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Elenco delle riviste scientifiche: |
Collaborano a questa rubrica e a quella "Servizi" i seguenti autori:
Danila Briganti |
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ABSTRACT DI LUGLIO E AGOSTO |
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Resezione
epatica laparoscopica per neoplasie epatiche maligne. Il preciso ruolo delle resezioni epatiche laparoscopiche per tumori maligni (carcinomi epatocellulari –HCC- e metastasi epatiche) rimane controverso nonostante un numero sempre crescente di publicazioni riporti l’uso di resezioni epatiche laparoscopiche per tumori benigni del fegato. Uno studio retrospettivo venne eseguito in 11 centri Europei per indagare sulla loro esperienza di resezioni laparoscopiche in caso di tumori epatici maligni mediante un dettagliato questionario. Dal 1994 al 2000 37 pazienti sono stati oggetto di studio: 10 con HCC e 27 con metastasi epatiche; le dimensioni del tumore erano di 3.3 cm in media e 89% di essi erano localizzati nel lobo sinistro del fegato o nei segmenti anteriori del lobo destro. Gli interventi sono stati: 12 resezioni cuneiformi, 9 segmentectomie, 14 bisegmentectomie e 2 epatectomie maggiori. Il numero di trasfusioni, l’uso di clampaggio del peduncolo epatico ed il tasso di conversione a laparotomia furono significati-vamente maggiori negli HCC. Non vi furono decessi, le complicazioni postoperatorie interessarono 8 pazienti (22%) e il margine di tessuto sano resecato fu meno di 1 cm nel 30% dei pazienti. Il 44% dei pazienti con HCC e il 53% di quelli con metastasi erano liberi da malattia a 2 a. dall’intervento. Conclusioni: in pazienti con piccoli tumori epatici localizzati nel lobo sinistro o nei segmenti anteriori del fegato destro la resezione laparoscopica è praticabile e sicura. Il tasso di complicanze è basso eccetto in pazienti con HCC in fegato cirrotico 9/10 della serie. Il margine di sezione libero da tumore superiore a 1 cm potrebbe essere ottenuto usando routinariamente la ecografia laparoscopica. I risultati a distanza devono essere valutat in centri specializzati. GDL |
| JAMA |
B.
HOEN, et.al.: profilo dell’endocardite infettiva. JAMA
288 (1), 75-81, 2002
Il profilo epidemiologico dell’endocardite infettiva (EI) è in continuo cambiamento, fin dalle prime descrizioni risalenti alla fine del XIX secolo. Gli
Autori francesi danno informazioni epidemiologiche nazionali dal 1991 al
1999 raccolte in sei regioni su una popolazione rappresentativa di 16
milioni di abitanti. Sono
state diagnosticate endocarditi infettive in 390 pazienti adulti,
secondo i criteri di Duke. L’incidenza
annuale è di 31 casi per milione di abitanti (non compresi i 161 casi
segnalati nella Nuova Calcedonia). Nel 47% dei casi non c’erano
segnalazioni di pregressa patologia cardiaca. L’endocardite incide nel
16% dei casi in portatori di protesi valvolare. I
microorganismi a sostegno della patologia furono: streptococchi (48% dei
casi), di gruppo D (25%), streptococchi orali (17%), pyogenes (6%),
enterococco (8%). Le emocolture erano negative nel 9% dei casi; mancato
isolamento di stipite fu per il 5% dei casi. Protesi
valvolare precoce fu realizzata nel 49% dei pazienti. La mortalità
nosocomiale fu del 16%. Rispetto alla casistica precedente il 1991 si
assiste ad un minimo incremento causato da streptococchi orali. Si è
verificato un incremento della protesizzazione valvolare (31,2% contro
il 49,7%) e una diminuzione della mortalità in ospedale (21,6% contro
il 16,6% della casistica precedente). PT |
| JAMA |
K.Y. LAIN, J.M.
ROBERTS: Patogenesi e trattamento della preeclampsia.JAMA,
287 (24), 3123-3186, 2002
La
preeclampsia è una forma specifica di ipertensione in gravidanza; essa
complica il 5-8% delle gravidanze. Nei paesi dove i controlli
gestazionali non sono adeguati la preeclampsia e l’eclampsia è causa
nel 40-80% dei casi di morte materna (50.000 casi all’anno); i neonati
di donne con preeclampsia hanno rischio di mortalità 5 volte più
elevata attribuibile a
prematernità iatrogena. Circa il 10% dei casi di preeclampsia compare
prima della 34a settimana gestazionale, causa del 15% delle nascite
pre-termine negli Stati Uniti. L’ipertensione
gestazionale senza proteinuria è definita per valori pressori maggiori
di 140 mm Hg (sistolica) o 90 mm Hg (diastolica) in donne normotese
prima della 20a settimana di gestazione. La
preeclampsia è definita come ipertensione arteriosa con proteinuria
> 300mg/24 ore. L’eclampsia prevede la comparsa di cefalea non
altrimenti giustificata. La
preeclampsia è causata da 1) anomalia dello sviluppo placentare
(gravidanza extrauterina, gravidanza senza feto - mole vescicolare -. Il
rimodellamento arterioso dovuto all’invasione del trofoblasto non è
completo: le arterie spirali si dilatano, divengono flaccide e
compromettono la perfusione vascolare. 2) disordine sistemico materno:
la vascolarizzazione materna è un problema generale, non solo uterino:
i c’è maggiore sensibilità a qualsiasi agente tensogeno, la tendenza
all’attivazione dei processi coagulativi. I
due obiettivi primari in caso di preeclampsia prevedono la diagnosi e la
datazione del parto. Nel fare diagnosi porre attenzione alle seguenti
concomitanze: obesità, razza nera, ipertensione cronica, diabete o
insulino-resistenza, malattia del collagene, trombofilia,
iper-testosteronemia, multiple gravidanze pregresse, precedente diagnosi
di preeclampsia. Si deve porre attenzione al coinvolgimento sistemico
materno: ematologico (emolisi, trombocitopenia), epatico (epigastralgia,
incremento degli enzimi epatici), neurologico (disturbi SNC, disturbi
visivi e cefalea persistente), placentare (ritardo di crescita,
oligoidramnios, anomalie dell’arteria ombelicale); polmonari (edema
polmonare), renale (oliguria: <500 ml/24ore; ipercreatininemia >
1.2 mg/die). Prima del parto è necessario mantenere un periodico
controllo materno-fetale, come da protocolli in uso negli ambulatori
specialistici. Nel
periodo intraparto, si tratta di decidere se è percorribile il
secondamento naturale o la cesarizzazione. Il trattamento di profilassi
per la cefalea, l’ipertensione e il bilancio idroelettrolitico è
essenziale. Per quanto attiene alla cefalea è previsto l’impiego di
magnesio solfato parenterale (meglio di difenilidantoina o diazepam);
per l’ipertensione: idralazina e
labetalolo. Nel
post-parto è previsto continuare il trattamento con magnesio solfato
per almeno 12-48 ore; monitoraggio della pressione arteriosa. Da
segnalare, per le donne con insorgenza precoce di preeclampsia, il
dosaggio degli anticorpi anti-fosfolipidi, l’omocisteinemia, il
dosaggio di proteina C e S. PT |
| JAMA |
D. GRADY, et.al.:
terapia estroprogestinica e rischio cardiovascolare in menopausa.
JAMA, 288
(1), 49-57, 2002
Lo
studio HERS (Heart and Hestrogen/progestin Replacement Study) ha
verificato che l’impiego di estroprogestinici in climaterio
fisiologico non aumenta il rischio globale di patologia coronarica
cardiaca. Si è notato che un rischio relativo maggiore si verifica nel
primo anno di terapia; tale probabilità diminuisce a 3 e 5 anni di
trattamento continuativo. In
questo studio randomizzato, in doppio cieco
placebo condotto per 4,1 anni e con follow-up di altri 2,7 anni,
sono state arruolate 2.763 donne in climaterio fisiologico con problemi
di coronaropatia ischemica (CHD); 2.321 portarono a conclusione lo
studio a 4,1 anni (HERS1) e altre 2.321 acconsentirono al follow-up
(HERS2). Le
donne furono randomizzate per assumere 0,625 mg di estrogeni coniugati e
2,5 mg medrossiprogesterone acetato oppure placebo. Terapia ormonale a
discrezione del proprio curante fu consentita nella fase HERS2.
L’adesione al trattamento ad 1 anno fu di quasi l’80%, scesa al 45%
al sesto anno di osservazione (decremento di un ulteriore 8% nel gruppo
placebo al sesto anno di osservazione). Gli
end-points furono l’infarto non fatale del miocardio e la morte per
CHD. Eventi cardiovascolari secondari tenuti in considerazione furono la
rivascolarizzazione coronarica, aritmia
ventricolare non fatale, morte improvvisa, ictus o TIA, arteriopatia
periferica. Non
si sono evidenziate significative diminuzioni di CHD primari o secondari
nei due gruppi di studio. Una
bassa incidenza di CHD nel gruppo trattato con ormoni non è tale negli
anni di follow-up successivi. Dopo 6,8 anni la terapia ormonale non
riduce il rischio cardiovascolare in donne portatrici di patologia
coronarica ischemica. La
terapia ormonosostitutiva non dovrebbe, quindi, essere usata per ridurre
CHD in donne già affette da cardiopatia ischemica S.
HULLEY, et.al.: malattie non cardiovascolari durante i 6,8 anni di
terapia ormonosostitutiva Qui
si rende noto come nello stesso gruppo osservazionale sia più frequente
il tromboembolismo venoso nelle donne che facevano terapia
ormonosostitutiva; inoltre più frequentemente si assiste a necessità
di colecistectomia (p 0,002). Su
altre patologie gli Autori non esprimono parere definitivo. PT |
| JAMA |
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P.W.J.C.
SERRUYS, et.al.: Fluvastatina dopo angioplastica coronarica, con o senza
stenting. L’angioplastica
con palloncino, con o senza applicazione di stent, è il trattamento
migliore per l’ischemia coronarica, consentendo ai 3/5 di casi a 5
anni dall’evento (e a 1/3 a 10 anni) di non avere altri eventi clinici
avversi maggiori (MACE). Lo
studio è stato condotto in modo randomizzato, in doppio cieco,
controllato con placebo in 77 centri europei, canadesi e brasiliani, su
1677 pazienti di età compresa tra i 18 e gli 80 anni con angina stabile
o instabile o ischemia silente dopo un primo intervento di angioplastica
(PCI), con valori di colesterolemia tra i 135 ed i 270 mg/die e
trigliceridemia < 400 mg/die. Questi sono stati randomizzati per
ricevere Fluvastatina
80 mg/die (844 pazienti) o placebo (833 pazienti) dopo la
dimissione dall’ospedale, per un periodo di 3-4 anni. I parametri
clinici rilevati sono quelli di: tempo di sopravvivenza senza MACE
(morte cardiaca, infarto del miocardio non fatale, reintervento a di
PCI. Il
tempo intercorso dalla PCI e l’inizio dell’osservazione è in media
di 2 giorni, per un periodo medio di 3,9 anni. Pazienti senza MACE sono
chiaramente quelli trattati con fluvastatina: 21,4% contro il
% del gruppo placebo ha avuto almeno 1 MACE (p=0.01). Questo
risultato è indipendente dalla colesterolemia basale. Nell’analisi
dei sottogruppi, il rischio di MACE è ridotto nei diabetici o con
patologia vascolare periferica, nei quali era presente trattamento con
fluvastatina rispetto al sottogruppo placebo. Nessuna
segnalazione di incremento CPK o rabdomiolisi.
PT |
| JAMA |
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L.K.
NEWBY, et al.: impiego precoce di statine in pazienti con attacco
coronarico acuto. Mentre
è chiaro il beneficio, in prevenzione secondaria, derivante
dall’impiego degli inibitori della 3idrossi-3-metilglutamil coenzima A
reduttasi (HMG-CoA), non è noto il ruolo che questi possono rivestire
nell’attacco coronarico acuto. Gli
Autori hanno proposto l’impiego di statine, entro 7 giorni dopo
l’evento coronarico acuto, con valutazione a 90 giorni e ad un anno, a
3.952 pazienti con questa diagnosi; altri 8413 soggetti non utilizzavano
alcuna statina. I
parametri rilevati furono: il decesso a 90 giorni dalla diagnosi; la
morte, l’infarto del miocardio o l’ischemia severa ricorrente del
miocardio a distanza di un anno. La mortalità ad un anno conferma il
beneficio apportato dalle statine (1,2% d’incidenza in chi fu
trattato, contro il 2,1%). Non ci sono state differenze significative su
tutti gli end-points prefissati ad un anno dal fatto acuto. Da
notare, fra i vari studi condotti sulla popolazione esaminata, che sui
2.711 pazienti in cui è stata fatta un’analisi approfondita
sull’assetto lipidico, la mortalità era più alta in chi aveva un
quadro ritenuto normale; i dislipemici, invece, traevano beneficio
dall’impiego delle statine. PT |
| JAMA |
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LEDERLE
F.A., et al: Rottura di aneurisma dell’aorta addominale in pazienti
che rifiutano l’intervento o non possono sottoporvisi. JAMA
287(22), 2968-2972, 2002 Fra
i pazienti con aneurisma dell’aorta addominale (AAA)
ad alto rischio
chirurgico, l’intervento è procrastinato fintanto che l’aneurisma
raggiunge un diametro tale per cui l’attesa comporta costi, in termini
di morbidità e mortalità, maggiori dell’operatività. E’
stato condotto uno studio prospettico presso i Centri medici dei
Veterans Affairs americani su 198 pazienti con un AAA di almeno 5.5 cm
di diametro, non operati per controindicazioni alla chirurgia elettiva o
per rifiuto del paziente. Lo studio è stato condotto dall’aprile
’95 all’aprile 2000. L’osservazione
è stata completata su tutti i pazienti arruolati: 112 pazienti sono
deceduti e sul 46% di essi è stata fatta autopsia. 45 pazienti morirono
per probabile rottura dell’AAA. L’incidenza a 1 anno -di rottura
dell’AAA- era del 9.4% per diametro di lesione compreso tra 5.5 e 5.9
cm; 10.2% se tra 6 e 6.9 cm; 32% se il diametro dell’aneurisma era
maggiore di 7 cm. I rischi correlati più frequentemente alla rottura
dell’aneurisma, parametrati tra 6.5 e 7.9 cm erano da imputare a
rapido svasamento, oltre gli 8 cm, con una percentuale di rottura a 6
mesi dall’inquadramento diagnostico del 25.7%. In
conclusione, esiste proporzione diretta fra rischio di morte per rottura
dell’AAA e il suo diametro. PT |
| JAMA |
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J.D.
TRACHTENBERG, M.A. SANDE: resistenze del virus HIV al trattamento con
inibitori della trascrittasi inversa non nucleosidici. JAMA
288(2), 239-241, 2002 Dopo
20 anni dall’identificazione del virus HIV si vede come negli Stati
Uniti ed in Europa ci siano pazienti che sopravvivono più a lungo prima
di poter essere inquadrati come affetti da sindrome
dell’immunodeficienza acquisita (AIDS). Questo grazie alla terapia
HAART (acronimo di ‘più efficace terapia anti-retrovirale') e alla
valutazione delle eventuali resistenze ai farmaci impiegati in questi
regimi farmacologici. Sotto
il punto di vista epidemiologico è l’Africa sub-sahariana la regione
dove il virus si sta diffondendo maggiormente; in queste zone il recente
impiego di HAART comincia a
fornire alcune indicazioni: *in uno studio di confronto fra
duplice o singolo impiego di inibitore delle protessi (PI) si evince che
l’aggiunta di un secondo PI al trattamento amprenavir (PI)/efavirenz (NNRTI)
consente una diminuzione della viremia nel 35% dei pazienti, contro il
23% di chi usava solo l’associazione PI e inibitore
non nucleosidico della trascrittasi inversa; questo con un modesto
incremento del numero dei linfociti CD4 per le prime 24 settimane di
trattamento (a 48 settimane la crescita dei CD4 è simile nei due
gruppi). *Il
43% dei pazienti trattati per la prima volta con NNRTI presenta una
riduzione di viremia a 24 settimane, contro il 16% di chi già aveva
impiegato questa categoria di farmaci in precedenza. *L’ipersensibilità
a efavirenz consente di avere una buona risposta al trattamento. *In
un altro studio si afferma che pazienti trattati con NNRTI hanno molte
più possibilità di avere una viremia azzerata a 6 mesi; in un’altra osservazione
efavirenz e due NRTI (acronimo di ‘inibitori
nucleosidici della trascrittasi inversa'),
confrontati a indinavir
e 2 NRTI una viremia azzerata rispettivamente nel 70 e 48% dei soggetti,
a 6 mesi (p<0.001). *Il
dato preoccupante è la resistenza crescente nei confronti dei NNRTI,
specialmente se usati in regimi non soppressivi o in singola dose per
profilassi. La resistenza è composta di mutazioni del genotipo e del
fenotipo. Le resistenze ai PI invece sono in percentuale più bassa. *Le
resistenze ai NNRTI portano i livelli di viremia alle condizioni
precedenti l’inizio del trattamento, se non addirittura più alte, e
il numero dei linfociti CD4 diminuisce. PT |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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N
Engl J Med 2002;346:2025-32. Contraccettivi orali e rischio di
tumore della mammella Non
è chiaro se l'uso di un contraccettivo orale sia associato ad un
aumentato rischio di tumore
della mammella nelle fasi successive della vita, quando l'incidenza del
tumore al seno registra un incremento. È stato condotto uno studio caso
controllo su donne di età compresa fra 35 e 64 anni per stabilire il
rischio di tumore della mammella fra donne con uso attuale o pregresso
di contraccettivi orali. Lo studio ha interessato in totale 4575 donne
con tumore alla mammella e 4682 controlli. È stata utilizzata la
regressione logistica condizionale per calcolare gli Odds ratio come
stime ( rapporto di incidenza-densità ) del rischio relativo di tumore
alla mammella. Il rischio relativo è risultato pari a 1,0 ( intervallo
di confidenza al 95%: 0,8-1,3 ) per le donne con uso attuale di
contraccettivi orali e pari a 0,9 ( intervallo di confidenza al 95%:
0,8-1,0 ) per le donne con un loro uso pregresso. Il rischio relativo
non cresceva in maniera coerente all'aumentare dei periodi di utilizzo o
delle dosi degli estrogeni impiegate. I risultati ottenuti erano simili
fra le donne bianche e fra le donne nere. L'uso di contraccettivi orali
da parte di donne con una storia familiare di tumore alla mammella non
è risultato associato ad un rischio maggiore di tumore alla mammella,
così come non lo era all'inizio dell'assunzione di contraccettivi orali
in giovane età. Gli autori concludono che fra le donne di età compresa
fra 35-64 anni, l'uso attuale o pregresso di contraccettivi orali non è
risultato associato ad un rischio significativamente maggiore di tumore
alla mammella. DB |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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N
Engl J Med 2002;346:1948-53 Perfusione subendocardica anomala della
sindrome X scoperta mediante risonanza magnetica cardiovascolare. Della
sindrome X cardiaca(una sindrome caratterizzata da angina tipica,
risultati del testo da sforzo anomali e arterie coronarie normali) le
metodiche diagnostiche tradizionali non hanno potuto dimostrare che il
dolore toracico sia dovuto ad ischemia miocardica. Le tecniche di
risonanza magnetica dispongono di una maggiore risoluzione e possono
quindi essere più sensibili. Sono stati studiati
20 pazienti affetti da sindrome X e 10 controlli appaiati, sia a
riposo che durante infusione di adenosina. È stata eseguita l'analisi
quantitativa della perfusione utilizzando la curva ascendente normale
data dall'amplificazione del segnale miocardico per ricavare l'indice di
perfusione miocardica e l'indice di riserva della perfusione miocardica
(definito come il rapporto tra l'indice di perfusione miocardica durante
uno sforzo e l'indice a riposo),Nei controlli, l'indice di perfusione
miocardica è aumentato, con la adenosina in entrambi i gli strati del
miocardio (nel subendocardio, da una media di 0,12 + - 0,03, a 0,16 + -
0, 03(p=0,02); nel subepicardio, da 0,11 + -0,02 a 0,17 +
-0,05(p=0,002); in pazienti affetti della sindrome X , l'indice di
perfusione miocardica non ha mostrato variazioni significative nel
subendocardio (0,13 + - 0, 02 rispetto al 0,14 + - 0, 03;p=0,09 rispetto
ai controlli) ma è aumentato nel subepicardio (dal 0, 11 + - 0, 02
a0, 2 + -0,04;p<0,001).L'adenosina ha provocato dolore
toracico al 95% dei pazienti affetti dalla sindrome X e nel 40% dei
controlli(p<0,001).Nei pazienti affetti dalla sindrome X, la
risonanza magnetica cardiovascolare dimostra l'ipoperfusione
subendocardica durante la somministrazione di adenosina per via
endovenosa, che era associata è intenso dolore toracico. Questi dati
depongono a favore dell'ipotesi che il dolore toracico possa avere una
causa ischemica. DB |
| JAMA |
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PEREIRA
M.A., et.al.: alimentazione, obesità e insulino-resistenza in giovani
adulti. I
fattori compresi nella sindrome da insulino-resistenza, comprendenti
obesità, intolleranza agli zuccheri, ipertensione e dislipemia sono i
principali responsabili dell’insorgenza di diabete mellito di tipo 2 e
di cardiopatia. Sebbene la dieta sia coinvolta nell’insorgenza di
questa sindrome (IRS), in questo studio si è valutato il potenziale
coinvolgimento di altri fattori. Gli
Autori hanno condotto questo studio, denominato CARDIA (acronimo di
sviluppo di rischio coronarico in giovani adulti), prospettico su 3157
giovani di età compresa tra 18 e 30 anni, di razza bianca e nera, per
un periodo di 10 anni. La
quantità di calorie introdotte con il cibo è inversamente
proporzionale all’incidenza di IRS e malattia cardio-circolatoria fra
soggetti in sovrappeso (indice di massa corporea -BMI- > 25 Kg/m2
), ma non in individui più magri. Il rischio di sviluppo di IRS
(2 o più fattori determinanti) era inferiore del 72% negli individui in
sovrappeso rispetto a quelli obesi. Ogni momento prandiale sostanzioso
cui rinunciavano rappresentava un 21% in meno di possibile insorgenza di
IRS. Queste associazioni sono presenti sia fra i bianchi che fra i neri,
uomini e donne. Altri fattori dietetici, comprendenti macronutrienti e
micronutrienti non danno ulteriore definizione del rapporto tra apporto
calorico e IRS. PT |
| JAMA |
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SOLOWIJ
N., et al: Assunzione di cannabis e deficit cognitivo. Molti
individui che usano cannabis credono che questa abbia pochi effetti
collaterali (quando pensano che ci siano!) a lungo termine. Per
stabilire l’effetto di cannabis sulla capacità cognitiva, gli Autori
hanno sottoposto a test neuropsicologici 33 soggetti che non usavano
cannabis e 102 che la usavano regolarmente (in media 28 giorni al mese);
a questi ultimi dopo una media di 17 ore di astinenza. Persone che
avevano gravi problemi neurologici, che erano alcol- o tossicodipendenti
sono stati esclusi dall’osservazione. A
confronto di chi non usava cannabis, 51 degli abituali a cannabis (da
almeno 24 anni) avevano performance ai test nettamente peggiori, sia per
comprensione sia per ritenzione di nozioni sia di ricordo. Sebbene i 51
altri assuntori di cannabis (da almeno 10 anni) non avessero test
differenti rispetto ai controlli, insieme ai più abitudinari avevano
deficit nel concludere test di omissione di numeri da una sequenza; la
maggior dedizione coincideva ad una peggiore performance a questo test. Questo
test non avvalora che una astinenza più lunga di 17 ore coincida con un
cambiamento di risultati ai test; inoltre, più facilmente i dipendenti
da cannabis da molto tempo più frequentemente presentano ansia e
depressione, che di per sé, o con l’impiego di farmaci per queste
forme psichiatriche, possono falsare l’attendibilità dei test. PT |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
|
New
Engl J Med 2002;346:1609-15 I
geni BRCA1 e BRCA2
codificano proteine che partecipano alla risposta cellulare al danno del
DNA; mutazioni inattivanti di questi geni aumentano la suscettibilità
al cancro della mammella e dell'ovaio. La suscettibilità a sviluppare
un tumore è data dalla trasmissione ereditaria di un allele mutante sia
del gene BRCA1 o BRCA2, entrambi a trasmissione autosomica dominante,
seguita dalla perdita del secondo allele nelle cellule dell'epitelio
della mammella o dell'ovaio aperta ( perdita di eterozigosi) portando
alla completa inattivazione del gene. Le portatrici di mutazione dei due
geni si pensa abbiano un rischio nella loro vita di sviluppare un tumore
della mammella dal 50 all’ 80 per 100 e dal 20 al 40 per 100 di
sviluppare un cancro dell'ovaio. La mastectomia profilattica è un
problema controverso per tre principali ragioni: gli effetti personali
di una chirurgia così drastica, il fatto che il cancro alla mammella
non si sviluppa in tutte le portatrici delle mutazioni genetiche, la
diagnosi di cancro precoce, ottenuta con una sorveglianza intensiva, può
essere trattato efficacemente. ll rischio di tumore ovarico nelle
portatrici di mutazioni del gene BRCA è considerevolmente più basso
rispetto alla rischio di cancro della mammella ma l'assenza di metodi
efficaci di diagnosi precoce e la alta mortalità del cancro ovarico
avanzato ha convinto molti oncologi a raccomandare l'annessiectomia
bilaterale dopo il completamento della pubertà. DB New
Engl J Med 2002;346:1616-15 Mediante
l'esame delle cartelle cliniche sono state identificate 551 donne con
mutazioni BCRA1 o BCRA2 della linea terminale associate a patologie ed
esaminate per valutare l'insorgenza di tumori delle ovaie e della
mammella. Gli autori hanno determinato l'incidenza di tumore ovarico in
259 donne che erano state sottoposte a ovariectomia bilaterale
profilattica e in 292 controlli che non avevano subito tale intervento.
In un sottogruppo di 241 donne che non avevano una storia pregressa di
tumore della mammella o di mastectomia profilattica, l'incidenza del
tumore della mammella è stata determinata in 99 donne che erano state
sottoposte a ovariectomia bilaterale profilattica e in 142 controlli. La
durata del follow-up post operatorio per entrambi i gruppi è stata di
almeno otto anni.Sei donne che erano state sottoposte a ovariectomia
bilaterale profilattica, 2,3%, avevano una diagnosi di tumore ovarico
allo stadio primo al momento della procedura; due donne ,0,8%, hanno
presentato un cistoadenocarcinoma peritoneale,
3,8 e 8,6 anni rispettivamente dopo lo ovariectomia bilaterale
profilattica. Fra i soggetti di controllo, 58 donne, 19,9%, hanno avuto
un una diagnosi di tumore ovarico dopo un follow-up medio di 8,8 anni.
Con l'esclusione delle sei donne il cui tumore è stato diagnosticato al
momento dell'intervento chirurgico, lo ovariectomia bilaterale
profilattica ha ridotto significativamente il rischio di tumori
dell'epitelio celomatico(rapporto di rischio 0,044; intervallo di
confidenza al 95% compreso fra 0,01 e 0,16). Sul totale di 99 donne
sottoposte a ovariectomia bilaterale profilattica ed esaminate per
determinare il rischio di tumore della mammella, questo tumore si è
sviluppato in 21 casi(21,2%), mentre 60 casi(43,3%) sono stati
riscontrati nel gruppo di controllo(rapporto di rischio 0, 47;
intervallo di confidenza alle 95% compreso fra 0,29 e 0,77). L'
ovariectomia bilaterale profilattica riduce il rischio di tumori
dell'epitelio celomatico e del tumore della mammella nelle donne con
mutazioni dei geni BRCA1 o BRCA2. DB New
Egl J Med 2002;346:1781-5.
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| JAMA |
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F.B.
HU, et. al.: assunzione di pesce e acidi grassi omega-3 e rischio di
patologia coronarica in donne adulte. JAMA
287 (14), 1815 – 1821, 2002 Questo
studio condotto su popolazione adulta maschile ha già dimostrato
decremento della patologia coronarica. Per valutare se ciò corrisponde
anche nelle donne si è valutata l’alimentazione di 84.688 donne dai
34 ai 59 anni senza malattia cardiovascolare o tumorale, nel corso di 14
anni di osservazione (controlli ogni 4 anni). Durante
il periodo si sono verificati 1.513 casi di malattia coronarica (CHD)
484 mortali, 1029 non fatali. Rispetto
a donne che mangiano pesce meno di una volta al mese quelle che lo
consumano più di frequente sono notevolmente meno a rischio. Il rischio
di CHD è 0,79 per le donne mangiano pesce da 1 a 3 volte al mese, 0,71
se una volta la settimana, 0,69 se 2-4 volte/settimana, 0,66 se 5 o più
volte/settimana (casistica rivista in base ad età, fumo di sigaretta,
familiarità per CHD). Analogamente
le donne che assumevano acidi grassi omega-3 avevano minor rischio di
CHD. In particolare diminuisce la frequenza di eventi fatali. PT |
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Terapia di
mantenimento con infliximab nel M.di Crohn : lo studio ACCENT I.
Lancet 2002;359:1541-49 del 4
maggio 2002
Il Morbo di Crohn è una relativamente frequente malattia infiammatoria intestinale. Sebbene le forme moderate e lievi possano essere trattate con 5-aminosalicilati,molti pazienti devono ricorrere al cortisone per controllare i loro sintomi. L’uso del cortisone è notoriamente associato a numerosi effetti collaterali,tuttavia circa il 45% dei pazienti non è più in grado di sospendere tale terapia,pena la recrudescenza dei sintomi.Solitamente ai pazienti resistenti o dipendenti dagli steroidi si somministrano antimetaboliti delle purine (azatioprina) o methotrexate,farmaci che però hanno una certa latenza di effetto ed una non elevata percentuale di remissione clinica (40%). Il tumor necrosis factor alfa (TNF alfa) è una citochina pro-infiammatoria implicata nella patogenesi del M.di Crohn e l’infliximab è un anticorpo monoclonale chimerico rivolto contro di essa. In questo studio gli autori hanno voluto verificare se il beneficio ottenuto dopo una prima infusione con infliximab era prolungabile con una terapia di mantenimento. 573 pazienti con malattia in fase attiva sono stati sottoposti alla infusione di 5mg/Kg di infliximab ; 335 (58%) hanno risposto positivamente alla terapia entro due settimane e i risultati a 54 settimane hanno dimostrato che la somministrazione di infliximab ogni 8 settimane è in grado di mantenere in remissione un maggior numero di pazienti e di far sospendere la terapia con steroidi per un lungo periodo rispetto alla somministrazione unica. Gli effetti collaterali segnalati non sono stati più frequenti di quelli rilevati in studi sull’artrite reumatoide in particolare si sono verificate gravi infezioni nel 4% dei partecipanti. MM |
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L’acarbose per la prevenzione del diabete mellito tipo 2° : lo studio STOP-NIDDM. Lancet 2002;359:2072-77 del 15 giugno 2002-06-26Il diabete mellito tipo 2° è uno dei maggiori problemi di salute,associato ad una incrementata morbilità e mortalità con conseguenti elevati costi di gestione. La prevalenza di questa malattia nel mondo raddoppierà nei prossimi 25 anni. Le persone che svilupperanno il diabete di tipo secondo passano solitamente una fase di alterata tolleranza al glucosio caratterizzata da difetti nella secrezione o nella azione dell’insulina. La resistenza all’insulina cresce progressivamente passando da una normale tolleranza al glucosio ,all’alterata tolleranza al glucosio fino al diabete dove la secrezione di insulina decresce progressivamente.Si pensa che la tolleranza al glucosio rimanga normale fino a quando le cellule beta riescano a compensare l’insulino-resistenza.L’alterata tolleranza al glucosio si manifesta quando la secrezione insulinica non riesce pienamente a compensare la resistenza ,con la comparsa di iperglicemia post-prandiale.Tale meccanismo sembrerebbe sufficiente ad indurre gli effetti dannosi del glucosio che si manifestano anche con una ulteriore inibizione dell’azione e della secrezione dell’insulina favorendo il passaggio dall’alterata tolleranza al glucosio al diabete. Considerando che qualsiasi intervento nella fase di alterata tolleranza al glucosio in grado di ridurre la resistenza all’insulina o in grado di proteggere le beta cellule possa evitare od almeno ritardare l’insorgenza del diabete,si è voluto verificare con un trial randomizzato l’efficacia dell’acarbose.L’acarbose è un inibitore dell’alfa-glucosidasi che migliora la sensibilità all’insulina e riduce l’iperglicemia post-prandiale determinando inoltre un minor stress delle beta cellule.Dei pazienti con alterata tolleranza al glucosio partecipanti allo studio 714 furono assegnati al trattamento con acarbose,mentre 715 alla somministrazione di placebo. Dopo tre mesi si è potuto constatare una significativa riduzione della resistenza all’insulina con passaggio alla normale tolleranza al glucosio in alcuni pazienti e una riduzione dei casi passati al diabete nel gruppo trattato con acarbose (32% vs 42%). Sebbene gli effetti collaterali (principalmente flatulenza e diarrea) siano stati nel gruppo trattato con acarbose determinanti nell’indurre un precoce abbandono dello studio (31% vs 19%) gli autori concludono che l’acarbose debba essere considerato in aggiunta o come alternativa al cambiamento degli stili di vita per ritardare l’insorgenza del diabete nei pazienti con alterata tolleranza al glucosio. MM |
| THE LANCET INTERACTIVE |
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La
pentossifillina per il trattamento delle ulcere venose degli arti
inferiori : La maggior parte delle ulcere degli arti inferiori sono venose e vengono solitamente trattate con bendaggio compressivo; questo trattamento non sempre è sufficiente per risolvere il problema e varie terapie adiuvanti sono state sperimentate. In questo studio gli autori hanno effettuato una verifica sistematica dei trials controllati randomizzati riguardanti l’uso della pentossifillina,un diffuso agente emoreologico introdotto in terapia da decenni che ha la proprietà di ridurre la viscosità del sangue aumentando la flessibilità eritrocitaria,di incrementare la migrazione leucocitaria,di inibire l’aggregazione piastrinica, azioni che insieme possono concorrere nella correzione dei disordini microcircolatori.I dati ottenuti da otto trials portano a concludere che la pentossifillina fornisce un beneficio addizionale alla terapia compressiva delle ulcere venose e potrebbe essere efficace anche in pazienti senza terapia compressiva. MM |
| JAMA |
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Gruppo
di studio per il trattamento della depressione con Hypericum: Hypericum
perforatum nella depressione maggiore. Gli
estratti dell’erba di San Giovanni (Hypericum perforatum) sono diffusi
per il trattamento della depressione di varia gravità. Non è
dimostrata l’efficacia nel disturbo depressivo maggiore. In
questo studio in doppio cieco, randomizzato, condotto con confronto a
gruppo placebo, si sono valutati pazienti adulti con diagnosi di
depressione maggiore con un punteggio clinico della scala di Hamilton di
almeno 20. I
pazienti assumevano Hypericum perforatum, placebo o sertralina, per un
periodo di 8 settimane. Il dosaggio di Hypericum perforatum era fra i
900 e i 1500 mg., sertralina da 50 a 100 mg.. I pazienti responders
all’ottava settimana hanno continuato il trattamento per altre 18
settimane. Nel corso dello studio si è valutata 1) la differenza dello
score della scala di Hamilton per la determinazione clinica della
depressione e 2) la percentuale di prima risposta al trattamento, con
punteggio derivato dalla precedente metodica e dal punteggio della
metodica di impressione clinica globale di risposta terapeutica. La
regressione dei parametri della depressione era di - 9.20 nel gruppo
trattato con Hypericum perforatum, - 8,68 nel gruppo placebo e - 10,53
in chi assumeva sertralina. La
sertralina si dimostra migliore nella impressione clinica globale di
risposta terapeutica. Sovrapponibile nei tre gruppi di studio gli
effetti collaterali. Questo
studio dimostra la non efficacia di Hypericum perforatum nel trattamento
della depressione severa maggiore. Il risultato può derivare dalla poca
sensibilità della metodica di acquisizione dei risultati terapeutici,
ma è da segnalare la completa assenza di significativo miglioramento
clinico sintomatico denotato con l’impiego di Hypericum perforatum. PT |
| JAMA |
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LENDER
J.W.M., et. al.: diagnosi biochimica di feocromocitoma La
diagnosi di feocromocitoma è posta con l’evidenza di produzione di
catecolamine dal tumore. PT |
| JAMA |
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C.
CATASSI, et.al.: rischio di linfoma non-Hodgkin nel morbo celiaco. Il
morbo celiaco (CD) è una malattia cronica presente durante tutta la
vita dell’organismo che ne è infetto. Il linfoma non-Hodgkin (NHL) è
una possibile complicanza di CD; quest’ultima rappresenta un fattore
di incremento percentuale di casi di linfoma. In
questo studio si è quantificato il rischio di sviluppo di linfoma
non-Hodgkin a localizzazione primaria in soggetti affetti da patologia
celiaca. L’osservazione multicentrica, condotta con uno studio
caso-controllo fra il Gennaio ’96 e il Dicembre ’99 in Italia, è
stata effettuata su una popolazione di più di 20 anni d’età (in
media 57 anni; 20-92 anni il range della popolazione), senza NHL al
momento dell’arruolamento osservazionale. I controlli sono stati
effettuati su 2.739 uomini e 2.981 donne, positivi. Di questi si sono
valutati i livelli di anticorpi IgA anti-endomisio e il dosaggio di IgA
totali, nonché il dosaggio di IgA anti-gliadina in coloro che
presentavano
di CD e NHL. Biopsia duodenale è stata proposta per coloro che
avevano positività anticorpale anti-endomisio, con 4 biopsie a livello
del duodeno discendente. I
pazienti con NHL venivano definiti affetti da CD se con test
anti-endomisio positivo con tipica manifestazione enterica,
diagnosticata a livello istologico duodenale (parziale o sub-totale
atrofia dei villi intestinali e un aumento linfocitario intraepiteliale). Malattia
celiaca è stata diagnosticata in 6 dei 653 pazienti con linfoma; di
questi sei, il 50% aveva eziologia linfomatosa B-cellulare e l’altra
metà T-cellulare. Quattro dei sei casi di linfoma era a localizzazione
primaria a livello intestinale. Nel gruppo di controllo 24 (0,42%)
avevano malattia celiaca. Il
tasso di probabilità di NHL (a qualsiasi localizzazione primaria) con
la malattia celiaca è stata di 3,1% per linfoma intestinale; il rischio
di NHL nella popolazione generale è di 0,63%. L’associazione ad
incremento di NHL con celiachia sembra essere confermata, con una
prevalenza del tipo T-cellulare. Questa associazione non rappresenta
indicazione utile a screening sulla popolazione in generale affetta da
celiachia. PT |
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NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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N
Engl J Med 2002;346:793-801 14 Marzo 2002 La resistenza all’esercizio è un importante fattore prognostico nei pazienti affetti da patologie cardiovascolari, ma non è chiaro se permetta di formulare previsioni sulla mortalità anche nelle persone in buona salute. Vi è inoltre incertezza in merito al potere predittivo della resistenza all’esercizio in funzione di altre variabili cliniche e dei parametri degli stessi test di esercizio. Sono stati seguiti per un periodo medio di 6,2+/-3,7 anni di follow up 6213 uomini consecutivi che si erano sottoposti per motivi clinici a test al tread-mill;i soggetti sono stati divisi in due gruppi 3679 avevano avuto un risultato anormale al test di esercizio o una storia di patologia cardiovascolare ,mentre 2534 avevano avuto risultati normali e non avevano una storia di patologia cardiovascolare. L’end-point era costituito dalla mortalità complessiva .Durante il follow up si sono verificati 1256 decessi, corrispondenti ad un tasso annuo di mortalità del 2,6%:Gli uomini deceduti erano più anziani di quelli rimasti in vita e avevano una frequenza cardiaca massimale inferiore ,una pressione arteriosa sistolica e diastolica inferiore e una minore resistenza all’esercizio fisico. Dopo aver aggiustato per l’età,la resistenza all’esercizio misurata in equivalenti metabolici(MET : 1 MET = energia spesa seduti e rilassati che risulta pari ad un consumo di O2 di 3,5 ml al minuto per kg di peso corporeo in un adulto in stato di benessere)si è rilevata il più importante fattore predittivo del rischio di morte sia fra i soggetti normali che tra quelli affetti da patologia cardiovascolare:la resistenza massimale all’esercizio si è rivelata un fattore predittivo del rischio di morte più potente del valore previsto per l’età. Nessuna correlazione fra l’uso o meno di farmaci beta bloccanti e il potere predittivo all ’esercizio. Ogni incremento di 1 MET nella resistenza all’esercizio è risultata in un incremento del 12% di sopravvivenza. Gli autori concludono assegnando alla resistenza all’esercizio un fattore predittivo di mortalità più potente di altri fattori conosciuti di rischio cardiovascolare Nell’editoriale si ribadisce che gli individui più sani,che per loro natura praticano sport o attività fisica vivranno più a lungo sia con o senza malattia cardiovascolare ;l’esercizio fisico modifica il profilo lipidico, aumenta la tolleranza agli zuccheri, riduce l’obesità e abbassa la pressione arteriosa, modifica i fattori di rischio aterosclerotico, coaugulativi,infiammatori e diminuisce il tono simpatico:30 minuti al giorno per tutti i giorni della settimana almeno di intensità da valutare con altri studi clinici. DB |
| AMERICAN JOURNAL SURG |
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Emorroidectomia convenzionale o meccanica: risultati di uno studio
controllato Il
trattamento del prolasso emorroidario con cucitura meccanica
circolare, introdotto recentemente da Longo, potrebbe presentare
vantaggi in termini di durata dell’intervento, riduzione del
sanguinamento e soprattutto di dolore post-operatorio. Tuttavia i
risultati nel lungo termine non sono noti. Uno studio controllato ha
confrontato 2 gruppi di 40 pazienti portatori di prolasso emorroidario
di IV grado trattati o con emorroidectomia circolare secondo Léopold
Bellan (Milligan Morgan modificata - MM) o con cucitura circolare (CC)
4 cm al di sopra della linea pettinata, con una cucitrice di diametro
33. I
pazienti sottoposti a emorroidectomia manuale dovevano eseguire
dilatazioni anali con strumenti di calibro crescente al fine di evitare
una stenosi anale. Tutti i pazienti sono stati valutati tramite un
questionario che ha utilizzato in particolare una scala visiva
analogica del dolore e un esame clinico a 1, 2, 12, 24 e 54 settimane di
distanza dall’intervento. Le caratteristiche cliniche e psicologiche
dei due gruppi prima dell’intervento, erano sovrapponibili. La
durata dell’intervento (25 vs 50 minuti, p<O,OOl), della degenza
ospedaliera (2 vs 3 giorni) e dell’interruzione del lavoro (8 vs 15
giorni, p<O,OOI) sono risultati significativamente ridottinel gruppo
CC rispetto al gruppo MM. Il costo complessivo non era differente, il
costo aggiuntivo della pinza meccanica è compensato dalla riduzione
della degenza ospedaliera. Il dolore post operatorio era
significativamente ridotto nel gruppo CC (17,5% vs 42,5%, p<O,OOl).
L’ecchimosi perineale e la trombosi dei piccoli vasi emorroidali
residui dietro il ponte mucoso erano più rilevanti dopo la tecnica
manuale. Le complicanze a distanza sono risultate sovrapponibili nei 2
gruppi, a 1 anno di distanza. Non si sono osservate differenze rilevanti
alla manometria post-operatoria e, dopo 1 anno di follow-up, non si
sono osservate recidive nei 2 gruppi. Gli
autori concludono per il vantaggio dell’emorroidectomia meccanica. Commenti Si
tratta del quarto studio controllato le cui conclusioni vanno nello
stesso senso, in favore dei benefici a breve termine dell’emorroidectomia
meccanica (1- 4). Questo
ultimo studio come i precedenti, analizza un numero esiguo di pazienti
ed esegue un follow-up breve. Il maggior criterio deve rimanere la
recidiva emorroidaria o la comparsa di una stenosi anale. Se si
confermeranno questi risultati a più lungo termine, sarà giustificato
un utilizzo sempre più frequente della tecnica meccanica di
emorroidectomia. 1. J Chir 2001;138:222-225. 2. Br J Surg 2001;88:669-674. 3.
Lancet 2000;355:779-781. 4. Lancet 2000;355:782-785. |
| JAMA |
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T.J.
GAN: nausea e vomito post-operatori Nausea
e vomito post-operatori frequentemente complicano l’epoca
post-chirurgica. Nuove tecniche di anestesia, grazie a nuovi
anti-emetici e farmaci anestetici a breve emivita hanno ridotto, negli
anni, la percentuale di
questi effetti collaterali. Comunque, questa evenienza è ancora
segnalata nel 70% dei pazienti operati per chirurgia maggiore (ad alto
rischio anestesiologico) e nella popolazione pediatrica (incidenza
minore nella fascia d’età inferiore ai due anni), dove interventi di
tonsillectomia o correzione di strabismo congiunto sono gravati da
nausea e vomito post-operatorio (PONV) del 60%. Il centro neurologico
trigger dell’emesi è localizzato nella formazione reticolare laterale
del midollo spinale; questa zona riceve input chimici dall’apparato
vestibolare, dal cervelletto, dal nucleo del tratto solitario, dai centri
della corticale cerebrale. I chemorecettori sono mediati dalla dopamina,
dall’acetilcolina (muscarinici), dall’istamina e dalla serotonina. Fra
gli antagonisti della dopamina, il droperidolo e la metoclopramide sono
i più studiati; quest’ultima ha effetti procinetici e promuove la
motilità gastrica e duodenale. Il droperidolo (0,625 – 1,25 mg) è un
efficace antiemetico, con profilo simile agli antagonisti della
serotonina. Altri antagonisti della dopamina, proclorperazina e
prometazina, sono efficaci, ma comportano sedazione. Gli
anti colinergici, come la scopolamina, sono ritornati in considerazione
per la loro applicazione per via transdermica (TTS). Fra
gli anti istaminici, la ciclizina è efficace, pur comportando sedazione
e secchezza delle fauci. Gli
antagonisti della serotonina (ondansetron, dolasetron e granisetron)
hanno provata efficacia e minime collateralità. E’
importante distinguere, per meglio scegliere il farmaco, fra nausea (droperidolo)
e vomito (antagonisti della serotonina). E’
importante definire i potenziali fattori di rischio per l’insorgenza
di PONV: i più produttivi sono il sesso femminile, depressione, non
dedizione a fumo di tabacco, impiego di oppioidi in altri interventi
chirurgici precedenti. Gli
interventi più predisponenti PONV sono: craniotomia, interventi ORL,
chirurgia mammaria maggiore, correzione di strabismo, laparoscopia e
laparotomia. Dolore, ansietà e disidratazione sono concomitanze
predisponenti. L’impiego
di associazione di antiemetici attivi su diversi recettori migliora
l’efficacia del trattamento. La più impiegata è con antagonisti
della serotonina (ondansetron), un dopamino-agonista (droperidolo) e
corticosteroide (desametasone). Tecnica complementare di qualche
efficacia può essere l’agopuntura di zone trigger: punto di
pericardio (5cm. prossimale alla regione palmare dell’avambraccio). Possibilità
di trattamento sono da individuare nell’impiego di ligandine per il
recettore della neurokinina-1 (NK-1), la sostanza P, presente del nucleo
del tratto solitario e nell’area postrema, così come in tutto il SNP. PT |
| JAMA |
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M.
ANDREONI, et.al.: infezione primaria da virus herpes 8 in bambini
immunocompetenti. L’infezione
da virus dell’herpes 8 umano (HHV-8) è causa di sarcoma di Kaposi e
discrasie linfoproliferative in adulti immunocompromessi; le
manifestazioni in ospite immunocompetente non sono note. In questo
studio prospettico, condotto in un ospedale di Alessandria d’Egitto
fra il dicembre 1999 e l’aprile 2000, 86 bambini da 1 a 4 anni sono
stati valutati per febbre di origine sconosciuta. In questi bambini si
è fatto il test sierologico con metodica a reazione polimerasi per
HHV-8 di sangue e saliva. 36 bambini (41,9%) erano sieropositivi,
sequenza di DNA di HHV-8 sono state riscontrate in 14 dei 36 bambini
(nella saliva in 11 di questi). In
conclusione si può affermare che l’infezione primaria da HHV-8 nella
popolazione immunocompetente, esordisce con rash maculo papulare in
distribuzione cranio-caudale, con febbre. Il ricevimento di sequenze
virali nella saliva dimostra che la via aerogena è la principale
per la trasmissione di questo virus nei bambini. PT |
| JAMA |
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CUMMINGS
S.R., et al.: livelli di estradiolo e rischio di tumore mammario in
donne in terapia con raloxifene. Il
raloxifene è un antagonista dell’estrogeno endogeno. I livelli di
estradiolo possono essere quindi correlati ad una eventuale protezione
per tumore della mammella. Questo
studio si propone di verificare l’ipotesi che il raloxifene riduca il
rischio di tumore mammario in donne ad alto rischio (alti livelli di
estradiolo). Gli Autori hanno valutato con uno studio randomizzato in
doppio cieco, controllato verso placebo, 7.290 donne in post-menopausa,
al massimo di 80 anni, con osteoporosi (quadro clinico per il quale è
approvato il trattamento con raloxifene) cui è stato dosato il valore
di estradiolo al momento dell’inizio dello studio. Non erano ammesse
donne con storia di tumore della mammella o in terapia con estrogeni in
climaterio fisiologico. Le
donne sono state suddivise in gruppi dove, a caso, erano trattate: a) 60
mg al giorno di raloxifene, b) 120 mg al giorno di farmaco, c) placebo;
l’osservazione è stata condotta dal 1994 al 1999. L’obiettivo
dello studio era quello di evidenziare i nuovi, eventuali casi di
carcinoma mammario nei tre gruppi di popolazione. Nel
gruppo che assumeva placebo, con livelli di estradiolo > 2,7 pg/ml,
c’era rischio 6.8 volte maggiore di tumore, rispetto a coloro che
avevano livelli di ormone non dosabile. Le donne con alti livelli (>
10 pg/ml) di estradiolo e trattate con raloxifene (a qualunque dosaggio)
si stima possano diminuire del 47% il rischio di tumore della mammella. |
| JAMA |
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DOLOR
R.J., et.al.: trattamento di rinosinusite con cefuroxime aggiunto o meno
a fluticasone intra-nasale In
questo studio si valuta l’efficacia dell’impiego di cortisosteroidi
per via intra-nasale nel trattamento di rinosinusite acuta, in pazienti
con storia di sintomi cronici o ricorrenti. E’
stata condotta l’osservazione in doppio cieco, randomizzata,
controllata nei confronti di placebo su 95 pazienti di età media di 39
anni con storia clinica soggettiva o documentata (endoscopia nasale,
radiografie) di sinusite o rinite cronica. L’intervento
terapeutico prevedeva l’impiego di 2 puff di fluticasone (200mg) o
spray placebo per 21 giorni; tutti invece ricevevano 2 puff
due volte al giorno per tre giorni
di xylometazolina idrocloridrato e 250 mg due volte al giorno di
acetil-cefuroxime, per 10 giorni. 88
pazienti hanno concluso il follow-up. I pazienti hanno raccolto il
diario di evoluzione dei sintomi durante le tre settimane di cura;
coloro ai quali è stato somministrato fluticasone raggiungono una più
alta percentuale di remissione clinica (93,5% contro 73,9%). Inoltre
l’evoluzione favorevole è molto più rapida.
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| Circulation |
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L' interruzione
delle statine può triplicare il rischio di morte.
Circulation del 5 marzo 2002
I coronaropatici che
interrompono la terapia ipocolesterolemizzante con statine, in
occasione di un ricovero per precordialgie, triplicano il rischio di
morte o di cardiopatia ischemica acuta, rispetto ai cardiopatici che,
nelle stesse circostanze proseguono con la terapia, come risulta da un
articolo su Circulation del 5 marzo.
Il messaggio ai medici
è: non interrompere le statine. La sospensione dopo l' insorgenza dei
sintomi, porta alla perdita del loro effetto protettivo nei pazienti
con coronaropatia.
I ricercatori sono
giunti a questa conclusione dopo l' esame retrospettivo dei dati di
1616 pazienti preventivamente arruolati nello studio PRISM (Platelets
Receptor Inhibition in Ischemic Syndrome Management), in cui il
tirofiban veniva confrontato con l' eparina in pazienti ricoverati con
precordialgie acute. Al momento del ricovero 465 pazienti erano in
terapia da almeno 6 mesi con una statina: la terapia veniva continuata
in 379 di questi ed interrotta in 86.
Dopo trenta giorni
venivano esaminati il tasso di mortalità e di infarti non fatali: i
pazienti che continuavano con la terapia ipolipemizzante avevano un
tasso di mortalità e attacchi pari a 0.49, rispetto ai soggetti mai
precedentemente trattati. Nel gruppo in cui la statina veniva
interrotta il rischio era pari a 2.93 volte rispetto al gruppo
in cui la terapia era mantenuta.
Una settimana dopo il
ricovero la percentuale dei pazienti sottoposti ad interventi di
riperfusione era significativamente maggiore sempre nel gruppo senza
la statina.
Infine, in 165 soggetti
trattati dopo il ricovero con i farmaci in oggetto, l' incidenza di
morte o di attacchi non fatali era significativamente minore rispetto
a coloro i quali non avevano mai fatto uso di statine .
I meccanismi alla base
di questi riscontri possono essere valutati tenendo presente gli
effetti di questa famiglia di farmaci, indipendentemente dall' attività
ipolipemizzante: la riduzione dei processi infiammatori della parete
arteriosa, l' azione antiaggregante piastrinica, l' azione inibitoria sulla
proliferazione della cellule muscolari lisce, sono meccanismi che
possono ridurre il rischio di attacco cardiaco. L' azione poi delle
statine, favorente la liberazione da parte delle cellule endoteliali
di NO (ossido nitroso), può spiegare l' effetto rebound alla loro
sospensione: in modelli animali l' interruzione di questo tipo di
stimolo alla produzione di NO, porta ad una riduzione del livello del
vasodilatatore al di sotto della norma.
Gli autori dell'
articolo ritengono non eticamente proponibile alcun tipo di studio
verso placebo.
GM.G. |
| ANNALS OF INTERNAL MEDICINE |
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In questo articolo vengono analizzati i lavori pubblicati sull’argomento dal 1975 all’ottobre 2000.Il peso dell’evidenza dei dati |