. E qui l'unica vera pecca dell'esame. Dei 56 casi diagnosticati, si sono presentati all'ospedale Santa Maria di Castellanza (Varese) solo ventotto per la visita neurologica, la Tac, la routine ematologica, elettrocardiogramma, rx torace e test neuropsicologici. Tre i motivi delle defezioni: scarsa mobilità degli anziani che dovevano essere accompagnati dai familiari; scarsa preoccupazione dei familiari dovuta all'ancora non grave compromissione funzionale del presunto malato; fatalismo della famiglia. Tre ostacoli che un intervento del medico di famiglia potrebbe ridurre o eliminare del tutto.

Ma ecco il responso del neurologo dell'ospedale sui generalisti-detective.

specificità e sensibilità

A conti fatti l’esclusione della diagnosi di demenza è sempre risultata corretta (100 per cento di specificità delle diagnosi); si registrato qualche falso positivo (82 per cento di sensibilità delle diagnosi); la diagnosi di demenza Alzheimer, che è la forma più ricorrente e considerata più difficile da affrontare dai sistemi sanitari, è sempre stata riconosciuta.

Il risultato promuove i medici di medicina generale anche come controllori dei costi dei processi che portano alla diagnosi delle demenze. Infatti, il loro intervento, comprensivo del corso di aggiornamento più le visite in regime di convenzione effettuate (due più una terza alternativa al riscontro ospedaliero), hanno comportato un costo di lire 50 mila, contro le 450 mila lire di un giorno di day hospital per i controlli effettuati a Castellanza, e i 4,8 milioni per una media di 4 giorni di ricovero ospedaliero necessari alla diagnosi completa. Se l'indagine fosse stata fatta invece sul territorio, attraverso specialisti privati, sarebbe costata più di un milione di lire.

Elevata accuratezza

La diagnosi di Alzheimer con i mezzi di imaging e di laboratorio più avanzati è affidabile nel 98 per cento dei casi. I generalisti si sono avvicinati a questa accuratezza: possono farlo perchè accanto a una diagnosi multifattoriale in questo campo si fa strada l'idea che sia efficace un'osservazione del paziente prolungata nel tempo. È, spiega Marco Trabucchi, docente a Tor Vergata e membro della commissione ricerca del ministero della sanità. Il lavoro svolto dai medici dimostra anche come le unità di valutazione Alzheimer, specialistiche, non possano sostituire sul territorio il medico pratico, ma possano solo essere di consulenza per una maggiore accuratezza della diagnosi.

I meccanismi del declino della memoria potrebbero essere normali o patologici

 

Ann Neurol 2002;51:282-284,290-295.

Data: 27-03-2002 16:02:2

 

 

NEW YORK (Reuters Health) - Alcuni declini della memoria che si verificano in età avanzata potrebbero far parte di un normale processo, ma altri potrebbero essere correlati ad una malattia, secondo quanto riportato da alcuni ricercatori nel numero di Marzo di the Annals of Neurology.

 

Il ricercatore responsabile dello studio, il Dr. Scott A. Small, della Columbia University, New York, ha dichiarato a Reuters Health che "il declino della memoria è uno dei disturbi più comuni tra gli anziani e la maggior parte di loro vorrebbe sapere se la sua moderata smemoratezza fa semplicemente parte di un normale processo di invecchiamento o se è un segno iniziale di una malattia progressiva come il morbo di Alzheimer."A causa della complessità dei circuiti cerebrali, ha puntualizzato, "gli esami clinici o i test per la memoria da soli non possono rivelare questa distinzione. Noi abbiamo usato una tecnica diagnostica per immagini per studiare direttamente i circuiti cerebrali."I ricercatori si sono serviti della risonanaza magnetica (MRI) per valutare le sottoregioni del circuito dell'ippocampo in 70 soggetti, che includevano individui di età compresa tra 20 e 62 anni ed individui di età compresa tra 70 e 88 anni. Le analisi hanno mostrato che la funzione cerebrale nel subiculum e nel giro dentato declina normalmente con l'età.Tuttavia, la funzione della regione entorinale sembrava declinare patologicamente. "Il declino della memoria in individui con disfunzione entorinale," sostengono i ricercatori, "probabilmente riflette il processo di avanzamento di una malattia."In totale, il 60 % dei 30 soggetti anziani mostrava una disfunzione all'ippocampo selettivamente correlata col declino della memoria e il 23 % degli individui di 70 - 80 anni di età mostrava la forma patologica della disfunzione dell'ippocampo.Il Dr. Small ha aggiunto "noi abbiamo trovato quello che possiamo distinguere tra normale declino della memoria e declino della memoria correlato ad una malattia. Stiamo attualmente testando se questo approccio può essere usato come strumento per diagnosticare precocemente il morbo di Alzheimer."In un editoriale di accompagnamento,la Dr. Marilyn S. Albert, della Harvard Medical School, a Boston, osserva che la tecnica che si avvale della risonanza magnetica dovrà essere valutata da altri laboratori per determinare la sua attendibilità. La dottoressa è d'accordo che l'identificazione precoce dei pazienti ad alto rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer è "essenziale."

http://www.okmedico.it/news/news

DECADIMENTO COGNITIVO LIEVE

CRITERI DIAGNOSTICI PER IL DECADIMENTO COGNITIVO LIEVE - MILD COGNITIVE IMPAIRMENT (Petersen et al. Arch Neurol.1999;56:303-308)

1. Disturbo di memoria riferito in almeno uno dei seguenti modi:
- direttamente dal soggetto
- dal familiare del soggetto
- dal medico curante

2. Presenza di tutte le seguenti caratteristiche:
- assenza di impatto funzionale
- test di cognitività globale normali (entro 0.5 deviazioni standard dalla media di soggetti di controllo di pari età e scolarità)
- test di memoria anormali per l’età (1.5 deviazioni standard al di sotto della media di soggetti di controllo di pari età e scolarità)
- assenza di demenza

La diagnosi viene raggiunta per consenso tra il neurologo, il geriatra, il neuropsicologo, l'infermiere e le altre figure professionali che hanno valutato il soggetto attraverso i seguenti strumenti diagnostici:
- valutazione clinica
  anamnesi (con paziente e familiare)
  esame obiettivo neurologico
  Short Test of Mental Status
  Geriatric Depression Scale di Yesavage
  Hachinski Ischemic Score
  Record of Indipendent Living
- valutazione neuropsicologica
  Wechsler Adult Intelligence Scale-Revised
  Wechsler Memory Scale-Revised
  Auditory Verbal Learning Test
  Wide-Range Achievement Test-III
- esami di laboratorio
  emocromo
  VES
  vitamina B12 e acido folico
  funzione tiroidea
  TPHA
- esami strumentali
  TC o RM encefalica
  se indicati: puntura lombare, EEG, SPECT

MINI MENTAL STATE EXAMINATION (M.M.S.E.)
Progetto CRONOS - Protocollo di monitoraggio dei piani di trattamento farmacologico per la malattia di Alzheimer. Tabella 1

Test somministrabile si no

 

 

In che anno siamo? (0 - 1)

In che stagione siamo? (0 - 1)

In che mese siamo? (0 - 1)

Mi dica la data di oggi? (0 - 1)

Che giorno della settimana è oggi? (0 - 1)

Mi dica in che nazione siamo? (0 - 1)

In quale regione italiana siamo? (0 - 1)

In quale città ci troviamo? (0 - 1)

Mi dica il nome del luogo in cui ci troviamo (0 - 1)

A che piano siamo? (0 - 1)

Far ripetere: "pane, casa, gatto". La prima ripetizione dà adito al punteggio.
Ripetere finchè il soggetto esegue correttamente, max 6 volte (0 - 3)

Far contare a ritroso da 100 togliendo 7 per cinque volte
93 - 86 - 79 - 72 - 65
(se non completa questa prova, allora far sillabare all'indietro la parola
MONDO (0-5) O D N O M)

Chiedere la ripetizione dei tre soggetti precedenti (0 - 3)

Mostrare un orologio ed una matita chiedendo di dirne il nome (0 - 2)

Ripeta questa frase: "TIGRE CONTRO TIGRE" (0 - 1)

Prenda questo foglio con la mano destra, lo pieghi e lo metta sul tavolo (0 - 3)

Legga ed esegua quanto scritto su questo foglio (chiuda gli occhi ) (0 - 1)

Scriva una frase (deve contenere soggetto e verbo) (0 - 1)

Copi questo disegno (pentagoni intrecciati) (0 - 1)

 

Punteggio massimo totale = 30

Punteggio Totale

Punteggio Totale corretto per età e scolarità

COEFFICIENTI DI AGGIUSTAMENTO DEL MMSE PER CLASSI DI ETÀ ED EDUCAZIONE NELLA POPOLAZIONE ITALIANA Tabella 1 bis

Intervallo di età

65-69

70-74

75-79

80-84

85-89

Anni di scolarizzazione

0-4 anni

5-7 anni

8-12 anni

13-17 anni

 

+0,4

-1,1

-2,0

-2,8

 

+0,7

-0,7

-1,6

-2,3

 

+1,0

-0,3

-1,0

-1,7

 

+1,5

+0,4

-0,3

-0,9

 

+2,2

+1,4

+0,8

+0,3

Il coefficiente va aggiunto (o sottratto) al punteggio grezzo del MMSE per ottenere il punteggio aggiustato.

Referenza bibliografica:
Magni E, Binetti G, Bianchetti A, Rozzini R, Trabucchi M: Mini-Mental state examination: a normative study in italian elderly population.
Eur J Neurol 3:1-5, 1996

* Ufficialmente approvate dalla SIN

Queste linee guida (LG) sono state preparate dal Gruppo di Studio sulle Demenze della Società italiana di Neurologia per definire criteri e percorsi diagnostici per le demenze e la malattia di Alzheimer. Scopo delle LG è delineare un approccio uniforme alla diagnostica delle demenze, che permetta di identificare il tipo e la gravità della compromissione cognitiva e funzionale, di riconoscere le diverse forme di demenza costruendo le premesse per una corretta valutazione prognostica......................... Il percorso diagnostico per la diagnosi di demenza dovrà vedere coinvolte le due figure del medico di famiglia per la prima fase di screening e il neurologo per la seconda e terza (fase di conferma diagnostica e diagnosi differenziale all'interno delle demenze). II

................... PRIMA FASE - FASE DI SCREENING

Questa fase può essere gestita prevalentemente dal medico di famiglia ed è finalizzata a

  • formulare il sospetto diagnostico

  • individuare le principali cause che possono indurre un deficit cognitivo


Anamnesi mirata

Andrà attentamente valutata la presenza di gravi malattie internistiche che possono dar luogo ad encefalopatie come l'iper o ipotiroidismo, l'insufficienza epatica, renale o respiratoria, il diabete e l'ipertensione arteriosa.

Andranno considerate anche condizioni che possono causare deficit di acido folico o di vitamina B12, i quali sono noti causare o contribuire al manifestarsi di una riduzione delle capacità cognitive.

Si dovrà valutare l'esistenza di un abuso di assunzione di alcoolici o di altre sostanze e l'esposizione a tossici ambientali e/o presenti nell'ambiente di lavoro. Andrà inoltre valutata la presenza di patologie psichiatriche, di pregressi traumi cranici e, in particolare, di altre malattie neurologiche.

Particolarmente attenta dovrà essere l'anamnesi sui farmaci assunti dal soggetto in quanto molti di essi, specie nell'anziano, possono aggravare la demenza o ne possono mimare la presenza. Queste sindromi possono essere facilmente controllate o migliorate sospendendo l'assunzione del farmaco responsabile o riducendo i dosaggi.

E' inoltre fondamentale che il medico indaghi sulla presenza di demenze in altri membri della famiglia.


Esame obiettivo mirato

L'esame fisico dovrà tenere in conto i principi medici generali di esecuzione e comprendere necessariamente un esame neurologico completo.

Il medico dovrà considerare attentamente la presenza di menomazioni fisiche e sensoriali che potrebbero giustificare una risposta anormale ai test e alle indagini effettuate.


Valutazione funzionale

Questa valutazione può essere effettuata informalmente chiedendo al soggetto e ai suoi famigliari come vengono gestite le azioni del vivere quotidiano. Preferibilmente ciascun medico dovrebbe familiarizzarsi con almeno una scala di valutazione standardizzata delle attività del vivere quotidiano. E' consigliato l'uso della IADL (Instrumental Activities of Daily Living), che indaga 8 attività del vivere quotidiano e che viene spesso utilizzata nel corso di studi clinici controllati.


Valutazione cognitiva

E' indispensabile, soprattutto nelle fasi iniziali di una demenza, quando è incerta la presenza stessa del deterioramento, effettuare un'indagine sistematica sulle differenti aree cognitive la cui traccia potrebbe essere fornita dai sintomi d'esordio precedentemente indicati. Preferibile, anche per il medico di famiglia, è comunque una indagine formale tramite strumenti strutturati e standardizzati, allo scopo di fornire indicazioni obiettive sull'esistenza del deficit cognitivo, di indicare le aree cognitive colpite e di fornire una valutazione quantitativa della gravità degli eventuali deficit utile nel corso del follow-up.

Si può ricorrere a numerosi strumenti di screening per l'indagine delle diverse aree cognitive. Fra tutti il più utilizzato è il Mini Mental State Examination (MMSE) di Folstein per il quale esiste una versione italiana e che è stato validato su una popolazione di normali italiani (6). Un altro strumento validato sulla popolazione italiana è il Milan Overall Dementia Assessement che è stato costruito avendo come paradigma la demenza di Alzheimer (7).

Bisogna tenere presente che i test di screening non sono strumenti che permettono da soli la diagnosi di demenza, anche se possono quantificare il livello di deficit cognitivo individuale del paziente. Possono però documentare la presenza di ridotte funzioni cognitive in più dominî, come richiesto dai criteri diagnostici di demenza.


Test di laboratorio

Anche se i dettagli dei test da effettuare dipendono dalla diagnosi che si sospetta, si possono delineare i seguenti esami di laboratorio come necessari e da eseguire come routine:

  • emocromo con formula,

  • elettroliti,

  • VES,

  • glicemia,

  • azotemia,

  • creatininemia,

  • esame delle urine,

  • test di funzionalità tiroidea (per escludere la presenza di una demenza da ipo o ipertiroidismo),

  • livelli ematici di vitamina B12 e folati (per escludere la presenza di una demenza da carenza vitaminica),

  • test serologici per la lue (per escludere una demenza luetica).

Altri esami di laboratorio in singoli pazienti possono essere utili anche se non è necessario vengano inseriti nella routine:

  • funzionalità epatica

  • serologia per l'HIV-1 (AIDS-demenza complex),

  • Rx torace ed emogasanalisi (sindromi ipossiche croniche),

  • metaboliti urinari di sostanze d'abuso,

  • escrezione urinaria di metalli pesanti,

  • ricerca di autoanticorpi per la ricerca di malattie autoimmunitarie.

TABELLA DI SINTESI PER L'INDAGINE DIAGNOSTICA NEL SOSPETTO DI DEMENZA

Esame

Consiglio

Commenti

Anamnesi mirata

indicato

Attenta ricerca di disturbi della memoria,linguaggio, attenzione, capacita` di giudizio, orientamento spazio temporale etc..;

Esame obiettivo generale e neurologico

indicato

Attenta ricerca di segni di malattie sistemiche e/o neurologiche (segni focali, extrapiramidali, etc…)

Valutaz. neuropsicologica

 

 

Test di screening

indicato

Evidenziazione del deficit cognitivo

Batterie complete

indicato

Definizione del profilo cognitivo e del livello di gravita` del deterioramento

Test specifici

speciale

Definizione e quantificazione del deficit di specifiche aree cognitive

Esami di laboratorio

 

 

Esami ematici ed urine

indicato

Esclusione di patologia sistemica di rilievo o identificazione di fattori di rischio vascolari

Sierodiagnosi lue

indicato

Demenza luetica

Vit. B12, ac. folico

indicato

Esclusione di carenze vitaminiche

Funzionalita` tiroidea

indicato

Esclusione di disfunzionalita` tiroidea

HIV