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Elenco delle riviste scientifiche: |
Collaborano a questa rubrica e a quella "Servizi" i seguenti autori:
Danila Briganti |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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New
Engl J Med 2002;346:1609-15 I
geni BRCA1 e BRCA2
codificano proteine che partecipano alla risposta cellulare al danno del
DNA; mutazioni inattivanti di questi geni aumentano la suscettibilità
al cancro della mammella e dell'ovaio. La suscettibilità a sviluppare
un tumore è data dalla trasmissione ereditaria di un allele mutante sia
del gene BRCA1 o BRCA2, entrambi a trasmissione autosomica dominante,
seguita dalla perdita del secondo allele nelle cellule dell'epitelio
della mammella o dell'ovaio aperta ( perdita di eterozigosi) portando
alla completa inattivazione del gene. Le portatrici di mutazione dei due
geni si pensa abbiano un rischio nella loro vita di sviluppare un tumore
della mammella dal 50 all’ 80 per 100 e dal 20 al 40 per 100 di
sviluppare un cancro dell'ovaio. La mastectomia profilattica è un
problema controverso per tre principali ragioni: gli effetti personali
di una chirurgia così drastica, il fatto che il cancro alla mammella
non si sviluppa in tutte le portatrici delle mutazioni genetiche, la
diagnosi di cancro precoce, ottenuta con una sorveglianza intensiva, può
essere trattato efficacemente. ll rischio di tumore ovarico nelle
portatrici di mutazioni del gene BRCA è considerevolmente più basso
rispetto alla rischio di cancro della mammella ma l'assenza di metodi
efficaci di diagnosi precoce e la alta mortalità del cancro ovarico
avanzato ha convinto molti oncologi a raccomandare l'annessiectomia
bilaterale dopo il completamento della pubertà. DB New
Engl J Med 2002;346:1616-15 Mediante
l'esame delle cartelle cliniche sono state identificate 551 donne con
mutazioni BCRA1 o BCRA2 della linea terminale associate a patologie ed
esaminate per valutare l'insorgenza di tumori delle ovaie e della
mammella. Gli autori hanno determinato l'incidenza di tumore ovarico in
259 donne che erano state sottoposte a ovariectomia bilaterale
profilattica e in 292 controlli che non avevano subito tale intervento.
In un sottogruppo di 241 donne che non avevano una storia pregressa di
tumore della mammella o di mastectomia profilattica, l'incidenza del
tumore della mammella è stata determinata in 99 donne che erano state
sottoposte a ovariectomia bilaterale profilattica e in 142 controlli. La
durata del follow-up post operatorio per entrambi i gruppi è stata di
almeno otto anni.Sei donne che erano state sottoposte a ovariectomia
bilaterale profilattica, 2,3%, avevano una diagnosi di tumore ovarico
allo stadio primo al momento della procedura; due donne ,0,8%, hanno
presentato un cistoadenocarcinoma peritoneale,
3,8 e 8,6 anni rispettivamente dopo lo ovariectomia bilaterale
profilattica. Fra i soggetti di controllo, 58 donne, 19,9%, hanno avuto
un una diagnosi di tumore ovarico dopo un follow-up medio di 8,8 anni.
Con l'esclusione delle sei donne il cui tumore è stato diagnosticato al
momento dell'intervento chirurgico, lo ovariectomia bilaterale
profilattica ha ridotto significativamente il rischio di tumori
dell'epitelio celomatico(rapporto di rischio 0,044; intervallo di
confidenza al 95% compreso fra 0,01 e 0,16). Sul totale di 99 donne
sottoposte a ovariectomia bilaterale profilattica ed esaminate per
determinare il rischio di tumore della mammella, questo tumore si è
sviluppato in 21 casi(21,2%), mentre 60 casi(43,3%) sono stati
riscontrati nel gruppo di controllo(rapporto di rischio 0, 47;
intervallo di confidenza alle 95% compreso fra 0,29 e 0,77). L'
ovariectomia bilaterale profilattica riduce il rischio di tumori
dell'epitelio celomatico e del tumore della mammella nelle donne con
mutazioni dei geni BRCA1 o BRCA2. DB New
Egl J Med 2002;346:1781-5.
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| JAMA |
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F.B.
HU, et. al.: assunzione di pesce e acidi grassi omega-3 e rischio di
patologia coronarica in donne adulte. JAMA
287 (14), 1815 – 1821, 2002 Questo
studio condotto su popolazione adulta maschile ha già dimostrato
decremento della patologia coronarica. Per valutare se ciò corrisponde
anche nelle donne si è valutata l’alimentazione di 84.688 donne dai
34 ai 59 anni senza malattia cardiovascolare o tumorale, nel corso di 14
anni di osservazione (controlli ogni 4 anni). Durante
il periodo si sono verificati 1.513 casi di malattia coronarica (CHD)
484 mortali, 1029 non fatali. Rispetto
a donne che mangiano pesce meno di una volta al mese quelle che lo
consumano più di frequente sono notevolmente meno a rischio. Il rischio
di CHD è 0,79 per le donne mangiano pesce da 1 a 3 volte al mese, 0,71
se una volta la settimana, 0,69 se 2-4 volte/settimana, 0,66 se 5 o più
volte/settimana (casistica rivista in base ad età, fumo di sigaretta,
familiarità per CHD). Analogamente
le donne che assumevano acidi grassi omega-3 avevano minor rischio di
CHD. In particolare diminuisce la frequenza di eventi fatali. PT |
| THE LANCET INTERACTIVE |
Terapia di
mantenimento con infliximab nel M.di Crohn : lo studio ACCENT I.
Lancet 2002;359:1541-49 del 4
maggio 2002
Il Morbo di Crohn è una relativamente frequente malattia infiammatoria intestinale. Sebbene le forme moderate e lievi possano essere trattate con 5-aminosalicilati,molti pazienti devono ricorrere al cortisone per controllare i loro sintomi. L’uso del cortisone è notoriamente associato a numerosi effetti collaterali,tuttavia circa il 45% dei pazienti non è più in grado di sospendere tale terapia,pena la recrudescenza dei sintomi.Solitamente ai pazienti resistenti o dipendenti dagli steroidi si somministrano antimetaboliti delle purine (azatioprina) o methotrexate,farmaci che però hanno una certa latenza di effetto ed una non elevata percentuale di remissione clinica (40%). Il tumor necrosis factor alfa (TNF alfa) è una citochina pro-infiammatoria implicata nella patogenesi del M.di Crohn e l’infliximab è un anticorpo monoclonale chimerico rivolto contro di essa. In questo studio gli autori hanno voluto verificare se il beneficio ottenuto dopo una prima infusione con infliximab era prolungabile con una terapia di mantenimento. 573 pazienti con malattia in fase attiva sono stati sottoposti alla infusione di 5mg/Kg di infliximab ; 335 (58%) hanno risposto positivamente alla terapia entro due settimane e i risultati a 54 settimane hanno dimostrato che la somministrazione di infliximab ogni 8 settimane è in grado di mantenere in remissione un maggior numero di pazienti e di far sospendere la terapia con steroidi per un lungo periodo rispetto alla somministrazione unica. Gli effetti collaterali segnalati non sono stati più frequenti di quelli rilevati in studi sull’artrite reumatoide in particolare si sono verificate gravi infezioni nel 4% dei partecipanti. MM |
| THE LANCET INTERACTIVE |
L’acarbose per la prevenzione del diabete mellito tipo 2° : lo studio STOP-NIDDM. Lancet 2002;359:2072-77 del 15 giugno 2002-06-26Il diabete mellito tipo 2° è uno dei maggiori problemi di salute,associato ad una incrementata morbilità e mortalità con conseguenti elevati costi di gestione. La prevalenza di questa malattia nel mondo raddoppierà nei prossimi 25 anni. Le persone che svilupperanno il diabete di tipo secondo passano solitamente una fase di alterata tolleranza al glucosio caratterizzata da difetti nella secrezione o nella azione dell’insulina. La resistenza all’insulina cresce progressivamente passando da una normale tolleranza al glucosio ,all’alterata tolleranza al glucosio fino al diabete dove la secrezione di insulina decresce progressivamente.Si pensa che la tolleranza al glucosio rimanga normale fino a quando le cellule beta riescano a compensare l’insulino-resistenza.L’alterata tolleranza al glucosio si manifesta quando la secrezione insulinica non riesce pienamente a compensare la resistenza ,con la comparsa di iperglicemia post-prandiale.Tale meccanismo sembrerebbe sufficiente ad indurre gli effetti dannosi del glucosio che si manifestano anche con una ulteriore inibizione dell’azione e della secrezione dell’insulina favorendo il passaggio dall’alterata tolleranza al glucosio al diabete. Considerando che qualsiasi intervento nella fase di alterata tolleranza al glucosio in grado di ridurre la resistenza all’insulina o in grado di proteggere le beta cellule possa evitare od almeno ritardare l’insorgenza del diabete,si è voluto verificare con un trial randomizzato l’efficacia dell’acarbose.L’acarbose è un inibitore dell’alfa-glucosidasi che migliora la sensibilità all’insulina e riduce l’iperglicemia post-prandiale determinando inoltre un minor stress delle beta cellule.Dei pazienti con alterata tolleranza al glucosio partecipanti allo studio 714 furono assegnati al trattamento con acarbose,mentre 715 alla somministrazione di placebo. Dopo tre mesi si è potuto constatare una significativa riduzione della resistenza all’insulina con passaggio alla normale tolleranza al glucosio in alcuni pazienti e una riduzione dei casi passati al diabete nel gruppo trattato con acarbose (32% vs 42%). Sebbene gli effetti collaterali (principalmente flatulenza e diarrea) siano stati nel gruppo trattato con acarbose determinanti nell’indurre un precoce abbandono dello studio (31% vs 19%) gli autori concludono che l’acarbose debba essere considerato in aggiunta o come alternativa al cambiamento degli stili di vita per ritardare l’insorgenza del diabete nei pazienti con alterata tolleranza al glucosio. MM |
| THE LANCET INTERACTIVE |
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La
pentossifillina per il trattamento delle ulcere venose degli arti
inferiori : La maggior parte delle ulcere degli arti inferiori sono venose e vengono solitamente trattate con bendaggio compressivo; questo trattamento non sempre è sufficiente per risolvere il problema e varie terapie adiuvanti sono state sperimentate. In questo studio gli autori hanno effettuato una verifica sistematica dei trials controllati randomizzati riguardanti l’uso della pentossifillina,un diffuso agente emoreologico introdotto in terapia da decenni che ha la proprietà di ridurre la viscosità del sangue aumentando la flessibilità eritrocitaria,di incrementare la migrazione leucocitaria,di inibire l’aggregazione piastrinica, azioni che insieme possono concorrere nella correzione dei disordini microcircolatori.I dati ottenuti da otto trials portano a concludere che la pentossifillina fornisce un beneficio addizionale alla terapia compressiva delle ulcere venose e potrebbe essere efficace anche in pazienti senza terapia compressiva. MM |
| JAMA |
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Gruppo
di studio per il trattamento della depressione con Hypericum: Hypericum
perforatum nella depressione maggiore. Gli
estratti dell’erba di San Giovanni (Hypericum perforatum) sono diffusi
per il trattamento della depressione di varia gravità. Non è
dimostrata l’efficacia nel disturbo depressivo maggiore. In
questo studio in doppio cieco, randomizzato, condotto con confronto a
gruppo placebo, si sono valutati pazienti adulti con diagnosi di
depressione maggiore con un punteggio clinico della scala di Hamilton di
almeno 20. I
pazienti assumevano Hypericum perforatum, placebo o sertralina, per un
periodo di 8 settimane. Il dosaggio di Hypericum perforatum era fra i
900 e i 1500 mg., sertralina da 50 a 100 mg.. I pazienti responders
all’ottava settimana hanno continuato il trattamento per altre 18
settimane. Nel corso dello studio si è valutata 1) la differenza dello
score della scala di Hamilton per la determinazione clinica della
depressione e 2) la percentuale di prima risposta al trattamento, con
punteggio derivato dalla precedente metodica e dal punteggio della
metodica di impressione clinica globale di risposta terapeutica. La
regressione dei parametri della depressione era di - 9.20 nel gruppo
trattato con Hypericum perforatum, - 8,68 nel gruppo placebo e - 10,53
in chi assumeva sertralina. La
sertralina si dimostra migliore nella impressione clinica globale di
risposta terapeutica. Sovrapponibile nei tre gruppi di studio gli
effetti collaterali. Questo
studio dimostra la non efficacia di Hypericum perforatum nel trattamento
della depressione severa maggiore. Il risultato può derivare dalla poca
sensibilità della metodica di acquisizione dei risultati terapeutici,
ma è da segnalare la completa assenza di significativo miglioramento
clinico sintomatico denotato con l’impiego di Hypericum perforatum. PT |
| JAMA |
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LENDER
J.W.M., et. al.: diagnosi biochimica di feocromocitoma La
diagnosi di feocromocitoma è posta con l’evidenza di produzione di
catecolamine dal tumore. PT |
| JAMA |
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C.
CATASSI, et.al.: rischio di linfoma non-Hodgkin nel morbo celiaco. Il
morbo celiaco (CD) è una malattia cronica presente durante tutta la
vita dell’organismo che ne è infetto. Il linfoma non-Hodgkin (NHL) è
una possibile complicanza di CD; quest’ultima rappresenta un fattore
di incremento percentuale di casi di linfoma. In
questo studio si è quantificato il rischio di sviluppo di linfoma
non-Hodgkin a localizzazione primaria in soggetti affetti da patologia
celiaca. L’osservazione multicentrica, condotta con uno studio
caso-controllo fra il Gennaio ’96 e il Dicembre ’99 in Italia, è
stata effettuata su una popolazione di più di 20 anni d’età (in
media 57 anni; 20-92 anni il range della popolazione), senza NHL al
momento dell’arruolamento osservazionale. I controlli sono stati
effettuati su 2.739 uomini e 2.981 donne, positivi. Di questi si sono
valutati i livelli di anticorpi IgA anti-endomisio e il dosaggio di IgA
totali, nonché il dosaggio di IgA anti-gliadina in coloro che
presentavano
di CD e NHL. Biopsia duodenale è stata proposta per coloro che
avevano positività anticorpale anti-endomisio, con 4 biopsie a livello
del duodeno discendente. I
pazienti con NHL venivano definiti affetti da CD se con test
anti-endomisio positivo con tipica manifestazione enterica,
diagnosticata a livello istologico duodenale (parziale o sub-totale
atrofia dei villi intestinali e un aumento linfocitario intraepiteliale). Malattia
celiaca è stata diagnosticata in 6 dei 653 pazienti con linfoma; di
questi sei, il 50% aveva eziologia linfomatosa B-cellulare e l’altra
metà T-cellulare. Quattro dei sei casi di linfoma era a localizzazione
primaria a livello intestinale. Nel gruppo di controllo 24 (0,42%)
avevano malattia celiaca. Il
tasso di probabilità di NHL (a qualsiasi localizzazione primaria) con
la malattia celiaca è stata di 3,1% per linfoma intestinale; il rischio
di NHL nella popolazione generale è di 0,63%. L’associazione ad
incremento di NHL con celiachia sembra essere confermata, con una
prevalenza del tipo T-cellulare. Questa associazione non rappresenta
indicazione utile a screening sulla popolazione in generale affetta da
celiachia. PT |
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NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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N
Engl J Med 2002;346:793-801 14 Marzo 2002 La resistenza all’esercizio è un importante fattore prognostico nei pazienti affetti da patologie cardiovascolari, ma non è chiaro se permetta di formulare previsioni sulla mortalità anche nelle persone in buona salute. Vi è inoltre incertezza in merito al potere predittivo della resistenza all’esercizio in funzione di altre variabili cliniche e dei parametri degli stessi test di esercizio. Sono stati seguiti per un periodo medio di 6,2+/-3,7 anni di follow up 6213 uomini consecutivi che si erano sottoposti per motivi clinici a test al tread-mill;i soggetti sono stati divisi in due gruppi 3679 avevano avuto un risultato anormale al test di esercizio o una storia di patologia cardiovascolare ,mentre 2534 avevano avuto risultati normali e non avevano una storia di patologia cardiovascolare. L’end-point era costituito dalla mortalità complessiva .Durante il follow up si sono verificati 1256 decessi, corrispondenti ad un tasso annuo di mortalità del 2,6%:Gli uomini deceduti erano più anziani di quelli rimasti in vita e avevano una frequenza cardiaca massimale inferiore ,una pressione arteriosa sistolica e diastolica inferiore e una minore resistenza all’esercizio fisico. Dopo aver aggiustato per l’età,la resistenza all’esercizio misurata in equivalenti metabolici(MET : 1 MET = energia spesa seduti e rilassati che risulta pari ad un consumo di O2 di 3,5 ml al minuto per kg di peso corporeo in un adulto in stato di benessere)si è rilevata il più importante fattore predittivo del rischio di morte sia fra i soggetti normali che tra quelli affetti da patologia cardiovascolare:la resistenza massimale all’esercizio si è rivelata un fattore predittivo del rischio di morte più potente del valore previsto per l’età. Nessuna correlazione fra l’uso o meno di farmaci beta bloccanti e il potere predittivo all ’esercizio. Ogni incremento di 1 MET nella resistenza all’esercizio è risultata in un incremento del 12% di sopravvivenza. Gli autori concludono assegnando alla resistenza all’esercizio un fattore predittivo di mortalità più potente di altri fattori conosciuti di rischio cardiovascolare Nell’editoriale si ribadisce che gli individui più sani,che per loro natura praticano sport o attività fisica vivranno più a lungo sia con o senza malattia cardiovascolare ;l’esercizio fisico modifica il profilo lipidico, aumenta la tolleranza agli zuccheri, riduce l’obesità e abbassa la pressione arteriosa, modifica i fattori di rischio aterosclerotico, coaugulativi,infiammatori e diminuisce il tono simpatico:30 minuti al giorno per tutti i giorni della settimana almeno di intensità da valutare con altri studi clinici. DB |
| AMERICAN JOURNAL SURG |
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Emorroidectomia convenzionale o meccanica: risultati di uno studio
controllato Il
trattamento del prolasso emorroidario con cucitura meccanica
circolare, introdotto recentemente da Longo, potrebbe presentare
vantaggi in termini di durata dell’intervento, riduzione del
sanguinamento e soprattutto di dolore post-operatorio. Tuttavia i
risultati nel lungo termine non sono noti. Uno studio controllato ha
confrontato 2 gruppi di 40 pazienti portatori di prolasso emorroidario
di IV grado trattati o con emorroidectomia circolare secondo Léopold
Bellan (Milligan Morgan modificata - MM) o con cucitura circolare (CC)
4 cm al di sopra della linea pettinata, con una cucitrice di diametro
33. I
pazienti sottoposti a emorroidectomia manuale dovevano eseguire
dilatazioni anali con strumenti di calibro crescente al fine di evitare
una stenosi anale. Tutti i pazienti sono stati valutati tramite un
questionario che ha utilizzato in particolare una scala visiva
analogica del dolore e un esame clinico a 1, 2, 12, 24 e 54 settimane di
distanza dall’intervento. Le caratteristiche cliniche e psicologiche
dei due gruppi prima dell’intervento, erano sovrapponibili. La
durata dell’intervento (25 vs 50 minuti, p<O,OOl), della degenza
ospedaliera (2 vs 3 giorni) e dell’interruzione del lavoro (8 vs 15
giorni, p<O,OOI) sono risultati significativamente ridottinel gruppo
CC rispetto al gruppo MM. Il costo complessivo non era differente, il
costo aggiuntivo della pinza meccanica è compensato dalla riduzione
della degenza ospedaliera. Il dolore post operatorio era
significativamente ridotto nel gruppo CC (17,5% vs 42,5%, p<O,OOl).
L’ecchimosi perineale e la trombosi dei piccoli vasi emorroidali
residui dietro il ponte mucoso erano più rilevanti dopo la tecnica
manuale. Le complicanze a distanza sono risultate sovrapponibili nei 2
gruppi, a 1 anno di distanza. Non si sono osservate differenze rilevanti
alla manometria post-operatoria e, dopo 1 anno di follow-up, non si
sono osservate recidive nei 2 gruppi. Gli
autori concludono per il vantaggio dell’emorroidectomia meccanica. Commenti Si
tratta del quarto studio controllato le cui conclusioni vanno nello
stesso senso, in favore dei benefici a breve termine dell’emorroidectomia
meccanica (1- 4). Questo
ultimo studio come i precedenti, analizza un numero esiguo di pazienti
ed esegue un follow-up breve. Il maggior criterio deve rimanere la
recidiva emorroidaria o la comparsa di una stenosi anale. Se si
confermeranno questi risultati a più lungo termine, sarà giustificato
un utilizzo sempre più frequente della tecnica meccanica di
emorroidectomia. 1. J Chir 2001;138:222-225. 2. Br J Surg 2001;88:669-674. 3.
Lancet 2000;355:779-781. 4. Lancet 2000;355:782-785. |
| JAMA |
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T.J.
GAN: nausea e vomito post-operatori Nausea
e vomito post-operatori frequentemente complicano l’epoca
post-chirurgica. Nuove tecniche di anestesia, grazie a nuovi
anti-emetici e farmaci anestetici a breve emivita hanno ridotto, negli
anni, la percentuale di
questi effetti collaterali. Comunque, questa evenienza è ancora
segnalata nel 70% dei pazienti operati per chirurgia maggiore (ad alto
rischio anestesiologico) e nella popolazione pediatrica (incidenza
minore nella fascia d’età inferiore ai due anni), dove interventi di
tonsillectomia o correzione di strabismo congiunto sono gravati da
nausea e vomito post-operatorio (PONV) del 60%. Il centro neurologico
trigger dell’emesi è localizzato nella formazione reticolare laterale
del midollo spinale; questa zona riceve input chimici dall’apparato
vestibolare, dal cervelletto, dal nucleo del tratto solitario, dai centri
della corticale cerebrale. I chemorecettori sono mediati dalla dopamina,
dall’acetilcolina (muscarinici), dall’istamina e dalla serotonina. Fra
gli antagonisti della dopamina, il droperidolo e la metoclopramide sono
i più studiati; quest’ultima ha effetti procinetici e promuove la
motilità gastrica e duodenale. Il droperidolo (0,625 – 1,25 mg) è un
efficace antiemetico, con profilo simile agli antagonisti della
serotonina. Altri antagonisti della dopamina, proclorperazina e
prometazina, sono efficaci, ma comportano sedazione. Gli
anti colinergici, come la scopolamina, sono ritornati in considerazione
per la loro applicazione per via transdermica (TTS). Fra
gli anti istaminici, la ciclizina è efficace, pur comportando sedazione
e secchezza delle fauci. Gli
antagonisti della serotonina (ondansetron, dolasetron e granisetron)
hanno provata efficacia e minime collateralità. E’
importante distinguere, per meglio scegliere il farmaco, fra nausea (droperidolo)
e vomito (antagonisti della serotonina). E’
importante definire i potenziali fattori di rischio per l’insorgenza
di PONV: i più produttivi sono il sesso femminile, depressione, non
dedizione a fumo di tabacco, impiego di oppioidi in altri interventi
chirurgici precedenti. Gli
interventi più predisponenti PONV sono: craniotomia, interventi ORL,
chirurgia mammaria maggiore, correzione di strabismo, laparoscopia e
laparotomia. Dolore, ansietà e disidratazione sono concomitanze
predisponenti. L’impiego
di associazione di antiemetici attivi su diversi recettori migliora
l’efficacia del trattamento. La più impiegata è con antagonisti
della serotonina (ondansetron), un dopamino-agonista (droperidolo) e
corticosteroide (desametasone). Tecnica complementare di qualche
efficacia può essere l’agopuntura di zone trigger: punto di
pericardio (5cm. prossimale alla regione palmare dell’avambraccio). Possibilità
di trattamento sono da individuare nell’impiego di ligandine per il
recettore della neurokinina-1 (NK-1), la sostanza P, presente del nucleo
del tratto solitario e nell’area postrema, così come in tutto il SNP. PT |
| JAMA |
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M.
ANDREONI, et.al.: infezione primaria da virus herpes 8 in bambini
immunocompetenti. L’infezione
da virus dell’herpes 8 umano (HHV-8) è causa di sarcoma di Kaposi e
discrasie linfoproliferative in adulti immunocompromessi; le
manifestazioni in ospite immunocompetente non sono note. In questo
studio prospettico, condotto in un ospedale di Alessandria d’Egitto
fra il dicembre 1999 e l’aprile 2000, 86 bambini da 1 a 4 anni sono
stati valutati per febbre di origine sconosciuta. In questi bambini si
è fatto il test sierologico con metodica a reazione polimerasi per
HHV-8 di sangue e saliva. 36 bambini (41,9%) erano sieropositivi,
sequenza di DNA di HHV-8 sono state riscontrate in 14 dei 36 bambini
(nella saliva in 11 di questi). In
conclusione si può affermare che l’infezione primaria da HHV-8 nella
popolazione immunocompetente, esordisce con rash maculo papulare in
distribuzione cranio-caudale, con febbre. Il ricevimento di sequenze
virali nella saliva dimostra che la via aerogena è la principale
per la trasmissione di questo virus nei bambini. PT |
| JAMA |
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CUMMINGS
S.R., et al.: livelli di estradiolo e rischio di tumore mammario in
donne in terapia con raloxifene. Il
raloxifene è un antagonista dell’estrogeno endogeno. I livelli di
estradiolo possono essere quindi correlati ad una eventuale protezione
per tumore della mammella. Questo
studio si propone di verificare l’ipotesi che il raloxifene riduca il
rischio di tumore mammario in donne ad alto rischio (alti livelli di
estradiolo). Gli Autori hanno valutato con uno studio randomizzato in
doppio cieco, controllato verso placebo, 7.290 donne in post-menopausa,
al massimo di 80 anni, con osteoporosi (quadro clinico per il quale è
approvato il trattamento con raloxifene) cui è stato dosato il valore
di estradiolo al momento dell’inizio dello studio. Non erano ammesse
donne con storia di tumore della mammella o in terapia con estrogeni in
climaterio fisiologico. Le
donne sono state suddivise in gruppi dove, a caso, erano trattate: a) 60
mg al giorno di raloxifene, b) 120 mg al giorno di farmaco, c) placebo;
l’osservazione è stata condotta dal 1994 al 1999. L’obiettivo
dello studio era quello di evidenziare i nuovi, eventuali casi di
carcinoma mammario nei tre gruppi di popolazione. Nel
gruppo che assumeva placebo, con livelli di estradiolo > 2,7 pg/ml,
c’era rischio 6.8 volte maggiore di tumore, rispetto a coloro che
avevano livelli di ormone non dosabile. Le donne con alti livelli (>
10 pg/ml) di estradiolo e trattate con raloxifene (a qualunque dosaggio)
si stima possano diminuire del 47% il rischio di tumore della mammella. |
| JAMA |
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DOLOR
R.J., et.al.: trattamento di rinosinusite con cefuroxime aggiunto o meno
a fluticasone intra-nasale In
questo studio si valuta l’efficacia dell’impiego di cortisosteroidi
per via intra-nasale nel trattamento di rinosinusite acuta, in pazienti
con storia di sintomi cronici o ricorrenti. E’
stata condotta l’osservazione in doppio cieco, randomizzata,
controllata nei confronti di placebo su 95 pazienti di età media di 39
anni con storia clinica soggettiva o documentata (endoscopia nasale,
radiografie) di sinusite o rinite cronica. L’intervento
terapeutico prevedeva l’impiego di 2 puff di fluticasone (200mg) o
spray placebo per 21 giorni; tutti invece ricevevano 2 puff
due volte al giorno per tre giorni
di xylometazolina idrocloridrato e 250 mg due volte al giorno di
acetil-cefuroxime, per 10 giorni. 88
pazienti hanno concluso il follow-up. I pazienti hanno raccolto il
diario di evoluzione dei sintomi durante le tre settimane di cura;
coloro ai quali è stato somministrato fluticasone raggiungono una più
alta percentuale di remissione clinica (93,5% contro 73,9%). Inoltre
l’evoluzione favorevole è molto più rapida.
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| Circulation |
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L' interruzione
delle statine può triplicare il rischio di morte.
Circulation del 5 marzo 2002
I coronaropatici che
interrompono la terapia ipocolesterolemizzante con statine, in
occasione di un ricovero per precordialgie, triplicano il rischio di
morte o di cardiopatia ischemica acuta, rispetto ai cardiopatici che,
nelle stesse circostanze proseguono con la terapia, come risulta da un
articolo su Circulation del 5 marzo.
Il messaggio ai medici
è: non interrompere le statine. La sospensione dopo l' insorgenza dei
sintomi, porta alla perdita del loro effetto protettivo nei pazienti
con coronaropatia.
I ricercatori sono
giunti a questa conclusione dopo l' esame retrospettivo dei dati di
1616 pazienti preventivamente arruolati nello studio PRISM (Platelets
Receptor Inhibition in Ischemic Syndrome Management), in cui il
tirofiban veniva confrontato con l' eparina in pazienti ricoverati con
precordialgie acute. Al momento del ricovero 465 pazienti erano in
terapia da almeno 6 mesi con una statina: la terapia veniva continuata
in 379 di questi ed interrotta in 86.
Dopo trenta giorni
venivano esaminati il tasso di mortalità e di infarti non fatali: i
pazienti che continuavano con la terapia ipolipemizzante avevano un
tasso di mortalità e attacchi pari a 0.49, rispetto ai soggetti mai
precedentemente trattati. Nel gruppo in cui la statina veniva
interrotta il rischio era pari a 2.93 volte rispetto al gruppo
in cui la terapia era mantenuta.
Una settimana dopo il
ricovero la percentuale dei pazienti sottoposti ad interventi di
riperfusione era significativamente maggiore sempre nel gruppo senza
la statina.
Infine, in 165 soggetti
trattati dopo il ricovero con i farmaci in oggetto, l' incidenza di
morte o di attacchi non fatali era significativamente minore rispetto
a coloro i quali non avevano mai fatto uso di statine .
I meccanismi alla base
di questi riscontri possono essere valutati tenendo presente gli
effetti di questa famiglia di farmaci, indipendentemente dall' attività
ipolipemizzante: la riduzione dei processi infiammatori della parete
arteriosa, l' azione antiaggregante piastrinica, l' azione inibitoria sulla
proliferazione della cellule muscolari lisce, sono meccanismi che
possono ridurre il rischio di attacco cardiaco. L' azione poi delle
statine, favorente la liberazione da parte delle cellule endoteliali
di NO (ossido nitroso), può spiegare l' effetto rebound alla loro
sospensione: in modelli animali l' interruzione di questo tipo di
stimolo alla produzione di NO, porta ad una riduzione del livello del
vasodilatatore al di sotto della norma.
Gli autori dell'
articolo ritengono non eticamente proponibile alcun tipo di studio
verso placebo.
GM.G. |
| ANNALS OF INTERNAL MEDICINE |
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In questo articolo vengono analizzati i lavori pubblicati sull’argomento dal 1975 all’ottobre 2000.Il peso dell’evidenza dei dati forniti dai diversi lavori era quasi esclusivamente di grado A, cioè i dati derivavano preferibilmente, e nella maggioranza dei casi, da studi multicentrici randomizzati che avevano coinvolto numerosi pazienti affetti da angina stabile cronica. Gli scopi del trattamento di una patologia come l’angina stabile cronica devono essere essenzialmente due:1)ridurre la morbilità e la mortalità e 2) eliminare il dolore anginoso con il minor numero possibile di eventi avversi e permettere al paziente di ritornare ad una vita normale. In assenza di controindicazioni i beta-bloccanti sono raccomandati come terapia iniziale: non sembra esserci diversità di efficacia tra i diversi beta-bloccanti. Se il paziente presenta gravi controindicazioni all’uso dei beta-bloccanti, se le reazioni avverse non sono tollerate, se l’angina persiste, occorre passare alla somministrazione di calcio-antagonisti. I derivati diidropiridinici e non diidropiridinici ad azione prolungata sono efficaci in misura analoga ai beta-bloccanti nel determinare la regressione dell’angina. I nitrati a lunga durata d’azione sono considerati come terapia di terzo livello poiché, per evitare fenomeni di tolleranza, occorre prevedere un periodo privo di nitrati: l’efficacia di tutti i nitrati a lunga durata d’azione sembra l’un l’altro sovrapponibile. I pazienti anginosi devono assumere quotidianamente, se non ci sono controindicazioni, acido acetilsalicilico in dose tra 75 e 325 mg, oppure, in caso di controindicazioni, clopidrogrel. Ogni fattore di rischio, come il fumo,l’aumento del colesterolo LDL, il diabete e l’ipertensione , deve essere trattato con appropriatezza. Non è stato dimostrato che la rivascolarizzazione coronarica migliori la sopravvivenza di molti pazienti, ma controlla i sintomi. Orbene, il by-pass aorto-coronarico è spesso indicato per pazienti sintomatici per la malattia della arteria coronaria principale di sinistra, o di tre vasi, o di due vasi, inclusa la stenosi prossimale della coronaria discendente anteriore sin: esso migliora la sopravvivenza. L’angioplastica coronarica transluminale percutanea è l’alternativa al by-pass per i pazienti con una funzione del ventricolo sinistro normale ed aspetti angiografici favorevoli. Inizialmente il by-pass è più efficace della terapia medica nel controllo dell’angina, ma i due metodi di approccio sono sostanzialmente di efficacia sovrapponibile dopo 5-10 anni. Circa l’ottanta per cento dei pazienti bypassati rimangono asintomatici per l’angina dopo 5 anni dall’intervento. Nei pazienti a basso rischio l’angioplastica sembra controllare l’angina meglio della terapia medica, ma sono descritte maggiori ricorrenza di angina e di procedure invasive rispetto a quelle successive al by-pass. L’educazione dei pazienti è una componente importante del trattamento. Per ogni paziente è necessario individuare un follow-up sufficientemente lungo per verificare la stabilità clinica a intervalli regolari e per rivalutare la prognosi quando necessario.Durante il primo anno di terapia il follow-up clinico deve essere fatto ogni 4-6 mesi se raggiunge la stabilità clinica: non serve fare elettrocardiogrammi periodici se le condizioni cliniche sono stazionarie. Pur in carenza di dati conclusivi occorre fare una rivalutazione strumentale da stress dopo 3 anni nei pazienti a basso rischio( funzione ventricolare normale con modesta coronaropatia). Nei pazienti ad alto rischio( soggetti non bypassati con frazione di eiezione inferiore a 0,50, con importante vasculopatia coronarica in almeno un vaso principale,o in tre vasi, e nei diabetici) occorre un follow-up annuale. Gli autori affermano che i test di follow-up devono essere eseguiti se il peggioramento del quadro clinico può portare a riconsiderare una decisione di non rivascolarizzazione presa precedentemente. I pazienti con rischio intermedio vanno rivalutati ogni 1-3 anni. Il test da sforzo , quando possibile , rimane il test di prima scelta e, se possibile, i controlli andrebbero eseguiti con la stessa metodologia degli accertamenti svolti in precedenza. MC |
| JAMA |
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K.
KROENKE, et.al.: prescrizione in Medicina Generale di paroxetina,
fluoxetina e sertralina Gli
inibitori selettivi della recaptazione della serotonina (SSRI) sono la
classe di antidepressivi più prescritta, ma non è noto se uno di loro
sia più efficace di altri. In
questo studio si è confrontata la terapia con 3 SSRI nella cura della
depressione da parte di Medici di Medicina Generale. E’ stato fatto
uno studio aperto, randomizzato, volto a trattare i pazienti, curati con
paroxetina (189 soggetti) o fluoxetina (193 soggetti) o sertralina (191
soggetti) per nove mesi. I Medici potevano cambiare terapia, passando da
SSRI a terapia alternativa, se i pazienti non rispondevano al
trattamento assegnato. Il
primo target da raggiungere come risultato terapeutico veniva valutato
secondo il Mental Component Summary score (punteggio da 1 a 100), a 1,
3, 6 e 9 mesi dall’inizio del trattamento. I punti secondari di
beneficio terapeutico prevedevano altre determinazioni del grado di
depressione e altri indici psicologici, abilità lavorative e attitudini
sociali, la qualità della vita in generale (concentrazione, memoria,
vitalità, dolore, qualità del sonno, attività sessuale). Il
94% dei pazienti ha terminato il percorso previsto a 1 mese, l’87% a 3
mesi, l’84% a 6 mesi, il 79% ha terminato il periodo di osservazione.
Le risposte ai tre SSRI è simile a tutti gli end-points prefissati. PT |
| THE LANCET INTERACTIVE |
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Trattamento
dell’epicondilite : confronto fra iniezioni steroidee,fisioterapia
e semplice attesa della spontanea guarigione. Risultati di un trial
randomizzato. Lancet
2002;359:657-62 del 23
febbraio 2002-03-04 L’epicondilite (o gomito del tennista) è una patologia da sovraccarico molto frequente nella pratica medica. La sua incidenza è stimata in circa 4-7 pazienti per mille per anno che affluiscono in un ambulatorio di medicina generale e si pensa che una percentuale di popolazione adulta compresa fra l’1 ed il 3% ne sia affetta. Un tipico episodio di epicondilite dura in media fra i 6 ed i 24 mesi,ma la maggior parte dei pazienti guarisce entro un anno. Nessun trattamento ha dimostrato sino ad ora una netta superiorità rispetto agli altri e gli studi effettuati sono di scarsa qualità ed hanno dato risultati contrastanti. Le linee guida del College of General Practitioners olandese raccomando una politica del “ guarda ed aspetta “ che comunque può includere l’uso di analgesici e di consigli ergonomici. In questo studio randomizzato,anch’esso olandese,gli autori hanno voluto cercare eventuali differenze di risultato fra strategie terapeutiche differenti. 185 pazienti con epicondilite furono divisi in tre gruppi : iniezioni steroidee, fisioterapia e semplice attesa. Nella breve distanza (sei settimane) il gruppo sottoposto alle infiltrazioni ha dimostrato il più alto indice di successo,ma il tasso di recidiva in questi pazienti è stato molto alto; la fisioterapia si è dimostrata superiore alla semplice attesa,ma le differenze non sono significative. Le conclusioni degli autori sono quindi quelle di utilizzare le iniezioni steroidee laddove esista la necessità di un pronto sollievo dai sintomi, fornendo le dovute informazioni relativamente ai possibili effetti collaterali ed al fatto che i vantaggi alla lunga saranno veramente pochi. In tutti gli altri casi meglio ricorrere a semplici consigli ed alla terapia analgesica se necessaria. MM |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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Trattamento
con ipotermia indotta in soggetti sopravvissuti con stato di coma ad
arresto cardiaco extra ospedaliero.
N
Engl Med J 2002;346:557-63 Lo
studio australiano ha interessato 77 pazienti rimasti in stato di coma
dopo rianimazione seguita ad un arresto cardiaco extra ospedaliero
:ipotermia indotta a 33°entro due ore dal ripristino della circolazione
spontanea e mantenuta a questo livello per 12 ore,oppure il trattamenti
in normotermia. L’end point primario era rappresentato dalla
sopravvivenza fino alla dimissione in condizioni sufficientemente buone
da permettere il ritorno a casa o il trasferimento in una struttura
riabilitativa. I pazienti con esito favorevole dimessi sono stati 21 su
43 trattati con ipotermia e 9 su 34 fra quelli trattati con normotermia.Dopo
aggiustamento per le differenze al basale relative all’età e tempo
intercorso fra arresto e ripristino della circolazione spontanea ,l’odd
ratio per l’esito favorevole è
risultato pari a 5,25(intervallo di confidenza al 95%
1,47-18,76;p=0,011).L’ ipotermia
era associata ad un più basso indice cardiaco,ad un a più alta
resistenza vascolare sistemica ed a iperglicemia. Negli
anni ’50 si pensava che gli effetti benefici sugli esperimenti animali
indotti dall’ipotermia fossero legati
unicamente alla riduzione delle richieste di O2.La spontanea e
incontrollata ipotermia è associata a brivido incontrollato
potenzialmente deleterio, termogenesi, rilascio di catecolamine e
vasocostrizione, mentre l’ipotermia terapeutica lieve 33-36°è
potenzialmente benefica, mentre l’ipotermia moderata 28-32°, può
causare aritmie, FV, coaugulopatie, infezione.E’ inoltre importante la
tempestività e la durata(al più presto dopo la rianimazione).Anche
l’ipotermia lieve (33-36°) che non diminuisce il consumo di O2 dopo
arresto cardiaco, probabilmente è in grado di proteggere
nei confronti di numerosi meccanismi biochimici deleteri
( perossidazione lipidica, radicali liberi, danni del DNA, dei
canali del Ca++ e dell’eccitazione neuronale)che portano
inevitabilmente alla morte di cellule nervose in regioni cerebrali
particolarmente sensibili, come l’ippocampo e il cervelletto.
L’ipotermia può essere
indotta: aria fredda sopra il corpo del paziente, ghiaccio in pacchetti
sulla testa e il dorso
,raffreddamento del sangue con una circolazione extracorporea o
peritoneale;il raffreddamento graduale può essere misurato in modo non
invasivo a livello naso-faringeo e timpanico. Non dobbiamo dimenticare che l’ipotermia nonostante i benefici sopraesposti, ha effetti deleteri su i meccanismi riparatori e rigenerativi.: pertanto il suo uso incondizionato con le altre terapia dovrà essere attentamente valutato, ma preso in considerazione nello stroke, nei traumi cerebrali e spinali, nello shock emorragico e settico. DB |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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Uso
di una lieve ipotermia terapeutica per migliorare l’esito neurologico
dopo arresto cardiaco. N Engl Med J
2002;346:549-56 L’arresto
cardiaco con ischemia
cerebrale causa
frequentemente gravi danni neurologici. Gli studi su animali di
laboratorio suggeriscono che l’ipotermia indotta a breve distanza di
tempo dal ripristino della circolazione spontanea possa migliorare
l’esito neurologico, ma non sono disponibili studi sugli esseri umani.
Uno studio europeo, multicentrico con valutazione in cieco dell’esito
,ha randomizato pazienti rianimati dopo arresto cardiaco dovuto a
fibrillazione ventricolare, sottoposti a ipotermia terapeutica
(temperatura target 32-34°,misurata in vescica) per un periodo di 24 h
oppure ad un trattamento standard con normotermia: l’end point
primario era rappresentato da un esito neurologico positivo entro i sei
mesi successivi all’arresto cardiaco, mentre gli end points secondari
erano la mortalità entro sei mesi e il tasso di complicanze entro i
primi sette giorni. Il 55% dei pazienti trattati ha presentato un esito
neurologico favorevole(performance cerebrale di categoria 1=buon
recupero)rispetto al 39% al gruppo trattato con normotermia;la mortalita
a sei mesi del gruppo trattato è stata del 41%rispetto al gruppo non
trattato 55%;il tasso di complicanze non è risultato significativo nei
due gruppi. DB |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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Studio a lungo termine sulla prognosi della gammopatia monoclonale di significato indeterminato. N Engl Med J 2002;346:564-9 La MGUS si verifica in una percentuale che può raggiungere il 2% delle persone con età uguale o superiore a 50 a; non sono ancora stati identificati degli indici predittivi affidabili per la progressione e le informazioni sulla prognosi sono limitate .Sono stati identificati 1384 pazienti giunti alla Mayo Clinic nel periodo fra il 1960 e il 1994 per i quali era stata formulata diagnosi di MGUS; l’end point primario era costituito dalla progressione verso il mieloma multiplo o un altro tumore delle plasmacellule. In 115 pazienti si è osservata la progressione della MGUS in mieloma multiplo, linfoma IGM, amiloidosi primaria, macroglobulinemia,LLC(rischio relativo rispettivamente di :25,0;2,4;8,4;46,0;0,9.).Il rischio complessivo di progressione è risultato di 7,3 rispetto alla popolazione bianca del programma Iowa Surveillance,Epidemiology and End Result. In altri 32 pazienti la concentrazione di proteina monoclonale è aumentata di oltre 3 gr/dl o la concentrazione di plasmacellule midollari è salita sopra il 10%(mieloma multiplo smoldering),ma senza progressione di malattia. La probabilità di progressione cumulativa è stata del 12% a 20 anni e del 30% a 25 anni. La concentrazione iniziale di proteina monoclonale è risultata un indice predittivo significativo di progressione a 20 anni. Il rischio di progressione di MGUS verso il mieloma multiplo o altre patologie correlate è pari a circa 1% per anno. DB |
| JAMA |
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PISETSKY
D.S., ST. CLAIR E.W.: progresso nel trattamento dell’artrite
reumatoide L’artrite
reumatoide (RA) colpisce dallo 0,5 all’1% della popolazione
statunitense; è una malattia infiammatoria cronica che colpisce due
volte più le donne che gli uomini, la coincidenza aumenta con
l’avanzare dell’età. RA causa in generale poliartrite simmetrica,
di grandi e piccole articolazioni, eventualmente associata a
manifestazioni generali quali rigidità articolare al risveglio, fatica,
perdita di peso. La
diagnosi di RA viene fatta con la presenza di dolori articolari,
gonfiori dei tessuti peri-articolari simmetricamente distribuiti e
prolungata rigidità articolare mattutina; a supporto, la presenza di
fattore reumatoide e test di laboratorio, l’aumento di VES, PCR (non
specifici). Mentre
l’artrite reumatoide è una condizione cronica, il danno articolare è
più tipico all’esordio della manifestazione: quindi il trattamento va
impostato all’inizio della sintomatologia. Sebbene
la malattia sia definita come artrite infiammatoria, essa produce
lesione a carico della sinovia, con infiammazione, proliferazione e
distruzione di ossa e cartilagine. La terapia si prefissa di inibire
l’infiammazione, ritardare la proliferazione sinoviale, prevenire
l’erosione giunzionale articolare. I
farmaci usati si possono suddividere in 4 categorie: farmaci
anti-infiammatori non steroidei (FANS), corticosteroidi, farmaci
antireumatici modificanti la patologia (DMARD), analgesici. Le prime 3
classi sono quelle rivolte alla recessione dei segni e dei sintomi (la
quarta solo nei sintomi). Per
definire un farmaco DMARD, esso deve dimostrare la ridotta distensione
articolare, ad esempio con proiezioni radiografiche comparative nel
tempo. ·
FANS e STEROIDI: sono i più utilizzati per la loro azione
anti-infiammatoria analgesica, sopprimono i sintomi e possono
dilazionare l’impiego di DMARD. Inoltre servono per fare diagnosi
differenziale fra RA e artropatia di altra eziologia. Il grosso
potenziale d’impiego deriva dalla disponibilità recente dei farmaci
inibenti la ciclo ossigenasi –2 (cox-2). Tra questi, celecoxib
ha avuto approvazione per il trattamento della RA e dell’osteoartrite,
rofecoxib per l’osteoartrite e il dolore acuto. Gli
steroidi, nonostante i potenziali effetti collaterali, se impiegati a
basse dosi (ad es.
prednisone a 10 mg/die o equivalente) può apportare beneficio
sintomatologico e svolgere azione DMARD. ·
DMARD: sono il caposaldo della terapia soppressiva per RA, con
criteri a risposta clinica descritta dall’American College of
Rheumatology (ACR) soddisfacente per un 20% di miglioramento degli
indici di valutazione clinica (ACR20): ripresa funzionale articolare,
stato generale del paziente, grado di diminuzione del dolore, inabilità
articolare a permanenza, valutazione ematica degli indici di flogosi. Tra questi farmaci il methotrexate (antagonista dell’acido folico) è il più frequentemente prescritto con ACR20 raggiunto nel 50-60% dei casi. Ne viene limitato l’impiego per la sua tossicità, ma in generale dà più stabili risposte rispetto a sulfasalazina, idrossiclorochina. · Nuovi DMARD: a) Ceflunomide inibisce la sintesi pirimidinica e interferisce sull’attivazione delle cellule T. ACR20 di Ceflunomide dimostrata come nel 52% dei casi (contro 46% di methotrexate e 26% di placebo, in uno studio di Strand et.al.). Smolen et.al. dimostrano ACR20 migliore rispetto a sulfasalazina. b) etanercept e infliximab sono inibitori del TNF-a, una citochina “chiave” nell’induzione dell’infiammazione. Etanercept a 25mg due volte al giorno ha una ACR20 del 59% (contro l’11% di placebo). Quel che conta, a livello radiografico l’erosione ossea è meno progressiva con l’uso di questi inibitori del TNF-a rispetto a methotrexate. E’ stato valutato l’impiego di 2 altre DMARD contemporaneamente, a fronte del fatto che la risposta al singolo principio sia a volte incompleta o rischiosa (alto il tasso di infezioni intercorrenti): nei trial clinici, l’aggiunta viene fatta in sequenza, in relazione ai benefici provati o mancanti in corso di terapia.
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| JAMA |
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W.K.
SCOTT, et.al.: analisi genomica nella malattia di Parkinson E’
controverso il contributo che può dare l’analisi genomica sulla
predisposizione all’insorgenza della malattia di Parkinson idiopatica.
Sebbene studi genetici abbiano identificato 2 geni la cui mutazione è
causa di malattia di Parkinson (PD) rara, correlata a mutazione singola,
altri studi avvalorano l’ipotesi che piccole variazioni geniche siano
alla base della forma più comune di questa malattia. Questo
studio di correlazione fra variazioni geniche e PD è stato condotto dal
1995 al 2000, facendo uno screening genomico completo di 174 famiglie
nelle quali siano stati segnalati più casi di malattia idiopatica; 870
persone in totale sono state sottoposte a studio, 378 delle quali con
diagnosi di PD, 379 senza segni di PD, 113 in condizioni cliniche non
precisamente inquadrabili. Le
indagini condotte dimostrano correlazione significativa con 5 regioni
cromosomiche differenti: sul cromosoma 6 nelle famiglie con almeno 1
individuo con PD insorto in età inferiore a 40 anni, sul cromosoma 179,
sull’8p e 5q in generale nelle famiglie con PD ad insorgenza tardiva e
sul cromosoma 9q nelle famiglie i cui elementi malati presentano non
responsività o risposta a trattamento con levodopa. PT |
| JAMA |
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A.T.
HIRSICH, et.al.: arteriopatia periferica, valutazione e trattamento
primario L’arteriopatia
periferica (PAD) è spesso associata a morbidità e mortalità per ictus
e infarto del miocardio. Con la sopravvenienza della terapia
ipolipemizzante e antiaggregante è ragionevole pensare di trattare la
PAD per migliorare la sopravvivenza delle persone con aterosclerosi. In
questo studio gli autori hanno valutato la prevalenza di PAD e quanto
accuratamente essa sia valutata in ambito clinico. Sono
stati valutati 6.417 pazienti (età > 70 anni, da 50 in su, con
storia di fumo, diabete o entrambi). PAD, definita come riduzione della
pressione alla femorale rispetto alla brachiale è stata riscontrata nel
29% di essi (il 13% dei soggetti aveva solo arteriopatia periferica, il
16% anche malattia cardiovascolare -CVD-; un ulteriore 24% aveva solo
CVD). Solo
l’8,7% dei pazienti con esclusiva PAD
aveva claudicatio. L’83% dei soggetti con precedente diagnosi di
arteriopatia periferica sapeva quel che aveva, ma solo il 49% dei
relativi medici di riferimento era al corrente di questa diagnosi. Il
profilo di rischio dei pazienti con sola PAD era simile a quello di
quelli con sola CVD; comunque si è rivelato meno probabile un
trattamento anti-ipertensivo o ipolipemizzante in coloro che avevano
vasculopatia arteriosa rispetto a quelli con malattia cardiaca. PT |
| JAMA |
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MAZUREK
G.H., et.al.: una nuova metodica per la diagnosi di tubercolosi.
JAMA
286, 1740-1747, 2001 Il
test cutaneo per la diagnosi di tubercolosi è noto essere di dubbia
utilità nella forma latente di patologia, ma è anche l’unica opzione
esistente negli Stati Uniti. Una proposta alternativa, prodotta in
Australia, prevede la determinazione quantitativa di interferone-g (IFN-g)
rilasciato da linfociti prelevati da sangue intero, poi eparinato,
incubato con tubercolina e antigene di controllo. In questo studio 1.226
adulti di 5 città statunitensi sono stati valutati per forma attiva o
latente di tubercolosi (TB) con test cutaneo e test di determinazione di
IFN-g; nessuno dei soggetti aveva infezione da HIV né era
immunocompromesso. I test tubercolinici sono stati interpretati secondo
i criteri standard, così come il test per IFN-g ha avuto svolgimento
secondo i parametri previsti dai produttori. Fra i 157 soggetti asintomatici vaccinati con BCG (bacillo di Calmette-Guerin), c’era solo il 70% di coerenza con i 2 test: 35 avevano test cutaneo positivo e test per IFN-g negativo, 12 hanno manifestato conversione a test precedente la vaccinazione. A commento dello studio, si può affermare che ancora manca un test attendibile per la tubercolosi in fase latente. I due test presi in esame hanno pari attendibilità diagnostica per TB in fase latente; peraltro il test di determinazione linfocitaria di IFN-g permette di chiamare a controllo una sola volta i pazienti ed elimina la relatività di lettura soggettiva tipica del test cutaneo. PT |
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