NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE
434:1282-9
ZANAMIVIR PER VIA INALATORIA PER LA PREVENZIONE DELL'INFLUENZA NEI NUCLEI FAMILIARI

PREMESSA Non esistono dati sulla reale efficacia della profilassi della influenza nei nuclei familiari; anche amatadina e rimantadina, inbitori selettivi dei canali ionici della proteina M2 del virus A dell'influenza, non si sono dimostrate efficaci nel prevenire l'infezione in conviventi. E' stato condotto uno studio in doppio cieco,controllato con placebo, sullo zanamivir per via inalatoria per il trattamento e la prevenzione dell'influenza nei nuclei familiari.

METODI I bambini in età scolare rappresentano il maggior vettore del virus influenzale; sono stati pertanto arruolati nello studio nuclei familiari composti da 2 a 5 elementi con almeno un bambino di età pari o superiore a 5 anni prima dell'inizio della stagione influenzale 1998-1999. Se uno dei componenti del nucleo familiare sviluppava una malattia di tipo influenzale,la famiglia veniva assegnata mediante randomizzazione a ricevere zanamivir per via inalatoria o placebo. Il malato veniva trattato con 10 mg di zanamivir per via inalatoria (163 soggetti) oppure con placebo (158) due volte al di per 5 giorni, mentre gli altri membri della famiglia ricevevano 10 mg di zanamivir (414 soggetti) o placebo (423) una volta al di per 10 giorni,a scopo di profilassi. L'end point primario era la percentuale di nuclei familiari in cui almeno uno dei componenti a contatto domestico con il caso indice era interassato da una sindrome influenzale sintomatica,confermata dai dati di laboratorio.

RISULTATI Nel gruppo trattato la percentuale di famiglie in cui l'infezione da virus influenzale ha colpito almeno un componente a contatto domestico è risultata inferiore rispetto al gruppo placebo (4% rispetto a 19%,p<0,001); tale differenza rappresenta una riduzione del 79% nel numero di famiglie in cui almeno uno dei componenti sviluppa la malattia: è stata dimostrata uguale efficacia sia nei confronti dei virus influenzale A che B,non si sono verificate resistenze o intolleranze nei confronti del farmaco; i casi indice di influenza confermata da analisi di laboratorio, la durata media dei sintomi è stata di 2,5 giorni inferiore nel gruppo trattato.

Gli autori concludono che se associato ai casi indice il trattamento profilattico dei componenti il nucleo familiare con zanamivir somministrato per via inalatoria una volta al di è ben tollerato, inibisce lo sviluppo di influenza e non crea ceppi resistenti.

L'editoriale commenta lo studio evidenziando sia la buona tolleranza che la diminuzione della durata dei sintomi e verosimilmente della carica virale nei soggetti trattati anche a dose profilattica ma l'utilizzo non è scevro di possibili effetti collaterali quale il broncospasmo in soggetti con malattia reattiva delle vie aeree; inoltre non può essere utilizzato  in bambini di età inferiore a 5 anni e non è comunque consigliato l' utilizzo fra 7 e 13 anni.Inoltre nel 79% il farmaco previene le forme secondarie di influenza se dato a scopo profilattico a tutti i membri familiari per 10 giorni ma meno del 50% delle famiglie manifesta quadri simil-influenzali e di questi solo il 50% sviluppa un reale quadro influenzale, da ciò si evince che 1 caso di influenza sintomatica potrebbe essere prevenuto trattando 10 casi. Nello studio non si tiene conto inoltre del momento di insorgenza nei membri familiari della malattia,se durante o quanto tempo dopo la profilassi con zanamivir e della eventuale previa profilassi vaccinica.

 

343:1210-6
USO DEI DEFIBRILLATORI AUTOMATICI SUI VOLI DI LINEA DI UNA LINEA AEREA AMERICANA

PREMESSA I passeggeri che a bordo di aerei di linea vengono colpiti da FV sopravvivono raramente,a causa del ritardo con cui ricevono la cure di emergenza e la defibrillazione.

METODI Nel 1997 una delle principali linee aeree americane ha iniziato ad equipaggiare i propri veivoli con defibrillatori automatici esterni.Gli assistenti di volo furono addestrati all' uso del defibrillatore e utilizzavano l' apparecchio quando la persona colpita appariva priva di conoscenza e non presentava polso o respirazione spontanea.Il defibrillatore automatico esterno veniva anche usato come stumento di monitoraggio per altre emergenze mediche,in genere sotto il controllo di un medico presente fra i passeggeri.L'ECG ottenuto durante ogni utilizzo della apparecchiatura è stato studiato da due specialisti in aritmie cardiache per accertare che l'uso del defibrillatore fosse stato appropriato.Sono stati analizzati i dati di tutti i 200 casi in cui il defibrillatori sono stati usati nell' arco di tempo compreso fra 1°Giugno 1997 e 15 Luglio 1999.

RISULTATI I defibrillatori esterni sono stati utilizzati su un totale di 200 pazienti (191 a bordo di un velivolo e 9 a bordo del terminal), inclusi 99 casi con una perdita di conoscenza documentata.I dati elettrocardiografici erano disponibili per 185 pazienti. La somministrazione della scarica è stata suggerita dall'apparecchiatura in tutti i 14 pazienti con una fibrillazione ventricolare documentata all'eletrocardiogramma mentre nessuna scarica è stata suggerita per i rimanenti pazienti (100%di sensibilità e specificità del defibrillatore nell'identificare la fibrillazione ventricolare). La prima scarica ha defibrillato con successo il cuore di 13 pazienti e nel rimanente caso la defibrillazione non è stata applicata su richiesta della famiglia del soggetto colpito.
Il tasso di sopravvivenza fino alla dimissione dall'ospedale dopo la scarica con defibrillatore automatico esterno è stato del 40%.
Un totale di 36 pazienti è deceduto o è stato rianimato dopo arresto cardiaco.Nessuna complicanza è derivata dall'uso del defibrillatore automatico esterno come strumento di monitoraggio nei pazienti coscienti 

CONCLUSIONI L'uso dei defibrillatori automatici esterni a bordo dei veicoli di linea si dimostra efficace e offre un eccellente tasso di sopravvivenza fino alla dimissione dall'ospedale dopo la conversione della FV.

Nello stesso numero della rivista è pubblicato lo studio:"Esiti della defibrillazione rapida eseguita dagli addetti della sicurezza dei casino' su persone colpite da arresto cardiaco" su 105 pz il cui ritmo cardiaco inziale era una FV,nel quale la sopravvivenza è pari al 53% del totale (56 pz) e i migliori tassi disopravvivenza sono ottenuti con intervalli non superiori a tre minuti fra il collasso e la defibrillazione.

 

343:1054-63
EFFETTI A LUNGO TERMINE DELLA SOMMINISTRAZIONE DI BUDENOSIDE O DI NEDOCROMIL A BAMBINI ASMATICI.

PERMESSA Terapie antiinfiammatorie a base di corticosteroidi per via inalatoria o di nedocromil sono raccomandate per il trattamento di bambini affetti da asma bronchiale,anche se i dati disponibili sugli effetti a lungo termine di tali terapie sono limitati.

METODI Sono stati randomizzati 1041 bambini di età compresa tra 5 e i 12 anni,affetti da asma di entità da lieve a moderata, a ricevere, 2 volte al di, 200 microgr di budesonide(311 bambini), 8 mg di nedocromil(312 bambini)o placebo(418 bambini).I partecipanti allo studio sono stati trattati per un periodo di tempo compreso fra 4 e 6 anni.tutti i bambini hanno usato l'albuterolo per il trattamento dei sintomi dell'asma.

RISULTATI Non sono state riscontrate differenze significative tra i due trattamenti e il placebo per quanto riguarda il volume espiratorio forzato i un secondo/(FEV1.espresso come percentuale del valore atteso) dopo somministrazione di un broncodilatatore: Rispetto ai bambini assegnati al placebo, i bambini trattati con budesonide hanno registrato una riduzione significativamente piu' piccola del rapporto FEV1 e capacità vitale forzata (FCV,espressa in percentuale) prima della somministrazione di un broncodilatatore (FEV1/FCV:0.2 %rispetto a1.8%). I bambini trattati con budesonide hanno anche presentato una riduzione della risposta alla metacolina,verosimilmente legato ad una diminuzione del tono broncogeno o dell'infiammazione delle vie aeree, una diminuzione dei ricoveri,un numero inferiore,un minor ricorso all'albuterolo per il trattamento della sintomatologia asmatica,un numero inferiore di cicli di trattamento con prednisone e una percentuale inferiore di giorni in cui è stato necessario ricorrere a trattamenti aggiuntivi per l'asma. Rispetto al placebo il nedocromil ha ridotto significativamente il numero delle visite ungenti e i cicli di trattamento con prednisone: L'incremento medio dell' altezza nel gruppo trattato con budesonide è stato di 1,1 cm inferiore rispetto al gruppo trattato con placebo(22,7 rispetto a 23,8 cm,p<0,005); tale evidenza è risultata particolarmente evidente nel primo anno: L'incremento della altezza nei gruppi trattati con nedocromil e con placebo è stato simile.

CONCLUSIONI Nei bambini con asma di entità da lieve a moderata, nè la budesomide ne il nedocromil sono superiori al placebo per la capacità di migliorare la funzione polmonare.Tuttavia ,la budesonide per via inalatoria migliora la risposta delle vie respiratorie e garantisce un migliore controllo rispetto al placebo e al nedocromil.Gli effetti collaterali della budesomide sono limitati ad una lieve e transitoria riduzione della velocità dlla crescita. Un ulteriore studio apparso nello stesso numero della rivista conferma l'ultimo dato sugli effetti sulla statura da adulti di bambini asmatici trattati con budesonide e controllati per un periodo medio di 9,2 anni di trattamento e cioè il raggiungimento di un'altezza normale

 

343:898-904
TERAPIA CON ITERFERONE B1 PER VIA INTRAMUSCOLARE INIZIATA DURANTE IL PRIMO EVENTO DEMIELINIZANTE NELLA SCLEROSI MULTIPLA.

PREMESSA Il trattamento con interferone beta è apparso in grado di aiutare i pazienti con sclerosi multipla già instaurata,ma non è nota l'utilità nel caso in cui il trattamento sia iniziato al momento del primo evento demielinizzante.

METODI E' stato condotto uno studio randomizzato in doppio cieco in 383 pazienti che avevano avuto un primo evento clinico demielinizzante acuto(neurite ottica,mielite trasversa incompleta, una sindrome cerebellare o del tronco cerebrale) e che presentavano alla risonanza magnetica (RM) cerebrale evidenza di una precedente demielinizzazione subclinica.Dopo un trattamento iniziale con corticosteroidi, 193 pazienti sono stati randomizzati a ricevere settimanalmente 30 microgr.di interferone beta-1a mediante iniezioni intramuscolari e 190 a ricevere iniezioni intramuscolari di placebo.Gli end points dello studio erano costituiti dallo sviluppo dei sintomi che costituivano una diagnosi clinica certa di sclerosi multipla o da una variazione dei reperti alla RM cerebrale. Lo studio è stato interrotto dopo una analisi intermedia di efficacia,precedentemente pianificata.

RISULTATI Durante tre anni di follow up,la probabilità cumulativa di sviluppare una sclerosi multipla certa è risultata significativamente inferiore nel gruppo trattato con beta 1 interferone a rispetto al gruppo placebo (rapporto dei tassi: 0,56,intervallo di confidenza al 95%: 0,38-0,81;p=0,002). Rispetto al gruppo placebo, i pazienti trattati con interferone b-1 hanno mostrato, a 18 mesi, una riduzione relativa delle lesioni cerebrali (p<0,001) un minor numero di lesioni nuove o di dimensioni aumentate (p<0,001) e un minor numero di lesioni con effetto di enhancement alla RM(p<0,001).

CONCLUSIONI Iniziare il trattamento con interferone beta-1 a in occasione di un primo evento demielinizzante ha effetti benefici in pazienti in cui la RM ha evidenziato lesioni cerebrali che indicano un alto rischio di sviluppare una sclerosi multipla clinicamente certa.

 

342: 781-790
Meta analisi della relazione fra impianti mammari in silicone e rischio di malattie del tessuto connettivo.

La relazione fra impianti mammari in silicone e rischio di malattie del tessuto connettivo e di malattie autoimmuni ha suscitato un grande interesse sia medico che legale nel corso degli ultimi dieci anni. La questione ha tuttora grande rilevanza nonostante siano state condotte sull'argomento molte ricerche. Nel presente studio, al fine di fornire una base quantitativa più solida alla suddetta relazione di causa-effetto, gli autori hanno applicato diverse tecniche di meta-analisi che combinano, confrontano e riassumono i risultati di studi esistenti e rilevanti sull'argomento.

Metodi: Sono stati inclusi nella meta-analisi 9 studi di coorte, 9 studi caso-controllo e 2 studi trasversali. Sono state condotte meta-analisi sui risultati di tali studi sia con che senza aggiustamento per i fattori di confondimento; una analisi separata è stata fatta per gli studi dedicati agli impianti mammari con gel di silicone. Infine sono stati stimati i nuovi casi di malattie del tessuto connettivo che potrebbero essere attribuiti agli impianti mammari.

Risultati: Nessuna evidenza di aumento di rischio relativo riassuntivo aggiustato di contrarre singole malattie del tessuto connettivo: artrite reumatoide: 1,04 (intervallo di confidenza al 95%: 0,72-1,51), LES: 0,65 (intervallo di confidenza al 95%:0,35-1,23),sclerodermia: 1,01 (intervallo di confidenza al 95%: 0,59-1,73),sindrome di Sjogren: 1,42 (intervallo di confidenza al 95%:0,65-3,11) oppure una qualsiasi fra tutte le definite patologia del tessuto connettivo combinate (0,8.: intervallo di confidenza al 95%: 0,62-1,04) o di altra condizione autoimmune o reumatica (0,9: intervallo di confidenza al 955: 0,74-1,25). Analogamente non è stato rilevato un aumento di rischio sia in analisi aggiustate che in quelle limitate per gli impianti contenenti gel di silicone.

Conclusioni: Sulla base dei risultati ottenuti non esiste alcuna evidenza di associazione fra impianti mammari in generale o quelli contenenti gel di silicone in particolare e le patologie del tessuto connettivo, considerate singolarmente o globalmente e neppure con altre condizioni autoimmuni o reumatiche. Da una prospettiva di sanità pubblica, gli impianti mammari sembrano avere un effetto minimo sul numero di donne in cui si sviluppano malattie del tessuto connettivo e pertanto l'eliminazione degli impianti non ne ridurrebbe l'incidenza.

 

Cause e rischio di ictus in pazienti con stenosi asintomatica della arteria carotide interna.

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito ad un aumento degli interventi di endoarteriectomia di cui circa il 50% in pazienti asintomatici; si valuta che circa due milioni di individui negli Stati Uniti di età >50 anni abbiano una stenosi di almeno il 50% di una delle arterie carotidi. L'aterosclerosi è una importante causa di stroke. L'intervento di endoarteriectomia diminuisce l'incidenza di stroke ma i risultati si è visto essere influenzati da: 1) presenza o assenza di sintomi 2) entità della stenosi 3) morte o stroke periperatorio.Pazienti sintomatici con stenosi severa (70-90%) hanno dimostrato,dopo endoarteriecomia, una diminuzione del rischio assoluto nei 5 anni successivi (da 13,3% al 15,6%); per i pazienti asintomatici con stenosi della stessa entità la diminuzione del rischio è marginale (5,6%): Circa il 20% dei pazienti sintomatici può andare incontro ad un ictus di origine embolica cardiaca o di origine lacunare e questa percentuale è ancora maggiore nei pazienti asintomatici , con esclusione dagli studi di pazienti con malattie cardiache emboligene. Lo studio NASCET (North American Sintomatic Carotid Endoarteriectomy) è nato per definire l'efficacia della endoarteriectomia in pazienti sintomatici con stenosi della carotide.

Metodi: Dal 1988 al 1997 sono stati studiati 2885 pazienti con stenosi sintomatica della arteria carotide interna; nel presente studio di questi ne sono stati arruolati 1820 con stenosi sintomatica unilaterale della arteria carotide e stenosi asintomatica controlaterale. Sono state esaminate e quantificate le cause, la gravità, il rischio e fattori predittivi per l'ictus nella regione dell'arteria asintomatica.Follow up di 5 anni.

Risultati: Tra i 1604 pazienti con stenosi <60% del diemetro luminare, il rischio di primo ictus era pari all' 8,0%( 1,6% su base annua), rispetto al 16,2% (3,2% su base annua)riscontrato nei pazienti con stenosi compresa tra il 60 eil 99%. Nei pazienti ccon stenosi compresa fra il 60 eil 99%, il rischio a 5 anni di ictus nel territorio di una arteria di grosso calibro era del 9,9 %,quello di ictus lacunare del 6,0% e quello di ictus cardioembolico del 2,1%. In alcuni pazienti è stato osservato piu' di un ictus con piu' di una causa:Nel caso di una arteria occlusa (condizione osservata in 86 pazienti), il rischio di ictus nella relativa regione su base annua era del 1,9 %. Ictus con cause differenti presentavano fattori di rischio differenti:I fattori di rischio per ictus di grande arteria sono risultati: infarto cerebrale silente, una storia clinica di diabete e un maggior grado di stenosi; per ictus cardioembolico una storia clinica di infarto miocardico o angina e ipertensione;per l'ictus lacunare una età > 75 anni, ipertensione, diabete e un maggior grado di stenosi.

Conclusioni: Il beneficio attribuibile alla endoarteriectomia dovrebbe essere calcolato sulla base della prevenzione di ictus di grosse arterie: Circa la metà degli ictus nel territorio di arterie carotidi interne asintomatiche non sono di origine da grosse arterie, e il rischio per pazienti asintomatici è minore a parità di stenosi rispetto a quello di pazienti con stenosi sintomatiche (il 20% di pazienti sono allertati da eventi ischemici transitori). Il 45% degli ictus con stenosi compresa fra il 60e il 99 % asintomatica della arteria carotide interna è attribuibile a lesioni lacunari o a cardioembolismi. L'indicazione alla endoarterictomia in pazienti con stenosi asintomatiche dovrà essere valutata in relazione ai fattori di rischio ponendo particolare attenzione ai disordini cardiaci e a sintomi precoci di ischemia cerebrale.

 

Mancanza di efficacia di una dieta a basso contenuto di lipidi ed ad alto contenuto di fibre sulla recidiva degli adenomi colon rettali.

I carcinomi colonrettali solitamente insorgono su polipi adenomatosi e la sorveglianza colonscopica dopo la diagnosi di adenoma rappresenta l'arma principale del follow up. Numerosi studi nutrizionali ed epidemiologici evidenziano l'implicazione di fattori dietetici nella patogenesi del cancro colonrettale (rapporto fibre vegetali e grassi animali, preferenza di carne rossa, scarso utilizzo di frutta e verdura).

Metodi: sono stati randomizzati 2079 uomini e donne, di età >35 anni a cui erano stati asportati uno o più adenomi colonrettali istologicamente confermati entro i sei mesi precedenti la randomizzazione, ad uno dei seguenti due gruppi: A: Gruppo di intervento in cui i soggetti ricevevano una consulenza intensiva ed erano invitati a seguire una dieta a basso contenuto di grassi (20%)e ricca di fibre (18gr di fibra alimentare per 1000 kcal) e di frutta e verdura (3,5 porzioni per 1000 kcal) B: Gruppo di controllo in cui i soggetti ricevevano un opuscolo standard su una sana alimentazione e seguivano la loro dieta abituale. I soggetti entravano nello studio dopo una colonscopia completa ed asportazione di polipi adenomatosi, rimanendo nello studio per quattro anni con controllo colonscopico ad uno e quattro anni.

Conclusioni: Il 91% dei soggetti ha completato lo studio. Il tasso di recidiva di grandi adenomi (diametro >1 cm) e degli adenomi avanzati (diametro>1 cm o almeno 25% di elementi villosi oppure evidenza di displasia di grado elevato, incluso il carcinoma) non ha presentato differenze significative tra i due gruppi: pertanto l'adozione di una dieta povera di grassi e dricca di fibre, frutta e verdura non influenza il rischio di recidiva di adenoma colonrettali.

ressione atriale, sulla frequenza cardiaca e sulla gettata cardiaca. Non sono state registrate variazioni significative della velocità media di picco di flusso coronarico, del diametro delle arterie coronariche, del volume di flusso, della resistenza vascolare coronarica. La riserva di flusso coronarico basale è risultata più bassa nelle arterie interessate da stenosi rispetto alle arterie di riferimento ed è aumentata di circa il 13% in entrambi i gruppi dopo somministrazione di sildenafil.

Conclusioni: Nessun effetto cardiovascolare avverso (ipotensione, angina pectoris..) si è verificato nel gruppo di uomini con grave coronaroatia studiati, si è anzi evidenziato un piccolo effetto positivo di aumento di riserva di flusso coronarico con la assunzione si sildenafil dopo coronarodilatazione massiva con adenosina intracoronarica. I dati ottenuti confermano le  posizioni dell'American College of Cardiology e dell'American Heart Association per l'utilizzo del sildenafil in pazienti con malattia coronarica stabile che non assumono nitrati.

 

Assenza di effetto di una supplentazione di cereali ad alto contenuto di fibra sulla recidiva degli adenomi colonrettali.

Metodi: Sono stati randomizati 1429 uomini e donne, di età compresa tra 40 ed 80 anni,a cui erano stai asportati uno o più adenomi colon rettali istologicamente confermati entro i tre mesi precedenti la randomizzazione, con un programma di supervisione che prevedeva supplementi dietetici in quantità elevate (13,5 gr/die) o basse(2 gr/die) di fibre di crusca di grano. I soggetti sono stati seguiti per 3 anni con controllo colonscopico: un anno dopo la randomizzazione e ancora dopo due anni dalla seconda. L'end point primario era costituito dalla presenza o assenza di nuovi adenomi al momento della colonscopia di controllo.

Risultati: Dei 1303 soggetti che hanno completato lo studio, 719 sono stati randomizzati nel gruppo trattato con dieta ad alto contenuto di fibra e con un follow up di 34 mesi, 584 nel gruppo controllo con un follow up di 36 mesi.

Risultati e conclusioni: Al momento dell'ultima colonscopia di follow up è stato individuato almeno un adenoma in 338 soggetti del primo gruppo (47%) e in 229 soggetti del secondo gruppo(51,2%). L'odds ratio multivariato aggiustato per la recidiva di adenomi nel primo gruppo rispetto al secondo,è risultato pari a 0,88(intervallo di confidenza al 95%: 0,70-1,11;p=0,28), mentre il rischio relativo di recidiva relativamente al numero di adenomi per il primo rispetto al secondo gruppo è risultato pari a 0,99 (intervallo di confidenza al 95%: 0,71-1,36;p=0,93). Gli autori concludono che, con le modalità impiegate in questo studio, un supplemento dietetico di fibre di crusca di grano non protegge dalla recidiva degli adenomi colonrettali.

L'editoriale della rivista dedicato ai due articoli, evidenzia il limite dei due studi essenzialmente sulla durata del follow up max di tre anni che non sarebbe sufficiente a valutare le recidive ma soprattutto l'evoluzione maligna di quegli adenomi tubulo villosi o con aree di displasia. Ribadisce comunque che la sorveglianza colonscopica  rimane l'atteggiamento migliore di controllo di recidive, che la dieta ad alto contenuto di frutta e verdura è associata ad una minore incidenza di patologia tumorale, compreso il colon e il retto e che i benefici non sono valutabile a breve termine.

 

Proteina C reattiva ed altri markers di infiammazione come fattori predittivi di malattia cardiovascolare nelle donne.

Circa metà degli infarti del miocardio avvengono in persone con livelli di lipidi plasmatici normali, si ritiene che i processi infiammatori possano avere un ruolo importante nelle patogenesi dell'aterosclerosi e  delle malattie cardiovascolari; pertanto la misurazione dei markers di infiammazione è stata proposta come metodo per migliorare la valutazione del rischio di eventi cardiovascolari.

Metodi: E' stato condotto uno studio caso-controllo, prospettico, su 28.263 donne, apparentemente sane, in post-menopausa, con un follow up di 3 anni, per determinare il rischio di eventi cardiovascolari in relazione ai livelli basali dei markers di infiammazione considerati: hs PCR (PCR ad alta sensibilità), l'amiloide serico A, l'interleuchina-6, la molecola di adesione intercellulare di tipo 1 (slCAM). Insieme sono stati considerati i livelli di omocisteina, parametri lipidici e lipoproteici. Gli eventi cardiovascolari considerati: exitus per coronaropatia, stroke o infarto miocardico non fatali o necessità di intervento di rivascolarizzazione coronarica.

Risultati: Dei 12 markers considerati la hsPCR è risultato essere, all'analisi univariata, il principale fattore di rischio di eventi cardiovascolari: il rischio relativo di eventi cardiovascolari per le donne al quartile più alto rispetto a quelle al quartile più basso è stato pari a 4,4 (intervallo di confidenza al 95%:2,2-8,9); gli altri markers associati in maniera significativa al rischio di eventi cardiovascolarisono stati: amilode serica A (rischio relativo per il quartile più alto rispetto al quartile più basso: 3,0), slCAM-1 (2,6), interleukina 6 (2,2), omocisteina (2,0), colesterolo tot. (2,4), LDL (2,4), apolipoproteina B (3,4), HDL (0,3), rappoto colesterolo tot/HDL (3,4): Modelli predittivi che, oltre ai lipidi plasmatici, includevano anche i markers di infiammazione sono risultati significativamente migliori nel predire il rischio rispetto a modelli basati unicamente sui livelli lipidici. I livelli di hsPCR e l'amiloide serico A sono risultati essere fattori predittivi significativi anche nel sottogruppo di donne con livelli di colesterolo LDL<130mg/dl, valore target per la prevenzione primaria stabilito dal National Cholesterol Education Program. Nelle analisi multivariate, gli unici markers plasmatici capaci di predire indipendentemente il rischio sono stati hsPCR e il rapporto colesterolo totale/colesterolo HDL.

Conclusioni: L'aggiunta della PCR negli screening standard sui livelli lipidici potrebbe consentire di migliorare la identificazione delle donne più a rischio di eventi cardiovascolari e che potrebbero quindi essere candidate ad interventi di prevenzione primaria come l'uso di inibitori dell'HMG-CoA reductasi.

 

Effetti emodinamici del Sidelnafil in uomini con grave coronopatia.

La disfuzione erettile interessa più di 30 milioni di uomini negli USA ed è particolarmente frequente in pazienti cardiopatici anche per il sovrapporsi di altri fattori di rischio quali età avanzata, diabete mellito, ipertensione, ipercolesterolemia. Il Sildenafil è un inibitore altamente selettivo della fosfodiesterasi tipo 5, presente nelle piastrine e nelle cellule muscolari lisce, ed un debole inibitore di altri isoenzimi presenti nel cuore. Eventi cardiovascolari acuti quali infarto del miocardio e morte improvvisa sono stati segnalati dopo assunzione di sildenafil.

Metodi: sono stati valutati gli effetti emodinamici sistemici, polmonari  e coronarici del sildenafil per os (100 mg) in 14 uomini (età media 61+11 anni) con grave stenosi di almeno una arteria coronarica>70% che dovevano essere sottoposti a rivascolarizzazione coronarica percutanea. La velocità di flusso ematico e la riserva di flusso sono state misurate mediante sonda Doppler in 25 arterie coronarie di cui 13 con compromissione elevata (stenosi >70%) e 12 di riferimento senza stenosi; la valutazione di riserva di flusso coronarico è stata ottenuta con la somministrazione intracoronarica di Adenosina  somministrata prima e dopo l'assunzione di Sildenafil.

Risultati: Il Sildenafil per via orale ha determinato una lieve riduzione dei valori della pressione arteriosa sistemica e polmonare (<10%), nessun effetto sulla pressione intravascolare polmonare, sulla pressione atriale, sulla frequenza cardiaca e sulla gettata cardiaca. Non sono state registrate variazioni significative della velocità media di picco di flusso coronarico, del diametro delle arterie coronariche, del volume di flusso, della resistenza vascolare coronarica. La riserva di flusso coronarico basale è risultata più bassa nelle arterie interessate da stenosi rispetto alle arterie di riferimento ed è aumentata di circa il 13% in entrambi i gruppi dopo somministrazione di sildenafil.

Conclusioni: Nessun effetto cardiovascolare avverso (ipotensione, angina pectoris..) si è verificato nel gruppo di uomini con grave coronaroatia studiati, si è anzi evidenziato un piccolo effetto positivo di aumento di riserva di flusso coronarico con la assunzione si sildenafil dopo coronarodilatazione massiva con adenosina intracoronarica. I dati ottenuti confermano le  posizioni dell'American College of Cardiology e dell'American Heart Association per l'utilizzo del sildenafil in pazienti con malattia coronarica stabile che non assumono nitrati.

DB

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