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La nonna al nipotino: “Come hai detto che
si chiama quel tedesco che mi nasconde sempre tutte le
mie cose? Alzheimer, si chiama Alzheimer , nonna ! “
Non
è proprio il caso di raccontare questa barzelletta alla
signora preoccupata che mi sta facendo una lista delle
sue dimenticanze. E ometto anche di farle sapere che
non può competere con quelle che ho commesso io stessa
nell’ultima settimana. In certe giornate, senza
l’agenda, stenterei a ricordarmi di tornare a casa......
Per quella signora però la seccatura e il disappunto per
non avere ricordato un impegno, un compito o qualcosa
ritenuto importante, ha lasciato il posto alla paura. “
Dottoressa....ho letto che l’Alzheimer comincia
così......mi dà una cura per la memoria?”
Presto sul mercato la prima pillola salva-ricordi
Una lumaca marina svela i segreti della memoria
Negli Usa
è sfida tra scienziati. Tra 2 anni primi risultati dei
test
Decine di società lavorano a un farmaco che aiuti a
ricordare
Pillola della memoria, la grande corsa
di MARY CARMICHAEL
AFFERMARE
che l'Aplysia Californicus è una delle creature meno
affascinanti della natura è un eufemismo: questa lumaca
marina ermafrodita dalla pelle violacea e maculata
quando viene disturbata reagisce emettendo un fluido
scuro col quale intorbida le acque intorno a sé. Il suo
"cervello", se così lo si può chiamare, è
straordinariamente elementare, formato soltanto da
qualche migliaio di neuroni di grosse proporzioni.
Nonostante tutto, però, tra qualche anno molti potranno
essere pesantemente in debito nei confronti di questa
bruttissima e piccola creatura.
L'Aplysia
in effetti appare alquanto insignificante, ma per gli
scienziati che auspicano di trovare grazie a lei un
farmaco in grado di potenziare la memoria, è un prodigio
in miniatura. Grazie alle ricerche neurologiche del
premio Nobel Eric Kandel e di altri suoi colleghi,
l'elementare sistema nervoso dell'Aplysia sta aiutando
gli scienziati a comprendere in che modo la memoria
funziona a livello biochimico: è emerso infatti che le
molecole della memoria dei lumaconi marini non sono poi
così dissimili da quelle degli esseri umani, tanto che
oggi queste creature sono al centro di studi volti a
mettere a punto dei farmaci che possano un giorno
scongiurare la perdita di memoria che moltissime persone
si trovano a dover affrontare a mano a mano che
invecchiano.
Se si
escludono rimedi di dubbia efficacia, attualmente sul
mercato non vi è alcuna pillola in grado di migliorare
la memoria, ma sono molte le piccole società biotech al
lavoro su sostanze messe a punto nel corso di
recentissime ricerche. Alcune di esse si trovano già
nelle prime fasi della sperimentazione clinica che
potrebbero concludersi "entro due anni, se siamo
fortunati" come spiega Kandel, attualmente impegnato al
centro di medicina della Columbia University (Cumc) e
all'Howard Hughes Medical Institute (Hhmi).
Alcuni dei
farmaci più promettenti hanno preso origine proprio
dagli studi condotti sull'Aplysia, mentre altri sono
partiti da fattori ancora più inverosimili, come le
conseguenze molecolari del fumo, con una particolare
attenzione ai recettori che la nicotina prende di mira.
(Chi ha mai pensato che potessero esservi dei benefici
nel fumo?).
"È un
periodo molto esaltante per le ricerche sul trattamento
della perdita di memoria" commenta Steven Siegelbaum,
neurologo presso il Cumc e l'Hhmi. E ora che le
sperimentazioni stanno per concludersi, l'entusiasmo è
quanto mai alle stelle.
È stato
faticoso, lungo e impegnativo arrivare fino a questo
punto: i ricercatori ormai sanno per certo che il
cervello - che funziona grazie a una sequenza chimica
innescata dai neurotrasmettitori - in un primo tempo
immagazzina le informazioni a breve termine nella
corteccia prefrontale, e in seguito ne trasforma le
parti prescelte in ricordi a lungo termine per mezzo
dell'ippocampo, una regione vagamente somigliante a un
cavalluccio marino che si trova in profondità nelle
pieghe del lobo temporale sovrastanti l'orecchio.
Conoscenze
di questo tipo erano del tutto impensabili anche
soltanto una trentina di anni fa. "La biologia
dell'immagazzinamento dei ricordi era davvero una sorta
di buco nero per noi", conferma Kandel la cui idea di
risolvere un problema complesso studiando un organismo
fin troppo elementare fu accolta con enorme scetticismo.
Ma con i suoi studi su una lumaca marina, Kandel scoprì
effettivamente qualcosa. Poiché i neuroni dell'Aplysia
erano così pochi e di così rilevanti dimensioni, egli fu
in grado di identificare le singole cellule nervose
responsabili dei singoli comportamenti. Le cellule
nervose del lumacone risultarono funzionare grazie ad
alcuni degli stessi processi biochimici che fanno
funzionare i cervelli di animali molto più evoluti.
L'Aplysia
californicus, insomma, si rivelò essere un ottimo
modello per comprendere i processi molecolari della
memoria degli esseri umani. Entrambe le specie, infatti,
funzionano grazie all'Amp, adenosin-monofosfato ciclico
(ciclyc Adenosine Monophosphate) che modula una proteina
detta Creb (Cyclic adenosine monophosphate
Response-Element Binding protein): quest'ultima sarebbe
una sorta di scultore che nel cervello forma i ricordi
rimodellandone le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni.
Trasformazioni nei livelli dell'Amp ciclico - e
conseguenti trasformazioni nei livelli di Creb -
influenzano la capacità del cervello di rimodellare e
riconfigurare le proprie sinapsi. Meno Creb equivale a
meno capacità di formare i ricordi.
Il
risultato pratico di questa ricerca, così come degli
impegnativi test sui topi e sulle cavie, è sfociato
nella messa a punto di numerosi nuovi farmaci in corso
di perfezionamento presso la Memory Pharmaceuticals, una
società fondata tra gli altri da Kandel nel 1998. La
sostanza creata in seguito alle scoperte effettuate
sull'Aplysia si chiama "Mem1414": poiché l'Amp ciclico,
il neurotrasmettitore che determina i livelli di Creb, è
solitamente messo fuori uso nel cervello da enzimi detti
fosfodiesterasi, l'"Mem1414" inibendo l'attività di
questi ultimi incrementa i livelli di Creb, migliorando
la memoria a lungo termine nei pazienti che soffrono di
disturbi di memoria correlabili all'età avanzata, e
allontana altresì le prime fasi dell'Alzheimer, anche se
i due disturbi non sono collegati tra loro.
Vi sono
poi la "Mem1917", una sostanza simile alla 1414, la
"MemM1003", che protegge i neuroni dai dannosi accumuli
di calcio, e la "Mem3454", una sostanza contro la
schizofrenia che prende di mira il recettore che ormai
si sa che reagisce anche alla nicotina. I ricercatori
ipotizzano che alcuni schizofrenici di fatto allevino i
sintomi della loro condizione, compresa la perdita di
memoria, autocurandosi con le sigarette.
Le aziende
farmaceutiche coinvolte in questi studi sono moltissime.
L'Helicon ha un inibitore della fosfodiesterasi tutto
suo; la Sention, co-fondata da Mark Bear del Picower
Center per l'apprendimento e la memoria del Mit
(Massachusetts Institute of Technology), ha messo a
punto una sostanza chimica che influisce sull'Amp
ciclico e sul Creb. La Cortex Pharmaceuticals, una delle
prime società a studiare delle sostanze per il
miglioramento della memoria, si sta concentrando
altrove, su alcune molecole dette "ampakine" che
modulano i "recettori Ampa" nel cervello e che possono
rafforzare le sinapsi. Per il momento, i ricercatori
sono riluttanti a tessere le lodi di queste sostanze. Ma
la corsa alla pillola della memoria, forse, è solo
all'inizio.
(copyright
Newsweek-la Repubblica
traduzione
di Anna Bissanti)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/scienza_e_tecnologia/
memopillola/memopillola/memopillola.html
(29
novembre 2004)
Omeopatia
Schede - I
Disturbi della memoria
Incapacità
o difficoltà di fissare nella mente e ricordare degli
avvenimenti
3 granuli
al risveglio: Anacardium 7 CH Al momento di coricarsi:
Baryta carbonica 7 CH 10 gocce, 2 volte al giorno:
Cerebrinum D3 Se il soggetto è un fumatore: 3 granuli, 2
volte al giorno: Caladium 4CH DISTURBI DELLA MEMORIA
Incapacità o difficoltà di fissare nella mente e
ricordare degli avvenimenti DISTURBI DELLA MEMORIA 3
granuli al risveglio: Anacardium 7 CH Al momento di
coricarsi: Baryta carbonica 7 CH 10 gocce, 2 volte al
giorno: Cerebrinum D3 Se il soggetto è un fumatore: 3
granuli, 2 volte al giorno: Caladium 4CH
Pubblicato il: 01/01/2001
http://www.solaris.it/Indexprima.asp?Articolo=139
Il
fenomeno dei disturbi della memoria all’inizio della
menopausa è stato molto studiato negli ultimi anni. In
un semplice esperimento clinico, pubblicato nel Journal
Neurology, e che coinvolse 803 donne che erano
all’inizio della menopausa, condotto alcuni anni fa, il
dottor Peter M. Meyer ed altri colleghi di medicina
generale chiesero ad un grande gruppo di donne in
menopausa quante di esse soffrissero di dimenticanze:
tutte alzarono la mano.
Lo studio,
che in seguito prevedeva l’esecuzione di test specifici
per la valutazione della memoria, fu protratto per
diversi anni e dimostrò che, nella maggior parte dei
casi, la percezione soggettiva di smemoratezza non si
associava ad un effettivo deficit delle funzioni
mnesiche e, soprattutto, non si associava ad un vero
decadimento nel lungo termine.
Un volta
all’anno, le donne furono valutate con test per la
misurazione della capacità di ripetere lunghe file di
numeri all’indietro e di identificare coppie di simboli
e cifre rapidamente.
Ci furono
anzi delle sorprese, infatti il dottor Meyer e i suoi
colleghi del Luke’s Medical Center di Chicago si
aspettavano di trovare i punteggi decrescenti ed invece
i punteggi aumentarono leggermente per tutte le donne
del gruppo, già in menopausa e non.
Il dottor
Meyer trovò due spiegazioni: con la PET mostrò che gli
ormoni estrogeni agivano nelle donne in menopausa
incrementando l’attività nella parte del cervello
dedicata alla memoria verbale.
In pratica
ipotizzo che fossero questi ormoni ed il loro
cambiamento di livello a determinare in buona misura il
funzionamento della memoria ma anche la percezione
soggettiva della propria prestazione di memoria da parte
delle donne nella menopausa.
Un’altra
spiegazione possibile era quella che la modificata
percezione della memoria, con la convinzione di averne
di meno, fosse una specie di subdolo sintomo o vissuto
depressivo poiché la menopausa spesso coincide con altre
circostanze che provocano stress, come modificazioni
familiari e di ruolo, minor efficienza fisica.
A seguito
di questo ed altri studi si diffuse la parola d’ordine
“Estrogeni sempre per tutte le donne in menopausa”.
Come tutti
gli slogan applicati alla medicina successivamente ha
mostrato i suoi limiti ma ha confermato la sua
efficacia.
Dati dal
“Women’s Health Initiative” hanno messo in mostra come
in certi casi la terapia di combinazione con estrogeni e
progestinici non solo può stimolare la crescita del
cancro al seno, come riportato nel luglio del 2002, ma
rendere più difficili i tumori da diagnosticare,
comportando pericolosi ritardi nella diagnosi; le donne
che prendono terapie combinate possono avere più
facilmente modificazioni nel loro tessuto mammario che
porta a mammografie alterate, problemi questi, che
possono essere scoperti fin dal primo anno di uso degli
ormoni.
Questo
studio ha sollevato la questione della sicurezza anche
nell’uso a breve termine della terapia combinata, e la
Wyeth, produttrice del Prempro, la marca più famosa,
sostiene che questa dovrebbe essere assunta per
brevissimi periodi di tempo a bassissimi dosaggi;
l’editoriale del Journal of American Medical Assn, sul
quale lo studio è stato pubblicato, porta ulteriori
importanti dati contro l’uso della terapia combinata;
più di sei milioni e mezzo di donne con terapia
combinata nel luglio 2002 hanno cessato tale cura.
In seguito
un secondo studio ha documentato che per donne che
assumevano solo estrogeni senza progestinici il rischio
per tumori al seno, persino prendendo tali ormoni per 25
anni o più, non si incrementava. Ma ci sono rischi anche
per gli estrogeni, e che riguardano l’utero, e per i
quali andrebbero usati preferibilmente nelle sole donne
che hanno avuto isterectomia.
Quello che
si può concludere è che:
- I
disturbi della memoria nelle donne in età di menopausa
sono molte volte, prevalentemente, soggettivi.
- In
genere tale percezione di smemoratezza dura per 1- 2
anni.
- Non di
rado può corrispondere ad un vero disturbo in
particolare della memoria spaziale.
Disturbi
“soggettivi” vuol dire cioè che la donna crede di avere
molta meno memoria, ma invece questa funziona abbastanza
bene. In questo caso può trattarsi di un sintomo
depressivo.
In altri
casi il disturbo è vero ed allora è necessario, non
soltanto misurarlo con test specifici, per valutarne il
grado ma anche decorso, quando si sia definita una
terapia.
Tra le cure quelle ormonali, utili ma con effetti
collaterali prevedibili, non vanno bene per tutte ma
devono essere decise caso per caso sulla base della
conoscenza che il medico deve avere di quella singola
donna.
Cioè non
esiste una cura per i disturbi della memoria in
menopausa, ma è invece possibile prevenire e trattare
ogni specifico problema, memoria o concentrazione, in
maniera personalizzata per ciascuna donna.
Le cure
non si fanno seguendo slogan o mode, ma attraverso una
conoscenza della biografia e della storia medica di ogni
singola persona.
Comunque
per tutti è utile ricordare che la menopausa è un
periodo di vulnerabilità e come tale richiede che la
donna abbia maggiore cura di sé; che vuol dire
controlli, vita maggiormente igienica e nel caso terapie
individuali.
Infine
alcuni consigli per un nuovo stile di vita più adatto:
· Svolgere
attività fisica regolare: 20-30 minuti al giorno, una
passeggiata a piedi o in bicicletta migliorano l’umore,
grazie alla liberazione di endorfine, sostanze prodotte
dal cervello; in alternativa funzionano bene anche la
cyclette, il vogare o altri strumenti ginnici.
· Le
tecniche di rilassamento e di meditazione combattono
ansia e tensione, favorendo un senso di calma e la
capacità di concentrazione.
·
Dedicarsi ad attività che tengano allenata la memoria
(studio, lettura, enigmistica); non escludendo la
possibilità di iniziare dei corsi di studio.
http://www.kwsalute.kataweb.it/Notizia/0,1044,4386,00.html
Indicazioni:
Il Ginkgo biloba viene indicato nei DISTURBI della
MEMORIA, della CONCENTRAZIONE, dell’UMORE spesso legati
all’invecchiamento del sistema vascolare e delle cellule
nervose. Disturbi vascolari, disturbi di natura
allergica.
1
compressa 2-3 volte al giorno Prezzo: Euro E.9,90
Confezione: 60 tavolette da 300 mg.
http://www.rodiola.it/index.php?da_file=/ginkoes.htm
Ginkgo
biloba e memoria
È un bell'albero
e viene dalla Cina. Gli estratti delle foglie contengono
sostanze farmacologiche come il 'platelet activating
factor - PAF'. I prodotti a base di Ginkgo arricchiscono
ogni erboristeria e vengono raccomandati per gli usi più
svariati, in genere senza solida evidenza scientifica e
con molta promozione pseudo-scientifica da parte dei
produttori citando una mole di piccoli studi non
controllati oppure pubblicazioni anedottiche. Cinque
anni fa uno studio su JAMA (autorevole giornale
dell'associazione medica americana) ha dimostrato un
effetto del Ginkgo nei malati di Alzheimer comparabile a
quello dei farmaci usati per migliorare i deficit
cognitivi (effetti sempre molto modesti). Appare oggi su
JAMA uno studio (uno studio come si deve: randomizzato,
doppio cieco, con gruppo placebo) degli effetti generali
del Ginkgo sulla memoria che (specialmente dopo lo
studio Alzheimer) vengono ampiamente reclamizzati anche
per persone sane. Risultato: nessun effetto del Ginkgo
biloba.
http://www.neurologia.it/2002/08/21.html
Il te
della memoria
Ancora una
volta il tè diventa uno scrigno di sostanze preziose per
la salute umana e questa volta utili per una malattia
grave e progressiva come il morbo di Alzheimer. Per ora
si tratta di esperimenti in vitro che quindi necessitano
di verifica in studi clinici, ma i risultati ottenuti
dai ricercatori della Newcastle University sono molto
interessanti.
Le
benefiche proprietà antiossidanti della bevanda sono
note ed efficaci già con il consumo giornaliero. Ma in
questo caso è stato testato un estratto delle foglie dei
due tipi di te provenienti dalla stessa pianta
originaria, la Camelia sinensis. Le foglie vengono
semplicemente essiccate per ottenere il te verde, o
anche fermentate per il te nero, quello classico della
colazione in stile inglese.
Enzimi
contrastati
Gli
estratti messi a contatto con alcuni enzimi coinvolti
nella patogenesi della malattia di Alzheimer si
dimostravano attivi nell’inibirli. In particolare il
bersaglio dell’azione sono gli enzimi aceticolinesterasi
(AchE) e butririlcolinesterasi (BuChE) associati allo
sviluppo della malattia di Alzheimer.
La AchE
demolisce il neurotrasmettitore acetilcolina i cui
livelli sono bassi nei soggetti colpiti dal morbo,
mentre la BuChE è stata rinvenuta nei depositi proteici
(la placca amiloide) isolati nel cervello dei malati.
Inoltre gli estratti del te verde hanno dimostrato di
agire per una settimana contro l’attività della beta
secretasi, che gioca un ruolo nella produzione dei
depositi di proteine, a differenza del te nero che
invece mantiene il suo effetto inibitore soltanto per un
giorno. Il prossimo passo della ricerca sarà individuare
e isolare quali sostanze presenti nei due tipi di te
esercitano l’azione inibitoria sui tre enzimi chiave
della malattia.
Malattia
rallentata
Per ora
l’unico elemento chiaro è che gli estratti di te
agiscono sulle stesse molecole su cui agiscono gli altri
farmaci attualmente disponibili. Ma come è accaduto per
quest’ultimi, anche procedendo nella ricerca non si avrà
la terapia definitiva, in quanto le proprietà dimostrate
dalle sostanze presenti nel te possono sortire un
effetto di solo rallentamento sulla degenerazione
cerebrale che il morbo di Alzheimer comporta. Ma a
differenza degli altri farmaci che hanno effetti
collaterali negativi gravi, magari il te o i suoi
estratti poterebbero provocarne meno. In ogni caso,
poiché questa forma di demenze agisce principalmente sui
meccanismi della memoria, che vengono colpiti o
danneggiati dall’azione degli enzimi coinvolti, è chiaro
che il te, nero o verde, ha un effetto protettivo su
tali meccanismi.
Simona
Zazzetta
Fonti
Okello EJ et al.
In vitro anti-beta-secretase and dual
anti-cholinesterase activities of Camellia sinensis L.
(tea) relevant to treatment of dementia. Phytother Res.
2004 Aug;18(8):624-7
http://www.dica33.it/argomenti/medicina_alternativa/
fitoterapia/fitoterapia6.asp
Memory Now
è il nuovo rivoluzionario integratore alimentare
studiato per "accendere" il tuo cervello, donandoti
maggiore memoria e una migliore abilità di ragionare
chiaramente.
Come
funziona? Memory Now contiene Huperzine A, un potente
ritrovato presente naturalmente nel muschio cinese
Huperzia serrata. Conosciuto come Qian Ceng Ta, è stato
usato per secoli dai cinesi per curare la febbre e
l'infiammazione. Gli effetti benefici di Huperzine A sul
cervello sono stati studiati dagli scienziati solo
recentemente.
Huperzine
A funziona come inibitore dell'acetilcolinesterase:
inibisce un enzima nel cervello responsabile del
degradamento del neurotrasmettitore acetilcolina, che
svolge un ruolo fondamentale nella memoria e nella
comunicazione fra le cellule.
La ricerca
ha indicato che i livelli di acetilcolina sono carenti
nel cervello dei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer.
La poca acetilcolina ancora prodotta nel cervello del
paziente è rapidamente distrutta da questo enzima (acetilcolinesterase),
portando a ad un accordiamento del neurotrasmettitore e
contribuendo così alla perdita di memoria e di altre
funzioni conoscitive.
Huperzine
A attraversa questa barriera ematomeningea per impedire
all'acetilcolinesterase (AChE) di distruggere l'acetilcolina.
Inibendo
le azioni dell'AChE ed aumentando le concentrazioni
dell'acetilcolina nel cervello, Huperzine-A ha provato
la sua efficacia nell'alleviazione dei sintomi connessi
alla mancanza dell'acetilcolina.
Studi
recenti suggeriscono che Huperzine A può persino aiutare
la produzione di nuove cellule del cervello.
Questa è
una scoperta rivoluzionaria - tradizionalmente si è
sempre creduto che il cervello non potrebbe generare le
nuove cellule, una volta che vengano perse.
INGREDIENTI
Galanthamine, un estratto naturale della Lycoris
radiata, una particolare pianta. Galanthamine è un altro
inibitore di colinesterasi che ha provato di creare un
miglioramento significativo delle prestazioni
conoscitive nelle persone affette da morbo di Alzheimer.
Gingko
Boloba, aumenta il flusso di sangue al cervello e
attraverso la rete dei vasi sanguigni che forniscono di
sangue ed ossigeno i sistemi dell'organo.
Aumenta
l'efficienza del metabolismo, regola i
neurotrasmettitori ed amplifica i livelli dell'ossigeno
nel cervello.
Rhodiola
Sacra, si è provato che aumenta la concentrazione
mentale, migliora la memoria ed incrementa la resistenza
mentale aumentando il livello di serotonina, di dopamina
e di altri neurotrasmettitori del cervello.
Acetil-L-carnitina, aumenta la produzione di energia di
un neurone trasportando "combustibile" nei mitocondri -
i produttori di energia del neurone. Ciò avvantaggia
specialmente i neuroni danneggiati, che sono
caratterizzati da una diminuita energia.
Lindera
Strychnifolia, stimola la corteccia cerebrale,
mantenendo la mente fresca e attiva.
L'acido
folico, mantiene quotidianamente alto il livello di
acido folico e quindi mantiene sane le cellule del
cervello e può proteggere dal morbo di Alzheimer,
riducendo i livelli di omocisteina. Livelli elevati di
omocisteina sono stati collegati ad un maggiore rischio
di Alzheimer.
©
2002-2004 European Pharmacy
www.memoria-piu.com
3.
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alimentare provitaminico
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supplements, anti-depressant, integrating alimentary,
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anti-depression, cholesterol... Protegge contro la
perdita della memoria. Previene alcune patologie del
sistema nervoso, come il morbo di Alzheimen .
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Declino cognitivo nelle
persone anziane e vitamina E
Lo studio ha esaminato l'ipotesi che l'assunzione di
sostanze antiossidanti, tra cui la vitamina E, la
vitamina C ed il carotene, possano essere associate ad
un ridotto declino cognitivo nelle persone anziane.
Lo studio è stato condotto tra il 1993 (settembre) ed il
2000 (novembre) con un periodo medio di follow-up di 3,2
anni.
Hanno preso parte allo studio 2.889 pazienti di età
compresa tra i 65 ed i 102 anni, che hanno compilato un
questionario sulla dieta.
I cambiamenti cognitivi sono stati misurati mediante 4
test: East Boston Memory Test (immediate/delayed recall),
Mini-Mental State Examination, Symbol Digit Modalities
Test.
L'assunzione di vitamina E, con i cibi o i supplementi
alimentari, è risultata associata ad un minor declino
cognitivo con l'età.
(
Xagena_2002 )
Morris MC et al , Arch Neurol 2002; 59: 1125-1132
Ma la mia assistita, ha ragione di
preoccuparsi? Qual è il confine tra dimenticanza e
disturbo della memoria?
L’argomento è ampiamento trattato sul web, alcune
notizie rassicurano.......
Di fronte
ad episodi specifici di amnesia (dimenticare un nome, un
appuntamento, il posto dove si è messa una cosa, ecc.) i
giovani reagiscono o con indifferenza o con
atteggiamenti scherzosi ("Sono proprio arrivato!" oppure
"Mi devo ricoverare !", "Sto alla frutta!" e via
dicendo) oppure attribuiscono queste dimenticanze alla
stanchezza fisica. Gli anziani invece, quando si
accorgono che cominciano a dimenticare alcune cose, si
fanno prendere da una grande ansia perché vedono queste
dimenticanze come i primi segni di un decadimento
mentale inarrestabile e quasi sempre chiedono al medico
di prescrivere qualche "farmaco per la memoria".
È bene
precisare che, dal punto di vista clinico, questi fatti
non sono quasi mai segni premonitori di senilità o
addirittura di iniziale demenza: molto spesso, infatti,
o non hanno alcuna importanza perché sono episodi del
tutto fisiologici oppure si trovano in persone con
sintomi di depressione (quindi a volte non solo negli
anziani ma anche nei giovani) oppure si presentano in
soggetti che hanno una perdita di stimolazioni
ambientali con conseguente allontanamento dal sociale e
dalla realtà (questo, per esempio, accade molto
frequentemente in anziani che vivono da soli in casa
oppure che vivono in istituti di lungodegenza o in case
di riposo).
http://members.xoom.virgilio.it/Perrone/medicina/memoria.htm
Dimenticanze quotidiane
Inutile
disperarsi per aver dimenticato un appuntamento o una
ricorrenza, le chiavi di casa o la macchina chissà dove.
Le piccole dimenticanze quotidiane, che Sigmund Freud
affiancava ai lapsus nella categoria degli "atti
mancati" attribuendone la "responsabilità"
all'inconscio, dipendono da un calo d'attenzione
riconducibile a situazioni di stress.
In
condizioni di normalità, quando cioè le capacità
mnemoniche del soggetto non sono minacciate da patologie
di tipo neurologico od organico; in memoria si può
progredire. "Le potenzialità mnemoniche dipendono in
parte dalla natura fisiologica dell'individuo, in parte
dall'allenamento - dice Luca Rollè, psicologo -. La
memoria va esercitata praticando una costante attività
intellettuale e cognitiva che significa coltivare
interessi, impegnarsi nella lettura o nella scrittura...
Ed è bene cominciare fin da giovani". Una buona palestra
per allenare la memoria può essere lo studio, spesso
vissuto dallo studente come una costrizione. Ma
attenzione: un atteggiamento negativo verso la materia
da studiare rende sicuramente più difficile
l'apprendimento. "Lo studio senza desiderio guasta la
memoria e non ritien cosa che la pigli", sosteneva
Leopardo da Vinci. Ed aveva proprio ragione. "Apprende
più rapidamente e meglio lo studente che nutre interesse
per ciò che studia", continua Rollè. A maggior ragione,
se a doversela vedere con le materie scolastiche è un
bambino, il cui grado d'impegno e di concentrazione
dipenderà dalla quantità e dal tipo di stimoli che
riceve. Imparare deve essere per lui un divertimento,
non una costrizione.
http://www.saluteoffresi.it/rubrica_salute/Memoria.htm
...Altre notizie invece invitano a
vigilare sul disturbo della memoria
I primi
sintomi
Doriano
Pustina, Stefano Bussolon
Quali sono
i primi segnali che lasciano sospettare l'insorgenza di
una patologia demenziale? Secondo la Alzheimer's
Association vi sono dieci sintomi a cui i parenti di una
persona anziana devono prestare attenzione.
Dimenticanze
E' normale
dimenticare qualche cosa, ma quando le dimenticanze sono
di entità tale da interferire con le capacità lavorative
del soggetto, devono destare
preoccupazione......................
http://www.neuropsy.it/patologie/alzheimer/01.html
Riconoscere la malattia negli stadi iniziali – quando
vi sono solo minime dimenticanze – è fondamentale
per attivare interventi che possono ritardarne la
progressione. Alcuni anni guadagnati nel periodo della
vita in cui solitamente si sviluppa la malattia (oltre i
70-75 anni) possono essere estremamente preziosi.
Purtroppo,
sino ad oggi non vi sono esami in grado di rilevare con
certezza i danni della malattia a carico del cervello.
E’ noto che nella malattia di Alzheimer si verifica la
deposizione in alcune piccole ma strategiche zone del
cervello di sostanze tossiche (amiloide e proteina tau)
che portano alla morte delle cellule nervose e alla
perdita dei collegamenti fra cellula e cellula. Le zone
colpite sono quelle in cui si fissano i ricordi – motivo
per cui i primi sintomi della malattia sono le
dimenticanze. La risonanza magnetica è in grado di
visualizzare il cervello con grande precisione: anche
perdite di sostanza cerebrale delle dimensioni della
capocchia di un fiammifero possono essere evidenziate
dall’esame. Il problema però che sino ad ora ha impedito
di utilizzare questa tecnica per aiutare nella diagnosi
risiede nell’estrema variabilità della struttura
cerebrale fra persone diverse. E’ infatti estremamente
difficile riconoscere se una sottile variazione di
struttura cerebrale sia una anomalia causata
dall’incipiente malattia o semplicemente una normale
variante fisiologica. Un gruppo di ricercatori
dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico
di Brescia San Giovanni di Dio Fatebenefratelli ha
riferito di un significativo avanzamento che potrebbe
permettere di rispondere a questo quesito e di
utilizzare la RM per scoprire se il cervello di un
paziente alberga anche in misura molto iniziale i segni
della malattia. I ricercatori – guidati dal neurologo
Giovanni Frisoni – hanno diviso l’immagine del cervello
di una serie di persone con disturbi di memoria in tanti
(circa 4.000.000) piccoli cubi (detti “voxel”) delle
dimensioni di 1 mm di lato. Con l’aiuto di avanzati
programmi statistico-matematici e di potenti calcolatori
elettronici, hanno deformato la risultante immagine in
modo che si adattasse perfettamente a quella di un
cervello normale. A questo punto è stato possibile
paragonare il segnale di ogni voxel del cervello dei
pazienti con disturbo di memoria con il segnale del
voxel corrispondente del cervello delle persone normali.
Poichè il segnale di ogni voxel indica la quantità di
sostanza cerebrale, una riduzione del segnale è
indicativo della perdita di sostanza cerebrale tipica
della malattia di Alzheimer. In questo modo, i
ricercatori hanno dimostrato che i pazienti con disturbo
di memoria avevano perso sostanza cerebrale proprio
nelle regioni del cervello che sappiamo essere colpite
dalla malattia (vedi figura). La scoperta è stata
comunicata il 19 aprile al congresso dell’American
Academy of Neurology, il congresso neurologico di
maggiore prestigio a livello mondiale, tenutosi in
questi giorni a Denver, nel Colorado e che ha visto la
partecipazione di circa 3000 neurologi convenuti da
tutto il mondo.
Non sono invece d’accordo con Freud,
quando dimentico il mio timbro o gli occhiali a casa di
un assistito, dopo una
domiciliare...............................
La
dimenticanza, per Freud, è dovuta ad una selezione tra
diverse esperienze o eventi particolari che si
manifestano nella nostra mente nascondendone altri. Si
pensi alla sola parola greca aletheia, verità, che
letteralmente vuol dire “non nascosto”, l’affiorare di
una “verità” comporterebbe di conseguenza il
“nascondimento” di un’altra. Sicuramente quello della
dimenticanza è un concetto molto ampio e complesso, che
non possiamo trattare in poche righe e che vede ancora
oggi diversi settori d’indagine, ci limiteremo perciò a
seguire quelle che Freud ha riportato su se stesso e i
suoi pazienti, seguendo il metodo precedente.
Freud dice
di aver sperimentato su se stesso quanto siano frequenti
le dimenticanze di impressioni (cose che uno sa o
sapeva) e di propositi ( cose che uno doveva fare ma ha
dimenticato di fare), e si autoanalizza ogni volta in
cui si rende conto che il fatto dimenticato non poteva
esserlo per la sua importanza. Giunse alla conclusione
che le dimenticanze di questo tipo sono quasi sempre
dovute a sensazioni spiacevoli legate, direttamente o
indirettamente, all'impressione o al proposito
dimenticato. Secondo questa ottica, quindi, la nostra
memoria selezionerebbe gli elementi da ricordare e da
dimenticare secondo la sensazione, piacevole o meno,
legata a tali elementi, possiamo perciò intuire che
dimentichiamo più facilmente qualcosa quando questo ha
provocato in noi sensazioni negative....................
..........................................Vi è mai
capitato invece, di dimenticare un oggetto in un luogo e
dover tornare a riprenderlo, magari dovendo ripercorrere
molta strada? Sicuramente sì,
ebbene, per Freud questo nasconde il desiderio inconscio
di non allontanarsi da quel luogo e ritornarvi al più
presto.
http://www.clicmedicina.it/pagine%20n%204/lapsus3.htm
I disturbi
della memoria
Siamo
solitamente molto attenti e spesso pure preoccupati se
ci accorgiamo che una parte del nostro corpo non
funziona più come prima. Se poi il disturbo si mantiene
persistente, anche se non necessariamente intenso,
possiamo pensare di sottoporci a visita medica, per
accertare o esludere un'eventuale, temuta, malattia. Lo
stesso grado di attenzione e conseguente preoccupazione
pare non lo riserviamo alle nostre funzioni psichiche
superiori. Una di queste funzioni, spesso trascurata
dalla maggior parte di noi, è la memoria. Infatti siamo
così abituati all'uso della calcolatrice, alla
trascrizione di appuntamenti, numeri telefonici ed
indirizzi su agende e rubriche che della nostra memoria
ci occupiamo solo quando ci serve ed è allora che ci
accorgiamo spesso che qualcosa non va più come prima.
Che fare?
Allettanti
soluzioni sembra offrircele una sempre più diffusa e
convincente pubblicità di "metodi" per lo "sviluppo
rapido" della memoria. E qui per la persona che soffre
di deficit mnestici le offerte del mercato sono le più
varie, dal corso dove la memoria si può potenziare come
si sviluppa una massa muscolare del tutto sana, ma poco
sviluppata, alla sofisticata apparecchiatura elettronica
che, con minimo sforzo, permette di memorizzare, perfino
durante il sonno. Forse prima di iniziare a fare subito
qualcosa per il proprio calo di memoria può essere utile
chiedersi perché la memoria non funziona come dovrebbe.
Il mal
funzionamento della propria memoria potrebbe pure essere
un problema psicologico momentaneo, magari dovuto
semplicemente a mancanza di allenamento, ma secondo la
psicologia clinica può essere anche il sintomo di una
patologia più pervasiva. Si pensi ai tipici vuoti di
memoria dello studente durante le interrogazioni effetto
di un disturbo di ansia d'esame oppure casi di evidenti
deficit di memoria risolti curando le manifestazioni
depressive che ne erano la causa. Un deficit mnestico
del 2% è uno dei tipici sintomi, spesso sottostimato,
dell'inizio di una demenza, diagnosticabile anche in
giovane età. Altri casi in cui il disturbo di memoria
non va considerato a sé stante, ma come sintomo di una
patologia più pervasiva sono, tanto per citare i più
frequenti, la nevrosi isterica, il disturbo di
somatizzazione, il disturbo post traumatico da stress,
la schizofrenia, l'abuso di sostante psicoattive (alcol,
fumo, droghe), i traumatismi cranici. Pertanto una
disfunzione, anche lieve, della memoria va seriamente
valutata e messa in relazione con il funzionamento
globale di tutta la persona tramite una accurata visita
psicologica specialistica. Qualora si accerti una
patologia più pervasiva, anche se non immediatamente
evidente, di un più appariscente disturbo di memoria
allora il trattamento psicologico verrà orientato verso
tale patologia e a conclusione dell'intervento
terapeutico ne beneficerà pure la memoria.
Che si
accerti o meno una sottostante patologia, il disturbo di
memoria se persistente va comunque localizzato e
definito diagnosticamente tramite un esame
neuropsicologico. Infatti il termine di disturbo di
memoria si riferisce a qualcosa di molto generico che
non considera tutta una varietà di diverse e specifiche
patologie mnestiche che vanno trattate solo dopo aver
considerato 'come', 'quando', 'dove' e 'perché' esse si
manifestano. I disturbi mnestici, o disturbi della
memoria, fanno infatti riferimento a diverse funzioni e
tipi di memoria qui di seguito evidenziati.
Si
distingue così una memoria associata all'apprendimento e
alla rievocazione di informazioni (memoria dichiarativa)
da una memoria di azioni (memoria procedurale) che
consiste nel saper fare una determinata cosa come ad
esempio saper andare in bicicletta o preparare il caffè
o altro compito in cui si richieda una sequenza di
azioni concatenate. I disturbi della memoria procedurale
sono detti aprassie e si correlano ad un mal
funzionamento del lobo parietale del nostro cervello. Il
paziente aprassico è incapace di compiere correttamente
un movimento ripetitivo oppure alcune sequenze ordinate
di comportamenti, oppure la copia di un disegno.
La memoria
dichiarativa comprende la memoria di eventi personali i
quali solitamente rispondono alle domande "dove" e
"quando" (memoria episodica) e la memoria semantica che
rappresenta le conoscenze comuni non etichettate nel
tempo e nello spazio come il sapere che la penna serve
per scrivere e che la benzina è infiammabile. La
compromissione della memoria semantica la si riscontra
in varie patologie come, tanto per fare alcuni esempi,
nel ritardo mentale, nelle demenze, nelle psicosi,
nell'epilessia focale del lobo temporale.
I più
diffusi disturbi della memoria episodica sono noti con
il nome di amnesie. Sulla base di una dimensione
temporale, caratterizzante appunto la memoria episodica,
le amnesie si distinguono in amnesie retrograde e
amnesie anterograde. Le amnesie retrograde riguardano
l'incapacità di ricordare avvenimenti, per altro
regolarmente immagazzinati, accaduti prima di un trauma
o evento morboso come ad esempio possono essere un
incidente o una malattia. Tale disturbo è però piuttosto
raro, più frequente nei films che nella letteratura
scientifica. Molto più comune è invece il disturbo della
memoria episodica anterograda, o amnesia di fissazione,
dove deficitario è qui l'immagazzinamento delle
informazioni dal momento dell'esordio della malattia e
riguarda l'incapacità di ricordare avvenimenti recenti
mentre solitamente il paziente conserva un buon ricordo
degli avvenimenti passati. L'amnesia anterograda può
interessare sia la memoria a breve termine sia la
memoria a lungo termine intendendo con queste
espressioni rispettivamente la capacità di ritenzione di
breve durata, quanto per esempio può servire per
ricordare momentaneamente un numero telefonico appena
letto o udito, e la capacità di ritenzione per periodi
più lunghi. Ora mentre un disturbo della memoria a breve
termine non si riscontra quasi mai da solo, ma
solitamente è affiancato ad un ritardo mentale, ad
disturbo dell'apprendimento oppure ad disturbo mnestico
più vasto con probabile interessamento dei lobi
frontali, il disturbo della memoria a lungo termine è
abbastanza diffuso ed interessa le strutture mediali del
lobo temporale in cui ha sede l'ippocampo, organo
maggiormente responsabile del disturbo. La
compromissione di tali aree cerebrali non è sempre
riscontrabile tramite le metodiche neuroradiologiche
della TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) o della
più avanzata RMN (Risonanza Magnetica Nucleare) in
quanto non sempre si evidenziano lesioni o micro lesioni
cerebrali. In tanti casi si riscontrano solamente
alterazioni funzionali evidenti attraverso le tecniche
più sofisticate della PET (Tomografia ad Emissione di
Positroni)o della SPECT (Tomografia ad Emissione di
Singoli Fotoni), comunque quasi sempre riscontrabili
tramite un esame neuropsicologico.
Una forma
particolare di amnesia è la paramnesia e si ha quando il
ricordo si basa su eventi inventati o confusi. Tra i
disturbi della memoria episodica, quella connessa allo
spazio e al tempo, troviamo inoltre il disturbo di
memoria prospettica (il non ricordarsi cose da farsi in
un futuro prossimo) e la sindrome amnesica, o sindrome
anteroretrograda, sintomo principale di diverse
neuropatologie, che riguarda l'incapacità di ricordare
sia avvenimenti recentemente appresi sia avvenimenti
passati (amnesia globale); tale disturbo può verificarsi
anche trasitoriamente e in questo caso si suppone una
sua probabile origine vascolare. Infine sempre tra i
disturbi della memoria episodica si diagnostica
l'amnesia lacunare o lacuna mnestica in cui il paziente
non ricorda un periodo circoscritto del suo passato,
solitamente prima e dopo di un eventuale incidente o
trauma.
Spesso i
pazienti confondono con disturbi della memoria altri
disturbi neuropsicologici che apparentemente fanno
riferimento alla dimenticanza.
Quando una
persona ha difficoltà a ricordare una parola, fa
frequenti pause alla ricerca della parola appropriata,
utilizza spesso il termine generico "cosa" o fa giri di
parole ("quella cosa per scrivere" anziché penna) per
riferirsi alla parola da dire che al momento non le
viene in mente, probabilmente si tratta di un disturbo
di denominazione (afasia di denominazione) che, più che
disturbo di memoria, viene classificato tra i disturbi
del linguaggio: tali pazienti pur essendo in grado di
parlare fluentemente, fanno tuttavia diversi tipi di
errori di denominazione.
Altro
diffuso disturbo è la prosopagnosia che consiste nel
riconoscere le persone dal modo di vestire, di camminare
di parlare, ma non dai volti. In questo caso il
paziente, pur dotato di normale acuità visiva, ha
difficoltà riconoscere la fisionomia dei volti di
persone conosciute ed, in certi casi più gravi, anche
dei membri della sua famiglia e di sé stesso.
Se,
quindi, riscontriamo che la nostra memoria non funziona
più come prima ciò non significa che questa sia poco
sviluppata come può esserlo un muscolo del nostro corpo
per cui si può ricorrere all'esercizio fisico. Ma un
disturbo della memoria può essere una spia, un segnale
psicologico, di una patologia non immediatamente
evidente, pertanto anche un banale disturbo della
memoria merita attenzione clinica come d'altra parte,
qualsiasi sintomo somatico e psicofisiologico al fine di
poter risalire e precocemente diagnosticare un possibile
problema di maggior estensione. In tale caso, risolto il
problema principale, ci s attende che la memoria
riprenda a funzionare meglio. Se poi, dopo un'accurata
visita psicologica, viene esclusa l'ipotesi di una
patologia più sfavorevole al paziente collegata al
disturbo mnestico, e si accerta che lo stesso disturbo
più che sintomo di qualcos'altro sia effettivamente un
problema meritevole di attenzione (amnesia, paramnesia,
afasia, aprassia o altro) allora tale problema va
valutato e approfondito tramite apposito esame
neuropsicologico dove, dopo aver determinato il livello
intellettivo, vengono individuate le funzioni mnestiche
deteriorate, quelle conservate ed infine viene misurata
l'entità del disturbo i cui punteggi vengono poi
relazionati alla norma. Dopo un'attenta definizione
diagnostica e quantificazione dei disturbi mnestici
viene concordato con il paziente un programma
terapeutico dove si decide che cosa, come e soprattutto
quanto poter riabilitare. Difatti l'efficacia
dell'intervento terapeutico dipende principalmente dal
tipo del disturbo, dalla vastità di un' eventuale
lesione cerebrale, dal livello cognitivo generale,
misurato dal quoziente di intelligenza, e dall'età del
paziente. Anche se molti specialisti pensano che certi
disturbi non sono suscettibili di miglioramento,
tuttavia, anche se non per tutti i pazienti è possibile
ritornare alle condizioni premorbose, personalmente
ritengo sia possibile comunque aiutare i pazienti a
sfruttare al meglio le loro risorse residue per
affrontare adeguatamente o, per lo meno, alleviare le
difficoltà conseguenti alle capacità mnestiche perdute
attingendo a tutte quelle conoscenze, teoriche e
tecniche, oggi in larga espansione, offerteci in special
modo dalla più avanzata neuropsicologia cognitiva e
comportamentale.
http://www.grazia.net/psicoterapia/articolo2.htm
Medici di
famiglia "segugi" nello scoprire le demenze e i casi di
Alzheimer?
Fino a
qualche anno fa nessuno ci avrebbe pensato. Poi è
arrivata la ricerca dell'associazione medico pratico Sud
Milano e dell'istituto Irer della regione Lombardia. E
così si scopre che per identificare una demenza ai suoi
esordi può bastare un medico di famiglia ben addestrato.
E non solo: il coinvolgimento dei medici del territorio
così come progettato nella ricerca milanese comporta
risparmi importanti per la collettività e la
prospettiva, in futuro, di impostare interventi di cura
e soccorso più adeguati per i malati e le loro famiglie.
E' il
risultato di una ricerca condotta da 19 medici generali
della provincia di Milano su un campione di 104
ultrasessantacinquenni affetti da deficit di memoria. Lo
studio, cui ha collaborato anche l'ospedale Santa Maria
di Castellanza per il riscontro delle diagnosi dei
medici alla luce dei test strumentali, nasce così: un
anno fa Primino Botta, medico di un comune del Parco
Agricolo Sud Milano aderente all'associazione "cenacoli
di Ippocrate" propose a Piergianni Prosperini,
vicepresidente del consiglio regionale lombardo, una
ricerca sugli anziani considerabili in fase iniziale o "borderline"
per una diagnosi precoce di demenza.
Test e
arruolamento
La regione
ha finanziato lo studio ed il corso per i generalisti
volontari (totale di 4 mila anziani seguiti) in modo che
imparassero l'uso di test cognitivi come il mini-mental
test (MMSE) e indici come la Geriatric Depression Scale.
Tra gli anziani sono stati quindi censiti, su
segnalazione dei familiari o dopo visita obiettiva, 104
soggetti (il 2.25 per cento degli over 65, in linea con
le statistiche di prevalenza nella popolazione generale)
che lamentavano deficit di memoria o cognitivi
apparenti, di recente insorgenza, o comunque non ancora
valutati in sede clinica.
I soggetti
sono stati visitati, interrogati e controllati a
distanza di un mese. Lo studio ha rilevato demenza alla
luce della catalogazione DSM IV in 56 pazienti (oltre la
metà dei "sospettati"), e i medici hanno identificato
tra questi 25 casi di Alzheimer (di cui 22 donne, età
media 79 anni); 16 demenze vascolari (10 uomini e 6
donne, età media 75 anni); 15 casi di demenza non
ascrivibile ad una delle due tipologie. Degli altri 48
soggetti, 18 sono risultati affetti da depressione,
mentre altri 30 non hanno confermato il disturbo di
memoria.
Ostacoli
al riconoscimento
L'identikit del paziente-tipo
è
in linea con gli studi più recenti: donna, bassa
scolarità, età avanzata. A fine rilevazioni, scatta la
seconda parte del piano: i pazienti diagnosticati come
dementi andavano controllati, insieme a un mini-campione
di tre negativi (i depressi) alla luce dei più avanzati
esami specialistici per verificare se il metro di
giudizio del medico pratico del parco agricolo
corrisponde a quello della letteratura ufficiale. E qui
l'unica vera pecca dell'esame. Dei 56 casi
diagnosticati, si sono presentati all'ospedale Santa
Maria di Castellanza (Varese) solo ventotto per la
visita neurologica, la Tac, la routine ematologica,
elettrocardiogramma, rx torace e test neuropsicologici.
Tre i motivi delle defezioni: scarsa mobilità degli
anziani che dovevano essere accompagnati dai familiari;
scarsa preoccupazione dei familiari dovuta all'ancora
non grave compromissione funzionale del presunto malato;
fatalismo della famiglia. Tre ostacoli che un intervento
del medico di famiglia potrebbe ridurre o eliminare del
tutto.
Ma ecco il
responso del neurologo dell'ospedale sui
generalisti-detective.
specificità e sensibilità
A
conti fatti l’esclusione della diagnosi di demenza è
sempre risultata corretta (100 per cento di specificità
delle diagnosi); si
registrato qualche falso positivo (82 per cento di
sensibilità delle diagnosi); la diagnosi di demenza
Alzheimer, che è la forma più ricorrente e considerata
più difficile da affrontare dai sistemi sanitari, è
sempre stata riconosciuta.
Il
risultato promuove i medici di medicina generale anche
come controllori dei costi dei processi che portano alla
diagnosi delle demenze. Infatti, il loro intervento,
comprensivo del corso di aggiornamento più le visite in
regime di convenzione effettuate (due più una terza
alternativa al riscontro ospedaliero), hanno comportato
un costo di lire 50 mila, contro le 450 mila lire di un
giorno di day hospital per i controlli effettuati a
Castellanza, e i 4,8 milioni per una media di 4 giorni
di ricovero ospedaliero necessari alla diagnosi
completa. Se l'indagine fosse stata fatta invece sul
territorio, attraverso specialisti privati, sarebbe
costata più di un milione di lire.
Elevata
accuratezza
La diagnosi di Alzheimer
con i mezzi di imaging e di laboratorio più avanzati è
affidabile nel 98 per cento dei casi. I generalisti si
sono avvicinati a questa accuratezza: possono farlo
perchè accanto a una diagnosi multifattoriale in questo
campo si fa strada l'idea che sia efficace
un'osservazione del paziente prolungata nel tempo. È,
spiega Marco Trabucchi, docente a Tor Vergata e membro
della commissione ricerca del ministero della sanità. Il
lavoro svolto dai medici dimostra anche come le unità di
valutazione Alzheimer, specialistiche, non possano
sostituire sul territorio il medico pratico, ma possano
solo essere di consulenza per una maggiore accuratezza
della diagnosi.
I
meccanismi del declino della memoria potrebbero essere
normali o patologici
Ann Neurol
2002;51:282-284,290-295.
Data:
27-03-2002 16:02:2
NEW YORK
(Reuters Health) - Alcuni declini della memoria che si
verificano in età avanzata potrebbero far parte di un
normale processo, ma altri potrebbero essere correlati
ad una malattia, secondo quanto riportato da alcuni
ricercatori nel numero di Marzo di the Annals of
Neurology.
Il
ricercatore responsabile dello studio, il Dr. Scott A.
Small, della Columbia University, New York, ha
dichiarato a Reuters Health che "il declino della
memoria è uno dei disturbi più comuni tra gli anziani e
la maggior parte di loro vorrebbe sapere se la sua
moderata smemoratezza fa semplicemente parte di un
normale processo di invecchiamento o se è un segno
iniziale di una malattia progressiva come il morbo di
Alzheimer."A causa della complessità dei circuiti
cerebrali, ha puntualizzato, "gli esami clinici o i test
per la memoria da soli non possono rivelare questa
distinzione. Noi abbiamo usato una tecnica diagnostica
per immagini per studiare direttamente i circuiti
cerebrali."I ricercatori si sono serviti della
risonanaza magnetica (MRI) per valutare le sottoregioni
del circuito dell'ippocampo in 70 soggetti, che
includevano individui di età compresa tra 20 e 62 anni
ed individui di età compresa tra 70 e 88 anni. Le
analisi hanno mostrato che la funzione cerebrale nel
subiculum e nel giro dentato declina normalmente con
l'età.Tuttavia, la funzione della regione entorinale
sembrava declinare patologicamente. "Il declino della
memoria in individui con disfunzione entorinale,"
sostengono i ricercatori, "probabilmente riflette il
processo di avanzamento di una malattia."In totale, il
60 % dei 30 soggetti anziani mostrava una disfunzione
all'ippocampo selettivamente correlata col declino della
memoria e il 23 % degli individui di 70 - 80 anni di età
mostrava la forma patologica della disfunzione
dell'ippocampo.Il Dr. Small ha aggiunto "noi abbiamo
trovato quello che possiamo distinguere tra normale
declino della memoria e declino della memoria correlato
ad una malattia. Stiamo attualmente testando se questo
approccio può essere usato come strumento per
diagnosticare precocemente il morbo di Alzheimer."In un
editoriale di accompagnamento,la Dr. Marilyn S. Albert,
della Harvard Medical School, a Boston, osserva che la
tecnica che si avvale della risonanza magnetica dovrà
essere valutata da altri laboratori per determinare la
sua attendibilità. La dottoressa è d'accordo che
l'identificazione precoce dei pazienti ad alto rischio
di sviluppare il morbo di Alzheimer è "essenziale."
http://www.okmedico.it/news/news
DECADIMENTO COGNITIVO
LIEVE
CRITERI DIAGNOSTICI PER IL
DECADIMENTO COGNITIVO LIEVE - MILD COGNITIVE
IMPAIRMENT (Petersen et al. Arch Neurol.1999;56:303-308)
1. Disturbo di memoria riferito in almeno uno dei
seguenti modi:
- direttamente dal soggetto
- dal familiare del soggetto
- dal medico curante
2.
Presenza di tutte le seguenti caratteristiche:
- assenza di impatto funzionale
- test di cognitività globale normali (entro 0.5
deviazioni standard dalla media di soggetti di
controllo di pari età e scolarità)
- test di memoria anormali per l’età (1.5 deviazioni
standard al di sotto della media di soggetti di
controllo di pari età e scolarità)
- assenza di demenza
La
diagnosi viene raggiunta per consenso tra il
neurologo, il geriatra, il neuropsicologo,
l'infermiere e le altre figure professionali che
hanno valutato il soggetto attraverso i seguenti
strumenti diagnostici:
- valutazione clinica
anamnesi (con paziente e familiare)
esame obiettivo neurologico
Short Test of Mental Status
Geriatric Depression Scale di Yesavage
Hachinski Ischemic Score
Record of Indipendent Living
- valutazione neuropsicologica
Wechsler Adult Intelligence Scale-Revised
Wechsler Memory Scale-Revised
Auditory Verbal Learning Test
Wide-Range Achievement Test-III
- esami di laboratorio
emocromo
VES
vitamina B12 e acido folico
funzione tiroidea
TPHA
- esami strumentali
TC o RM encefalica
se indicati: puntura lombare, EEG, SPECT
MINI MENTAL STATE EXAMINATION (M.M.S.E.)
Progetto CRONOS - Protocollo di monitoraggio dei
piani di trattamento farmacologico per la
malattia di Alzheimer. Tabella 1
|
Test somministrabile si no
|
|
In che anno siamo? (0 - 1) |
|
In che stagione siamo? (0 - 1) |
|
In che mese siamo? (0 - 1) |
|
Mi dica la data di oggi? (0 - 1) |
|
Che giorno della settimana è oggi? (0 -
1) |
|
Mi dica in che nazione siamo? (0 - 1) |
|
In quale regione italiana siamo? (0 - 1) |
|
In quale città ci troviamo? (0 - 1) |
|
Mi dica il nome del luogo in cui ci
troviamo (0 - 1) |
|
A che piano siamo? (0 - 1) |
|
Far ripetere: "pane, casa, gatto". La
prima ripetizione dà adito al punteggio.
Ripetere finchè il soggetto esegue
correttamente, max 6 volte (0 - 3) |
|
Far contare a ritroso da 100 togliendo 7
per cinque volte
93 - 86 - 79 - 72 - 65
(se non completa questa prova, allora
far sillabare all'indietro la parola
MONDO (0-5) O D N O M) |
|
Chiedere la ripetizione dei tre soggetti
precedenti (0 - 3) |
|
Mostrare un orologio ed una matita
chiedendo di dirne il nome (0 - 2) |
|
Ripeta questa frase: "TIGRE CONTRO
TIGRE" (0 - 1) |
|
Prenda questo foglio con la mano destra,
lo pieghi e lo metta sul tavolo (0 - 3) |
|
Legga ed esegua quanto scritto su questo
foglio (chiuda gli occhi ) (0 - 1) |
|
Scriva una frase (deve contenere
soggetto e verbo) (0 - 1) |
|
Copi questo disegno (pentagoni
intrecciati) (0 - 1) |
|
Punteggio massimo totale = 30 |
|
Punteggio Totale |
|
Punteggio Totale corretto per età e
scolarità |
COEFFICIENTI
DI AGGIUSTAMENTO DEL MMSE PER CLASSI DI ETÀ ED
EDUCAZIONE NELLA POPOLAZIONE ITALIANA
Tabella 1 bis
|
Intervallo di età |
65-69 |
70-74 |
75-79 |
80-84 |
85-89 |
|
Anni di scolarizzazione
0-4 anni
5-7 anni
8-12 anni
13-17 anni |
+0,4
-1,1
-2,0
-2,8 |
+0,7
-0,7
-1,6
-2,3 |
+1,0
-0,3
-1,0
-1,7 |
+1,5
+0,4
-0,3
-0,9 |
+2,2
+1,4
+0,8
+0,3 |
Il coefficiente va aggiunto (o
sottratto) al punteggio grezzo del MMSE per
ottenere il punteggio aggiustato.
Referenza bibliografica:
Magni E, Binetti G, Bianchetti A, Rozzini R,
Trabucchi M: Mini-Mental state examination: a
normative study in italian elderly population.
Eur J Neurol 3:1-5, 1996
* Ufficialmente
approvate dalla SIN
Queste linee guida (LG) sono state
preparate dal Gruppo di Studio sulle Demenze della
Società italiana di Neurologia per definire criteri e
percorsi diagnostici per le demenze e la malattia di
Alzheimer. Scopo delle LG è delineare un approccio
uniforme alla diagnostica delle demenze, che permetta di
identificare il tipo e la gravità della compromissione
cognitiva e funzionale, di riconoscere le diverse forme
di demenza costruendo le premesse per una corretta
valutazione prognostica......................... Il
percorso diagnostico per la diagnosi di demenza dovrà
vedere coinvolte le due figure del medico di famiglia
per la prima fase di screening e il neurologo per la
seconda e terza (fase di conferma diagnostica e diagnosi
differenziale all'interno delle demenze).
II
................... PRIMA FASE
- FASE DI SCREENING
Questa
fase può essere gestita prevalentemente dal medico di
famiglia ed è finalizzata a
Anamnesi mirata
Andrà attentamente valutata la presenza di gravi
malattie internistiche che possono dar luogo ad
encefalopatie come l'iper o ipotiroidismo,
l'insufficienza epatica, renale o respiratoria, il
diabete e l'ipertensione arteriosa.
Andranno
considerate anche condizioni che possono causare deficit
di acido folico o di vitamina B12, i quali sono noti
causare o contribuire al manifestarsi di una riduzione
delle capacità cognitive.
Si dovrà
valutare l'esistenza di un abuso di assunzione di
alcoolici o di altre sostanze e l'esposizione a tossici
ambientali e/o presenti nell'ambiente di lavoro. Andrà
inoltre valutata la presenza di patologie psichiatriche,
di pregressi traumi cranici e, in particolare, di altre
malattie neurologiche.
Particolarmente attenta dovrà essere l'anamnesi sui
farmaci assunti dal soggetto in quanto molti di essi,
specie nell'anziano, possono aggravare la demenza o ne
possono mimare la presenza. Queste sindromi possono
essere facilmente controllate o migliorate sospendendo
l'assunzione del farmaco responsabile o riducendo i
dosaggi.
E' inoltre
fondamentale che il medico indaghi sulla presenza di
demenze in altri membri della famiglia.
Esame obiettivo mirato
L'esame
fisico dovrà tenere in conto i principi medici generali
di esecuzione e comprendere necessariamente un esame
neurologico completo.
Il medico
dovrà considerare attentamente la presenza di
menomazioni fisiche e sensoriali che potrebbero
giustificare una risposta anormale ai test e alle
indagini effettuate.
Valutazione funzionale
Questa
valutazione può essere effettuata informalmente
chiedendo al soggetto e ai suoi famigliari come vengono
gestite le azioni del vivere quotidiano. Preferibilmente
ciascun medico dovrebbe familiarizzarsi con almeno una
scala di valutazione standardizzata delle attività del
vivere quotidiano. E' consigliato l'uso della IADL
(Instrumental Activities of Daily Living), che indaga 8
attività del vivere quotidiano e che viene spesso
utilizzata nel corso di studi clinici controllati.
Valutazione cognitiva
E'
indispensabile, soprattutto nelle fasi iniziali di una
demenza, quando è incerta la presenza stessa del
deterioramento, effettuare un'indagine sistematica sulle
differenti aree cognitive la cui traccia potrebbe essere
fornita dai sintomi d'esordio precedentemente indicati.
Preferibile, anche per il medico di famiglia, è comunque
una indagine formale tramite strumenti strutturati e
standardizzati, allo scopo di fornire indicazioni
obiettive sull'esistenza del deficit cognitivo, di
indicare le aree cognitive colpite e di fornire una
valutazione quantitativa della gravità degli eventuali
deficit utile nel corso del follow-up.
Si
può ricorrere a numerosi strumenti di screening per
l'indagine delle diverse aree cognitive. Fra tutti il
più utilizzato è il Mini Mental State Examination (MMSE)
di Folstein per il quale esiste una versione italiana e
che è stato validato su una popolazione di normali
italiani (6).
Un altro strumento validato sulla popolazione italiana è
il Milan Overall Dementia Assessement che è stato
costruito avendo come paradigma la demenza di Alzheimer
(7).
Bisogna
tenere presente che i test di screening non sono
strumenti che permettono da soli la diagnosi di demenza,
anche se possono quantificare il livello di deficit
cognitivo individuale del paziente. Possono però
documentare la presenza di ridotte funzioni cognitive in
più dominî, come richiesto dai criteri diagnostici di
demenza.
Test di laboratorio
Anche se i
dettagli dei test da effettuare dipendono dalla diagnosi
che si sospetta, si possono delineare i seguenti esami
di laboratorio come necessari e da eseguire come
routine:
-
emocromo con formula,
-
elettroliti,
-
VES,
-
glicemia,
-
azotemia,
-
creatininemia,
-
esame
delle urine,
-
test
di funzionalità tiroidea (per escludere la presenza
di una demenza da ipo o ipertiroidismo),
-
livelli ematici di vitamina B12 e folati (per
escludere la presenza di una demenza da carenza
vitaminica),
-
test
serologici per la lue (per escludere una demenza
luetica).
Altri
esami di laboratorio in singoli pazienti possono essere
utili anche se non è necessario vengano inseriti nella
routine:
-
funzionalità epatica
-
serologia per l'HIV-1 (AIDS-demenza complex),
-
Rx
torace ed emogasanalisi (sindromi ipossiche
croniche),
-
metaboliti urinari di sostanze d'abuso,
-
escrezione urinaria di metalli pesanti,
-
ricerca di autoanticorpi per la ricerca di malattie
autoimmunitarie.
TABELLA DI
SINTESI PER L'INDAGINE DIAGNOSTICA NEL SOSPETTO DI
DEMENZA
|
Esame |
Consiglio |
Commenti |
|
Anamnesi mirata |
indicato |
Attenta ricerca di disturbi della
memoria,linguaggio, attenzione, capacita` di
giudizio, orientamento spazio temporale etc..; |
|
Esame obiettivo generale e neurologico |
indicato |
Attenta ricerca di segni di malattie sistemiche
e/o neurologiche (segni focali, extrapiramidali,
etc…) |
|
Valutaz. neuropsicologica |
|
|
|
Test di screening |
indicato |
Evidenziazione del deficit cognitivo |
|
Batterie complete |
indicato |
Definizione del profilo cognitivo e del livello
di gravita` del deterioramento |
|
Test specifici |
speciale |
Definizione e quantificazione del deficit di
specifiche aree cognitive |
|
Esami di laboratorio |
|
|
|
Esami ematici ed urine |
indicato |
Esclusione di patologia sistemica di rilievo o
identificazione di fattori di rischio vascolari |
|
Sierodiagnosi lue |
indicato |
Demenza luetica |
|
Vit. B12, ac. folico |
indicato |
Esclusione di carenze vitaminiche |
|
Funzionalita` tiroidea |
indicato |
Esclusione di disfunzionalita` tiroidea |
|
HIV |
| |