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Italian Stroke Forum
 

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L'anno nello scompenso cardiaco
W. H. Wilson Tang, MD, Gary S. Francis, MD
J Am Coll Cardiol. 2010 55;688-696

Questo ( il 2009) è stato un anno straordinario per i progressi compiuti nell'ambito dello scompenso cardiaco, compresi gli aggiornamenti di diverse linee guida (1), il riconoscimento formale dell'esistenza dello scompenso cardiaco avanzato, del trapianto cardiaco come di una particolare branca specialistica da parte dell'American Board of Internal Medicine (2) e gli innovativi risultati ottenuti in diversi trial clinici. In questa revisione evidenzieremo alcuni dei principali sviluppi nel campo dello scompenso cardiaco ottenuti in quest'ultimo anno.

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E dopo l’anno dell’ipertensione, ecco quello dello Scompenso Cardiaco!  Questa scelta editoriale del JACC , io la trovo veramente carina ed utile: una buona occasione per un aggiornamento monotematico perseguibile in pochi minuti ( ho facilitato la lettura con il grassetto di quello che mi pare interessi maggiormente la Medicina Generale) , ma nello stesso tempo la ricca bibliografia favorisce i più volenterosi o interessati dei miei 25 lettori. a selezionare quanto disponibile nello specifico campo.   Segnalo infine l’opportunità che l’autore offre alla Medicina Generale perché  dia un senso alle affermazioni: “ molte delle riospedalizzazione sono prevedibili”  o “ l’importanza di prevenire lo Scompenso Cardiaco…”; anche il sogno della “ Campagna dell’ospedale a casa” e la sfida dell’appropriatezza ci dovranno vedere protagonisti!     Buona lettura : a piccole dosi non fa così male! 

Enzo Pirrotta

 

Le novita' dell'ultimo anno nell'ipertensione arteriosa
Bryan Williams, MD  J Am Coll Cardiol, 2010; 55:65-73

Il 2008 è stato un anno straordinario per il numero di lavori che sono stati pubblicati sui grandi trial clinici che hanno testato diversi farmaci antiipertensivi. Conseguentemente, la presente revisione della ricerca dell'ultimo anno sarà focalizzata principalmente sui risultati di questi trial clinici e sul loro possibile impatto sulle future linee guida per il trattamento dell'ipertensione. Tuttavia, vi sono stati anche lavori importanti sull'impatto globale dell'ipertensione, sulle raccomandazioni per la misurazione domiciliare dei valori pressori, sul ruolo dei fattori nutrizionali nell'incidenza dell'ipertensione, sull'ipertensione resistente alle terapie e sulle strategie di trattamento volte a migliorare il controllo pressorio in generale.

Un anno è lungo tanto quanto questo articolo. E come questo articolo è diviso in ..mesi: se un mese non lo vuoi ricordare, passa oltre. Un anno dopo, poi,  può capitare che consideri non così importanti certi eventi/studi passati o che non credi a certe promesse future; e le riflessioni personali dell’autore sono veramente stimolanti in merito. E, come sempre, finisci per pensare che non tutto è da buttare, ma non tutto da ricordare e aspetti fiducioso che l’anno nuovo porti vita nuova  attraverso studi da cui evidenze nuove per dirimere dubbi vecchi. Ma, sarà un caso che la mia compagna radio sta mandando in onda “ l’anno che sta arrivando fra un anno finirà”? ( Bibliografia di riferimento : Lucio Dalla)   Buona lettura Enzo Pirrotta    Leggi l'articolo >

 

 

La considerazione di fattori comportamentali e antropometrici migliora la predizione del rischio vascolare
Ralph L. Sacco, Minesh Khatri, Tatjana Rundek, Qiang Xu, Hannah Gardener, Bernadette Boden-Albala, Marco R. Di Tullio, Shunichi Homma, Mitchell S. V. Elkind, Myunghee C. Paik
J Am Coll Cardiol 2009 54: 2303-2311

La maggior parte dei modelli più comunemente utilizzati per la previsione del rischio cardiovascolare non sono stati disegnati per predire il rischio di ictus, infarto miocardico o morte vascolare, che Sacco e colleghi  definiscono rischio vascolare globale; tali sistemi inoltre non includono fattori di rischio comportamentali o misure antropometriche e non considerano la diversità etnica. Lo studio NOMAS (Northern Manhattan Study) ha incluso una porzione significativa di soggetti ispanici e afro-americani. Il punteggio del rischio vascolare globale (PRVG) era costruito aggiungendo nuove variabili alle tradizionali variabili cardiovascolari di Framingham. Le variabili aggiunte in maniera significativa al profilo tradizionale di Framingham comprendevano la circonferenza ai fianchi, l'assunzione di alcol e l'attività fisica. Anche la valutazione della pressione arteriosa e della glicemia a digiuno come variabili continue sembrava migliorare l'accuratezza predittiva. Le probabilità di non presentare eventi a 10 anni variavano da 0,95 per il primo quartile del PRVG a 0,56 per il quarto quartile. Il PRVG combina i fattori di rischio tradizionali con nuovi fattori comportamentali e antropometrici, utilizza variabili continue per parametri fisiologici ed è applicabile a soggetti appartenenti a etnie diverse da quella caucasica; esso sembra migliorare la stratificazione del rischio.

 

Nessun beneficio delle procedure di rivascolarizzazione percutanea in pazienti anziani con angina stabile: analisi per sottogruppi dello studio COURAGE

Koon K. Teo e altri a nome dei ricercatori del Trial COURAGE. J Am Coll Cardiol 2009 54: 1303-1308   

I pazienti anziani con cardiopatia ischemica (CPI) presentano un elevato rischio di eventi cardiaci rispetto ai pazienti più giovani, ma non è chiaro se le procedure coronariche interventistiche (PCI) comportino una prognosi migliore rispetto alla terapia medica ottimale (TMO). Teo e colleghi riportano i risultati di un'analisi per sottogruppi pre-specificata dei dati dello studio COURAGE (Clinical Outcomes Utilizing Revascularization and Aggressive druG Evaluation), relativa a pazienti stabili con cardiopatia ischemica stratificati per età.  I pazienti di età > 65 anni presentavano un tasso di mortalità di 2 o 3 volte maggiore, ma presentavano tassi simili di infarto miocardico, ictus ed eventi cardiaci maggiori rispetto ai pazienti più giovani.   L'aggiunta di una PCI alla TMO non ha comportato né un miglioramento, né un peggioramento degli eventi clinici nei pazienti di età ≥ 65 anni. Questi dati supportano l'utilizzo della TMO come strategia iniziale per i pazienti con CPI stabile, indipendentemente dall'età.  

Commento

Quanti problemi con gli anziani, i pazienti più soggetti a rischio se non altro per l’età ( sai come ride Catalano!) e le comorbilità, ma anche quelli per i quali sono disponibili meno evidenze e/o certezze, considerando i pochi trials che hanno incluso i soggetti con età > 65 anni. Così mi sembra giusto segnalare ogni piccola comunicazione che ci possa aiutare a risolvere qualche quotidiano conflitto tra scienza ( indicazione ad una procedura) e coscienza ( diritto alla salute a tutte le età); quante volte al mese, figlioli, ci sentiamo dire:” E mò, solo perché sò vecchio…..” e, dall’altra parte, siamo costretti/tentati a trovare una qualche risposta ad un evento impensabile fino ad un lustro fa, per esempio la cardiochirurgia su un novantenne. Ne deriva il rischio di un sottotrattamento per alcuni , o di un ipertrattamento per altri. Questa comunicazione relativa agli anziani > 65 con angina stabile ci suggerisce che per costoro non dobbiamo cercare soluzioni  cardiochirurgiche eroiche ( e forse già le linee-guida lo contemplavano!), ma ricercare e/o implementare la terapia medica ottimale. E, ora che ci penso, questa mission è già di suo …sufficientemente eroica.

Enzo Pirrotta

Tassi simili di trombosi intra-stent, morte e IMA a 5 anni per stent medicati con sirolimus e stent metallici

Caixeta et al. J Am Coll Cardiol 2009 54: 894-902

Caixeta e colleghi riportano i risultati di un'analisi globale per paziente degli eventi clinici a 4 anni documentati in 4 trial clinici di grandi dimensioni che hanno randomizzato quasi 2000 pazienti a stent medicati a rilascio di sirolimus (sirolimus-eluting stent, SES) o a stent metallici (bare-metal stent, BMS). A 5 anni, non sono state documentate differenze significative fra i due gruppi per quanto riguarda il tasso di morte, di infarto miocardico acuto (IMA) e di un end-point composito costituito da morte e IMA. L'incidenza a 5 anni di trombosi dello stent, definita secondo i criteri dell'Academic Research Consortium, non differiva fra SES e BMS; anche l'incidenza di trombosi dello stent molto tardiva è risultata simile fra il gruppo in SES e quello in BMS. L'incidenza a 5 anni di rivascolarizzazione del vaso trattato era pari all'incirca alla metà nel gruppo dei pazienti portatori di SES rispetto a coloro che avevano ricevuto un BMS. In questa analisi globale per paziente, è stata documentata una riduzione della rivascolarizzazione del vaso trattato, senza alcun incremento nel tasso di morte, IMA o trombosi dello stent in seguito all'utilizzo dei SES.

Commento di Enzo Pirrotta. E se davvero i SES non fossero realmente costo-efficaci?

La polemica è annosa. “ Oh che bel castello….E’ più bello il nostro”. La forza delle novità o la forza delle tradizioni?  Ora questo studio mi sembra un’importante chiarificazione che può dare a noi MMG, apparentemente privi di ruolo in questi frangenti, la possibilità di un piccolo consiglio disinteressato. Se fosse vero che a 5 anni l’unico vantaggio dello stent medicato è una ridotta incidenza di procedure di rivascolarizzazione senza alcuna riduzione nel tasso di morte, IMA o trombosi intra stent rispetto allo stent metallico, perché allora impiantare il più costoso stent medicato?  La comunicazione di Caixeta di una buona safety degli stents medicati attraverso la non dimostrata maggiore incidenza di trombosi intra stent tardiva , potrebbe far pendere la bilancia a vantaggio dei SES, ma la documentata non differenza significativa per quanto riguarda il tasso di morte, IMA e dell’end point combinato morte-IMA dà a posteriori  ragione a coloro che già nel 2007 sostenevano che la diffusione su larga scala dei SES  finisce per renderli non costo-efficaci. Una questione non di poca rilevanza in un momento  come l’attuale nel quale sembra vitale risparmiare qualche decina di Euro/anno/pro capite sulle statine !

Valore prognostico dei biomarcatori durante e dopo una sindrome coronarica acuta

Eggers e colleghi hanno studiato il valore prognostico del frammento N-terminale del pro-peptide natriuretico cerebrale (NT-proBNP), della proteina C reattiva (PCR), della troponina I cardiaca e della velocità di filtrazione glomerulare stimata in pazienti che presentavano una sindrome coronarica acuta senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTE-SCA). Ogni biomarcatore è stato misurato all'arrivo, a 6 settimane e ancora a 6 mesi, e i pazienti sono stati seguiti in follow-up per 5 anni. L'NT-proBNP è risultato il più forte indicatore predittivo di mortalità al momento della presentazione clinica e il più forte indicatore predittivo dell'end-point composito di morte/infarto miocardico acuto a 6 settimane e a 6 mesi. La PCR era un indice predittivo indipendente dell'end-point composito a 6 mesi, ma solo l'NT-proBNP a 6 settimane manteneva un valore incrementale relativamente agli indicatori di rischio noti. L'NT-proBNP è un forte indicatore predittivo di rischio per i pazienti con NSTE-SCA, sia al momento della presentazione clinica che dopo stabilizzazione.

Kai M. Eggers, Bo Lagerqvist, Per Venge, Lars Wallentin, Bertil Lindahl

J Am Coll Cardiol 2009 54: 357-364

Questa comunicazione riguarda indubbiamente una nicchia di pazienti, i NSTEMI, ma si inserisce in un ambito sollevato da un recente articolo di Ezekowitz ( J. Am. Coll. Cardiol. 2009 53: 13-20 ), che  ha dimostrato una riduzione della mortalità post-infarto negli anziani, ma un aumento dello scompenso cardiaco cronico tra i sopravvissuti : un ambito che finisce per porre l’attenzione sulla qualità e ..quantità della vita dopo un evento acuto, un problema che non può non coinvolgerci.

Così, a prima vista, può sembrare importante disporre di un indicatore che ci aiuti ad orientare nel post-acuzie il percorso di cura a seconda della predizione di un rischio. Nello specifico, in realtà, sul piano concettuale e teorico, non mi sorprende che tra tutti i biomarcatori testati per il NSTEMI l’NT-proBNP sia risultato il più forte predittore di mortalità e morbilità cardiovascolare. E’, infatti, noto a tutti che i fattori natriuretici vengono increti in risposta ad una ipertensione/iperdistensione dell’auricola : così alti valori di NT-proBNP lasciano immaginare una disfunzione/ dissinergia importante e/o un rimodellamento , cause o effetti del NSTEMI.

Ma quello che l’articolo non svela, nonostante il follow-up di cinque anni, è se l’intervento medico o quale intervento medico possa ridurre il rischio predetto.  In accordo alla comunicazione di Ezekowitz, io  sono portato ad immaginare che in realtà alti valori di NT-proBNP mi abbiano fatto selezionare una coorte di pazienti con scompenso cardiaco cronico post-ischemico  aiutandomi a fare una diagnosi di un altro processo patologico ad alta mortalità/ morbilità. Ed anche il fatto che l’end point composito preso in considerazione sia stato Morte/IMA non mi fa cambiare idea se penso che l’IMA può essere innescato da difetti di pompa o discinesie che compromettono il flusso coronarico.

Mi farebbe piacere conoscere qualche altra opinione in merito, sperando che non siate distratti dal flusso verso le mete turistiche estive.

Enzo Pirrotta

 

Studio Miracles

Quando mi è stato presentato per la prima volta il “Progetto Miracles” ho avuto subito la sensazione di trovarmi effettivamente davanti a qualcosa di nuovo. Da anni ci siamo abituati a considerare nell’ambito della patologia cardiovascolare il peso etiologico di fattori come il fumo, l’ipercolesterolemia, la sedentarietà, l’ipertensione, ecc. Uno studio volto a valutare il peso dell’emicrania come fattore di rischio aggiuntivo nei pazienti ipertesi rappresentava sicuramente qualcosa di nuovo e pertanto di stimolante. Finora, l’approccio al paziente emicranico consisteva in prima istanza nel verificare l’effettiva correttezza dell’inquadramento diagnostico e successivamente nell’ identificare, quando presenti, gli eventuali fattori predisponenti a tale patologia, allo scopo di dare una risposta terapeutica che fosse la più efficace possibile. Difficilmente abbiamo pensato all’emicrania come una condizione che potesse in qualche modo rappresentare un fattore di rischio per eventi cerebrovascolari nel paziente iperteso.La mia partecipazione allo studio è stata pertanto motivata dalla effettiva curiosità di valutare se tale intuizione avesse un substrato di fondamento. Il fatto poi che tale progetto coinvolgesse i MMG e non, come spessissimo accade, solamente i grossi centri universitari e/o ospedalieri, ha dato uno stimolo aggiuntivo.I risultati dello “Studio Miracles”, pubblicati alla fine del 2008, hanno evidenziato come la coesistenza di ipertensione e ictus rappresenti un importante fattore predisponente per l’ictus. Pertanto alla luce di tale evidenza, dobbiamo sforzarci di inquadrare il paziente emicranico non solo dal punto di vista neurologico, ma valutarlo come un paziente potenzialmente a rischio di eventi cerebrovascolari. E’ chiaro che resta ancora da far luce su quali possano essere i meccanismi alla base di tale relazione e perché la comorbidità sia presente soprattutto nei pazienti con emicrania ad insorgenza tardiva e nei pazienti con ipertensione ad insorgenza precoce.Queste ed altre domande richiedono ulteriori studi di approfondimento.

Giancarlo Eifù                 premessa Studio Miracles >           risultati >        

Venezia

22-25 ottobre 2008

VII Simposio internazionale

sui multipli fattori di rischio nelle malattie cardiovascolari

Il commento di Enzo Pirrotta

Ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a questo evento anche in rappresentanza della Società in quanto, accanto alle sessioni scientifiche, il meeting prevedeva momenti  di discussione , più genericamente di politica sanitaria, finalizzati a lanciare piani d’intervento nazionali (“ Call to action”) con lo scopo di “ decrease the burden of cardiovascular diseases: our mission” (ESC): ed è di tutta evidenza che all’uopo le società scientifiche della Medicina Generale debbano ascoltare e farsi ascoltare.Ma, andiamo con ordine, cominciando dal piano scientifico. Il titolo sembrava ammiccante, lasciando pensare che finalmente avremmo discusso del nostro paziente di tutti i giorni, quello con multipli fattori di rischio. Ma la globalità del problema è stata spezzettata  , in sessioni monotematiche, sicchè ha prevalso l’approccio “on target” settoriale, ultraspecialistico con messaggi non sempre univoci, complici anche le molteplici specificità e variabili indotte dall’internazionalità del simposio. Si è finito quindi per concentrare maggiore attenzione e tempo sul paziente ad alto rischio, quello che è più facile che  sia gestito dal secondo livello, nonostante qualche vox ; la dottoressa Giampaoli in primis, abbia  cercato di spostare il tiro verso il rischio medio-basso.Fatta salva questa impostazione  metodologica, devo dire che non ho ascoltato novità epocali: In ogni caso qualche considerazione sulla medicina di genere, la scoperta che il mondo sta scoprendo il rene come organo bersaglio e trigger ( splendida la sessione di nefrologia), il riconfermato ruolo del colesterolo non HDL, o il ricordato ruolo dei fibrati utili a prevenire le complicanze micro e macrovascolari del paziente diabetico valevano il viaggio e la fatica di sei ore giornaliere di ..inglese.Le criticità che tutto il mondo ha rilevato relativamente alla promozione dei corretti stili di vita o al momento della continuità assistenziale nella dimissione ospedaliera non hanno trovato soluzioni o proposte concrete: si rimane per la promozione del corretto lifestyle al modello inglese dell’incentivo professionale legato alla better performance, mentre per la continuità gestionale abbiamo ascoltato esperienze troppo locali , difformi e poco numerose per essere significative.Se avessi suscitato in qualcuno la curiosità di saperne di più, basta leggere il JOURNAL OF CLINICAL LIPIDOLOGY supplemento al Volume 2 Numero 5S Ottobre 2008. dove sono riportati gli abstracts delle relazioni, oppure collegarsi sul sito www.Lipidjournal.com. Per quanto riguarda  il piano legato alla “ Health policy”, il buon Nando Petrazzuoli sosteneva nei nostri carteggi che , dopo tante chiacchiere,” qualcuno deve assumere la leadership per la promozione della salute”. Bene, signori, costui è il professor Massimo Volpe che ha elaborato un piano “ CALL TO ACTION” (lo potete trovare sul sito della società italiana per la prevenzione cardiovascolare: www.siprec.it: è un agile documento di intenti di una ventina di pagine) , da lui illustrato sabato 25 in misura “ annacquata” rispetto al testo di cui sopra solo per quanto ci riguarda. Nella sua relazione veneziana , infatti,Volpe perorava ufficialmente il bisogno di “ promoting the role of GPs, mentre , nelle chiose all’impronta delle diapositive, illustrava ufficiosamente la sua ricetta per la medicina generale  al fine di potenziare l’ azione anticipatoria nei soggetti a rischio cardiovascolare e nella popolazione generale:

§   inserimento nelle future contrattazioni di incentivazioni…..(!?)

§   collegare una quota di salario a risultati verificabili in ambito di prevenzione cardiovascolare ( Valutazione della performance clinica): esempio, garantire almeno una misurazione della P.A. all’anno a tutti gli assistiti adulti (?????????)

§   formazione alla promozione del ruolo del MMG come protagonista centrale nell’ambito di prevenzione cardiovascolare basate sulla stima del rischio globale (OK)

Per fortuna , prima della discussione, R. Hobbs di Birmingham nella sua relazione “ Barriers and incentives to improving CVD prevention” ci parlava dello scarso o nullo impatto della MG inglese sulla cessazione del fumo e ci faceva meditare che dei 62 inglesi su 100 trovati ipertesi solo 44 sono in trattamento e solo 20 on target! E’ diventato così fin troppo facile limitare la portata del Volpe pensiero in discussione(quanto sostenibile la prevenzione rivolta alla popolazione generale?, rischio trasformazione in disincentivo del collegamento di una quota di salario a risultati verificabili,  quale disease management e chi il case manger di un percorso multiprofessionale e multidisciplinare?......), anche in considerazione  dei vincoli normativi attuali che minano alla base tale strategia.  L’art 45 dell’attuale ACN  recita che compito del medico è “ la gestione delle patologie acute e croniche secondo la migliore pratica e in accordo col malato, inclusi gli interventi appropriati e le azioni rilevanti di promozione della salute” . Se lo leggo alla lettera,  l’attenzione alla prevenzione secondaria è considerata più importante rispetto a quella  primaria!  Per concludere, il prof Volpe elaborerà altre proposte ma attende segnali da noi.

A noi la ….. palla!

 

polmoniBeta-bloccanti, BPCO e chirurgia vascolare

L'uso di beta-bloccanti cardioselettivi può migliorare la sopravvivenza in pazienti con BPCO attentamente selezionati che vengono sottoposti a chirurgia vascolare. Spesso i medici sono riluttanti a prescrivere beta-bloccanti ai pazienti con BPCO per timore che essi inducano broncocostrizione e quindi provochino un picco di acuzie nella malattia di base, ma mentre ciò potrebbe essere vero con beta-bloccanti non selettivi, vi sono prove del fatto che quelli cardioselettivi, che hanno uno scarso impatto sui beta2-adrenorecettori che influenzano la pervietà delle vie aeree, siano invece sicuri ed utili nei pazienti cardiopatici con BPCO. L'uso dei beta-bloccanti cardioselettivi potrebbe di fatto ridurre la mortalità nei pazienti con BPCO ed arteriosclerosi, tramutando quindi una controindicazione in una indicazione. Benchè questi farmaci possano essere introdotti in ogni ambito clinico, comunque, è ancora appropriato limitarsi a quelli cardioselettivi nei pazienti con BPCO, mantenendo le dosi più basse possibile ed eventualmente aumentandole lentamente mantenendo funzionalità respiratoria e sintomi attentamente sotto controllo. (Am J Respir Crit Care Med.)

 

 

L’uso di paracetamolo nel primo anno di vita incrementa il rischio di asma, rinocongiuntivite ed eczema nei bambini.

Lancet (18 settembre) pubblica i risultati di uno studio Internazionale sull’Asma e Allergie nell’ Infanzia (ISAAC) che raccogli i dati relativi a circa 200.000 bambini di 31 paesi differenti. Dallo studio sembrerebbe che l’uso del paracetamolo nel primo anno di vita aumenterebbe all’età di 6-7 anni del 46% il rischio di sviluppare sintomi asmatici, rischio che risulta essere dose-dipendente. In particolare, un uso medio  di paracetamolo aumenterebbe il rischio del 61%, mentre un uso elevato porterebbe a triplicare il rischio base. Anche le forme di asma grave sarebbero incrementate del 22-38%. Le rinocongiuntiviti e l’eczema aumenterebbero, per un uso medio di paracetamolo, rispettivamente del 32% e del 18%, mentre un uso elevato lo triplicherebbe. L’aumentato rischio di asma in età scolare fa supporre anche un aumentato rischio in età adulta. Gli autori concludono che questi dati non dovrebbero indurre a sospendere l’uso del paracetamolo per il trattamento della febbre o del dolore nei bambini piccoli, ma invitare ad un uso riservato ai casi in cui il dolore è più intenso o la febbre sia superiore ai 38,5°C. Il paracetamolo rimane comunque da preferire all’acido acetil salicilico per il rischio di sviluppare una sindrome di Rye e agli altri FANS per il rischio di questi di scatenare attacchi asmatici.

 

 

 

Un trombo, cioè una massa solida di globuli e piastrine intrappolati da una rete di fibrina.Recidiva delle trombosi venose profonde

L'assenza di trombosi venosa residuale a seguito di un primo episodio di trombosi venosa profonda è un affidabile indicatore dei pazienti che possono sospendere in sicurezza la terapia anticoagulante. I pazienti in cui il primo episodio non lascia reliquati possono essere trattati anche solo per tre mesi. La terapia anticoagulante a lungo termine è altamente efficace nella prevenzione delle recidive, ma l'incremento del rischio di emorragie potrebbe inficiarne i benefici: la durata ottimale della terapia non era stata finora determinata. E' stato osservato che almeno il 20 percento degli episodi di recidiva interviene nell'arto controlaterale rispetto al primo episodio, il che supporta l'ipotesi secondo cui la presenza di malattia residuale possa indicare uno stato protrombotico di base che scatena un'ipercoagulabilità prolungata. (Blood 2008; 112: 511-5)

Nuove Linee Guida per gli Studi Osservazionali

E' stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale n.76 del 31/03/2008 la Determinazione - 20 marzo 2008 con la quale vengono definite le Linee Guida per gli Studi Osservazionali.Tale determinazione comporta alcune significative modifiche o conferme procedurali:

  • Per i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta non si prevede che per poter condurre gli studi in oggetto siano iscritti negli appositi registri previsti dal DM 10/5/2001;
  • Non sono necessarie polizze assicurative aggiuntive rispetto a quelle già previste per la normale pratica clinica;
  • Viene istituito presso l'AIFA il Registro Nazionale studi osservazionali al quale dovranno essere inviati i dati relativi agli studi in modo esclusivamente telematico;
  • Per gli studi di coorte prospettici nei quali i soggetti sono inclusi nello studio in base all?assunzione di un determinato farmaco, e seguiti nel tempo per la valutazione degli esiti, deve essere sempre richiesta la formale approvazione al Comitato etico;
  • Per le altre tipologie di studi osservazionali sarà sufficiente, da parte del proponente, la notifica ai Comitati etici dei centri partecipanti; in seguito lo studio potrà iniziare dopo 60 gg dalla data di notifica utilizzando la procedura di silenzio/assenso

 

 

La Sindrome Metabolica è connessa a ischemie silenti

La sindrome metabolica è associata alla prevalenza di lesioni cerebrali silenti indipendentemente da altri fattori di rischio di ictus ischemico. La sindrome metabolica è un fattore di rischio riconosciuto per l'ictus, ma non era finora chiaro se fosse connessa anche a lesioni ischemiche subcliniche. In base al presente studio, l'accumulo di componenti della sindrome metabolica tende ad aumentare la prevalenza di lesioni silenti, e questa associazione positiva potrebbe essere usata come strumento diagnostico per prevedere e prevenire ictus futuri. La sindrome metabolica è associata anche ad iperintensità periventricolare ed a lesioni della materia bianca subcorticale. (Stroke online 2008, pubblicato il 6/3)

 

 

Fibrillazione atriale: digitale aumenta mortalità

I pazienti con fibrillazione atriale trattati con digitale presentano un aumento del rischio di mortalità. La digitale aumenta la capacità d'esercizio e riduce la morbidità nei pazienti con insufficienza cardiaca, ma non garantisce benefici in termini di sopravvivenza, il che suggerisce che i suoi vantaggi inotropici possano essere controbilanciati da gravi effetti collaterali. L'unico modo per accertarsene sarebbe effettuare uno studio clinico randomizzato controllato sulla digitale nella fibrillazione atriale, con la mortalità come esito primario, ma per ovvie ragioni difficilmente sarebbe possibile effettuare uno studio simile. Sono comunque necessari ulteriori studi in materia: se la digitale ha davvero gravi effetti collaterali, il numero di pazienti che ne verrebbe colpito sarebbe ampio. (Heart 2008; 94: 191-6)
 

 

 

Negli oncologici più frequente l'uso degli integratori

L'uso di vitamine e minerali è largamente diffuso nei pazienti oncologici e nei sopravvissuti a lungo termine a tumori, ed è di frequente maggiore che nella popolazione generale. Sono comunque pochi i pazienti che discutono l'uso di integratori alimentari con il proprio medico, ed i medici spesso non indagano questo argomento. Sfortunatamente, questi integratori potrebbero avere effetti negativi sui tumori stessi o sui farmaci usati per trattarli. Alcune vitamine, come l'acido folico, potrebbero essere coinvolte nella progressione tumorale, mentre altre potrebbero interferire con la chemioterapia. E' comunque necessario capire se questi integratori siano utili o facciano più male che bene, ma una semplice spiegazione dello stato di fatto delle cose da parte del medico potrebbe già aiutare il paziente a fare delle scelte consapevoli. (J Clin Oncol. 2008; 26: 665-73)

I pazienti a rischio di epatocarcinoma andrebbero sottoposti a screening ecografico ogni sei mesi.
 

Il 26 gennaio all'annuale congresso dell'ASCO è stato sottolineato come il costante aumento delle persone a rischio di epatocarcinoma imponga una loro maggiore sorveglianza. L'uso dell'alfafetoproteina non è uno strumento di screening efficace a causa del basso significato predittivo positivo e del molto basso significato predittivo negativo.
L'ecografia può essere invece indicata come strumento di screening da effettuarsi ogni sei mesi, mentre la TAC può essere utile per visualizzare più chiaramente i vasi coinvolti dall'eventuale tumore e la RMN per migliorare la visualizzazione del tumore stesso. Entrambe queste due ultime metodiche sono comunque troppo costose per essere utilizzate come strumento di screening. Sono da considerarsi a rischio i seguenti gruppi di pazienti :

  • Pazienti infettati dall'HCV, specialmente se hanno già manifestato segni di cirrosi
  • Pazienti infettati dall'HBV anche senza segni di cirrosi, specialmente se nati e cresciuti in aree di endemia del virus
  • Pazienti con cirrosi causata da forte consumo di alcoolici
  • Pazienti con altri fattori di rischio aggiuntivo quali l'emocromatosi o la steatosi non alcoolica 

 

 

 

La C sgombra le carotidi. Secondo

uno studio europeo l'aumento dei livelli plasmatici della vitamina C può indicare una riduzione del 42% del rischio d'insorgenza di ictus.

L'effetto benefico e protettivo della vitamina C si manifesta, sia con l'assunzione di supplementi, sia aumentando il consumo quotidiano di frutta e verdura fresche. L'osservazione è scaturita dai dati dello studio European Prospective Investigation into Cancer che ha coinvolto oltre 20600 partecipanti. Gli autori hanno stabilito che il livello plasmatico di vitamina C potrebbe essere utilizzato come marker biologico di uno stile di vita salutare (in quanto equivalente all'aumento dell'assunzione di frutta e verdura) per il rischio cardiovascolare. Il meccanismo attraverso il quale avverrebbe questa protezione potrebbe coinvolgere direttamente la vitamina C anche se sono necessarie ulteriori ricerche.

American Journal of Clinical Nutrition
January 2008, Volume 87; 64-69
.

 

 

Il rischio radioattivo nella TAC

L'aumento dell'uso della TAC negli anni ha incrementato il rischio di maggiore esposizione alle radiazioni. E' possibile che il rischio cancerogeno derivante dalla TAC sia stato sottostimato o trascurato nel passato, e ciò è preoccupante in quanto non tutte le TAC che vengono effettuate sono veramente necessarie.

La dose di radiazioni assorbita non è probabilmente innocua come creduto inizialmente. Ed anche se a livello individuale, il rischio può apparire limitato, a livello di popolazione potrebbe rappresentare un vero problema sanitario pubblico. Le TAC prescritte per evitare contese (una forma di medicina "difensiva") e le scansioni ripetute quando i vari dipartimenti non comunicano fra loro rappresentano alcune delle TAC potenzialmente non necessarie. Per diminuire il rischio radioattivo derivante dalla TAC, è necessario ridurre la dose di radiazioni per singolo paziente, sostituire la TAC con altre forme di esame non radioattive come RM ed ecografia e ridurre il numero totale di scansioni effettuate.

(N Engl J Med 2007; 357: 2277-84)

 

L'area dedicata al Centro Studi Snamid è in fase di allestimento.Centro
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