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Abstract Ottobre Dicembre 2002 |
| JAMA |
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Trattamento
anti-ipertensivo e ipo-lipemizzante per la prevenzione di crisi cardiaca
(studio ALLHAT) Il
trattamento anti-ipertensivo è riconosciuto per la riduzione della
morbidità e della mortalità, ma il trattamento di prima scelta non è
noto. In
questo studio gli Autori hanno valutato l’effetto di un
calcioantagonista o di un ACE-inibitore, rispetto ad un diuretico
tiazidico, sull’incidenza di patologia coronarica ischemica o altre
malattie cardiovascolari. Lo
studio ALLHAT (Antihypertensive
and Lipid-Lowering treatment to Prevent Heart Attack Trial) è
randomizzato, in doppio cieco, con controlli clinici attivi, passibili
di adeguamento terapeutico, condotto dal febbraio 1994 al marzo 2002. I
soggetti sono stati randomizzati per assumere clortalidone (12,5 o 25 mg
al giorno, su 15.255 pazienti), amlodipina (da 2,5 a 10 mg al giorno, su
9.48 pazienti) o lisinopril (da 10 a 40 mg al giorno per 9.054 pazienti)
per un periodo variabile dai 4 agli otto anni. L’obiettivo
primario dello studio era la cardiopatia coronarica ischemica e infarto
miocardico non fatale. Obiettivi secondari erano la mortalità,
l’ictus cerebrale, l’evoluzione della coronaropatia (eventuale
rivascolarizzazione, angina con ospedalizzazione), della cardiopatia
(ictus, il trattamento dell’angina senza ospedalizzazione, lo
scompenso cardiaco, l’arteriopatia periferica). Il
follow-up medio è stato di 4.9 anni. L’obiettivo primario di
valutazione è occorso in 2.956 soggetti, senza differenze in base al
trattamento ricevuto, così come non c’era differenza per qualsiasi
causa di mortalità. La
pressione sistolica, nel corso di cinque anni di studio, si manteneva più
alta in coloro che
assumevano amlodipina e lisinopril; la diastolica era più bassa
in chi assumeva amlodipina. In
confronto amlodipina/clortalidone, gli obiettivi secondari erano simili
per incidenza, ad eccezione del numero degli scompensi cardiaci, più
frequenti nel gruppo trattato con amlodipina (10.2% contro il 7.7%). Nel
confronto lisinopril/clortalidone il primo ha una percentuale maggiore,
a sei anni, di eventi correlati alla malattia cardiovascolare (33.3%
contro 30.9%), all’ictus (6.3% contro 5.6%)e allo scompenso cardiaco
(8.7% contro il 7.7% del gruppo trattato con diuretico tiazidico). In
conclusione, si può affermare che i diuretici tiazidici sono superiori
per efficacia nella prevenzione di uno o più elementi della malattia
cardiovascolare, oltre che ad essere meno costosi. I diuretici stessi
vanno preferiti anche come prima scelta nel trattamento anti-ipertensivo. JAMA
288(23), 2998-3007, 2002 Per
quanto attiene al trattamento ipo-lipemizzante, previsto nell’ambito
dello studio ALLHAT, si evince che la pravastatina non riduce le cause
di mortalità correlate a cardiopatia ischemica più di quanto osservato
nei pazienti che già assumevano altri rimedi ad analoga finalità, nei
quali già si assisteva ad un buon controllo della pressione arteriosa
ed una discreta riduzione della colesterolemia LDL-C (in media 146
mg/dl). Peraltro, la riduzione della colesterolemia LDL-C è stata del
27.7% in chi ha assunto pravastatina e dell’11% in media in chi
assumeva altri rimedi (rilevazione a 4 anni). Si
evince l’importanza dell’aver iniziato da tempo la prevenzione della
malattia cardiovascolare con la diminuzione dei livelli di
colesterolemia. PT |
| JAMA |
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M.MITKA:
mappatura e conservazione di geni cromosomici I
genetisti credono di aver bisogno di copie di DNA da centinaia di
migliaia di uomini prima di poter definire la correlazione genica ad
alcune malattie, per la possibile eventuale cura, nonché per studiare
la relazione fra i geni stessi e lo sviluppo della malattia. Per
ottenere, analizzare e conservare una così ampia quantità di DNA sono
state create molte ‘banche’ in tutto il mondo. Grandi o piccole,
ognuna di loro si è prefissata la correlazione con patologie a bassa
prevalenza, come la malattia di Huntington, o più frequenti, come il
cancro, la cardiopatia, la malattia di Alzheimer, patologie che
coinvolgono più geni e con diverse espressioni cliniche. Ad
esempio, il Centro di genetica medica nel Nord-Ovest degli Stati Uniti
ha approntato uno studio osservazionale, denominato “NUgene”, col
quale gli scienziati acquisiscono informazioni sui geni provenienti da
volontari di diverse aree metropolitane; lo studio è cominciato su 2000
soggetti maggiorenni, in buona salute, di qualsiasi età e sesso,
definiti da una provenienza ancestrale del Nord-Europa. I volontari sono
pagati $20 per il viaggio e il tempo impiegato per la valutazione presso
i Centri identificati. Definiti per la loro provenienza, gli scienziati
ritengono di acquisire materiale genomico molto omogeneo da una grande
quantità di DNA. Progetti
simili sono in corso di realizzazione in Islanda, Estonia, Tonga. PT |
| JAMA |
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BROLIN
R.E.: morbidità correlata ad obesità in pazienti con interventi di
rimodellamento gastrico. Da studi osservazionali sulla mortalità di pazienti obesi con patologie concomitanti, si evince che questa è 12 volte più frequente in maschi di età compresa fra i 25 ed i 34 anni e di 6 volte se tra i 35 ed i 44 anni. Dato che la diminuzione di peso coincide con un miglioramento della co-morbidità dell’obesità, il trattamento chirurgico appare auspicabile, laddove non vi sia altra via per perseguirla. Ci
sono tre tipi di chirurgia restrittiva: la gastroplastica con
graffettaggio metallico, il bendaggio gastrico e il by-pass gastrico
Roux-en-Y. Nel primo caso si crea una compartimentazione verticale a
livello della giunzione gastro-esofagea, della capacità di 15-20 ml,
con un clampaggio alla sua estremità distale della piccola flessura
dello stomaco; nel secondo caso la compartimentazione è sul piano
orizzontale, con creazione di tasca di 10-15 ml di capacità. Nel terzo
caso si crea un collettore digiunale con una tasca superiore gastrica di
20-30 ml di capacità. Esiste un quarto intervento, più aggressivo, di
diversione bilio-pancreatica con dislocazione duodenale. Tutte
queste tecniche presentano una minima percentuale di malassorbimento.
Soprattutto nel by-pass gastrico si nota anemia sideropenica,
ipovitaminosi B-12, malassorbimento di proteine, carboidrati. La
Roux-en-Y è peraltro la tecnica preferita per ottenimento di decremento
ponderale, con perdita circa del 35% del peso in epoca precedente
l’intervento stesso. Ci sono delle complicanze post-operatorie, quali
TVP o embolismo polmonare, neo-anastomosi, infezioni chirurgiche. Su
tutte, le condizioni di anemia sideropenica e ipovitaminosi B-12 sono
presenti nel 30% dei casi. La
tecnica Roux-en-Y può produrre una sindrome di ripienezza gastrica
(dumping syndrome). Il
risultato di interventi chirurgici per l’obesità va rapportato alla
diminuzione delle patologie concomitanti. Il successo chirurgico, oltre
alla diminuzione di peso, coincide con una diminuzione di
insulino-resistenza e della patologia cardiovascolare, del miglior
profilo lipemico, delle disendocrinie ginecologiche, delle sindromi
disventilatorie e dei disturbi del sonno. PT |
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Effetti della quantità
e della intensità dell'esercizio fisico sulle lipoproteine plasmatiche. N Engl J Med
2002; 347:1483 -92. L'incremento dell'attività fisica risulta collegato ad una riduzione del rischio di malattia cardiovascolare probabilmente dovuto al miglioramento che esso induce sul profilo lipoproteico. Non è noto, tuttavia quale sia la quantità di esercizio fisico necessaria per conseguire benefici ottimali. Sono state studiate in uno studio randomizzato prospettico gli effetti sulle lipoproteine della quantità e della intensità dell'esercizio fisico complessivamente su 111 soggetti di entrambi i sessi, sedentari, in sovrappeso e con dislipidemia da lieve a moderata, assegnati mediante randomizzazione ad un gruppo di controllo seguito per sei mesi, oppure per otto mesi circa ad uno dei tre gruppi che svolgevano attività fisica con diverse modalità: esercizio fisico di alta intensità e alta quantità, equivalente dal punto di vista calorico a venti miglia ( 32km) di jogging per settimana al 65-80% del consumo massimo di ossigeno; esercizio fisico di alta intensità e bassa quantità, equivalente dal punto di vista calorico a dodici miglia (19,2km) di jogging per settimana alla 65-80% del consumo massimo di ossigeno; esercizio fisico di moderata intensità e bassa quantità, equivalente dal punto di vista calorico a dodici miglia di jogging per settimana alla 40-55% del consumo massimo di ossigeno. I soggetti sono stati incoraggiati a mantenere il proprio peso iniziale. 84 soggetti che hanno rispettato i criteri descritti hanno costituito la base per l'analisi principale; è stato ottenuto un dettagliato profilo lipoproteico tramite spettroscopia di risonanza magnetica nucleare con una verifica tramite misurazione del colesterolo nelle sottofrazioni lipoproteiche. Si è osservato un effetto benefico dell'attività fisica sulla serie di variabili lipidiche e lipoproteiche, tale effetto è apparso maggiore nei soggetti che svolgevano esercizio fisico di alta intensità ed alta quantità. L'alta quantità di attività fisica ha portato un miglioramento superiore rispetto alle minori quantità di attività fisica in 10 variabili su 11 ed è risultata sempre superiore alla condizione di controllo in 11 variabili su 11.Entrambi i gruppi con minore quantità di attività fisica hanno costantemente presentato risposte migliori rispetto al gruppo di controllo in 22 confronti su 22. La quantità elevata di attività fisica settimanale ,con minime variazioni ponderali, ha avuto effetti benefici di ampia portata sul profilo lipoproteico. I miglioramenti erano collegati alla quantità di attività fisica e non all'intensità dell'esercizio o al miglioramento della forma fisica. DB |
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Confronto tra livelli
di proteina C reattiva e di colesterolo LDL come predittori di primi
eventi cardiovascolari.
New E J Med 2002;347:155-65
Sia livelli di proteina C reattiva che quelli di colesterolo LDL risultano elevati nei soggetti a rischio per eventi cardiovascolari, non sono però disponibili dati di popolazione sul confronto diretto tra questi due marcatori biologici.. Sono state studiate 27.9309 donne americane apparentemente sane. con valutazioni iniziale di livelli di Proteina C reattiva e di colesterolo LDL; sono state quindi seguite per un periodo medio di otto anni per l'insorgenza di un infarto miocardico,ictus ischemico,rivascolarizzazione coronarica o exitus da cause cardiovascolari. E’ stato valutato il ruolo predittivo di queste due misure relativamente al rischio di eventi cardiovascolari nella popolazione oggetto dello studio. Sebbene la proteina C reattiva e colesterolo LDL siano risultati solo minimamente correlati fra loro(r= 0, 08 ), i livelli basali di ciascuno di essi hanno mostrato una forte correlazione lineare con l'incidenza di eventi cardiovascolari. Dopo aggiustamento per età, status relativo al fumo, presenza o assenza di diabete mellito, categorie di livello di pressione arteriosa e uso e non uso di terapia ormonale sostitutiva, i rischi relativi di primi eventi cardiovascolari per le donne nei quintili elevati di proteina C reattiva, rispetto alle donne nel quintile più basso, sono risultati pari a 1,4, 1,6, 2,0 e 2,3 ( p< 0,001.) mentre i corrispondenti rischi relativi nei quintili elevati di colesterolo LDL , rispetto al quintile più basso, sono risultati pari a 0,9, 1,1, 1,3 e 1,5 (p< 0,001). Effetti analoghi sono stati osservati in analisi separate eseguite per ciascuno componente dell’end point composito e tra le pazienti con o senza utilizzo di terapia ormonale sostitutiva. Complessivamente il 77% di tutti gli eventi si è verificato tra le donne con livelli di colesterolo LDL inferiori a 160 mg/ml e il 46% fra quelle con livelli di colesterolo LDL inferiori a 130 mg/ml. Poiché le misure di proteina C reattiva e il colesterolo LDL tendevano a identificare differenti gruppi di rischio elevato, lo screening per entrambi i marcatori biologici ha fornito informazioni prognostiche migliori rispetto allo screening per ciascuno dei due. Sono state anche osservate effetti indipendenti per la proteina C reattiva in analisi aggiustate per tutte le componenti del punteggio di Framingham per il rischio di eventi cardiovascolari .I dati suggeriscono che il livello di proteina C reattiva è un predittore di eventi cardiovascolari più forte rispetto al livello di colesterolo LDL e che aggiunge ulteriori informazioni prognostiche rispetto a quelle fornite dal punteggio di rischio di Framingham. DB |
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Mercurio e rischio di
cardiopatia coronarica negli uomini. N
Engl J Med 2002;347:1755-60.
Una elevata assunzione alimentare di Mercurio derivante dal consumo di pesce sembra aumentare il rischio di cardiopatia coronarica;utilizzando un disegno caso controllo è stata studiata l'associazione tre livelli di Mercurio nelle unghie dei piedi e rischio di cardiopatia coronarica tra operatori sanitari di sesso maschile senza una precedente storia di malattie cardiovascolari o cancro, che avevano l'età compresa fra 40 e 75 anni nel 1986. I campioni di unghia sono state raccolte nel 1987 da 33.747 membri della coorte, e durante cinque anni di follow-up sono stati documentati 470 casi di cardiopatia coronaria ( chirurgia coronaria, infarto miocardico non fatale e cardopatia coronarica fatale). Ogni paziente è stato abbinato, in base all'età , alla condizione di fumatore ad un soggetto di controllo scelto a caso. Il livello di Mercurio risultato significativamente correlato consumo di pesce e il livello medio di Mercurio risultato più elevato nei dentisti rispetto non dentisti. Dopo controllo per età ,condizione di fumatore e altri fattori di rischio per cardiopatia coronarica, il livello di Mercurio non è risultato significativamente associato a rischio di cardiopatia coronarica. Nel confronto tra il quintile più elevato e quello più basso dei livelli di Mercurio, il rischio di cardiopatia coronarica per il livello più elevato è risultato pari a 0, 97 (intervallo di confidenza 95%: 0,63-1,50 ).L’ aggiustamento per l'assunzione acidi grassi omega 3 del pesce non ha influito in modo apprezzabile su questi risultati. I risultati non depongono a favore di un'associazione tra l'esposizione totale al mercurio e rischio di cardiopatia coronarica, ma l'esistenza di una debole relazione tra i due non può essere esclusa. Il Mercurio, in particolare il metilmercurio è noto e conosciuto come un inquinante di certa tossicità per la specie umana. Gli effetti tossici del metilmercurio del pesce vennero alla luce dopo numerosi episodi di intossicazione in Giappone, uno spettro di quadri clinici diversi dalla parestesia all'annebbiamento della visione fino a specifici segni di intossicazione da Mercurio come la cecità e lo scotoma centrale, fino al coma e la morte in alcuni casi;deficit neurologici si possono sviluppare con concentrazioni di metilMercurio espressa come ppm di 10 o più elevate .L'esposizione fetale risulta in numerose manifestazioni di rallentamento dello sviluppo neurologico. I potenziali rischi dell'ingestione di metilMercurio sono state soppesate rispetto ai presunti benefici sulla salute nel consumo di pesce. Le raccomandazioni per le donne in gravidanza o quelle che hanno intenzione di avere figli è quella di evitare alcune specie di pesce ad alto contenuto di metilMercurio come:sgombri giganti,pesce spada,squalo,specie di pesci a lunga vita e che sono in cima alla catena alimentare. La raccomandazione è stata estesa alle donne che all’allattano e ai bambini piccoli per queste specie di pesce ad alto contenuto di Mercurio Cosa dire delle altre specie in commercio di pesce? La FDA raccomanda una dieta bilanciata di pesce di mare che contenga una basso contenuto di metilMercurio e inoltre un'attenzione sulla quantità della frequenza del consumo: per le donne in gravidanza o quelle che desiderano avere figli il consumo di 340 grammi alla settimana di vari tipi di pesce escludendo le specie ad alto contenuto di Mercurio sembra essere raccomandabile ;questo come quantità segue le linee di raccomandazione dell’American Heart Association and Pubblic Healthn Service sui presunti benefici dell'assunzione di pesce della prevenzione cardiovascolare. Ulteriori valutazioni verranno fatte sul consumo di tonno in scatola o di altri tipi di pesce per quanto riguarda il contenuto di Mercurio dalle strutture governative competenti con dosaggi nel sangue, nei capelli o in entrambi. DB |
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Mercurio, olio di pesce
e rischio di infarto miocardico.
N Engl J Med
2002;347:1747-54 Il mercurio,un metallo pesante altamente reattivo senza alcuna attività fisiologica nota, sembra aumenti il rischio di malattia cardiovascolare. Poiché l'assunzione alimentare di pesce è una delle maggiori fonti di esposizione al mercurio, il contenuto di Mercurio del pesce potrebbe contrastare gli effetti benefici dei suoi acidi grassi omega 3. In uno studio caso controllo condotto in otto paesi europei e in Israele è stata valutata in soggetti di sesso maschile l'associazione congiunta tra livelli ungueali di Mercurio( da un campione di unghia del piede ), livelli di acido decoesaenoico DHA nel tessuto adiposo e rischio di primo infarto miocardico, in 684 uomini con una prima diagnosi di infarto miocardico e in 724 uomini selezionati in base criteri di rappresentatività per le stesse popolazioni. Il livello medio di Mercurio nei campioni ungueali dei controlli è risultato di 0,25 microgr/gr; dopo aggiustamento per il livello di DHA e fattori di rischio coronario i livelli di Mercurio riscontrati nei pazienti sono risultati superiore del 15% rispetto ai livelli riscontrati nei controlli ( intervallo di confidenza 95%: 5-25 %). I soggetti nel quintile più elevato per quanto riguarda il Mercurio presentavano rispetto a quelli del quintile più basso un odds ratio per infarto miocardico, aggiustato per fattori di rischio, pari al 2,16 ( intervallo di confidenza al 95%: 1,09-4,29; p=0,006). Dopo aggiustamento per il livello di Mercurio, il livello di DHA è risultato inversamente associato a rischio di infarto miocardico. Il livello ungueale di Mercurio è risultato direttamente associato a rischio di infarto miocardico. Un elevato contenuto di Mercurio riduce l'effetto cardioprotettivo dell'assunzione alimentare di pesce. DB |
| NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE |
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Qualità
della vita dopo prostatectomia radicale o strategia di vigile attesa. In
un gruppo di pazienti che hanno partecipato ad uno studio randomizzato
tra prostatectomia radicale o strategia di vigile attesa nel cancro
della prostata allo stadio iniziale, sono stati rilevati i sintomi
residui ed una autovalutazione della qualità della vita. Tra
il 1989 e il 1999, 326 di
376 pazienti contattati per via postale risposero a domande sulla
presenza di sintomi urologici, sulla salute e sulla qualità della vita. La
disfunzione erettile (80% vs 45%) e la incontinenza urinaria (49% vs
21%) erano più frequenti dopo la prostatectomia radicale, mentre i
sintomi da ostruzione urinaria (28% vs 44%) erano più frequenti
nell’altro gruppo di pazienti. La funzione intestinale, la prevalenza
di sintomi di depressione o di ansia e la soggettiva qualità della vita
erano simili nei due gruppi. Conclusioni:
la assegnazione dei pazienti ad uno dei due gruppi può comportare un
rischio diverso per la funzione erettile, per la incontinenza urinaria e
per la ostruzione urinaria, ma essa non ha nessuna influenza sulla
qualità della vita valutata soggettivamente e dopo un periodo medio di
follow-up di quattro anni. GDL |
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Cancro
prostatico allo stadio iniziale: prostatectomia radicale versus attesa
vigile studio randomizzato. La prostatectomia radicale è largamente usata nel trattamento del cancro prostatico allo stadio iniziale, ma non è chiaro il suo reale beneficio in termini di sopravvivenza. Dal 1989 al 1999, 695 pazienti affetti da tumore prostatico allo stadio T1b, T1c e T2 sec. la UICC vennero assegnati in modo randomizzato alla prostatectomia radicale(347) o alla vigile attesa (348). Alla fine del follow –up vennero valutati: i decessi dovuti al tumore prostatico, la mortalità assoluta, la sopravvivenza libera da metastasi e la progressione tumorale locale. Durante una mediana di 6,2 anni di follow-up, morirono 62 pazienti nel gruppo vigile attesa contro 53 del gruppo prostatectomia radicale (P=0.31). 31 pazienti del gruppo vigile attesa (8,9%) e 16 del gruppo prostatectomia radicale (4,6%) morirono a causa del cancro prostatico (P=0.02). I pazienti trattati chirurgicamente hanno presentato un rischio relativo più basso di sviluppare metastasi a distanza. Conclusioni:
in questo studio randomizzato il trattamento chirurgico ha
dimostrato di aver significativamente ridotto la mortalità correlata
alla malattia, ma non quella assoluta. GDL |
| THE LANCET INTERACTIVE |
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Aferesi
del fibrinogeno e delle LDL nel trattamento della perdita improvvisa di
udito. La perdita improvvisa di udito di tipo neurosensoriale è un disturbo relativamente frequente avendo una incidenza di 20 casi per 100.000 abitanti per anno ,con valori più elevati in alcuni paesi.Le cause possono avere origine da disturbi del microcircolo,infezioni virali o malattie autoimmuni. La perdita di udito si può risolvere a volte in poche ore, altre volte richiede giorni . Il trattamento abituale consiste nell’utilizzo di cortisone inizialmente a dosi elevate insieme a pentossifillina e plasma espanders. In questo studio multicentrico randomizzato condotto in Germania si è voluto valutare l’efficacia della aferesi del fibrinogeno e delle LDL nella terapia di questa condizione. I risultati mostrano che una singola seduta di aferesi del fibrinogeno e delle LDL può dare risultati analoghi al trattamento tradizionale e può considerarsi una sua valida alternativa specie quando i valori iniziali di fibrinogeno siano superiori a 295 mg/dL ed ancor più quando anche le LDL risultino elevate. MM |
| THE LANCET INTERACTIVE |
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Basse
dosi di mifepristone e due regimi di levonorgestrel per la
contraccezione di emergenza: uno studio multicentrico randomizzato
dell’OMS. The
Lancet 2002;360:1803-10 del 7 dicembre 2002 Attualmente il metodo più comune di contraccezione post-coitale prevede l’assunzione entro 72 ore di 0,75 mg di levonorgestrel seguita da una analoga dose dopo 12 ore. Questa modalità è più efficace e meglio tollerata del regime di Yuzpe che prevede la somministrazione di due dosi di 0,1 mg di etinilestradiolo + 0,5 mg di levonorgestrel e per tale ragione è approvata in 80 paesi dove sta divenendo il metodo di contraccezione di emergenza più diffuso.Uno studio comparativo fra tre differenti dosi (600 mg,50 mg,10 mg) di un’altra sostanza, il mifepristone, somministrato entro 120 ore dal rapporto non protetto ha dimostrato l’assenza di differente efficacia d’azione,ma la presenza di minori effetti collaterali con le basse dosi. Lo studio voluto dall’OMS ha interessato 4071 donne in 10 differenti paesi e sono stati confrontati i risultati in termini di gravidanze evitate,effetti collaterali e tempo di comparsa della mestruazione successiva di tre differenti regimi : una singola dose di 10 mg di mifepristone,due dosi di 0,75 mg di levonorgestrel ed una singola dose di 1,5 mg di levonorgestrel. I risultati hanno dimostrato che tutti e tre i regimi sono molto efficaci come contraccettivi di emergenza se assunti entro 5 giorni dal coito non protetto; non vi sono differenze fra mifepristone e levonorgestrel e fra i due diversi dosaggi di questo che per semplicità potrà quindi essere consigliato in singola dose di 1,5 mg. Gli effetti collaterali sono stati lievi e simili nei vari gruppi;la maggior parte delle donne ha avuto le mestruazioni entro due giorni dalla data attesa con un ritardo lievemente maggiore in quelle che avevano assunto il mifepristone. MM |
| JAMA |
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R.L.
MEHTA: insufficienza renale acuta e funzionalità renale associata ad
impiego di diuretici. L’insufficienza
renale acuta (IRA) è associata ad alti tassi di morbidità e mortalità.
I farmaci diuretici sono continuamente impiegati in questa patologia
senza evidenti benefici. Gli
Autori hanno condotto uno studio dall’ottobre 1989 al settembre 1995
su un totale di 552 pazienti con IRA, giunti in reparti di terapia
intensiva delle Università della California. I
pazienti sono stati catalogati in base all’uso di diuretici nel giorno
della consulenza nefrologica e dal loro impiego durante la settimana
successiva la prima visita specialistica. Gli
obiettivi da valutare in questa circostanza erano la mortalità per
qualsiasi causa durante il ricovero in ospedale, la funzionalità renale
alla dimissione, il mancato regresso dal quadro di IRA. I
diuretici erano usati in 326 pazienti (59%) al momento della valutazione
nefrologica. Questi erano pazienti anziani o più facilmente con una
storia di scompenso cardiaco, di nefrotossicità (sia ischemica che
multifattoriale) –quale causa di IRA- e bassa azotemia. Con opportune
variazioni di stratificazione della popolazione presa in esame, i
diuretici erano associati ad un aumentato rischio di morte o di mancato
recupero di funzionalità renale. Il rischio era ancora maggiore quando
i pazienti che morirono furono esclusi dall’inizio
dall’assunzione/eliminazione di diuretici durante la prima settimana
di osservazione. Ulteriore fattore prognostico negativo era la parziale
mancata risposta a terapia con diuretici. Un
tentativo con alti dosaggi di diuretici dell’ansa di Henle, in
paziente oligurico, può essere proposto solo dopo attenta valutazione
della volemia ed essere limitato nel tempo. In ogni caso auspicabile,
laddove possibile, il ricorrere repentinamente alla dialisi. PT |
| THE LANCET INTERACTIVE |
Inquinamento
atmosferico e mortalità cardiovascolare
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| JAMA |
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1)
The Homocysteine Studies Collaboration; JAMA 288(16), 2015-2022.
2002 Omocisteina
e patologia coronarica Non
esiste ancora una chiara ed esaustiva dimostrazione dell’associazione
tra livelli di omocisteina plasmatica e rischio di malattia
cardiovascolare. In una meta-analisi di studi osservazionali di
associazione fra omocisteina e patologica cardiovascolare, in 1) si
dimostra come bassi livelli di omocisteina siano poco associati a
ridotto rischio di malattia cardiovascolare, I rischi di questi eventi
con i livelli ematici di omocisteina sono minori negli studi prospettici
rispetto a quelli retrospettivi. Klerck in 2), una meta-analisi di
studio caso-controllo, stabilisce l’associazione fra rischio
cardiovascolare e un’alterazione genetica di un enzima coinvolto nel
metabolismo dei folati. Individui con genotipo MTHFR 677 TT hanno un
rischio di malattia cardiovascolare più alto rispetto al genotipo MTHFR
677 CC. In 3) Wilson suggerisce determinazioni di omocisteinemia e test
genetici di MTHFR solo per
individui ad alto rischio. PT |
| JAMA |
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S.E.
KJELDSEN, et al.: losartan e morbidità/mortalità in pazienti con
ipertensione arteriosa sistolica isolata e ipertrofia ventricolare
sinistra (studio LIFE) L’obiettivo
dello studio è verificare l’ipotesi che losartan migliori la prognosi
di pazienti con ipertensione sistolica isolata e ipertrofia ventricolare
sinistra (LVH). 1326
pazienti di età compresa tra i 55 e gli 80 anni con pressione sistolica
tra 160 e 200 mmHg e diastolica inferiore a 90 mmHg, con LVH, sono stati
randomizzati per ricevere un’unica dose di losartan (660 pazienti) o
atenololo (666 pazienti), con la possibilità d’impiego di
idroclorotiazide come secondo farmaco per entrambi i gruppi; il
trattamento è stato condotto per una media temporale di 4-7 anni. I
dosaggi e i tempi di aggiustamento posologico sono stati: T0
– losartan 50 mg o atenololo 50 mg Se
mancato controllo pressorio a 2 mesi: impiego di idroclorotiazide = 12.5
mg; a
4 mesi: raddoppio del quantitativo dei composti sottoposti a
valutazione; a
6 mesi: impiego di diuretico a 12.5 o 25 mg/die, oppure impiego di altri
farmaci antiipertensivi. La
riduzione della pressione è simile nei due gruppi, ma la prognosi nel
tempo (significata da morte cardiovascolare, ictus o infarto del
miocardio) è migliore per i trattati con losartan (25% in meno di morte
per causa cardiovascolare: 25,1 contro 35.4 eventi per 1000
pazienti/anno). Tra
coloro che usavano losartan c’è stata diminuzione degli eventi
avversi anche quando si è dovuti ricorrere ad aggiustamenti posologici
o impiego di diuretico. Non c’è stata differenza di incidenza di
infarto miocardico; mortalità cardiovascolare registrata per 8.7 contro
16.9 eventi per 1000 pazienti/anno; ictus non fatale e fatale in 10.6
contro 18.9 eventi; diabete di nuova insorgenza in 12.6 contro 20.1
eventi per 1000 pazienti/anno. Mortalità totale: 21.2 contro 30.2
eventi per 1000 pazienti/anno. L’impiego
di losartan diminuisce l’ipertrofia ventricolare sinistra ed è stato
meglio tollerato. PT |
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A.A.M.
GERRITSSEN, et al.: trattamento della sindrome del tunnel carpale:
confronto fra soluzione chirurgica e opzione conservativa. In
questo studio gli Autori si ripropongono di valutare a breve e a lungo
termine i risultati del trattamento della sindrome del tunnel carpale
(CTS) con la chirurgia o con l’applicazione di uno splinting.
Quest’ultimo è rappresentato da un presidio prefabbricato che
immobilizza il polso in posizione neutrale. I pazienti che erano
assegnati al trattamento conservativo lo dovevano mantenere la notte per
almeno sei settimane (se possibile, lo potevano tenere anche di giorno). 176
pazienti con una CTS confermata a test elettrofisiologici sono stati
randomizzati per lo splint (89) o per la chirurgia (87). 147 di loro
hanno permesso una valutazione oltre le sei settimane programmate, per
un follow-up di 18 mesi. Dopo
tre mesi i pazienti che riferiscono soggettivo beneficio con la
chirurgia sonol’80%, contro il 54% di quelli che hanno portato lo
splint. A 18 mesi la percentuale degli operati che sta bene è del 90%
contro il 75% di quelli che continuano a mettere lo splint; di questo
75%, il 41% (32 pazienti) alla fine dei 18 mesi opta per l’intervento
chirurgico, con l’auspicio di avere un beneficio maggiore. PT |
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Trapianto
di epatociti per la terapia di una malattia da accumulo di glicogeno
(tipo 1a). Hepatocytes
transplantation as treatment for glycogen storage discase type la M.
Mura, G. Gerunda, D. Neri, MX Vilei, A. Granato, P. Feltracco. M. Meroni,
G. Giron. A.B.
Burlina Un'équipe
italiana ha recentemente riportato la correzione parziale di una
malattia metabolica ereditaria mediante trapianto di epatociti isolati
provenienti da un donatore d'organi. Si trattava di una glicogenosi
epatica da mutazione del gene che codifica la 6 glucoso-fosfatasì,
enzima che permette, nel corso del digiuno, la liberazione del glucosio
a partire dal glicogeno. I malati che ne sono affetti presentano
ipoglicemie severe post-prandiali rischiose per la sopravvivenza. Una
donna di 47 anni affetta da una glicogenosi di tipo I a, presentava
severe ipoglicemie a 34 ore dal pasto, che richiedevano l'assunzione di
alimenti ogni 3 ore ed una nutrizione enterale notturna mediante sondino
nasogastrico. Previa autorizzazione da parte del comitato etico
dell'università di Padova, epatociti isolati da un donatore d'organi
ABO compatibile, sono stati trapiantati nel fegato della donna mediante
due cateteri posizionati chirurgicamente nelle branche mesenteriche
della vena porta. In seguito, sotto controllo della pressione portale,
2x10' (due miliardi) di epatociti (1% della massa epatocitaria totale)
sono stati iniettati in uno dei due cateteri in due sedute successive,
di 4 ore ciascuna (il secondo catetere era stato eparinìzzato). La
perfusione è stata interrotta al momento in cui la pressione portale ha
superato i 31 mmHg. I cateteri sono stati asportati chirurgicamente 48
ore dopo. E’ stato attuato un trattamento immunosoppressivo. E’
stata ottenuta una correzione parziale del disordine metabolico, che ha
permesso alla donna un digiuno di 7 ore tra ogni Gli
autori sostengono che il trapianto dell'1% della massa epatocitaria
totale permette in questa patologia di correggere in maniera
determinante il disordine metabolico. Considerando che il 50% degli
epatociti trapiantati si sono definitivamente impiantati nel fegato del
ricevente, essi confermano che il miglioramento del disordine metabolico
può essere ottenuto con il trapianto di una ridotta percentuale della
massa epatocitaria totale, come è accaduto nel caso di un paziente
affetto da malattia di CriglerNajjar e trapiantato nel 1998. Commento Questi
risultati seppur preliminari confermano l'interesse del trapianto di
epatociti per il trattamento delle epatopatíe metaboliche severe in
assenza di cirrosi. Lo studio dimostra che il trapianto di una piccola
percentuale di epatociti normali in un paziente affetto da una malattia
metabolica epatica ereditaria, permette una correzione parziale del
disturbo metabolico con effetti clinici che migliorano nettamente la
qualità di vita dei soggetti. Non si conoscono però gli sviluppi a
lungo termine di questi epatocìti isolati trapiantati e dei loro
effetti metabolici. Si potrà ripetere la procedura dell'iniezione di
epatociti , ma resta il problema della reazione di rigetto.
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