NUMERO 19
GIU-LUG
SOMMARIO
Editoriale

pag. 7

Dossier 

PROFILO DELLA MEDICINA D’OLTREOCEANO
pag. 8
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I CANADESI, SEDENTARI E CON PROBLEMI DI SALUTE MENTALE
pag. 10
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INCUBI
E VANTI DEL DOTTOR CANADA 
pag. 12
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TRAFORMAZIONE E ACCREDITAMENTO 
pag. 13
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ASSISTENZA PUBBLICA O PRIVATIZZAZIONE?
pag. 14

Le interviste di D.S.

CARLO BERNASCONI
pag. 16

Etica

ASPETTI ETICI DELLA RELAZIONE MEDICO-PAZIENTE
pag. 20

  Progetti e prospettive SCREENING DELLE DEMENZE
pag. 28
  Test di autovalutazione pag. 31
  Formazione PROSPETTIVE NELLA FORMAZIONE DEL MEDICO DI MEDICINA GENERALE IN ITALIA
pag. 33
  Focus on LA MALATTIA TROMBOEMBOLICA VENOSA, DIAGNOSI E TERAPIA
pag. 38
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APPROCCIO AL PAZIENTE CON DIATESI TROMBOFILICA
pag. 41
  Lettere al direttore  pag. 48
  Abbiamo letto per voi CHI HA POTERE SUL MIO CORPO?
pag. 50

 

Editoriale

Da molti mesi vi è grande fermento nel mondo medico e in particolare negli ambienti della medicina generale;  lo scenario  è quello dell’accreditamento e della formazione nel quale a varie riprese i diversi  contendenti si scontrano per ottenere il privilegio di definire criteri, indicatori, crediti per qualificare all’interno del sistema sanitario i professionisti e garantire loro il giusto riconoscimento per il livello di qualità raggiunto.

Si corre però il rischio di confondere formazione professionale con curriculum personale, informazione con aggiornamento, crediti con titoli ed altro ancora.

E’ opportuno che si smorzino i toni e che si faccia una serena riflessione sul cammino da seguire, che si chiariscano bene i termini del problema e che si trovi la maniera di effettuare percorsi il più possibile omogenei, condivisi e che tengano conto della reale situazione in cui si trova attualmente la medicina generale nel nostro paese.

Appare, perciò,  fondamentale il ruolo delle società scientifiche cui spetta il compito di intervenire nella definizione dei metodi più adeguati per valutare i processi di miglioramento dei medici e degli indicatori di qualità che possano essere ritenuti validi in un contesto assolutamente eterogeneo della pratica della medicina generale.

Tale eterogeneità deve favorire in primo luogo i processi formativi utili al cambiamento delle performances professionali del medico ed individuare inoltre sistemi di incentivazione economica e di carriera che favoriscano l’aggiornamento e la ricerca..

Vanno distinti e valutati separatamente i crediti che ciascun professionista acquisisce nell’ambito della propria formazione permanente caratterizzata da programmi  differenziati e basati su  precise e definite metodologie didattiche , dai crediti legati al curriculum personale e di carriera.

La SNAMID intende muoversi da subito in questa direzione attraverso l’accreditamento volontario di tutti i propri iscritti e la realizzazione di iniziative di formazione senza trascurare il terreno del confronto e della collaborazione con le altre Società Scientifiche della medicina generale.

La formazione continua rimane per il Medico l’unico strumento per mantenere e migliorare nel tempo le proprie conoscenze e competenze professionali in un momento di continuo rinnovamento della scienza medica e in una sempre più pressante richiesta da parte del cittadino di qualità di cure e professionalità di alto livello.

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Le interviste di D.S.
Intervista a: Carlo Bernasconi
L'incontro con il prof. Carlo Bernasconi, Direttore della Cattedra di Ematologia, presso l'Università di Pavia, ci offre l'opportunità di fare alcune riflessioni su questa specialità, figlia curiosa della Medicina Interna, sempre prima nell'avventurarsi per le strade difficili della ricerca, ingaggiando scommesse impossibili, che spesso si sono rivelate autentici "miracoli ", come la terapia delle leucemie infantili o il trapianto di midollo

Professore,  il XX incontro di Ematologia  si è appena concluso, che impressioni ha avuto?

Ogni anno organizzo  un corso avanzato di ematologia clinica,  dedicato agli specialisti della disciplina, nel quale vengono trattati argomenti diversi, di tipo monotematico, quest’anno abbiamo trattato le sindromi mielodisplastiche fondamentalemente per un motivo legato all’opportunità di fare, oggi, un Registro Italiano delle Sindromi Mielodisplastiche (SMD).

Che cosa l’ha spinta a scegliere questo argomento, relativamente a bassa incidenza nella popolazione generale?

Cerco di riassumere brevemente alcune delle motivazioni della scelta. Le  SMD sono disturbi ematologici estremamente polimorfi ed il pensare che ci sia un’unica terapia per tutte queste sindromi è errato. Il dato chiaro che si è sottolineato in questi anni è che ci saranno terapie diverse per gruppi omogenei di pazienti, che si riescono a raccogliere perché la classificazione della SMD incomincia ad essere clinicamente utile e biologicamente corretta. Rispetto al problema abbiamo sempre parlato di Preleucemie, che è un termine estremamente ambiguo, teso a non chiarire bene il concetto, può essere “non ancora malattia” o “quasi malattia” e diventa obbligatoriamente leucemia o potrebbe anche non diventarlo e quindi processo reversibile. Quindi in queste sindromi preleucemiche abbiamo identificato delle entità biologiche precise, caratterizzate sul piano della citogenetica e della biologia molecolare, per esempio la monosomia 7 ha caratteristiche particolari, correlate alla rispettiva alterazione molecolare. Tutto questo sta a significare come ormai ci sia un approccio molecolare all’insorgenza di una MDS, che a questo punto potremmo definire come una leucemia che si instaura gradualmente.

Quindi è una situazione clinica ideale per studiare i problemi della leucemogenesi e della carcinogenesi  in generale. Che questo sia un percorso estremamente razionale, lo dimostra quello che oggi conosciamo su alcuni tipi di leucemie, ad esempio la leucemia promielocitica acuta sappiamo essere sostenuta da un difetto molecolare ben preciso, corretto dalla somministrazione di un retinoide e mentre 10 anni fa questi malati morivano con incidenza elevatissima, oggi guariscono nel 90% dei casi grazie alla conoscenza di questo meccanismo molecolare e alla possibilità di intervenire, correggendo il meccanismo stesso. Lo stesso per la Leucemia mieloide cronica ed il cromosoma Philadelfia con l’ingresso in terapia dallo scorso anno degli inibitori della tirosino-chinasi, che sono un presupposto estremamente importante per arrivare alla soluzione di questa malattia.

Perché la costituzione del Registro?

Perché si sente la necessità di conoscere di più questa malattia e dobbiamo coordinarci  e  il registro che stiamo attivando, vuole coinvolgere tutti i centri ematologici italiani e l’adesione è stata unanime, perché la Medicina non è più episodica. Io se vedo alcuni casi di monosomia 7 non posso capire nulla della malattia ed è solo nel mettere insieme cento casi che riusciamo a conoscere meglio la malattia e a fare quei ragionamenti di comprensione del meccanismo molecolare sotteso a trovare la terapia più adatta.  Stiamo iniziando a raccogliere tutti i casi di nuova insorgenza in Italia per rispondere ai quesiti aperti su queste malattie. Primo fra tutti la bassa incidenza. La conoscenza  epidemiologica al riguardo non esiste. Ci sono dati internazionali di casistiche non più attuali e ci sono casistiche di grossi gruppi ematologici, come il nostro, ma non rappresentative dell’epidemiologia sul territorio, ma rappresentano l’attività di quel gruppo. L’opinione corrente è che ci troviamo di fronte ad una patologia in aumento e questo deve essere provato e quantificato.

Da che cosa deriva questa impressione di una variazione dell’epidemiologia  delle SMD?

Innanzi tutto ci troviamo di fronte ad alterazioni ematologiche dell’età anziana, quindi sensibili all’aumento dell’aspettativa di vita, cioè all’incremento delle fasce di età  più elevata, il  che comporta un aumento di incidenza. L’altro fattore  è correlato all’aumento  delle forme secondarie a chemio-radioterapia, ma bisogna dimostrarlo. Il primo scopo è di raccogliere dei precisi dati epidemiologici, sul territorio; il secondo scopo è di raggruppare un numero significativo di pazienti omogenei, per conoscere meglio l’evoluzione di quel particolare tipo di sindrome e per una premessa di terapia mirata. Il terzo scopo è di fare dei veri protocolli terapeutici che definiscano l’uso dei farmaci. Ad esempio, nell’utilizzo dei regolatori della risposta biologica,  l’anemia che accompagna queste sindromi può rispondere in modo  significativo nel 30% dei casi alla somministrazione di Eritropoietina, ma dovremmo sapere prima quali sono i “responders” e allora il poter registrare tutti i casi trattati ci permetterà di definire le caratteristiche di questi soggetti. In questo progetto parteciperanno anche Ematologi spagnoli per meglio definire un campione rappresentativo di questa malattia, da inserire in un più ampio programma europeo di oncologia.

Quali problemi ha posto e pone la gestione dei pazienti affetti da SMD?

Il paziente con SMD rappresenta spesso un caso di fronte al quale il medico si trova estremamente perplesso, perché le scelte  terapeutiche sono molte volte difficili, in quanto il comportamento è diverso in una persona anziana a basso rischio di evoluzione leucemica o in una persona giovane, ad alto rischio. In queste persone giovani bisogna sapere esattamente quali sono i parametri che dicono quali sono le corrette decisioni terapeutiche, quale ad esempio il trapianto di midollo osseo,  e quindi noi pensiamo che il registro sia anche la premessa alla formulazione di utili linee guida diagnostico-terapeutiche.

L’Ematologia  è sempre stata un punto di riferimento culturalmente avanzato, sia per la ricerca clinica, che per la ricerca di base, in un tentativo continuo di trovare omogeneità di classificazioni, protocolli comuni. Perché?

L’Ematologia è la disciplina più vicina alla biologia ed è sempre stata la disciplina trainante nella lotta contro le neoplasie. A questo proposito un ricordo va al mio Maestro, il prof. Introzzi, uomo molto diretto e pragmatico, il quale diceva - …ma perché è facile.

Tu guardi il sangue, analizzi il midollo, e vedi le cellule tumorali e se la terapia che tu fai le riduce, te ne accorgi subito!- cioè è facile il controllo della neoplasia e degli effetti su di essa della terapia, questo ha posto l’Ematologia in una condizione di enorme vantaggio rispetto all’Oncologia, sia in termini diagnostici che di approccio terapeutico.

Il riferimento ad Introzzi ci porta subito  al passato. Che cosa ricorda?

Introzzi affermava di appartenere alla generazione che ha visto guarire l’anemia perniciosa e rivolto a me  diceva - tu apparterrai alla generazione che vedrà guarire le leucemie -ed infatti quello che abbiamo detto sulla promielocitica, conferma la profezia. In questo caso una semplice vitamina, un derivato dell’acido retinoico, concorre a far guarire la leucemia promielocitica. Io credo che il problema fondamentale sia nella ricerca,  l’ematologia è una disciplina che stimola la ricerca per quel vantaggio che si è detto prima, di essere una specialità vicina, più delle altre, alla biologia.

Geni e malattie. Geni come  terapie. Queste e solo queste le speranze per il futuro?

In  campo genetico l’ematologia si muove da tempo e voglio solo ricordare il cromosoma Philadelfia nella leucemia mieloide cronica, che è un marcatore specifico di questa malattia, così come la traslocazione 15-17  marcatore  della leucemia promielocitica, strumenti in quest’ultimo caso estremamente utili per consultare, con la somministrazione apparentemente banale di una vitamina, di guarire una leucemia. Quindi geni come potenti e sicuri strumenti  diagnostici, però non possiamo, né dobbiamo dimenticarci di altri aspetti altrettanto importanti. Ad esempio  nel 1970 la malattia di Hodgkin era obbligatoriamente letale, oggi questo linfoma  guarisce nell’ottanta percento dei casi. Nel linfoma non- Hodgkin le curve di sopravvivenza  cambiano radicalmente, in meglio, da quando sono entrate nell’utilizzo pratico le antracicline, le quali hanno determinato, anche nei linfomi ad alto grado, il 40% di lungo-sopravviventi, dato in ulteriore miglioramento con l’avvento della chemioterapia ad alte dosi con l’auto-trapianto dopo recupero ed infusione delle cellule staminali, procedura che porta ad un risultato positivo nel 70% dei casi.

Perché, con questi dati consolidati, è così difficile farsi capire dalla gente?

Perché la gente può confondere queste osservazioni con trionfalismi inutili. Ritornando alla malattia di Hodgkin, quando affermiamo che prima morivano tutti e adesso guariscono l’80% dei casi, sottolineiamo un  successo enorme, che facilmente ingenera trionfalismo che mal si adatta al ragionamento completo che deve porre l’attenzione su quel restante 20% che muore ancora. Quindi un ammalato di malattia di Hodgkin, all’esordio, non sappiamo se è dentro al 80% o al 20%, pur considerando i fattori prognostici alla diagnosi, ma questi non sono la certezza.

Oggi si parla di medicina dell’evidenza, ma non dobbiamo dimenticare che questa è una medicina fatta per la malattia non per  il paziente, pur cercando di adattarsi al singolo. Quindi il problema  è che il malato, che spera umanamente di avere certezze dalla medicina, sarà sempre sottoposto all’incertezza dei fenomeni biologici, di qui la possibilità di incomprensioni a volte estremamente negative per il rapporto medico-paziente.

Per il Medico di Medicina Generale, il rapporto medico-paziente è la chiave fondamentale su cui fondare il proprio lavoro. Per Lei che valore ha avuto il rapporto con il malato piuttosto che con la malattia?

Io credo che il rapporto con il malato ha sempre caratterizzato qualsiasi attività mia, ma anche di tutti i mie collaboratori. Ogni  giorno si parla di “protocolli”, la frase comune é - quel paziente fa quel protocollo - questo non ci esime dal prevedere questa variabilità non solo biologica del singolo paziente, la terapia deve essere sempre il massimo che può essere dato a quello e solo a quell’individuo e credo che i nostri ammalati questo lo percepiscano.

Pavia oggi è uno dei centri di riferimento per l’ematologia nazionale, e questo grazie anche al Prof. Carlo Bernasconi, che 30 anni fa aveva cominciato in condizioni ben diverse l’attività, rispetto a quanto vediamo oggi nel suo efficientissimo e moderno Istituto.

L’Ematologia 30 anni faceva parte, come tante altre specialità, della Medicina Interna, ed io ho incominciato come Aiuto in  Clinica Medica. E’ chiaro che progredendo le conoscenze, è necessario che queste divengano più specialistiche e di conseguenza anche le strutture assistenziali si adattino a questa medicina sempre più rivolta alla specializzazione, però ci deve essere sempre anche una valutazione di Medicina Generale. Si tratta semplicemente livelli assistenziali di tipo diverso con un primo livello che sarà di competenza del MMG, con la necessità di strutture e medici con competenze più settoriali, per approfondire la conoscenza e la cura della malattia. Questo è quanto si è realizzato, al S.Matteo, in 30 anni, in un progressivo adattamento di strutture e medici al continuo progredire delle conoscenze, con la necessità di distinguere l’assistenza in livelli  diversi e competenze specifiche, partendo dalla Medicina Generale per arrivare agli Ematologi delle unità sterili per il trapianto di midollo, del nostro attuale Istituto.

Nella gestione del paziente come vede il rapporto con il Medico di Medicina Generale?

Di collaborazione estrema, indispensabile per permettere il trasferimento delle conoscenze reciproche nell’interesse del malato e per la buona gestione della malattia e qui vorrei dire che questa è una regola che mi è valsa per la didattica, cercando di fare degli argomenti dell’ematologia che coinvolgessero in primo luogo gli studenti attraverso l’utilizzo soprattutto della chiarezza e altri specialisti nel tentativo di inserire i problemi ematologici in un contesto il più ampio possibile, coordinando i vari moduli in cui sembra che il nostro sapere sia diviso.

Rispetto al discorso delle autonomie culturali, come mettere insieme l’Università, l’Ospedale, il Territorio?

Ritengo impensabile il dualismo che c’è tra Ospedale ed Università, è un fatto strumentale che deriva da meccanismi  di potere, aspetto deteriore della nostra società. Dobbiamo tener presente in modo chiaro ed inequivocabile che lo scopo ultimo di quello che facciamo è solo ed unicamente la salute del paziente e quindi ci si mette tutti insieme, facendo ognuno la sua parte, per raggiungere questo obiettivo.

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