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La Notizia - Archivio 2004
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I
condoms femminili possono proteggere dai virus?
La notizia. Nella lotta contro l’AIDS lo sviluppo di sistemi anticoncezionali per le donne è stato fortemente trascurato ma dovrebbe essere una strada da percorrere. Questo afferma un articolo che sarà pubblicato del prossimo numero della rivista Culture, Health & Sexuality.
Il dibattito. La prevenzione dell’AIDS soffre, secondo l’editore della rivista, di una lacuna: il fatto che non siano disponibili anticoncezionali femminili che difendano dalle malattie sessualmente trasmissibili, non permette alla donna di proteggersi autonomamente ma subordina la protezione alla responsabilità della coppia nel prendere delle precauzioni. Se questo è un problema che può sembrare di poco conto nei paesi occidentali, il discorso cambia molto se si pensa ai paesi asiatici o africani in cui il virus dell’AIDS continua a diffondersi: si parla di circa 20 mila contagi al giorno solo in Africa. “Gli anticoncezionali femminili e in generale le barriere femminili, sono un’importante via di esplorazione per capire come ci si può proteggere dal virus dell’HIV o in generale per comprendere come una donna possa difendersi da malattie sessualmente trasmissibili”, sostiene Amy Kaler sociologo dell’Università di Alberta secondo la quale le ricerche in questo senso sono state interrotte troppo precocemente. Il virus dell’Hiv, che si trasmette sessualmente attraverso lo scambio di fluidi corporei, o altre infezioni batteriche di minore entità, non può essere bloccato dagli attuali contraccettivi femminili come la pillola, il diaframma o la spirale. “Ma in passato era stata avviata una ricerca volta a sviluppare un gel in grado di distruggere i batteri che forse poteva, se la ricerca fosse continuata, poter essere esteso anche ai virus”, sostiene la Kaler.
La curiosità .La sociologa che lancia questa provocazione dalle pagine della rivista è incappata in alcuni dati di ricerche interrotte, studiando per altri motivi l’apprezzamento delle donne nord americane nei confronti dei metodi anticoncezionali ad esse diretti. E si è stupita di verificare come alle donne, eccezion fatta per la pillola, in realtà gli altri metodi non piacciano. I motivi sono tra i più strani; alcune intervistate hanno sostenuto che sono antiestetici.
Tumori
associati alla radioterapia nei pazienti sopravissuti al
linfoma di Hodgkin
Di
Ematologia.net
(
Xagena - Ematologia ) - I pazienti con tumore in età
pediatrica, sottoposti a terapia, vanno spesso incontro
successivamente ad insorgenza di un secondo tumore.
In modo particolare, è stato osservato che i pazienti
sopravissuti a malattia di Hodgkin sono ad alto rischio
di neoplasie nel corso della
vita.
Il presentarsi di queste neoplasie secondarie sembra
essere associato alla radioterapia.
Uno studio, coordinato da Ricercatori della Minnesota
University, ha valutato l’esistenza di un’associazione
tra i polimorfismi in 3 geni:
- glutatione - S - transferasi M1 ( GSTM1 )
- glutatione - S - transferasi T1 ( GSTT1 )
- XRCC1,
ed il rischio di successiva insorgenza di tumori in 650
pazienti sopravissuti al linfoma di Hodgkin.
I pazienti erano stati arruolati nel Childhood Cancer
Survivor Study , ed erano stati sottoposti a
radioterapia.
I soggetti, mancanti di GSTM1, ma non di GSTT1, sono
risultati presentare un aumento del rischio di
successivo tumore ( odds ratio, OR = 1,5 ) e di tumore
all’interno del campo di radiazione ( OR = 1,4 ).
Un aumento, non significativo, del rischio di carcinoma
tiroideo è stato osservato negli individui che erano
privi di GSTM1 ( OR = 2,9 ) o GSTT1 ( OR = 3,7 ).
Il polimorfismo R399 del gene XRCC1 è risultato
associato ad un aumento, non significativo, del rischio
di successivo carcinoma mammario ( OR = 1,4 ). (
Xagena )
Il
farmaco anti-AIDS Nevirapina può causare grave
epatotossicità
I dati di
farmacosorveglianza postmarketing indicano che il
farmaco Nevirapina ( Viramune ) può causare grave
epatotossicità, in alcuni casi mortale.
Negli Usa la Boehringer Ingelheim in accordo con l’FDA
ha inviato un warning agli “Health Care Professionals”.
La Nevirapina è un inibitore non-nucleosidico della
trascrittasi inversa ( NNRTI ), che trova indicazione
nel trattamento dell’infezione dell’HIV-1 in
associazione ad altri farmaci
antiretrovirali.
Il maggior rischio di epatotossicità , potenzialmente
fatale , si riscontra nelle prime 6 settimane di
trattamento.
Sono ad alto rischio di epatotossicità ( rischio 12
volte maggiore ) le donne con conta CD4+ superiore a 250
cellule/mm3 e le donne in gravidanza.
I pazienti che assumono Nevirapina dovrebbero essere
sottoposti a test di funzionalità epatica per le prime
18 settimane.
Qualora dovesse presentarsi danno epatico, il
trattamento con Nevirapina deve essere sospeso
immediatamente.
In alcuni casi si osserva una progressione del danno
epatico nonostante l’interruzione del trattamento.
Fonte: FDA
No
al test del Psa a tappeto
In
un documento per la definizione delle linee guida sul
cancro della prostata, gli esperti del Consiglio nazionale
delle ricerche sconsigliano screening del Psa 'di massa'
dopo i 50 anni
No
al test del Psa 'a tappeto', per gli uomini dopo i 50 anni,
per la diagnosi precoce del cancro della prostata. Meglio
intervenire quando il tumore da' sintomi: le chance di
sopravvivenza non cambiano e si evitano interventi invasivi
e probabilmente inutili. E' la presa di posizione degli
oncologi italiani, a margine del 40.esimo Congresso della
Societa' americana di oncologia medica (Asco) a New Orleans.
E non solo. In un documento per la definizione delle linee
guida su questo tipo di cancro, gli esperti del Consiglio
nazionale delle ricerche sconsigliano screening del Psa 'di
massa' dopo i 50 anni.
''Allo stato attuale delle conoscenze - viene sottolineato -
non e' lecito sottoporre indiscriminatamente la popolazione
maschile a test diagnostici, quali il Psa, in assenza di
sintomi basandosi unicamente sul maggiore rischio legato
all'eta'''. Una raccomandazione in controtendenza rispetto
alla linea americana di sottoporre all'esame del Psa quanti
piu' ultracinquantenni possibile. Linea che ha portato a un
aumento dei casi diagnosticati, ma non a una riduzione della
mortalita'. In Italia 40 mila uomini l'anno sono colpiti dal
cancro della prostata, circa 10-11 mila muoiono.
''Questo test - spiega Roberto Labianca, presidente
dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) - non
e' l'equivalente della mammografia o del pap-test per la
diagnosi precoce dei tumori della mammella e dell'utero: non
serve a ridurre la mortalita'''. L'esame del Psa, molecola
'spia' del cancro della prostata, ''ha senso in presenza di
sintomi urologici, anche generici - afferma - come
difficolta' a urinare o stimolo frequente, o dolori''.
Perche' per questo tumore non c'e' differenza di
sopravvivenza se lo si scova in fase asintomatica o quando
si e' gia' manifestato. Anzi, spesso si interviene anche
invasivamente su un tumore che sarebbe rimasto 'silente'
senza dare alcun problema, prova ne e' ''che durante le
autopsie - ricorda Labianca - in oltre il 30% degli uomini
si scopre un cancro della prostata che non si era mai
manifestato''. ''Questo test, dunque - aggiunge Carmelo
Iacono, segretario dell'Aiom - non e' lo strumento piu'
adatto per lo screening del tumore della prostata''.
La
fibrillazione atriale può essere ereditaria
Avere
un genitore con fibrillazione atriale aumenta il rischio
di manifestare il disturbo nella prole di un fattore
variabile fra 2 e 3, indipendentemente dai fattori di
rischio standard quali ipertensione, diabete o infarto
miocardico. Finora, non si era pensato alla fibrillazione
atriale come una condizione genetica o familiare, ma
l'identificazione di meccanismi genetici ad essa associati
può aiutare a guidare la ricerca verso la causa, la
prevenzione ed il trattamento della malattia. La
correlazione risulta ancora più forte se si limita la
ricerca a genitori e figli di età non superiore a 75
anni, e se si considerano soggetto con storia di infarto
miocardico, insufficienza cardiaca o patologie valvolari.
I risultati dello studio devono comunque essere replicati
in indagini più ampie ed in vari gruppi etnici e
razziali, e sono necessari approfondimenti per
identificare varianti genetiche associate alla
fibrillazione atriale. (JAMA 2004;291;2851-2855)
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