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Polipillola
 

“Ormai devo andare in farmacia con la sporta della spesa” mi dice oggi la figlia di un sessantenne in politerapia cronica, e non ha tutti i torti di sbuffare, poiché il padre, affetto da  malattia  dismetabolica, le ha delegato l’approvvigionamento periodico delle sue numerose scatolette.  Per sottrarsi all’ingrato compito mi chiede informazioni  sull’esistenza di “una sola medicina che possa andar bene per tutto”, vista sul web (mi allega anche l’articolo in inglese) e abbozza che la potrebbe prendere anche lei come prevenzione…….

La "Polipillola che fa bene a tutto"

Sembra che sia stata finalmente inventata la pillola che previene tutti i mali. Somministrata a persone sane, a puro scopo preventivo, essa ridurrebbe dall'80 al 90% degli eventi cardiovascolari futuri in un soggetto ora asintomatico.

Sembra che un numero sempre maggiore di specialisti abbia deciso di introdurla nella routine prescrittiva. La polipillola contiene:

  1. una statina (atorvastatina 10 mg o simvastatina 40 mg)

  2. diuretico diazidico, mezza dose

  3. beta bloccante, mezza dose

  4. un sartanico, mezza dose

  5. acido folico 0,8 mg

  6. ASA, 75 mg


BMJ 2003;326:1419 (28 June)
A strategy to reduce cardiovascular disease by more than 80%
N J Wald, professor1, M R Law, professor1
Results The formulation which met our objectives was: a statin (for example, atorvastatin (daily dose 10 mg) or simvastatin (40 mg)); three blood pressure lowering drugs (for example, a thiazide, a blocker, and an angiotensin converting enzyme inhibitor), each at half standard dose; folic acid (0.8 mg); and aspirin (75 mg). We estimate that the combination (which we call the Polypill) reduces IHD events by 88% (95% confidence interval 84% to 91%) and stroke by 80% (71% to 87%). One third of people taking this pill from age 55 would benefit, gaining on average about 11 years of life free from an IHD event or stroke. Summing the adverse effects of the components observed in randomised trials shows that the Polypill would cause symptoms in 8-15% of people (depending on the precise formulation).
Conclusion The Polypill strategy could largely prevent heart attacks and stroke if taken by everyone aged 55 and older and everyone with existing cardiovascular disease. It would be acceptably safe and with widespread use would have a greater impact on the prevention of disease in the Western world than any other single intervention.

Thu, 08 Jan 2004 23:16:58 GMT http://zamperini.tripod.com/Polipillola.htm

Una pillola messa a punto in Gran Bretagna può allungare l'esistenza di vent'anni se assunta quotidianamente, riducendo l'impatto di malattie cardiovascolari. I due scienziati britannici che hanno messo a punto la pasticca dedicata agli over 55, potrebbe ridurre dell'80% infarti ed ictus. Il medicinale, denominato Polypill (Polipillola) e' opera dei professori Nicholas Walds e Malcom Law dell'istituto Wolfson di medicina preventiva dell'Universita' di Londra.
Il segreto della nuova pillola, che secondo i ricercatori costerebbe meno di 1, 4 euro al giorno, è nel mix di ingredienti che la compongono. Si tratta infatti di una combinazione di sei ingredienti: aspirina, acido folico, tre farmaci per ridurre la pressione sanguigna ed uno per abbassare il colesterolo. La pillola provoca disturbi collaterali minimi, e avrebbe nel mondo occidentale un impatto sulla prevenzione della malattia maggiore di qualsiasi altro tipo d'intervento.
L'unico avvertimento dei ricercatori è che la ricerca deve essere ulteriormente sviluppata prima che la medicina possa essere prescritta ai pazienti, i quali dovranno prima essere sottoposti ad un check-up generale del loro stato di salute. Il farmaco infatti non potra' essere somministrato agli asmatici che non possono assumere medicinali betabloccanti e a chi non tollera l'aspirina.
L'efficacia della Polypill si basa sui risultati di 750 sperimentazioni i quali hanno dimostrato che i componenti individuali della pasticca hanno un ruolo determinante nel ridurre il rischio di malattie cardiache.
''L'idea, sostenuta dai risultati di molti studi e' che se tutti noi a 55 anni prendiamo la Polypill con i suoi sei ingredienti, l'80% degli ictus ed infarti non ci sarebbe più'', ha dichiarato oggi ad una conferenza stampa Richard Smith, direttore della rivista British Medical Journal, sottolineando la ''genialita''' della proposta degli scienziati che hanno presentato il farmaco.
Le malattie cardiovascolari, uno dei maggiori killer nel mondo occidentale, soltanto in Gran Bretagna colpiscono la meta' della popolazione. Il professor Charles George, direttore dell'associazione di cardiologia British Heart Foundation e' uno dei molti che ha salutato con soddisfazione il medicinale, ma ha ammonito: ''Polypill non dovrebbe dare alla gente la licenza di condurre vite insalubri''.

http://www.italiasalute.it/News

Un "pillolone" al giorno toglie l'infarto di torno? 
Una domanda per aprire un dibattito con gli amici di tuttocuore.it

La notizia

Durante l'estate il British Medical Journal ha pubblicato un articolo dal titolo accattivante. "Una strategia per ridurre le malattie cardiovascolari dell'80%".
Non c'era un punto interrogativo nel titolo e quindi non si avanzava un'ipotesi, si esprimeva una certezza.

Di che si tratta?

Due ricercatori di nome Wald e Law sono partiti dalla seguente ipotesi: sono numerosissimi gli studi clinici che hanno documentato l'efficacia di diversi farmaci nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie del cuore e del cervello; se i farmaci sono efficaci singolarmente, probabilmente possono potenziare il loro effetto benefico se assunti assieme, meglio ancora se compattati in un'unica pillola.
Con accanimento da certosini hanno analizzato circa 750 studi clinici che avevano coinvolto oltre 400.000 soggetti, e alla fine la loro sentenza è stata la seguente:
"Se mettiamo in una stessa pillola aspirina a basse dosi, statine (per abbassare il colesterolo), ace-inibitori, beta-bloccanti e diuretici a basse dosi (per abbassare la pressione) ed acido folico e la diamo a tutti i soggetti di età superiore a 55 anni, indipendentemente dal fatto che abbiano già avuto un infarto o meno, e senza tener conto del fatto che abbiamo o meno la pressione e il colesterolo alti, abbiamo calcolato che si potrebbero ridurre i guai coronarici dell'88% e quelli cerebrali dell'80%. Inoltre si potrebbe allungare in media la vita, senza problemi di cuore, di circa 11 anni."
Considerando che nei paesi industrializzati dell'occidente la malattie cardiovascolari causano poco meno della metà di tutte le morti e che nei paesi in via di sviluppo si prevede un'esplosione di malattie cardiovascolari nei prossimi decenni, con il pillolone si risparmierebbero milioni di infarti e di ictus e si allungherebbe e migliorerebbe la vita di milioni di persone.

A quale prezzo?

Secondo Wald e Law con relativamente pochi effetti collaterali; hanno calcolato che tra l'8 e il 15% dei soggetti potrebbero avere qualche disturbo indotto dal pillolone; nettamente meno di quelli che potrebbero trarne beneficio. Quindi il rapporto rischio/beneficio sarebbe favorevole. E tale sarebbe anche il rapporto costo/beneficio, anche perchè i farmaci compattati nel pillolone sono usciti o stanno per uscire dalla protezione brevettuale e quindi verrebbero a costare molto meno come "generici".
Se l'articolo non fosse stato pubblicato dal prestigioso British Medical Journal e non fosse stato accompagnato da un editoriale, prudente ma certamente non negativo, del condirettore della rivista, la notizia sarebbe probabilmente stata considerata un "bufala" giornalistica; invece sta suscitando un vivace dibattito tra gli addetti ai lavori.

Dentro la notizia

Per allargare il dibattito anche a chi il pillolone dovrebbe assumere è necessario andare un po' più a fondo, cercare di capire meglio di cosa si tratta.

E' vero che i farmaci previsti come componenti del pillolone si sono dimostrati molto efficaci nei soggetti che avevano già avuto un infarto o un ictus, o in quelli senza malattia ma con numerosi fattori di rischio (pressione alta, colesterolo alto, fumo, sedentarietà).
Essi sono stati testati in studi specifici per ogni farmaco, ma è anche vero che i pazienti in studio assumevano anche gli altri farmaci di documentata efficacia: in pratica quando è stato testato un ace-inibitore esso è stato aggiunto agli altri farmaci come statine, aspirina, betabloccanti e quindi la sua efficacia è stata documentata in aggiunta e non in alternativa a quella già prodotta dagli altri. E' vero che gli effetti collaterali sono stati limitati (basti pensare che la sostanza con i più numerosi e gravi effetti collaterali è la benamata aspirina)

Ma...

Gli studi clinici sono stati eseguiti su pazienti con una specifica malattia, rigidamente selezionati, sottoposti a ripetute valutazioni e a un monitoraggio ossessivo e quindi in un contesto molto controllato, radicalmente diverso da quello proposto per il pillolone, che non prevede selezione se non per l'età superiore a 55 anni, non richiede test prima dell'ingresso e non suggerisce alcun controllo successivo, se non in caso di disturbi. E' altamente probabile che in una tale situazione gli eventi avversi, anche gravi, da farmaco potrebbero essere molto più numerosi del previsto.
La tecnica farmaceutica supportata dagli sviluppi tecnologici sarà probabilmente in grado in breve tempo di assemblare 5-6 farmaci diversi in una sola pillola (tant'è vero che Wald e Law si sono cautelati chiedendo il brevetto della loro idea), ma sarà assolutamente necessario verificare preventivamente il pillolone in studi specifici, per misurarne la reale efficacia e valutarne i concreti effetti collaterali.

Ma c'è di più...

Al di là degli aspetti strettamente tecnici, la proposta da Wald e Law è una rivoluzione culturale rispetto alle strategie di prevenzione primaria sino ad ora promosse da medici, epidemiologi e organi istituzionali: sino ad ora le strategie di popolazione cioè quelle rivolte a tutti coloro che sono sani hanno puntato non certo sulla terapia farmacologica ma solo o soprattutto sulla modificazione degli stili di vita (controllo del peso, abolizione del fumo, incremento dell'attività fisica...) Ora avanza l'ipotesi di dare a tutti il pillolone, usando come unica discriminante l'età (almeno questo viene riconosciuto: è inutile trattare per anni soggetti giovani e sani, che hanno scarsissime probabilità di andare incontro a un problema cardiovascolare).
In buona sostanza ciò significa ammettere che siamo tutti malati dopo i 55 anni con una serie di ricadute non indifferenti:

  • psicologiche: la "farmacologizzazione" della prevenzione primaria potrebbe indurre ricadute negative sull'immagine di sé, indurre atteggiamenti ipocondriaci e peggiorare la qualità della vita.

  • sociali: potrebbe passare nell'immaginario collettivo il messaggio che gli stili di vita salutari non sono necessari, perché comunque il rischio è corretto dalla pillola; obesità, fumo, inattività fisica potrebbero ulteriormente aumentare continuando ad esercitare il loro effetto grandemente negativo, non solo sulle patologie aterosclerotiche, ma anche tumorali e polmonari

  • culturali: non ho sufficiente competenza specifica per formulare previsioni, ma ritengo che un approccio di questo tipo porterebbe fatalmente a una rimodulazione del concetto stesso di malattia, a potrebbe deresponsabilizzare rispetto all'idea che ognuno è parte attiva nella promozione della propria salute.


"Haute couture" o "pret a porter"?

Il dilemma di fondo per una efficace prevenzione farmacologica potrebbe essere esemplificato nel modo seguente: è preferibile la “haute couture” o il "pret a porter"?
Non c'è dubbio che ogni clinico e ogni paziente preferirebbero un vestito su misura e di ottimo taglio ; ciò tuttavia richiede disponibilità di tempo per le prove e di denaro per la sartoria. Ma se solo pochi riescono ad avvantaggiarsi di questa prestazione d'alto livello, è gioco forza ricorrere all'abito confezionato, che magari non è perfetto, casca male e impaccia un po' i movimenti, ma almeno è disponibile per molti se non per tutti, costa meno e non richiede altro tempo che quello di entrare in negozio fare la scelta, controllare la misura e concordare pochi marginali aggiustamenti.
La Polypill è l'estremizzazione del concetto del "pret a porter": si offre a tutti indistintamente una sorta di tunica unisex, ma ne hanno diritto solo quelli di taglia dai 55 in su. In questo modo si ottiene che tutti siano almeno adeguatamente coperti, con costi accettabili per la comunità e vantaggi sociali; è tuttavia necessario che la tunica sia di buon tessuto, non provochi irritazione cutanea, eviti il freddo d'inverno e il colpo di calore d'estate...
Non sappiamo ancora se il pillolone risponde a tutti questi requisiti

In conclusione quanto proposto sul British Medical Journal, non deve essere bollato come eresia, ma essere considerato una provocazione da approfondire e dibattere. E, se l'ipotesi si sviluppa, andrà verificata con gli strumenti classici della ricerca clinica prima di entrare nell'uso comune. Se le cose vanno bene il mio paziente dovrà attendere almeno qualche anno!

Poiché tuttavia l'ipotesi del pillolone può avere rilevanti ricadute generali, è opportuno non limitare il dibattito nel chiuso dell'accademia, sarebbe interessante conoscere le opinioni dei frequentatori di questo sito.

La Polypill è un business? Un semplice problema di tecnica farmaceutica? Una rivoluzione delle strategie preventive? Una mutazione antropologica? Il dibattito è aperto!>

Carlo Schweiger
Presidente Heart Care Foundation 

http://www.tuttocuore.it/areapubblica/aree/news/

Sul British Medical Journal di questa settimana (GIUGNO 2003 n.d.r)una proposta sostenuta da due professori di Londra per creare una 'polipillola', che conterrebbe in una unica pillola sei molecole di cui si è già ampiamente dimostrata l'utilità, se somministrate singolarmente, per ridurre l'incidenza delle malattie cardiovascolari (prima causa di morte), ictus cerebrale incluso (prima causa di disabilità). Secondo gli autori, che per arrivare alle loro conclusioni hanno analizzato 750 studi clinici con un totale di 400.000 partecipanti, la superpillola ridurrebbe il rischio generale di ammalarsi del 80% se data indiscriminatamente a tutte le persone sopra i 55 anni. Un terzo delle persone trattate guadagnerebbe 11 anni di vita senza infarto o ictus. Solo il 2% dovrebbe terminare la cura per effetti collaterali e solo 1 persona su 10.000 potrebbe avere effetti collaterali fatali. Ovviamente, la proposta (per quanto valida) è provocatoria e suscita le reazioni critiche dei guardiani della scientificità che (con qualche ragione) sostengono che un simile approccio di distribuzione indiscriminata di farmaci multipli vada sperimentato prima di proporlo. Inoltre, non sarebbe possibile prevedere l'effetto della combinazione di sei farmaci avendo a disposizione dati ricavati dalla loro singola sperimentazione. Chi comunque volesse non aspettare le lunghe sperimentazioni cliniche, ecco qui la ricetta. Gli ingredienti sono aspirina, una statina, un beta-bloccante, un diuretico tiazidico e un inibitore ACE (gli ultimi tre a dosaggio dimezzato). Inoltre, acido folico (una vitamina sicuramente innocente) che abbassa i valori di omocisteina, un dimostrato fattore di rischio non solo per l'arteriosclerosi ma anche per la malattia di Alzheimer e altre demenze (v. questa notizia su neurologia.it). Tutti gli ingredienti sono disponibili anche in Italia, per cui chi convincesse il suo medico a fare una ricetta potrebbe già fabbricarsela. Un ultimo aspetto degno di nota: i proponenti sostengono che la pillola è molto economica in quanto può usare farmaci generici di cui è scaduto il brevetto. Loro stessi, intanto, hanno chiesto il brevetto (e il marchio registrato 'Polypill'). Non per gli ingredienti, ma per l'idea di metterli in una singola pillola. Il fatto che con tutto ciò trovino il sostegno in un editoriale del rinomato British Medical Journal suscita clamore.

www.neurologia.it/2003/

 ……………………Per terminare l'elenco, non certamente esaustivo è utile ricordar la proposta, recentemente avanzata da una ricerca pubblicata su una prestigiosa rivista medica, di proporre a tutta la popolazione, a partire dall'età di 55 anni,l'assunzione di una cosiddetta "Polypill" alfine di ridurre significativamente gli eventi cardiovascolarix e, crediamo, anche gli interventi di "salute pubblica" e di promozione della salute che mirano a favorire comportamenti ed attitudini in grado di agire favorevolmente sull'insorgere delle malattie ischemiche.

A nessuno sfugge che queste dinamiche comporteranno per centinaia di migliaia e milioni di persone una modifica del loro statuto sanitario.

Queste dinamiche sono promosse e sostenute dai produttori di tecnologia medico-sanitaria e beneficiano del sostegno di professionisti della salute. Essi si sono infatti da tempo accorti che è possibile espandere i mercati, aumentare i profitti, il potere e la considerazione professionali se si arriva ad etichettare ed a convincere persone in buona salute che in realtà esse sono

invece "ammalate".

La costruzione sociale delle malattie sta per essere sostituita da quella industriale.

Queste dinamiche avranno all'evidenza conseguenze maggiori sull'angoscia sociale, la salute ed il benessere degli individui, sulla pratica medica, sulle iniziative di salute pubblica, sulle spese pubbliche e private per la sanità, sull'equità d'accesso ai servizi, quindi sulle possibilità di sviluppo futuro dei sistemi sanitari, quindi su tutti noi.

B. Per una nuova cultura della sanità

Che il cittadino, se meglio informato, sia in grado di esprimere preferenze diverse da quelle che avrebbe espresso se esposto all'informazione "classica" (cioè centrata sui soli benefici di regola "amplificati" di un determinato consumo) è dimostrato da più studi. Ne citiamo due concernenti ancora gli screening.

Uno studio che abbiamo condotto mostra come il 60% della popolazione (!) sia disponibile a sottoporsi ad uno screening di assoluta inutilità per l'identificazione precoce, tramite un test poco sensibile e specifico (tumor marker CA 19.9), di un tumore raro (cancro al pancreas) e praticamente incurabile (sopravvivenza a 5 anni: 3%). La disponibilità scende al 13.5%

quando sono state date ai probandi informazioni sulla poca sensibilità del test (70% di "falsi positivi"), sull'incidenza annuale della malattia nella popolazione generale (11 casi su 100'000) e sulla sua pratica "non curabilità"xi.

Wolf ha ottenuto risultati analoghi riguardo ad uno screening inutile eprobabilmente perfino dannosoxii che oggi è promosso con grande insistenza, quello del PSA per l'identificazione "precoce" del cancro alla prostataxiii,xiv ,xv .

Ne consegue che una politica della salute dovrebbe agire su due assi prioritari, il primo a livello culturale, l'altro a livello strutturale. Finora è stato privilegiato solo l'aspetto strutturale e segnatamente gli aspetti d'organizzazione, di finanziamento e di gestione dei servizi.

Ora si tratta di promuovere l'intervento mirante a modificare la "cultura" che la società civile e l'individuo hanno verso le attese "mitiche" di efficacia reale e potenziale dei servizi sanitari, attese che dovrebbero essere ricondotte alla realtà dell'"evidenza". L'interazione tra i due assi prioritari d'intervento è evidente e sicuramente necessaria davanti alle "scelte strategiche" che ci attendono dovute all'impossibilità di immettere nell"'universalismo" dei servizi tutte le tecnologie che saranno proposte dal mercato e che beneficeranno presso l'opinione pubblica del sostegno entusiasta ed acritico dei media, dei professionisti della salute e dell'industria.

Lo scollamento tra le attese di benessere indotte dalle esplosive realtà e potenzialità della medicina del XXI secolo e le risorse disponibili, per definizione limitate, costringeranno ad operare delle scelte e a definire delle priorità al fine di mantenere in vita l'universalità dell'accesso almeno a quelle prestazioni che saranno giudicate efficaci, adeguate e necessarie per risolvere o gestire problemi sanitari ritenuti prevalenti a livello sociale. Le discussioni sui criteri e sui fondamenti etici che presiederanno a queste scelte saranno probabilmente lacerantixvi.

Da un lato vedremo schierati l'industria ed i centri di ricerca che, grazie a biologi, chimici, fisici, ingegneri e medici, produrranno nuove tecnologie da immettere sul mercato medico-sanitario, dall'altro avremo la politica che dovrà decidere quali innovazioni, quante, a che prezzo, ma soprattutto a scapito di quali altre prestazioni e tecnologie, potranno essere incluse nel

"pacchetto universale" di prestazioni sanitarie a cui tutti avranno accesso a costo socializzatoxvii. Consiglieri determinanti per queste "tragiche" scelte saranno i medici, gli economisti, i giuristi e gli esperti di etica.

I futuri sistemi sanitari a costo socializzato funzioneranno nel quadro di rigidi "budgets", che saranno gestiti con gli strumenti ormai globalizzati del "managed care". A questo punto la politica dovrà ancor più fare i conti con le attese "mitiche" intrattenute e promosse da un'imbricazione di conflitti di interessi.

Vorremmo comunque concludere questa nota in modo ottimista, riprendendo un editoriale di Richard Smith, sul "British Medical Journal"xviii.

Scrive Smith che oggigiorno l'azione probabilmente più urgente e utile da intraprendere è quella di agire sulle attese, ormai mitiche, che la società ha verso l'efficacia "a 360 gradi" della medicina, dicendo finalmente all'opinione pubblica anche che (l'ordine è quello indicato dall'Autore):

Ü la morte è inevitabile;

Ü la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita;

Ü gli antibiotici non servono per curare l'influenza;

Ü le protesi artificiali ogni tanto si rompono;

Ü gli ospedali sono luoghi pericolosi;

Ü ogni medicamento ha anche degli effetti secondari;

Ü la maggioranza degli interventi medici danno solo benefici marginali

e molti non funzionano affatto;

Ü gli screening producono anche risultati falsi negativi e falsi positivi;

Ü ci sono modi migliori di spendere i soldi che utilizzarli per acquistare

tecnologia medico-sanitaria.

Un cambiamento di cultura sembra quindi più che mai urgente e indispensabile: tuttavia, affinché i messaggi siano credibili presso l'opinione pubblica, essi devono essere emessi dalla razionalità medica e non da quella economica o da quella politica. E questo è probabilmente il vero problema.

Bibliografia  e articolo complesto su

http://www.epidemiologia.it/Convegni/convegno_2003/programmi_giorn/pdf/Domenighetti.pdf

Prevenzione quattro in uno

Si chiama Polypill e sembra in grado di ridurre considerevolmente infarti e ictus grazie alla sua azione combinata sui quattro principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. La notizia viene dal British Medical Journal e si basa sull’osservazione, di per sé banale, dei due autori della ricerca che ridurre contemporaneamente colesterolo LDL, omocisteina, pressione sanguigna e funzione piastrinica riduce l’incidenza dei fenomeni cardiovascolari. Hanno pensato così ad una formulazione che includesse una statina, tre agenti ipotensivi nonché acido folico e aspirina. La pillola “prodigiosa” sarebbe particolarmente indicata per i soggetti oltre i 55 anni che sono quelli più a rischio. Qualche dubbio, invece, dall’American Heart Association riguardo agli altri pazienti per i quali sono maggiori i rischi comparati ai potenziali benefici. M.M.

(Wald N J and Law M R. A strategy to reduce cardiovascular disease by more than 80%. BMJ 2003; 326: 1419)

http://pro.dica33.it/article.asp?idref=33&aid=53617

Una polipillola per il cuore

La proposta di due medici britannici: più farmaci riuniti in un preparato da somministrare a tutti oltre una certa età

Lo scenario è inquietante e affascinante allo stesso tempo. Un giorno neanche tanto lontano, tutti gli ultracinquantenni potrebbero prendere d'abitudine, tutti i giorni, a prescindere dallo stato di salute, una sorta di pillola magica. La panacea del ventunesimo secolo si chiama polipillola: un medicinale che, a detta di chi la propone, dovrebbe tagliare di quasi il 90 per cento il rischio di accidenti cardio e cerebrovascolari.

L'idea sembra fantascienza ma è il frutto di un ragionamento serio, sviluppato due esperti di medicina preventiva dell'Università di Londra, Nicholas Wald e Malcolm Law. I due studiosi sono partiti dalla constatazione che ormai, tanto per la cardiopatia ischemica quanto per l'ictus cerebrale, esistono innumerevoli studi che individuano i fattori di rischio principali e i farmaci capaci combatterli. Si conoscono anche, in termini quantitativi, l'entità della prevenzione offerta da ciascun singolo farmaco e i rapporti fra le dosi somministrate e gli effetti. Un intelligente studio della letteratura e parecchie esperienze pilota hanno spinto Wald e Law a prendere in particolare considerazione quattro fattori di rischio, che possono essere contrastati con relativa facilità.

Il primo è il colesterolo LDL, che si riduce mediante assunzione di statine. L'esperienza dimostra che la somministrazione di 40 milligrammi di simvastatina ogni sera riduce il numero degli eventi ischemici a carico del cuore del 61 per cento. Viene poi la pressione arteriosa, che si abbassa con vari ipotensivi. Sia i tiazidici sia i beta bloccanti e gli ACE inibitori riducono la frequenza d'eventi coronarici nel 46 per cento dei casi. E' importante sottolineare che tali ipotensivi sono attivi già a basse dosi e che le percentuali della prevenzione non dipendono in modo stretto dai valori pressori di partenza. Il terzo elemento è l'omocisteina sierica; se si dà acido folico (8 milligrammi al giorno) per ridurla si previene il 16 per cento degli attacchi coronarici. C'è infine la funzione delle piastrine: è noto che con 75 milligrammi di aspirina al giorno si previene il 34 per cento degli infarti.

Wald e Law si sono dunque chiesto: "Che cosa succederebbe se prendessimo 100 pazienti predisposti all'infarto e somministrassimo loro, tutti giorni, gli antidoti a tutti e quattro i fattori di rischio citati?"

Il calcolo, a detta dei due studiosi, non è difficile. La simvastatina salverebbe 61 dei 100. Resterebbero a rischio in 39. Gli ipotensivi eviterebbero l'infarto al 46 per cento di costoro. Resterebbero pertanto a rischio 21 individui, il 16 per cento dei quali sarebbe protetto dall'acido folico, lasciandone in pericolo 18. Il 34 per cento di costoro resterebbe sano per merito dell'aspirina. In definitiva, si ammalerebbero (o morirebbero) solo 12 dei 100 pazienti considerati. L'88 per cento di essi, dunque, avrebbe evitato la cardiopatia. In base al medesimo calcolo, avrebbe evitato un ictus l'80 per cento dei soggetti, senza sensibile differenza fra uomini e donne.

In base a questo ragionamento i due studiosi hanno concepito l'idea della polipillola: una compressa contenente simvastatina, acido folico e aspirina alle dosi sopra citate, più una miscela di tre ipotensivi (un tiazidico, un beta bloccante e un ACE inibitore, ognuno in quantità corrispondente a metà del dosaggio abituale usato per quel farmaco). Una sperimentazione pilota ha dimostrato che la somma dei sei prodotti è ben tollerata. Si hanno effetti collaterali, non gravi, nell'8-15 per cento dei casi. Il componente più ostico è l'aspirina, che in ogni caso, alla dose impiegata, non ha prodotto emorragie importanti. "In casi particolari, del resto, nulla impedisce di usare varianti della polipillola classica" sostengono i due sanitari di Londra.

Chi dovrebbe prendere il farmaco? "Tutti coloro che sono a rischio significativo" affermano Wald e Law. "Cioè tutti coloro che hanno più di 55 anni e tutti coloro che, a prescindere dall'età, hanno manifestato segni di vasculopatia". La polipillola dovrebbe costare abbastanza poco, perché fra gli ipotensivi sono stati scelti i prodotti meno cari. In più, l'assunzione della polipillola dovrebbe abolire la necessità di ripetere di continuo i controlli di laboratorio, in base a due elementi: al presupposto che venga data un po' a tutti, e non solo a coloro che hanno qualche parametro anomalo; e in base alla constatazione che la percentuale di successo della prevenzione è di norma indipendente dal valore assoluto della pressione arteriosa e del colesterolo LDL.

Di certo Wald e Law non sono idealisti: hanno fatto brevettare l'idea della polipillola e anche il suo nome commerciale. L'idea però è stata approvata con entusiasmo anche da un editoriale firmato da Anthony Rodgers dell'Università di Auckland in Nuova Zelanda. Che dichiaratamente, anche se il nuovo farmaco avrà successo, non intascherà un soldo.

di Massimo Obbiassi - Tempo Medico n. 771

26 ottobre 2003

Fonte: Brit.Med.J. 2003; 326: 1407 e 1419 (e-mail: n.j.wald@qmul.ac.uk)

http://www.tempomedico.it/2003/771/new.php?id=002