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Abstract Aprile
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Managing
patients with inexplicable health problems .
Firschhoff B and Wessely S.
BMJ 2003,326, 595-597. "Gestione dei
pazienti con inesplicabili problemi di
salute".
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I
pazienti vogliono rendersi conto dei loro
problemi di salute
e quelli di loro che presentano
manifestazioni oscure da comprendere
vorrebbero comunque trovare una risposta.
Molti pazienti sono influenzati
da informazioni di varia fonte,
ad esempio relative ai tumori, alla
sindrome da fatica cronica, alla sindrome
della mucca pazza, alle notizie di stampa
relativa a presunte epidemie
o, in alcuni Paesi, all’ombra
inquietante del terrorismo
La
via migliore per trattare questi pazienti non
è chiara, ma in questo articolo si possono
trovare spunti per migliorare la soddisfazione
sia dei pazienti che dei medici.
Secondo
gli autori è opportuno innanzi tutto capire
ciò che il paziente pensa della
malattia che ha, evitando di prenderlo per
pazzo, isterico o mistificatore se le sue
affermazioni non corrispondono ai nostri
schemi culturali, le richieste che pone, quali
decisioni si aspetta dal suo curante, che peso
hanno fattori non medici, come la famiglia o
l’ambiente sociale, lavorativo,
assicurativo, quali notizie in possesso del
paziente possono aver confuso il quadro
lamentato dal paziente, quali informazioni o
disinformazioni il paziente possiede, quali
difficoltà cognitive esistono, in grado di
creare barriere per la comprensione.
Occorre
poi organizzare le informazioni al paziente,
tenendo conto delle complessità del problema
esposto, fornire le percentuali della
probabilità diagnostica , e non parlare
genericamente di “raro”,
“frequente”,spiegare
con linguaggio universalmente
comprensibile, la incertezza che comunque non
deve essere paralizzante ogni iniziativa.
Infatti posta l’attenzione sui sintomi,
occorre incominciare a trattarli. Un problema
ulteriore
nasce dal diverso comportamento dei
medici , per cui dovrebbe essere approntato un
protocollo.
Questa
rassegna tiene conto di situazioni già
evidenziate in diverse circostanze nella
nostra esperienza, ma soprattutto pone il
problema
di come
si debbano affrontare malattie
misteriose, considerando anche la probabilità,
che per noi è remota, ma che non dobbiamo
rimuovere, di azioni di terrorismo di
qualsiasi natura, che può occorrerci con
aspetti indefiniti.
Un
invito ad applicare,
nello scambio di comunicazioni col
paziente, tutte quelle caratteristiche
professionali che fanno del medico generalista,
magari nella stessa circostanza, uno
psicologo,un sociologo,
un investigatore,
uno studioso di cose mediche, una
persona alla ricerca costante della verità
senza pregiudizi o pre-comprensioni.
M.M.
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New
Engl J Med 2003,348:1425-34
. Terapia a lungo termine con warfarin a basa
intensità per la prevenzione del tromboembolismo
ricorrente
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Il
tromboembolismo venoso accompagna la TVP e
l’embolia polmonare,queste ultime,
manifestazioni differenti di uno stesso processo
patologico.E’ una malattia cronica,un terzo dei
pazienti ha una recidiva negli otto anni
successivi al primo episodio;è almeno in parte un
disordine sistemico;molti pazienti ,se non tutti
,hanno un disordine congenito della
coagulazione,che si accompagna ad insulti trigger
trombogenici durante l’evento acuto.
L’eparina,nella fase acuta, e il warfarin più
tardi nella prevenzione delle recidive
rappresentano i due momenti della terapia per il
tromboembolismo.Gli studi sulla terapia sono stati
sempre finalizzati a definire le linee guida per
le dosi,durata, modalità di sommistrazione e di
monitoraggio ottimali per il trattamento.Il
rischio di sanguinamento,principale limitazione,
è influenzato sia dalla durata(almeno 3 mesi nei
pazienti con fattori di rischio reversibili o
limitati nel tempo,almeno 6 mesi in quelli al
primo episodio idiopatico 12 o più mesi a quelli
con episodi ricorrenti o fattori di rischio
persistenti) che dalla intensità della
anticoagulazione(INR di 2.0-3.0) finalizzata
nell’ottenere il range terapeutico con massima
efficacia antitrombotica con il minimo rischio di
sanguinamento.
Gli
autori ,in uno studio controllato, randomizzato,in
doppio cieco con placebo, hanno seguito 508
pazienti con tromboembolismo idiopatico,già
trattati con anticoagulanti
a dosaggio pieno nei tre mesi
precedenti,mantenendo un INR fra 1,5 e 2,0..Gli
end-points finali erano il trombombolismo venoso
ricorrente,emorragia maggiore ed exitus.Lo studio
è stato interrotto prima del previsto per una
riduzione dell’end-point composito del 48%;la
riduzione del solo rischio di tromboembolismo
ricorrente è risultata compresa fra il 76% e il
81%. Dato che finora gli agenti antitrombotici
noti sono associati al rischio di sanguinamento e
non sono in grado di distinguere tra trombi
patologici potenzialmente dannosi e trombo
emostatico,che si forma fisiologicamente per
mantenere l’integrità
vascolare,nell’editoriale della rivista viene
consigliato di mantenere il regime adottato dagli
autori dell’articolo nella profilassi secondaria
del tromboemblismo venoso per quei pazienti che
necessitano di più di 3 mesi di terapia
anticoaugulante dopo l’evento iniziale.
D.B.
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BUSCH
M.P., KLEINMANN S.H., NEMO G.J.: rischi attuali e
futuri di infezione trasfusionale.
JAMA 289(8), 959-962, 2003
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La
sicurezza delle trasfusioni di sangue non è mai
stata sicura come attualmente. Nel corso degli
ultimi decenni c’è stata una importante riduzione
del rischio trasfusionale, parallelamente alla
ricerca ed alla individuazione dei patogeni
trasmissibili, alle strategie di individuazione dei
patogeni nei donatori, la determinazione di viremia
precoce, parallelamente alla maggior sensibilità
dei test di laboratorio. I progressi acquisiti
devono tener conto dell’emergere di nuovi
potenziali patogeni.
Per
quanto concerne i
principali virus trasmissibili per via ematogena
(HIV, HBV, HCV) il rischio è correlato a quattro
potenziali rischi: donatori in fase-finestra con
marcatori negativi, ceppi virali mutati non
individuabili con le metodiche sierologiche
correnti, carrier di patogeni che sono immunosilenti
(anticorpo-negativi), errori di laboratorio.
Considerando questi fattori nel biennio 2000-2001 il
rischio di contagio per HIV è di una unità di
sangue su 1.800.000, di 1 a 1.600.000 per HCV,
grazie allo screening con tecnica di estrazione
dell’acido nucleico. Il rischio di contagio con
HBV in unità ematica trasfusionale (per HBV la
tecnica di estrazione dell’acido nucleico –NAT-
non è ancora disponibile) è di 1 a 220.000. La NAT
è stata introdotta nel 1998 negli Stati Uniti per
studiare tutti i donatori volontari di sangue per la
ricerca di HIV. Questa tecnica segna la presenza di
patogeni in fase precoce in quello che con altre
metodiche rientra nel periodo-finestra negativo per
la presenza di patogeni. Il periodo-finestra per
HIV, con la metodica di riscontro anticorpale, è di
22 giorni circa. La determinazione dell’antigene
p-24 riduce il periodo-finestra a circa 16 giorni. I
nuovi mini-pool di tecnologia NAT (per ragioni
logistiche e di costo vengono sottoposti ad
identificazione mini-pool di plasma di 16-24
donatori) riducono l’identificazione a circa 11
giorni. Per HCV i tempi di identificazione scendono
da 70 giorni a 10.
Per
quanto riguarda i patogeni emergenti trasmissibili
con trasfusioni di sangue, in questo articolo si
segnalano 2-tre casi/anno di malaria negli U.S.A.:
in questo senso si raccomanda l’anamnesi raccolta
dal paziente per evitare raccolte da persone
provenienti da Paesi ove il contagio sia possibile.
Dal 1980 ad oggi sono stati segnalati sei casi di
tripanosomiasi (da T.
cruzi) a contagio trasfusionale.
Inquietante
per l’impossibilità di identificazione precoce di
prioni è lo screening della patologia di
Creuzfeldt-Jacob.
P.T.
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