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“Ormai
devo andare in farmacia con la sporta della spesa” mi
dice oggi la figlia di un sessantenne in politerapia
cronica, e non ha tutti i torti di sbuffare, poiché il
padre, affetto da malattia
dismetabolica,
le ha delegato l’approvvigionamento periodico delle sue
numerose scatolette.
Per sottrarsi all’ingrato compito mi chiede
informazioni sull’esistenza
di “una sola medicina che possa andar bene per tutto”,
vista sul web (mi allega anche l’articolo in inglese) e
abbozza che la potrebbe prendere anche lei come
prevenzione…….
La
"Polipillola che fa bene a tutto"
Sembra
che sia stata finalmente inventata la pillola che previene
tutti i mali. Somministrata a persone sane, a puro scopo
preventivo, essa ridurrebbe dall'80 al 90% degli eventi
cardiovascolari futuri in un soggetto ora asintomatico.
Sembra
che un numero sempre maggiore di specialisti abbia deciso
di introdurla nella routine prescrittiva. La polipillola
contiene:
-
una
statina (atorvastatina 10 mg o simvastatina 40 mg)
-
diuretico
diazidico, mezza dose
-
beta
bloccante, mezza dose
-
un
sartanico, mezza dose
-
acido
folico 0,8 mg
-
ASA,
75 mg
BMJ 2003;326:1419 (28 June)
A strategy to reduce cardiovascular disease by more
than 80%
N J Wald, professor1, M R Law, professor1
Results The formulation which met our objectives was: a
statin (for example, atorvastatin (daily dose 10 mg) or
simvastatin (40 mg)); three blood pressure lowering drugs
(for example, a thiazide, a blocker, and an angiotensin
converting enzyme inhibitor), each at half standard dose;
folic acid (0.8 mg); and aspirin (75 mg). We estimate that
the combination (which we call the Polypill) reduces IHD
events by 88% (95% confidence interval 84% to 91%) and
stroke by 80% (71% to 87%). One third of people taking
this pill from age 55 would benefit, gaining on average
about 11 years of life free from an IHD event or stroke.
Summing the adverse effects of the components observed in
randomised trials shows that the Polypill would cause
symptoms in 8-15% of people (depending on the precise
formulation).
Conclusion The Polypill strategy could largely prevent
heart attacks and stroke if taken by everyone aged 55 and
older and everyone with existing cardiovascular disease.
It would be acceptably safe and with widespread use would
have a greater impact on the prevention of disease in the
Western world than any other single intervention.
Thu,
08 Jan 2004 23:16:58 GMT http://zamperini.tripod.com/Polipillola.htm
Una
pillola messa a punto in Gran Bretagna può allungare
l'esistenza di vent'anni se assunta quotidianamente,
riducendo l'impatto di malattie cardiovascolari. I due
scienziati britannici che hanno messo a punto la pasticca
dedicata agli over 55, potrebbe ridurre dell'80% infarti
ed ictus. Il medicinale, denominato Polypill (Polipillola)
e' opera dei professori Nicholas Walds e Malcom Law
dell'istituto Wolfson di medicina preventiva dell'Universita'
di Londra.
Il segreto della nuova pillola, che secondo i ricercatori
costerebbe meno di 1, 4 euro al giorno, è nel mix di
ingredienti che la compongono. Si tratta infatti di una
combinazione di sei ingredienti: aspirina, acido folico,
tre farmaci per ridurre la pressione sanguigna ed uno per
abbassare il colesterolo. La pillola provoca disturbi
collaterali minimi, e avrebbe nel mondo occidentale un
impatto sulla prevenzione della malattia maggiore di
qualsiasi altro tipo d'intervento.
L'unico avvertimento dei ricercatori è che la ricerca
deve essere ulteriormente sviluppata prima che la medicina
possa essere prescritta ai pazienti, i quali dovranno
prima essere sottoposti ad un check-up generale del loro
stato di salute. Il farmaco infatti non potra' essere
somministrato agli asmatici che non possono assumere
medicinali betabloccanti e a chi non tollera l'aspirina.
L'efficacia della Polypill si basa sui risultati di 750
sperimentazioni i quali hanno dimostrato che i componenti
individuali della pasticca hanno un ruolo determinante nel
ridurre il rischio di malattie cardiache.
''L'idea, sostenuta dai risultati di molti studi e' che se
tutti noi a 55 anni prendiamo la Polypill con i suoi sei
ingredienti, l'80% degli ictus ed infarti non ci sarebbe
più'', ha dichiarato oggi ad una conferenza stampa
Richard Smith, direttore della rivista British Medical
Journal, sottolineando la ''genialita''' della proposta
degli scienziati che hanno presentato il farmaco.
Le malattie cardiovascolari, uno dei maggiori killer nel
mondo occidentale, soltanto in Gran Bretagna colpiscono la
meta' della popolazione. Il professor Charles George,
direttore dell'associazione di cardiologia British Heart
Foundation e' uno dei molti che ha salutato con
soddisfazione il medicinale, ma ha ammonito: ''Polypill
non dovrebbe dare alla gente la licenza di condurre vite
insalubri''.
http://www.italiasalute.it/News
Un
"pillolone" al giorno toglie l'infarto di
torno?
Una
domanda per aprire un dibattito con gli amici di
tuttocuore.it
La
notizia
Durante l'estate il British Medical Journal ha pubblicato
un articolo dal titolo accattivante. "Una
strategia per ridurre le malattie cardiovascolari
dell'80%".
Non c'era un punto interrogativo nel titolo e quindi non
si avanzava un'ipotesi, si esprimeva una certezza.
Di che si tratta?
Due ricercatori di nome Wald e Law sono
partiti dalla seguente ipotesi: sono numerosissimi gli
studi clinici che hanno documentato l'efficacia di diversi
farmaci nella prevenzione primaria e secondaria delle
malattie del cuore e del cervello; se i farmaci sono
efficaci singolarmente, probabilmente possono potenziare
il loro effetto benefico se assunti assieme, meglio ancora
se compattati in un'unica pillola.
Con accanimento da certosini hanno analizzato circa 750
studi clinici che avevano coinvolto oltre 400.000
soggetti, e alla fine la loro sentenza è stata la
seguente:
"Se mettiamo in una stessa pillola aspirina a
basse dosi, statine (per abbassare il colesterolo),
ace-inibitori, beta-bloccanti e diuretici a basse dosi
(per abbassare la pressione) ed acido folico e la diamo a
tutti i soggetti di età superiore a 55 anni,
indipendentemente dal fatto che abbiano già avuto un
infarto o meno, e senza tener conto del fatto che abbiamo
o meno la pressione e il colesterolo alti, abbiamo
calcolato che si potrebbero ridurre i guai coronarici
dell'88% e quelli cerebrali dell'80%. Inoltre si potrebbe
allungare in media la vita, senza problemi di cuore, di
circa 11 anni."
Considerando che nei paesi industrializzati dell'occidente
la malattie cardiovascolari causano poco meno della metà
di tutte le morti e che nei paesi in via di sviluppo si
prevede un'esplosione di malattie cardiovascolari nei
prossimi decenni, con il pillolone si risparmierebbero
milioni di infarti e di ictus e si allungherebbe e
migliorerebbe la vita di milioni di persone.
A quale prezzo?
Secondo Wald e Law con relativamente pochi effetti
collaterali; hanno calcolato che tra l'8 e il 15% dei
soggetti potrebbero avere qualche disturbo indotto dal
pillolone; nettamente meno di quelli che potrebbero trarne
beneficio. Quindi il rapporto rischio/beneficio sarebbe
favorevole. E tale sarebbe anche il rapporto
costo/beneficio, anche perchè i farmaci compattati nel
pillolone sono usciti o stanno per uscire dalla protezione
brevettuale e quindi verrebbero a costare molto meno come
"generici".
Se l'articolo non fosse stato pubblicato dal prestigioso
British Medical Journal e non fosse stato accompagnato da
un editoriale, prudente ma certamente non negativo, del
condirettore della rivista, la notizia sarebbe
probabilmente stata considerata un "bufala"
giornalistica; invece sta suscitando un vivace dibattito
tra gli addetti ai lavori.
Dentro la notizia
Per allargare il dibattito anche a chi il pillolone
dovrebbe assumere è necessario andare un po' più a
fondo, cercare di capire meglio di cosa si tratta.
E' vero che i farmaci previsti come componenti del
pillolone si sono dimostrati molto efficaci nei soggetti
che avevano già avuto un infarto o un ictus, o in quelli
senza malattia ma con numerosi fattori di rischio
(pressione alta, colesterolo alto, fumo, sedentarietà).
Essi sono stati testati in studi specifici per ogni
farmaco, ma è anche vero che i pazienti in studio
assumevano anche gli altri farmaci di documentata
efficacia: in pratica quando è stato testato un
ace-inibitore esso è stato aggiunto agli altri farmaci
come statine, aspirina, betabloccanti e quindi la sua
efficacia è stata documentata in aggiunta e non in
alternativa a quella già prodotta dagli altri. E' vero
che gli effetti collaterali sono stati limitati (basti
pensare che la sostanza con i più numerosi e gravi
effetti collaterali è la benamata aspirina)
Ma...
Gli studi clinici sono stati eseguiti su pazienti con una
specifica malattia, rigidamente selezionati, sottoposti a
ripetute valutazioni e a un monitoraggio ossessivo e
quindi in un contesto molto controllato, radicalmente
diverso da quello proposto per il pillolone, che non
prevede selezione se non per l'età superiore a 55 anni,
non richiede test prima dell'ingresso e non suggerisce
alcun controllo successivo, se non in caso di disturbi. E'
altamente probabile che in una tale situazione gli eventi
avversi, anche gravi, da farmaco potrebbero essere molto
più numerosi del previsto.
La tecnica farmaceutica supportata dagli sviluppi
tecnologici sarà probabilmente in grado in breve tempo di
assemblare 5-6 farmaci diversi in una sola pillola (tant'è
vero che Wald e Law si sono cautelati chiedendo il
brevetto della loro idea), ma sarà assolutamente
necessario verificare preventivamente il pillolone in
studi specifici, per misurarne la reale efficacia e
valutarne i concreti effetti collaterali.
Ma c'è di più...
Al di là degli aspetti strettamente tecnici, la proposta
da Wald e Law è una rivoluzione culturale rispetto alle
strategie di prevenzione primaria sino ad ora promosse da
medici, epidemiologi e organi istituzionali: sino ad ora
le strategie di popolazione cioè quelle rivolte a tutti
coloro che sono sani hanno puntato non certo sulla terapia
farmacologica ma solo o soprattutto sulla modificazione
degli stili di vita (controllo del peso, abolizione del
fumo, incremento dell'attività fisica...) Ora avanza
l'ipotesi di dare a tutti il pillolone, usando come unica
discriminante l'età (almeno questo viene riconosciuto: è
inutile trattare per anni soggetti giovani e sani, che
hanno scarsissime probabilità di andare incontro a un
problema cardiovascolare).
In buona sostanza ciò significa ammettere che siamo tutti
malati dopo i 55 anni con una serie di ricadute non
indifferenti:
-
psicologiche:
la "farmacologizzazione" della prevenzione
primaria potrebbe indurre ricadute negative
sull'immagine di sé, indurre atteggiamenti
ipocondriaci e peggiorare la qualità della vita.
-
sociali:
potrebbe passare nell'immaginario collettivo il
messaggio che gli stili di vita salutari non sono
necessari, perché comunque il rischio è corretto
dalla pillola; obesità, fumo, inattività fisica
potrebbero ulteriormente aumentare continuando ad
esercitare il loro effetto grandemente negativo, non
solo sulle patologie aterosclerotiche, ma anche
tumorali e polmonari
-
culturali:
non ho sufficiente competenza specifica per formulare
previsioni, ma ritengo che un approccio di questo tipo
porterebbe fatalmente a una rimodulazione del concetto
stesso di malattia, a potrebbe deresponsabilizzare
rispetto all'idea che ognuno è parte attiva nella
promozione della propria salute.
"Haute couture" o "pret a porter"?
Il dilemma di fondo per una efficace prevenzione
farmacologica potrebbe essere esemplificato nel modo
seguente: è preferibile la “haute couture” o il
"pret a porter"?
Non c'è dubbio che ogni clinico e ogni paziente
preferirebbero un vestito su misura e di ottimo taglio ;
ciò tuttavia richiede disponibilità di tempo per le
prove e di denaro per la sartoria. Ma se solo pochi
riescono ad avvantaggiarsi di questa prestazione d'alto
livello, è gioco forza ricorrere all'abito confezionato,
che magari non è perfetto, casca male e impaccia un po' i
movimenti, ma almeno è disponibile per molti se non per
tutti, costa meno e non richiede altro tempo che quello di
entrare in negozio fare la scelta, controllare la misura e
concordare pochi marginali aggiustamenti.
La Polypill è l'estremizzazione del concetto del "pret
a porter": si offre a tutti indistintamente una sorta
di tunica unisex, ma ne hanno diritto solo quelli di
taglia dai 55 in su. In questo modo si ottiene che tutti
siano almeno adeguatamente coperti, con costi accettabili
per la comunità e vantaggi sociali; è tuttavia
necessario che la tunica sia di buon tessuto, non provochi
irritazione cutanea, eviti il freddo d'inverno e il colpo
di calore d'estate...
Non sappiamo ancora se il pillolone risponde a tutti
questi requisiti
In conclusione quanto proposto sul British Medical
Journal, non deve essere bollato come eresia, ma essere
considerato una provocazione da approfondire e dibattere.
E, se l'ipotesi si sviluppa, andrà verificata con gli
strumenti classici della ricerca clinica prima di entrare
nell'uso comune. Se le cose vanno bene il mio paziente
dovrà attendere almeno qualche anno!
Poiché tuttavia l'ipotesi del pillolone può avere
rilevanti ricadute generali, è opportuno non limitare il
dibattito nel chiuso dell'accademia, sarebbe interessante
conoscere le opinioni dei frequentatori di questo sito.
La Polypill è un business? Un semplice problema di
tecnica farmaceutica? Una rivoluzione delle strategie
preventive? Una mutazione antropologica? Il dibattito è
aperto!>
Carlo Schweiger
Presidente Heart Care Foundation
http://www.tuttocuore.it/areapubblica/aree/news/
Sul British Medical Journal
di questa settimana (GIUGNO 2003 n.d.r)una proposta
sostenuta da due professori di Londra per creare una 'polipillola',
che conterrebbe in una unica pillola sei molecole di cui
si è già ampiamente dimostrata l'utilità, se
somministrate singolarmente, per ridurre l'incidenza delle
malattie cardiovascolari (prima causa di morte), ictus
cerebrale incluso (prima causa di disabilità). Secondo
gli autori, che per arrivare alle loro conclusioni hanno
analizzato 750 studi clinici con un totale di 400.000
partecipanti, la superpillola ridurrebbe il rischio
generale di ammalarsi del 80% se data indiscriminatamente
a tutte le persone sopra i 55 anni. Un terzo delle persone
trattate guadagnerebbe 11 anni di vita senza infarto o
ictus. Solo il 2% dovrebbe terminare la cura per effetti
collaterali e solo 1 persona su 10.000 potrebbe avere
effetti collaterali fatali. Ovviamente, la proposta (per
quanto valida) è provocatoria e suscita le reazioni
critiche dei guardiani della scientificità che (con
qualche ragione) sostengono che un simile approccio di
distribuzione indiscriminata di farmaci multipli vada
sperimentato prima di proporlo. Inoltre, non sarebbe
possibile prevedere l'effetto della combinazione di sei
farmaci avendo a disposizione dati ricavati dalla loro
singola sperimentazione. Chi comunque volesse non
aspettare le lunghe sperimentazioni cliniche, ecco
qui la ricetta. Gli ingredienti sono aspirina, una
statina, un beta-bloccante, un diuretico tiazidico e un
inibitore ACE (gli ultimi tre a dosaggio dimezzato).
Inoltre, acido folico (una vitamina sicuramente innocente)
che abbassa i valori di omocisteina, un dimostrato fattore
di rischio non solo per l'arteriosclerosi ma anche per la
malattia di Alzheimer e altre demenze (v. questa
notizia su neurologia.it). Tutti gli ingredienti sono
disponibili anche in Italia, per cui chi convincesse il
suo medico a fare una ricetta potrebbe già fabbricarsela.
Un ultimo aspetto degno di nota: i proponenti sostengono
che la pillola è molto economica in quanto può usare
farmaci generici di cui è scaduto il brevetto. Loro
stessi, intanto, hanno chiesto il brevetto (e il marchio
registrato 'Polypill'). Non per gli ingredienti, ma per
l'idea di metterli in una singola pillola. Il fatto che
con tutto ciò trovino il sostegno in un editoriale
del rinomato British Medical Journal suscita clamore.
www.neurologia.it/2003/
……………………Per
terminare l'elenco, non certamente esaustivo è utile
ricordar la proposta, recentemente avanzata da una ricerca
pubblicata su una prestigiosa rivista
medica, di proporre a tutta la popolazione, a partire
dall'età di 55 anni,l'assunzione di una cosiddetta "Polypill"
alfine di ridurre significativamente gli eventi
cardiovascolarix e, crediamo, anche gli interventi di
"salute pubblica" e di promozione della salute
che mirano a favorire comportamenti ed attitudini in grado
di agire favorevolmente sull'insorgere delle malattie
ischemiche.
A
nessuno sfugge che queste dinamiche comporteranno per
centinaia di migliaia e milioni di persone una modifica
del loro statuto sanitario.
Queste
dinamiche sono promosse e sostenute dai produttori di
tecnologia medico-sanitaria e beneficiano del sostegno di
professionisti della salute. Essi si sono infatti da tempo
accorti che è possibile espandere i mercati, aumentare i
profitti, il potere e la considerazione professionali se
si arriva ad etichettare ed a convincere persone in buona
salute che in realtà esse sono
invece
"ammalate".
La
costruzione sociale delle malattie sta per essere
sostituita da quella industriale.
Queste
dinamiche avranno all'evidenza conseguenze maggiori
sull'angoscia sociale, la salute ed il benessere degli
individui, sulla pratica medica, sulle iniziative di
salute pubblica, sulle spese pubbliche e private per la
sanità, sull'equità d'accesso ai servizi, quindi sulle
possibilità di sviluppo futuro dei sistemi sanitari,
quindi su tutti noi.
B.
Per una nuova cultura della sanità
Che
il cittadino, se meglio informato, sia in grado di
esprimere preferenze diverse da quelle che avrebbe
espresso se esposto all'informazione "classica"
(cioè centrata sui soli benefici di regola
"amplificati" di un determinato consumo) è
dimostrato da più studi. Ne citiamo due concernenti
ancora gli screening.
Uno
studio che abbiamo condotto mostra come il 60% della
popolazione (!) sia disponibile a sottoporsi ad uno
screening di assoluta inutilità per l'identificazione
precoce, tramite un test poco sensibile e specifico (tumor
marker CA 19.9), di un tumore raro (cancro al
pancreas) e praticamente incurabile (sopravvivenza a 5
anni: 3%). La disponibilità scende al 13.5%
quando
sono state date ai probandi informazioni sulla poca
sensibilità del test (70% di "falsi positivi"),
sull'incidenza annuale della malattia nella popolazione
generale (11 casi su 100'000) e sulla sua pratica
"non curabilità"xi.
Wolf
ha ottenuto risultati analoghi riguardo ad uno screening
inutile eprobabilmente perfino dannosoxii che oggi è
promosso con grande insistenza, quello del PSA per
l'identificazione "precoce" del cancro alla
prostataxiii,xiv ,xv .
Ne
consegue che una politica della salute dovrebbe agire su
due assi prioritari, il primo a livello culturale,
l'altro a livello strutturale. Finora è stato
privilegiato solo l'aspetto strutturale e segnatamente gli
aspetti d'organizzazione, di finanziamento e di gestione
dei servizi.
Ora
si tratta di promuovere l'intervento mirante a modificare
la "cultura" che la società civile e
l'individuo hanno verso le attese "mitiche" di
efficacia reale e potenziale dei servizi sanitari,
attese che dovrebbero essere ricondotte alla realtà
dell'"evidenza". L'interazione tra i due assi
prioritari d'intervento è evidente e sicuramente
necessaria davanti alle "scelte strategiche" che
ci attendono dovute all'impossibilità di immettere nell"'universalismo"
dei servizi tutte le tecnologie che saranno proposte dal
mercato e che beneficeranno presso l'opinione pubblica del
sostegno entusiasta ed acritico dei media, dei
professionisti della salute e dell'industria.
Lo
scollamento tra le attese di benessere indotte dalle
esplosive realtà e potenzialità della medicina del XXI
secolo e le risorse disponibili, per definizione limitate,
costringeranno ad operare delle scelte e a definire delle
priorità al fine di mantenere in vita l'universalità
dell'accesso almeno a quelle prestazioni che saranno
giudicate efficaci, adeguate e necessarie per risolvere o
gestire problemi sanitari ritenuti prevalenti a livello
sociale. Le
discussioni sui criteri e sui fondamenti etici che
presiederanno a queste scelte
saranno probabilmente lacerantixvi.
Da
un lato vedremo schierati l'industria ed i centri di
ricerca che, grazie a biologi, chimici, fisici, ingegneri
e medici, produrranno nuove tecnologie da immettere sul
mercato medico-sanitario, dall'altro avremo la politica
che dovrà decidere quali innovazioni, quante, a che
prezzo, ma soprattutto a scapito di quali altre
prestazioni e tecnologie, potranno essere incluse nel
"pacchetto
universale" di prestazioni sanitarie a cui tutti
avranno accesso a costo socializzatoxvii. Consiglieri
determinanti per queste "tragiche" scelte
saranno i medici, gli economisti, i giuristi e gli esperti
di etica.
I
futuri sistemi sanitari a costo socializzato funzioneranno
nel quadro di rigidi "budgets", che saranno
gestiti con gli strumenti ormai globalizzati del "managed
care". A questo punto la politica dovrà ancor più
fare i conti con le attese "mitiche"
intrattenute e promosse da un'imbricazione di conflitti di
interessi.
Vorremmo
comunque concludere questa nota in modo ottimista,
riprendendo un editoriale di Richard Smith, sul "British
Medical Journal"xviii.
Scrive
Smith che oggigiorno l'azione probabilmente più urgente e
utile da intraprendere è quella di agire sulle attese,
ormai mitiche, che la società ha verso l'efficacia
"a 360 gradi" della medicina, dicendo finalmente
all'opinione pubblica anche che (l'ordine è quello
indicato dall'Autore):
Ü
la morte è inevitabile;
Ü
la maggior parte delle malattie gravi non può essere
guarita;
Ü
gli antibiotici non servono per curare l'influenza;
Ü
le protesi artificiali ogni tanto si rompono;
Ü
gli ospedali sono luoghi pericolosi;
Ü
ogni medicamento ha anche degli effetti secondari;
Ü
la maggioranza degli interventi medici danno solo
benefici marginali
e
molti non funzionano affatto;
Ü
gli screening producono anche risultati falsi negativi
e falsi positivi;
Ü
ci sono modi migliori di spendere i soldi che
utilizzarli per acquistare
tecnologia
medico-sanitaria.
Un
cambiamento di cultura sembra quindi più che mai urgente
e indispensabile: tuttavia, affinché i messaggi siano
credibili presso l'opinione pubblica, essi devono essere
emessi dalla razionalità medica e non da quella economica
o da quella politica. E questo è probabilmente il vero
problema.
Bibliografia
e articolo complesto su
http://www.epidemiologia.it/Convegni/convegno_2003/programmi_giorn/pdf/Domenighetti.pdf
Prevenzione
quattro in uno
Si
chiama Polypill e sembra in grado di ridurre
considerevolmente infarti e ictus grazie alla sua azione
combinata sui quattro principali fattori di rischio delle
malattie cardiovascolari. La notizia viene dal British
Medical Journal e si basa sull’osservazione, di per sé
banale, dei due autori della ricerca che ridurre
contemporaneamente colesterolo LDL, omocisteina, pressione
sanguigna e funzione piastrinica riduce l’incidenza dei
fenomeni cardiovascolari. Hanno pensato così ad una
formulazione che includesse una statina, tre agenti
ipotensivi nonché acido folico e aspirina. La pillola
“prodigiosa” sarebbe particolarmente indicata per i
soggetti oltre i 55 anni che sono quelli più a rischio.
Qualche dubbio, invece, dall’American Heart Association
riguardo agli altri pazienti per i quali sono maggiori i
rischi comparati ai potenziali benefici. M.M.
(Wald
N J and Law M R. A strategy to reduce cardiovascular
disease by more than 80%. BMJ 2003; 326: 1419)
http://pro.dica33.it/article.asp?idref=33&aid=53617
Una
polipillola per il cuore
La
proposta di due medici britannici: più farmaci riuniti in
un preparato da somministrare a tutti oltre una certa età
Lo
scenario è inquietante e affascinante allo stesso tempo.
Un giorno neanche tanto lontano, tutti gli
ultracinquantenni potrebbero prendere d'abitudine, tutti i
giorni, a prescindere dallo stato di salute, una sorta di
pillola magica. La panacea del ventunesimo secolo si
chiama polipillola: un medicinale che, a detta di chi la
propone, dovrebbe tagliare di quasi il 90 per cento il
rischio di accidenti cardio e cerebrovascolari.
L'idea
sembra fantascienza ma è il frutto di un ragionamento
serio, sviluppato due esperti di medicina preventiva
dell'Università di Londra, Nicholas Wald e Malcolm Law. I
due studiosi sono partiti dalla constatazione che ormai,
tanto per la cardiopatia ischemica quanto per l'ictus
cerebrale, esistono innumerevoli studi che individuano i
fattori di rischio principali e i farmaci capaci
combatterli. Si conoscono anche, in termini quantitativi,
l'entità della prevenzione offerta da ciascun singolo
farmaco e i rapporti fra le dosi somministrate e gli
effetti. Un intelligente studio della letteratura e
parecchie esperienze pilota hanno spinto Wald e Law a
prendere in particolare considerazione quattro fattori di
rischio, che possono essere contrastati con relativa
facilità.
Il
primo è il colesterolo LDL, che si riduce mediante
assunzione di statine. L'esperienza dimostra che la
somministrazione di 40 milligrammi di simvastatina ogni
sera riduce il numero degli eventi ischemici a carico del
cuore del 61 per cento. Viene poi la pressione arteriosa,
che si abbassa con vari ipotensivi. Sia i tiazidici sia i
beta bloccanti e gli ACE inibitori riducono la frequenza
d'eventi coronarici nel 46 per cento dei casi. E'
importante sottolineare che tali ipotensivi sono attivi già
a basse dosi e che le percentuali della prevenzione non
dipendono in modo stretto dai valori pressori di partenza.
Il terzo elemento è l'omocisteina sierica; se si dà
acido folico (8 milligrammi al giorno) per ridurla si
previene il 16 per cento degli attacchi coronarici. C'è
infine la funzione delle piastrine: è noto che con 75
milligrammi di aspirina al giorno si previene il 34 per
cento degli infarti.
Wald
e Law si sono dunque chiesto: "Che cosa succederebbe
se prendessimo 100 pazienti predisposti all'infarto e
somministrassimo loro, tutti giorni, gli antidoti a tutti
e quattro i fattori di rischio citati?"
Il
calcolo, a detta dei due studiosi, non è difficile. La
simvastatina salverebbe 61 dei 100. Resterebbero a rischio
in 39. Gli ipotensivi eviterebbero l'infarto al 46 per
cento di costoro. Resterebbero pertanto a rischio 21
individui, il 16 per cento dei quali sarebbe protetto
dall'acido folico, lasciandone in pericolo 18. Il 34 per
cento di costoro resterebbe sano per merito dell'aspirina.
In definitiva, si ammalerebbero (o morirebbero) solo 12
dei 100 pazienti considerati. L'88 per cento di essi,
dunque, avrebbe evitato la cardiopatia. In base al
medesimo calcolo, avrebbe evitato un ictus l'80 per cento
dei soggetti, senza sensibile differenza fra uomini e
donne.
In
base a questo ragionamento i due studiosi hanno concepito
l'idea della polipillola: una compressa contenente
simvastatina, acido folico e aspirina alle dosi sopra
citate, più una miscela di tre ipotensivi (un tiazidico,
un beta bloccante e un ACE inibitore, ognuno in quantità
corrispondente a metà del dosaggio abituale usato per
quel farmaco). Una sperimentazione pilota ha dimostrato
che la somma dei sei prodotti è ben tollerata. Si hanno
effetti collaterali, non gravi, nell'8-15 per cento dei
casi. Il componente più ostico è l'aspirina, che in ogni
caso, alla dose impiegata, non ha prodotto emorragie
importanti. "In casi particolari, del resto, nulla
impedisce di usare varianti della polipillola
classica" sostengono i due sanitari di Londra.
Chi
dovrebbe prendere il farmaco? "Tutti coloro che sono
a rischio significativo" affermano Wald e Law.
"Cioè tutti coloro che hanno più di 55 anni e tutti
coloro che, a prescindere dall'età, hanno manifestato
segni di vasculopatia". La polipillola dovrebbe
costare abbastanza poco, perché fra gli ipotensivi sono
stati scelti i prodotti meno cari. In più, l'assunzione
della polipillola dovrebbe abolire la necessità di
ripetere di continuo i controlli di laboratorio, in base a
due elementi: al presupposto che venga data un po' a
tutti, e non solo a coloro che hanno qualche parametro
anomalo; e in base alla constatazione che la percentuale
di successo della prevenzione è di norma indipendente dal
valore assoluto della pressione arteriosa e del
colesterolo LDL.
Di
certo Wald e Law non sono idealisti: hanno fatto
brevettare l'idea della polipillola e anche il suo nome
commerciale. L'idea però è stata approvata con
entusiasmo anche da un editoriale firmato da Anthony
Rodgers dell'Università di Auckland in Nuova Zelanda. Che
dichiaratamente, anche se il nuovo farmaco avrà successo,
non intascherà un soldo.
di
Massimo Obbiassi - Tempo
Medico n. 771
26
ottobre 2003
Fonte:
Brit.Med.J. 2003; 326: 1407 e 1419 (e-mail: n.j.wald@qmul.ac.uk)
http://www.tempomedico.it/2003/771/new.php?id=002
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