NOVITA'

Abstract    Review    Comunicati Stampa    SSSS 4S    Novità ECM    Recensioni

Indice:

L'apnea notturna ostruttiva
Terapia ormonale post-menopausale
Vitamine e prevenzione di malattie croniche negli adulti.
Interventi terapeutici nel morbo di parkinson: una valutazione basata sull’evidenza
Il disturbo bipolare
Interruzioni di terapia (STI) per il trattamento dell’infezione da HIV

Trattamento farmacologico della ipertensione portale: passato, presente e futuro.
Seminario: MORBO DI CROHN

IperapoB  ipertrigliceridemica ed aterogenesi nel diabete tipo II

Complicanze cardivascolari legate all'uso di cocaina
Aumento delle resistenze agli antibiotici e trattamento delle infezioni urinarie non complicate
Sindromi da altitudine
Rivelazione della prognosi a pazienti tumorali terminali
Investigating symptoms
Trattamento  medico della artereopatia periferica e della claudicatio
Riacutizzazione della bronchite cronica
Fibrillazione atriale
Fibrillazione atriale negli anziani
Il counseling del medico di medicina generale è efficace 
quanto i farmaci antidepressivi per la depressione

Altre Review

 

L’APNEA NOTTURNA OSTRUTTIVA

The Lancet 2002;360;237-43 Atul Malhotra, David P. White                                                     

INTRODUZIONE

L’apnea ostruttiva notturna (AON) è una patologia di importanza crescente per le sue sequele nella sfera neurocognitiva e cardiovascolare. I muscoli dilatatori e il tessuto molle del faringe sono determinanti nel mantenimento della pervietà faringea in assenza di un valido sostegno osseo nella regione retrostante la lingua e il palato molle. Anomalie anatomiche, modificazioni dell’attivazione fisiologica di tale apparato muscolare e i sistemi di controllo della ventilazione sono fattori determinanti nei ripetuti collassi faringei durante il sonno di soggetti suscettibili.

L’AON viene diagnosticata sulla base di sintomi clinici ( russamento, sonnolenza diurna..), segni fisici ( aumentata circonferenza cranica) e un esame strumentale chiamato polisonnografia notturna che rappresenta il gold standard per la diagnosi della patologia.

I ripetuti episodi di apnea determinano frequenti risvegli notturni del paziente e una serie di eventi emodinamici ( ipossiemia, ipercapnia, attivazione del sistema nervoso simpatico) che sono chiaramente associati allo sviluppo di ipertensione arteriosa e possono essere substrato per successive complicanze quali IMA, accidenti cerebrovascolari e scompenso cardiocircolatorio. In oltre, la frammentazione del sonno notturno determina sonnolenza diurna con aumentato rischio di incidenti sul lavoro e stradali e altera le capacità neurocognitive con peggioramento della qualità della vita. La pressione positiva continua nelle vie aeree (CPAP) è il trattamento di scelta nell’AON sulla base di un provato miglioramento nelle prestazioni neurocognitive e nei valori pressori evidenziato in molti studi clinici randomizzati. Nonostante questo progresso, molti pazienti rimangono misconosciuti e non trattati.

 

DEFINIZIONE

Il grado di severità dell’AON viene misurato usando l’indice AHI ( indice di apnea-ipopnea).

Un’apnea, definita come interruzione del flusso aereo per almeno 10 secondi, viene classificata come ostruttiva o centrale in base alla presenza o assenza dello sforzo respiratorio.

La Consensus Conference di Chicago ha fornito una definizione di ipopnea compresa tra le seguenti tre forme: sostanziale riduzione del flusso aereo (> 50%), moderata riduzione (< 50%) con desaturazione (< 3%) o moderata riduzione (< 50%) con evidenza elettroencefalografica di risveglio. Tradizionalmente i “thermistor” oronasali venivano usati per stimare il flusso aereo essendo in grado di rilevarne anche piccolissime variazioni. Inizialmente la definizione di AON era limitata a pazienti con AHI aumentato e portatori di sintomi quali l’eccessiva sonnolenza diurna.

 

EPIDEMIOLOGIA

Young e i suoi collaboratori hanno evidenziato che il 4% degli uomini e il 2% delle donne di mezza età del Nord America hanno sintomi dell’AON e un AHI maggiore di 5 eventi di apnea per ogni ora di sonno. Il 24% degli uomini e il 9% delle donne del Nord America hanno un AHI> 5, ma solo quelli con un’eccessiva sonnolenza diurna erano stati reclutati nelle vecchie statistiche. Recentemente il rischio cardiovascolare è stato associato a valori di AHI precedentemente definiti entro il range di normalità- cioè <5. Questo può condurre a una nuova nozione di AON appunto definita come spettro di malattie anziché una netta distinzione tra soggetto normale e soggetto patologico. Pertanto la definizione e l’epidemiologia di AON stanno evolvendo in attesa di nuovi metodi di misura del grado di severità.

I primi fattori di rischio identificati per l’AON sono:

1)      l’OBESITA’: è presente in circa il 70% dei pazienti; sta assumendo proporzioni epidemiche nei paesi industrializzati ed è l’unico fattore reversibile. Il meccanismo patogenetico non è chiaro: verosimilmente le dimensioni delle vie aeree superiori diminuiscono con l’incremento ponderale.

2)      il SESSO: secondo alcuni studi il sesso maschile costituisce un fattore di rischio con un incremento di 5-6 volte rispetto al sesso femminile. Questa discrepanza potrebbe essere dovuta a una sottostima della malattia nelle donne che appaiono più restie nel riferire determinati sintomi quali il russamento, rispetto agli uomini.

3)      l’ETA’: la relazione tra malattia ed età è complicata ed ancora oggetto di studi. Nei bambini affetti da ipertrofia tonsillare la sindrome AON è ben descritta e può causare una scarsa prestazione scolastica del piccolo paziente; negli adulti la prevalenza della malattia aumenta con l’aumentare dell’età.

Nuovi fattori di rischio sono stati identificati nella menopausa e nella razza.

Young ha identificato una aumentata frequenza delle apnee nelle donne in post-menopausa indipendentemente dall’età. L’apnea è più frequente negli americani d’Africa che nella popolazione bianca ed essi sviluppano l’AON in età più giovane: la spiegazione più verosimile probabilmente sta nelle differenze del tessuto molle e delle strutture ossee delle vie aeree superiori.

Il fumo di sigaretta e il consumo di alcool sono fattori di rischio socio-ambientali molto importanti: il primo determina l’edema delle vie aeree e il secondo sembrerebbe sopprimere l’attivazione dei muscoli dilatatori del faringe.

 

PRESENTAZIONE CLINICA

I segni e i sintomi suggestivi di apnea notturna sono:

-Russamento

-Apnee (documentate) e gasping (=boccheggiamento)

-Obesità (principalmente la circonferenza cranica)

-Ipertensione arteriosa

-Eccessiva sonnolenza diurna

-Storia familiare

-Pregressa tonsillectomia

-Sonnno non ristorativo

 

FISIOPATOLOGIA: le vie aeree faringee

La pervietà delle vie aeree faringee nell’uomo è mantenuta prevalentemente dall’attivazione del muscolo dilatatore del faringe e dal tessuto molle, in quanto l’unica struttura ossea presente in tale sede è l’osso ioide. Il collasso faringeo è favorito dalla pressione negativa nelle vie aeree (durante l’inspirazione) e da quella positiva all’esterno delle vie aeree (deposito di adipe e mandibola di piccole dimensioni). Viceversa la pervietà è mantenuta dall’attivazione del muscolo genioglosso e dall’aumento del volume polmonare che esercita una trazione longitudinale. Queste due forze interagiscono in modo complesso tra di loro.

Con tecniche endoscopiche i ricercatori hanno identificato vie aeree faringee più piccole e una maggiore tendenza al collasso delle pareti in pazienti con AON rispetto ai controlli. Più di 20 muscoli costituiscono il sofisticato sistema di controllo della motilità del faringe che è coinvolto in plurime funzioni fisiologiche quali la deglutizione e la parola. Il muscolo principale è il genioglosso le cui vie efferenti sono controllate dal centro motore dell’ipoglosso nel midollo. Esso è sotto l’influsso di più variabili: la fisiologia dei neuroni che regolano la respirazione, i chemorecettori centrali e periferici (PaO2 e PaCO2) e gli input dai meccanocettori locali presenti nelle vie aeree superiori.

Molti sistemi neurochimici (colinergico, adrenergico, serotoninergico) sono coinvolti nella regolazione del ritmo sonno-veglia.

Nei soggetti sani, durante la veglia, la pervietà faringea è garantita dai muscoli dilatatori del faringe attivati dallo stimolo locale rappresentato dalla pressione negativa locale. Essi, anche in assenza della regolazione centrale del respiro, sono in grado di rispondere entro pochi millisecondi a una pressione faringea negativa, mantenendo pervie le vie aeree. Per ovviare all’ostacolo rappresentato da una anatomia faringea compromessa, tali muscoli in un paziente affetto da AON dovrebbero essere più attivi durante la veglia. L’incremento dell’attività del genioglosso in questi soggetti è determinato da due componenti: 1) la pressione negativa nelle vie aeree superiori è maggiore nei soggetti malati: dato che il rapporto tra la P negativa e l’attivazione muscolare è uguale nel soggetto sano e in quello malato, questo incremento di P negativa determina una maggiore attivazione muscolare; 2) l’attività basale di questi muscoli è maggiore nei pazienti affetti da AON rispetto ai soggetti sani.

In soggetti con grave apnea, alterazioni del respiro si manifestano solo durante il sonno in seguito alla perdita dei riflessi neuromuscolari posturali. La perdita di input eccitatori ai motoneuroni dell’ipoglosso può ridurre di molto la capacità del genioglosso a rispondere alla P negativa e ad altri stimoli che normalmente attivano questi muscoli durante la veglia.

Se l’anatomia del faringe di un individuo necessita di un’attivazione riflessa dei muscoli dilatatori per mantenere la pervietà durante la veglia, allora queste vie aeree sono più suscettibili al collasso durante il sonno.

Altre variabili sono coinvolte nella patogenesi dell’apnea: 1) il volume polmonare: aumenti del volume polmonare favoriscono la pervietà faringea. La riduzione del volume durante il sonno può causare un importante decremento della trazione longitudinale sulle vie aeree e quindi una maggiore collassibilità faringea; 2) i meccanismi di controllo della ventilazione: Younes ha sviluppato delle tecniche di ventilazione assistita per valutare la stabilità del controllo ventilatorio durante il sonno. Alcuni fattori quali il prolungamento del tempo circolatorio, piccoli volumi polmonari, un alto sforzo ventilatorio (responsività all’ipossia e all’ipercapnia) tendono a destabilizzare il sistema. Indipendentemente dal collasso faringeo nei soggetti affetti da AON il sistema di controllo della ventilazione è intrinsecamente meno stabile.

 

IPOTESI ALTERNATIVE

1)      I muscoli dilatatori del faringe dei pazienti affetti da AON possono andare incontro a usura e affaticamento nel tempo, in quanto sottoposti a collassi ripetuti per le elevate P negative. La disfunzione muscolare o il danno neuronale afferente può evolvere e avere un ruolo di perpetuazione nelle cause dell’apnea.

2)      L’apnea può essere il risultato di un alterato sincronismo tra la contrazione dei muscoli dilatatori del faringe e quella del diaframma. Normalmente i primi si attivano prima della contrazione diaframmatica preparando in teoria le vie aeree superiori all’effetto collassante dell’inspirazione.

 

CONSEGUENZE

Una volta iniziata l’apnea o l’ipopnea, i risvegli dal sonno sono necessari per interrompere l’evento. Sebbene l’attività del muscolo dilatatore aumenta con il progredire dell’apnea, questo aumento non è sufficiente per ristabilire la pervietà faringea. Così il paziente si risveglia ripetutamente dal sonno durante la notte. La combinazione tra l’aumento dello sforzo respiratorio, l’ipossia e l’ipercapnia è la probabile causa del risveglio.

Le conseguenze neurocognitive sono: sonnolenza diurna, ridotta prestazione nei test neuropsicologici, tempi di reazione prolungati, ridotta creatività, scarsa qualità della vita e aumentato rischio di incidenti stradali e sul lavoro.

Le conseguenze cardiovascolari possono essere acute o croniche: l’interruzione del respiro può essere associata a un’ampia riduzione della PaO2, aumento della PaCO2 e dell’attività simpatica. In oltre, il crescente sforzo respiratorio esercitato durante l’apnea può portare a un’ulteriore riduzione della pressione intratoracica (più negativa), la quale a sua volta determina un aumento del precarico cardiaco e del post-carico ventricolare sinistro. Al termine dell’apnea il precarico aumentato associato alla vasocostrizione sistemica indotta dall’attivazione simpatica, può causare improvvisi e ripetuti aumenti della pressione sanguigna di notevole entità durante la notte. Cronicamente l’AON può determinare prolungati periodi di ipertensione arteriosa. I meccanismi sono ancora in fase di studio ma, probabilmente, sono rappresentati da eccitazione simpatica sostenuta, attività parasimpatica ridotta e rilascio di endotelina. Gli effetti emodinamici acuti e cronici dell’AON sono associati a aumentato rischio di IMA, stroke cerebrovascolare e scompenso cardiocicolatorio. Attualmente è ancora in corso uno studio clinico randomizzato (Sleep Heart Health Study) per valutare l’entità di questi rischi.

 

DIAGNOSI

Il gold standard per la diagnosi dell’AON è la POLISONNOGRAFIA NOTTURNA eseguita in un laboratorio del sonno e che comprende: l’elettroencefalogramma, l’elettrooculogramma, l’elettromiogramma del mento, la registrazione con microfono del russamento, l’elettrocardiogramma, la saturimetria, l’elettromiogramma del tibiale anteriore, la registrazione con “thermistor”.

La combinazione di diagnosi e trattamento nell’arco della medesima registrazione notturna sta diventando una strategia importante. Consiste nel monitorare inizialmente il paziente per le prime 3 ore della notte; se si rileva un’inequivocabile apnea, viene applicata una CPAP nasale. Questo approccio ha dei vantaggi e degli svantaggi: 1) molti più pazienti possono essere diagnosticati e trattati nel caso in cui il laboratorio ha risorse di tempo limitate; 2) l’applicazione iniziale di CPAP è un importante predittore dell’adesione a lungo termine del paziente al trattamento. Il trattamento applicato per tutta la notte porta a un migliore mantenimento del sonno rispetto a un approccio limitato solo a una frazione del tempo notturno; 3) il livello terapeutico di CPAP non può essere raggiunto solo nell’arco di una notte, richiedendo quindi una seconda registrazione notturna; 4) se l’autoapplicazione della CPAP è ben accettata dal paziente potrebbero aumentare le diagnosi e i trattamenti a domicilio.

L’uso dell’ossimetria notturna nello screening dei disturbi respiratori nel sonno è controverso in quanto ha una sensibilità sufficiente per rilevare disordini respiratori più sottili ma ha un range di sensibilità e specificità compreso tra il 50% e il 90%, che comunque richiede l’esecuzione di una polisonnografia per la diagnosi di certezza.

 

TRATTAMENTO

CPAP: è il trattamento di scelta nell’AON per la sua provata efficacia nell’eliminare l’apnea e nel ridurre le sequele. La compliance alla CPAP non è ancora ottimale anche se strategie quali l’umidificazione riscaldata delle vie nasali, l’uso di decongestionanti e steroidi aiutano a migliorare i sintomi locali e ad aumentare l’adesione al trattamento.

Altre terapie possono essere prese in considerazione in tre situazioni:

1)      soggetti con cause reversibili di AON (deformità anatomiche, ipertrofia tonsillare) sono candidati alla chirurgia. Sebbene l’obesità sia un fattore di rischio reversibile, un importante calo ponderale è comunque associato a un basso successo terapeutico.

2)      Il trattamento dell’apnea di grado lieve è un oggetto molto dibattuto. Normalmente si consigliano misure conservative anche se l’applicazione di CPAP comunque, migliora i sintomi diurni. Recenti dispositivi a P positiva stanno conquistando popolarità e sono costituiti da macchine a P positiva a due livelli con differente P inspiratoria ed espiratoria. Gli studi randomizzati non evidenziano una sostanziale diversità di efficacia pertanto l’uso di questi strumenti più moderni non è giustificato in considerazione del loro elevato costo.

CHIRURGIA: la procedura più comune è l’UPPP (uvulopalatofaringoplastica). Solo circa il 40% dei pazienti che vi si sottopongono ottengono un AHI di poco inferiore a 20 eventi per ora di sonno. E questo dato non è sempre giudicato un adeguato outcome chirurgico specialmente in considerazione dell’incerta correlazione tra AHI e le complicanze dell’apnea. Dopo l’intervento in molti casi il russamentoscompare ma i disturbi respiratori persistono conducendo all’apnea silente. Interventi chirurgici più aggressivi quali l’avanzamento del genioglosso e del massiccio mandibolare sembrano avere maggiore successo con riduzione di AHI a meno di 10 rispettivamente nel 60% e 90% dei pazienti trattati. Le recentissime procedure laser e le tecniche di ablazione con radiofrequenza non si sono dimostrate efficaci nel trattamento dell’AON, ma possono essere prese in considerazione per pazienti affetti da russamento in assenza di apnea o presenza di apnea di grado lieve.

APPARECCHI ORALI

I dispositivi per l’avanzamento mandibolare e per ostacolare la retroversione della lingua durante il sonno vengono proposti a pazienti che rifiutano o non hanno avuto beneficio da un trattamento con CPAP, a pazienti affetti da russamento o da AON di lieve entità e a pazienti non responsivi all’approccio chirurgico. Comunque, occorrono ancora molti studi clinici per verificare gli outcomes neurocognitivi e cardiovascolari dopo trattamento con i dispositivi orali.

EB

 

H.D. NELSON, et al.: terapia ormonale post-menopausale (review) . JAMA 288(7), 872-881, 2002

Sebbene la terapia ormonale sostitutiva in climaterio (HRT) sia diffusa negli Stati Uniti, nuovi dati consentono di verificare vantaggi e danni che possono verificarsi nel tempo.

In questo studio gli obiettivi sono quelli di valutare la prevenzione primaria cardiovascolare, il tromboembolismo, l’osteoporosi, il tumore, la demenza, la colecistite, grazie ad una meta-analisi proveniente dalla letteratura scientifica disponibile (1966-2001).

Il rischio relativo di coronaropatia (CHD) e mortalità cardiovascolare è significativamente ridotta in chi utilizza HRT  (nell’osservazione condotta da WHI –Women’s Health Institute- invece l’incidenza è aumentata). L’incidenza di ictus, ma non la mortalità ad esso correlata, è aumentata in corso di HRT, così come aumentato è il rischio tromboembolico venoso (soprattutto nel corso del primo anno di trattamento). La protezione contro le fratture osteoporotiche è unanime. Chi usa estrogeni ha un aumento del rischio di tumore della mammella; il rischio aumenta di pari passo con l’estensione del periodo di trattamento. L’incidenza di tumore endometriale, ma non la mortalità, è aumentata in chi usa solo estrogeno (no, se associato a progestinico). Riduzione dell’incidenza di tumore del colon del 20%. Donne in climaterio con sintomi correlati hanno un beneficio sotto il punto di vista cognitivo, se trattate con HRT (dati sulla demenza non sono dirimenti). L’incidenza di colecistite è di 1,8 (IC 95%), aumentata a 2,5 (IC 95%) dopo 5 anni di trattamento.

 

K.M. FAIRFELD, R.H. FLETCHER: vitamine e prevenzione di malattie croniche negli adulti. JAMA 287(23), 3116-3126, 2002

In questa review di articoli appare evidente come alcune malattie croniche siano correlate a mancanza di una o più vitamine. Altre invece sono correlate ad un eccesso: è il caso di rischio sul prodotto del concepimento in gravide che assumono dosi eccessive di vitamina A. Sempre in ambito gestazionale, è noto come il deficit di acido folico possa comportare deficienze a livello spinale fetale. Folati, vitamina B6 e B12 sono necessari per controllare il metabolismo di chi è portatore di iperomocisteinemia. L’impiego di vitamina E e licopeni (presenti nei vegetali pigmentati di rosso –pomidoro, peperoni-) può ridurre la frequenza di tumore della prostata. La vitamina D, assunta con il calcio, diminuisce il rischio di fratture ossee porotiche.

Nella review sono elencati gli studi di coorte, la relativa metananlisi e gli eventuali nuovi trials clinici in corso, riguardanti le vitamine e il rischio di patologia. Oltre alle precedenti, sono indicati i seguenti studi osservazionali:

-         vitamine del gruppo B e cardiopatia ischemica: <(leggasi: deficit, mancanza o minore incidenza, se riferito a patologia) folati = >(leggasi: incremento, maggiore incidenza, se riferito a patologia) cardiopatia ischemica; >folati e >vitamina B6 = <patologia;

-         folati usati regolarmente per 10-15 anni = <tumore del colon e <tumore della mammella;

-         l’impiego di carotenoidi = <tumore della prostata, mentre non si correla a <cardiopatia ischemica. Questi studi sembrano dimostrare che beta- carotene aumenti la mortalità nei fumatori. L’alfa-carotene invece diminuisce il rischio di tumore del polmone.

Ogni approfondimento sull’argomento è disponibile al web-site www.cc.nih.gov

PT

Olivier Rascol, cristopher Goetz, William Koller, Werner Poewe, Cristina Sampaio . Interventi terapeutici nel morbo di parkinson: una valutazione basata sull’evidenza

Introduzione

Abbiamo realizzato una review sistematica per valutare i diversi interventi validi per il trattamento del M.P. (morbo di Parkinson) rispettando le seguenti indicazioni: prevenzione della progressione di malattia, trattamento sintomatico delle manifestazioni motorie (parkinsonismo) e non motorie, controllo sintomatico e prevenzione delle complicanze motorie.

Lo scopo è di migliorare la conoscenza, da parte dei clinici, della evidenza clinica delle pubblicazioni attuali basate principalmente su studi clinici controllati randomizzati, per aiutarli nelle strategie di decision-making e nelle scelte personalizzate per ogni paziente affetto da M.P..

 

Trattamenti per il M.P.

Nel M.P.le manifestazioni cliniche sono spiegate attraverso un modello semplice in cui il corpo striato gioca un ruolo chiave nei circuiti motori cerebrali: i neuroni dopaminergici nigrostriatali degenerano determinando uno squilibrio nella modulazione della dopamina striatale e conseguentemente un comportamento motorio abnorme. Pertanto, un incremento della stimolazione dopaminergica o una riduzione della stimolazione colinergica o glutamergica, migliorerebbero i sintomi. Nella tabella 1 vengono illustrati i tre tipi principali di intervento terapeutico.

 

TABELLA 1

FARMACI

Dopaminergici: a) promotori della sintesi di dopamina: levodopa e inibitori della dopa-decarbossilasi; b) attivatori specifici dei recettori, cioè dopamino-agonisti: apomorfina, bromocriptina, cabergolina, diidroergocriptina, lisuride, pergolide, piribedil, pramipexolo, ropinirolo; c) prolungatori della disponibilità di dopamina: inibitori delle MAO-B e selegilina; d) prolungatori delle biodisponibilità di levodopa: inibitori delle COMT, entacapone e tolcapone.

Antiglutamatergici: amantadina.

Anticolinergici: benztropina, biperiden, orfenadrina, prociclidina, triexifenidil.

 

CHIRURGIA

Lesione: talamotomia, pallidotomia, nucleotomia subtalamica

Stimolazione cerebrale profonda: talamo, pallido, nucleo subtalamico

Trapianto di cellule mesencefaliche fetali

 

PROCEDURE DI RIABILITAZIONE

Terapia fisica

Terapia occupazionale

Terapia della parola

Prevenzione della progressione di malattia

Il M.P. progredisce nel tempo e il tasso di morte delle cellule della sostanza nera è stimato attorno al 10% ogni anno. La risposta ai farmaci diminuisce nel tempo e nuovi sintomi si manifestano. Mancando un marker biologico identificato e/o fattori di rischio, eccetto l’età e i rari casi di trasmissione genetica, la prevenzione primaria non può essere praticata.

La prevenzione secondaria dovrebbe rallentare, fermare o invertire la morte neuronale. Molti farmaci sono candidati potenziali per la neuroprotezione. Non ci sono metodi per misurare direttamente in vivo la perdita neuronale e non è chiaro come correlare i sintomi clinici con la morte delle cellule nervose.

Per esempio, in uno studio si è visto che la selegilina ha la capacità di ritardare l’uso di levodopa in pazienti con M.P. in fase precoce non trattati, rispetto a pazienti con placebo. L’uso di misure di neuroimaging, come l’uptake di F-levodopa, sarebbe un buon end-point, ma ancora sperimentale e altamente costoso. Tra gli studi controllati randomizzati con tocoferolo, selegilina e bromocriptina, nessuno produce evidenza certa in neuroprotezione.

Ci sarebbero teorie in merito al fatto che levodopa possa accelerare la progressione del M.P. a causa della produzione di radicali liberi tossici. Comunque, nessun farmaco può ancora essere raccomandato per la neuroprotezione nella pratica clinica e potrebbe essere utile considerare l’opportunità di inviare pazienti con M.P. presso centri di studio prima di prescrivere farmaci sintomatici.

Terapie sintomatiche del parkinsonismo

Tremore, bradicinesia, rigidità e in fase avanzata disturbi della deambulazione dell’equilibrio, causano disabilità nei pazienti con M.P.

Vengono considerate due situazioni: 1) pazienti con M.P. all’esordio non in terapia con levodopa, che ricevono un primo farmaco; 2) pazienti con M.P. avanzato già in terapia con levodopa con risposta stabile o fluttuante, che ricevono un secondo trattamento in associazione.

La scala standardizzata di valutazione del parkinsonismo più ampiamente usata è l’UPDRS (la scala unificata di classificazione del M.P.)

Nella situazione 1): la levodopa non è stata testata contro placebo in quanto 30 anni di esperienza hanno dimostrato la sua efficacia senza studi clinici controllati randomizzati. La forma standard e quella a rilascio controllato di levodopa hanno la medesima efficacia. Tra i dopaminoagonisti, quattro sono stati giudicati efficaci: diidroergocriptina, pergolide, pramipexolo e ropinirolo, così anche per la selegilina. Lisuride, bromocriptina, amantadina e anticolinergici non sono stati testati vs placebo, ma vengono comunque classificati come verosimilmente efficaci. Nessun trattamento chirurgico è stato preso in considerazione come scelta in monoterapia in questo tipo di pazienti.

Nella situazione 2): molti studi randomizzati hanno dimostrato l’efficacia di bromocriptina, cabergolina, pergolide, pramipexolo, entacapone, tolcapone. Gli anticolinergici, l’amantadina e l’apomorfina possono essere classificati come verosimilmente efficaci pur in assenza di validi studi. Non esistono studi in merito a lisuride. Gli interventi chirurgici sono stati studiati in pazienti con complicazioni motorie e non in pazienti stabili: 1) la pallidotomia unilaterale nelle forme OFF; 2) la stimolazione profonda subtalamica e del pallido sono verosimilmente efficaci.

In tutti i pazienti discinetici, la maggior parte degli interventi (eccetto l’amantadina e la pallidotomia) peggiorano le discinesie.

Tutti i farmaci dopaminergici condividono lo stesso profilo di sicurezza ed effetti collaterali: l’edema, la discinesia e le allucinazioni sono più frequenti con la bromocriptina (agonista) mentre i crampi, le distonie e la xerostomia sono più frequenti con il tolcapone (inibitore delle COMPT). Importante è ricordare l’EPATOTOSSICITA’ del tolcapone il cui uso è sospeso in Europa.

Nei pazienti ex novo, il problema principale è decidere se e quando iniziare la terapia con levodopa, considerando l’efficacia clinica a breve termine vs le complicanze motorie a lungo termine. Nel paziente stabile, nessuna terapia orale aggiuntiva priva di sicurezza è accettabile. Nei pazienti con complicanze motorie, spesso il problema delle fluttuazioni e della discinesia guidano nella scelta terapeutica. Gli interventi chirurgici invasivi sono possibili solo in pazienti altamente selezionati.

Infine, non esistono evidenze in merito al momento migliore in cui raccomandare la riabilitazione, anche se frequentemente viene prescritta.

Trattamento sintomatico delle complicanze motorie

Le complicanze motorie sono frequenti e altamente debilitanti dopo parecchi anni di terapia con levodopa. Le principali complicanze sono: le fluttuazioni, risposte instabili ai farmaci note come fenomeno wearing-off e on-off; le discinesie denominate anche movimenti involontari.

Numerosi studi controllati randomizzati valutano diversi tipi di approccio terapeutico vs placebo. Nella tabella 2 sono riportati i vari tipi di intervento e il rispettivo livello di efficacia.

 

TABELLA 2

FARMACI (MF=fluttuazioni motorie; D=discinesie)

Efficaci: pergolide, pramipexolo, ropinirolo, entacapone. tolcapone (sospeso in Europa) nelle MF, amantadina nelle D.
Verosimilmente efficaci: apomorfina, bromocriptina e cabergolina nelle MF
Evidenza di efficacia insufficiente: levodopa a rilascio controllato, diidroergocriptina, lisuride, piribedil, selegilina e anticolinergici.

CHIRURGIA

Verosimilmente efficaci: Pallidotomia unilaterale nelle MF

Evidenza di efficacia insufficiente: tutti gli altri interventi

 

RIABILITAZIONE

Evidenza di efficacia insufficiente: tutti i tipi di intervento.

 

Ricordiamo che è in grande crescita l’interesse per la chirurgia. La stimolazione profonda subtalamica è maggiormente sostenuta rispetto alla pallidotomia per vari motivi: non induce lesioni strutturali irreversibili; sembra avere un forte effetto positivo sul parkinsonismo e le complicanze motorie; induce minori effetti locali rispetto alla pallidotomia quando viene fatta bilateralmente.

Pertanto, sono ancora in corso studi controllati randomizzati di confronto tra la stimolazione subtalamica, la pallidotomia e la pompa di apomorfina.

 

Prevenzione delle complicanze motorie

L’incidenza delle complicanze motorie è del 10% per ogni anno di trattamento con levodopa: la prevenzione è molto importante. La breve emivita di eliminazione della levodopa e la progressiva denervazione dopaminergica, inducono modificazioni a lungo termine dei nuclei della base rilasciando output motori abnormi. Mantenendo costante la stimolazione dopaminergica, si potrebbe ridurre il rischio di complicanze motorie. Studi controllati randomizzati mettono a confronto la probabilità di sviluppare complicanze motorie in 5 anni in pazienti non precedentemente trattati che ricevono un trattamento vs controlli trattati con levodopa.

La tabella 3 mostra i risultati di questi studi.

TABELLA 3

FARMACI

Efficaci: cabergolina, pramipexolo, ropinirolo.
Verosimilmente efficaci: bromocriptina.
Non efficaci: levodopa a rilascio controllato.
Dati insufficienti: apomorfina, diidroergocriptina, lisuride, pergolide, piribedil, selegilina, entacapone, tolcapone (sospeso in Europa), amantadina, anticolinergici.

 

CHIRURGIA: tutti i tipi di intervento sono ancora in fase di studio.

RIABILITAZIONE: tutti i tipi di intervento sono in fase di studio.

Molti studi indicano che un adeguato controllo del parkinsonismo è facilmente mantenuto negli anni, se basse dosi di levodopa sono combinate con gli agonisti prescritti precocemente o più tardivamente quando necessario. Prima della supplementazione con levodopa il rischio di complicanze motorie con gli agonisti in monoterapia è quasi nullo. Una volta aggiunta la levodopa, il rischio aumenta ma rimane più basso rispetto a quello valutato con l’uso di levodopa in monoterapia.

Trattamento sintomatico degli aspetti clinici non-motori.

Molti pazienti affetti da M.P. possono manifestare sintomi non motori: disfunzioni autonomiche, depressione, decadimento cognitivo, eventualmente demenza, disturbi del sonno, dolore e disturbi sensoriali. Gli studi condotti su questi temi hanno numerose limitazioni metodologiche pertanto l’evidenza è debole sotto molti punti di vista.

DEMENZA

La prevalenza stimata è del 33% e colpisce in particolare pazienti di età avanzata all’esordio di malattia. E’ importante distinguere tra il M.P. con demenza e la demenza con i corpi di Lewy: mentre l’uso di rivastigmina è provatamente efficace nel secondo caso, al contrario nel paziente demente in corso di M.P. idiopatico l’uso di rivastigmina e altri inibitori delle colinesterasi è ancora oggetto di studio.

PSICOSI

Le psicosi farmaco-indotte si manifestano soprattutto in pazienti con M.P. in forma avanzata e con decadimento cognitivo in una percentuale del 22%. Necessitano di una terapia antipsicotica che non aggravi il parkinsonismo. Molti studi confermano l’efficacia a breve termine della clozapina nelle allucinosi senza indurre peggioramento motorio: le dosi efficaci sono minori di quelle usate nella schizofrenia. L’olanzapina sembrerebbe invece indurre un peggioramento dei sintomi motori inaccettabile.

DEPRESSIONE

Si manifesta nel 40% dei pazienti affetti da M.P.: non è chiaro se si tratti di una forma reattiva alla perdita di autonomia del paziente o di una manifestazione endogena vera e propria.

La terapia corrente si basa sull’uso di antidepressivi triciclici, inibitori delle MAO, inibitori del reuptake della serotonina con valido successo, anche se i meccanismi biologici di base non sembrano essere identici a quelli della depressione in assenza di M.P.. Comunque, pochi studi sono stati attuati in merito.

DISFUNZIONI AUTONOMICHE

L’ipotensione ortostatica si manifesta nel 15-20% dei casi. I farmaci usati sono: midodrina (studio randomizzato misto condotto su pazienti con ipotensione ortostatica neurogenica da varie cause tra cui alcuni casi con M.P.); diidroergotamina in forme non neurogeniche; fludrocortisone e etilefrina (nessun studio randomizzato).

Sulle altre manifestazioni cliniche quali la stipsi, la vescica neurogena (urgenza, incontinenza e pollachiuria) e le disfunzioni sessuali non esistono studi randomizzati. Pertanto questi disturbi vengono trattati con gli stessi farmaci utilizzati nei soggetti non affetti da M.P.

Conclusioni

Tramite questa rivisitazione degli studi randomizzati controllati effettuati fino al gennaio 2001 è stato possibile identificare con chiarezza ed evidenza i passi fatti in merito ai trattamenti del M.P., ma ci si è resi conto anche delle numerose lacune esistenti per quanto concerne alcuni aspetti degli interventi terapeutici effettuabili sui pazienti, dovute principalmente alla mancanza di studi randomizzati controllati significativi. Pertanto speriamo di incoraggiare la comunità scientifica a realizzare studi appropriati e validi.

 

Seminario: IL DISTURBO BIPOLARE Lancet 2002;359:241-47 del 19 gennaio 2002

Introduzione

Il disturbo bipolare (DB), o maniaco-depressivo, è un disordine dell’umore molto frequente e severo, associato a una grande morbidità. La prevalenza del DB varia dall’1-3% all’1-6%. Il tasso di mortalità è due, tre volte superiore a quello della popolazione generale. Circa un terzo dei pazienti affetti da questa patologia ammettono di tentare almeno una volta il suicidio. Le manifestazioni cliniche del DB sono straordinariamente varie; oscillano tra una forma maniacale moderata o depressiva moderata, a forme maniacali e depressive severe accompagnate da manifestazioni psicotiche. Il DB colpisce indifferentemente i due sessi, eccetto per la variante” rapidamente ciclica”, grave, difficile da trattare che insorge prevalentemente nelle donne. A causa dell’alto rischio di ricaduta e suicidio, la terapia farmacologica  profilattica a lungo termine è indicata. I sali di litio rappresentano il farmaco di prima scelta per il trattamento a lungo termine del DB e possiedono un documentato effetto “anti-suicidio”. I farmaci di seconda scelta sono la carbamazepina e l’acido valproico, anche se l’evidenza della loro efficacia è debole.

La completa guarigione tra gli episodi nel decorso della patologia, non viene raggiunta da tutti i pazienti, di conseguenza il DB è una delle principali cause di disabilità, contribuendo ad alimentare il peso economico sulla società. Uno studio americano ha rivelato che il DB ha comportato nel 1991 negli USA, un costo per la società pari a 45 miliardi di dollari che corrisponde al 70% della spesa sanitaria per la schizofrenia.

Le difficoltà nella ricerca consistono nel fatto che esistono diversi modi di approcciare la patologia sotto tutti i punti di vista, da quello diagnostico a quello terapeutico; in particolare esistono due scuole di pensiero, quella nordamericana e quella europea. Questo seminario si prefigge di scegliere quelle posizioni che sembrano particolarmente utili per la pratica clinica.

ASPETTI CLINICI

Esistono due principali tipi di disturbo dell’umore, ciascuno con differenti caratteristiche genetiche: il disturbo di DEPRESSIONE MAGGIORE ( unipolare) e il disturbo MANIACO-DEPRESSIVO ( bipolare).

Il disturbo bipolare può essere suddiviso in DB di tipo I°, caratterizzato da uno o più episodi maniacali o misti oppure entrambe e da almeno un episodio di depressione maggiore, e in DB di tipo II°, caratterizzato da  uno o più episodi di depressione maggiore e almeno un episodio ipomaniacale.

In accordo con i criteri dell’Associazione Americana di Psichiatria, un episodio maniacale viene definito come un periodo ben distinto in cui i pazienti sperimentano uno stato di umore persistentemente e straordinariamente esuberante, eccitato e irritabile. Gli episodi ipomaniacali hanno caratteristiche cliniche simili ma non sono sufficientemente gravi da comportare un danno pronunciato nelle funzioni sociali ed occupazionali del soggetto.

Un episodio misto è caratterizzato da un periodo di almeno una settimana nel quale siano soddisfatti entrambe i criteri degli episodi maniacali e di depressione maggiore.

La principale caratteristica dell’episodio di depressione maggiore è un periodo di almeno due settimane con tono dell’umore depresso o con perdita di interesse e piacere in tutte le attività.

Gli episodi maniacali sono molto meno frequenti di quelli depressivi. Il DB si manifesta parimenti nell'uomo e nella donna e mostra forti modelli familiari di ereditarietà. Tale disturbo è molto più frequente nei soggetti creativi, come gli artisti, e nei loro familiari, rispetto ai controlli normali.

Il disturbo è spesso associato all’abuso di sostanze, soprattutto negli USA.

I criteri diagnostici e le definizioni di DB sono cambiati nel corso degli anni. Un primo tema di ricerca riguarda lo sviluppo di sottoclassificazioni valide, in grado di facilitare una integrazione tra le diverse ed apparentemente contradditorie scoperte e di sostenere una corretta elaborazione di opzioni terapeutiche differenti e causa-specifiche.

In accordo con un’indagine nazionale condotta negli USA, la metà dei pazienti deve aspettare almeno 5 anni per una corretta diagnosi di DB, che viene formulata dopo essersi sottoposti in media a visita da 4 medici differenti.

DECORSO DELLA MALATTIA

L’età di esordio del disturbo è compresa tra i 15 e i 24 anni, sebbene intercorrono circa 5-10 anni prima di intraprendere un trattamento. Se l’esordio dei sintomi incorre dopo i 60 anni, la condizione è probabilmente secondaria a altre patologie- neurologiche (trauma, neoplasia, sclerosi multipla, epilessia); endocrine (ipertiroidismo, morbo di Cushing); infettive (AIDS); infiammatorie (LES).

Il DB ha un alto tasso di ricaduta; più del 90% dei soggetti che ha un singolo episodio maniacale, manifesta episodi successivi. Il decorso naturale è molto variabile: dal 10 al 15% dei pazienti avrà più di 10 episodi durante la vita.

In circa il 10-15% dei pazienti con DB si osserva la variante clinica “rapidamente ciclica”, nella quale 4 e più episodi che soddisfano i criteri, si verificano nell’arco di 12 mesi. In questi pazienti gli episodi sono distinti l’uno dall’altro da intervalli di remissione parziale o totale di almeno 2 mesi, oppure dal passaggio a un episodio di opposta polarità.

Fattori associati a questa forma clinica sono il sesso femminile, l’uso di antidepressivi triciclici e la presenza di ipertiroidismo subclinico o conclamato.

FISIOPATOLOGIA

Una tradizionale linea di ricerca si concentra sui potenziali cambiamenti nella funzione dei neurotrasmettitori quali la norepinefrina, la dopamina e la serotonina. Nel 1970, molti pensavano che il DB fosse causato da uno squilibrio tra l’attività neuronale colinergica e catecolaminergica, in considerazione del fatto che gli agonisti colinergici attivi centralmente avevano proprietà antimaniacali. Basse concentrazioni di colina, precursore di acetilcolina, sono state riscontrate nelle emazie di pazienti con DB e una storia di episodi prevalentemente maniacali. Inoltre, concentrazioni di acido omovanillico, metabolita della dopamina, sono spesso ridotte nel liquido cerebrospinale di pazienti depressi, mentre concentrazioni di serotonina e GABA possono essere ridotte. Alla necroscopia, concentrazioni di acido 5-idrossi-indolacetico e 5-idrossi-triptamina, metaboliti della serotonina, sono ridotte in pazienti con DB. Questi risultati sono in linea con le ricerche cliniche che indicano un coinvolgimento del sistema serotoninergico nella patogenesi dei disturbi dell’umore.

Una seconda ipotesi suggerisce che il cambiamento dei flussi ionici nei soggetti con DB è causato da un deficit dell’ATPasi sodio-potassio di membrana. Infatti, le concentrazioni di ATPasi eritrocitaria sono più basse nei pazienti con DB rispetto ai controlli sani.

Le più importanti scoperte negli studi di immagine strutturale sono: 1) la presenza di segnali di iperintensità della sostanza bianca periventricolare e l’allargamento dei ventricoli laterali e del terzo ventricolo alla RMN, più frequenti nel DB rispetto alla schizofrenia; 2) anormalità strutturali corticali e sottocorticali dell’amigdala e dei gangli della base; due studi con RMN hanno evidenziato un allargamento bilaterale dell’amigdala ma non dell’ippocampo 3) ridotto metabolismo della corteccia prefrontale evidenziato con la tomografia ad emissione di positroni. In conclusione, ci sono indicazioni per la presenza di disfunzioni nel circuito prefrontale-limbico-subcorticale che sottende il DB, ma la specificità e la rilevanza di questi dati rimane sconosciuta.

In considerazione del fatto che molte scoperte suggeriscono che l’azione del litio si esplicita a livello post-sinaptico, molte ricerche sono rivolte allo studio delle funzione dei secondi messaggeri, e suggeriscono la presenza di modelli abnormi di attività nelle connessioni dei circuiti prefrontale-subcorticale con il sistema limbico nei pazienti affetti da DB.

Anche i sistemi endocrini sono coinvolti nel DB ed in particolare l’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide. Disfunzioni tiroidee svolgono una influenza molto importante nel decorso clinico di pazienti con la variante “rapidamente ciclica” del DB. Essi hanno con una frequenza maggiore (circa il 25%) un ipotiroidismo di II° grado rispetto ai pazienti depressi in generale (2-5%). Gli ormoni tiroidei hanno un’influenza profonda sull’umore e sul comportamento e sembrano in grado di modulare l’espressione fenotipica dei maggiori disturbi affettivi.

FATTORI GENETICI

Risultati di studi effettuati su famiglie e gemelli, suggeriscono l’esistenza di basi genetiche nel DB. Il rischio di sviluppare un DB in parenti di I° grado di pazienti bipolari è del 40-70% per gemelli monozigoti e del 5-10% per gli altri gradi di parentela. Comunque la modalità di trasmissione genetica è complessa e non di tipo Mendeliano e non esercita  un’influenza molto più importante rispetto a quella esercitata dai fattori ambientali. Infatti, gli studi di genetica molecolare non hanno identificato dei geni specifici correlati con il DB. I geni principalmente candidati sono quelli correlati con i meccanismi di neurotrasmissione: varianti del gene che codifica il trasportatore della serotonina sembrano essere rilevanti nella probabilità di sviluppare il DB; mentre varianti del gene che codifica la catecolmetiltransferasi potrebbero modificare il decorso della patologia.

Due scoperte positive sono state fatte: 1) l’associazione positiva tra il DB e l’isoenzima C-g1 della fosfolipasi; 2) l’associazione tra i geni dell’ACTH e della proenkefalina.

TRATTAMENTO

Terapia a lungo termine

Il principale scopo nella terapia del DB è la prevenzione delle ricadute e degli atti di suicidio. Un paziente che ha avuto almeno due episodi (maniacale o depressivo) in 5 anni dovrebbe cominciare un trattamento profilattico. I sali di litio costituiscono il trattamento preventivo a lungo termine più efficace, come dimostrano molti studi controllati e numerose metanalisi. I tassi di risposta rilevati durante gli anni 60 e 70 variavano dal 70 all’80%. Durante le successive decadi questi dati non si sono confermati; pertanto i ricercatori hanno reclamato una secondaria perdita di efficacia del trattamento con sali di litio in pazienti inizialmente responsivi. Questi dati sono controversi anche perché non sono supportati da studi statisticamente significativi; inoltre la caduta dei tassi di risposta è un probabile risultato dell’uso esteso di litio e all’introduzione negli anni 90 di sistemi diagnostici moderni che allargano i criteri del DB. Per distinguere in modo corretto l’efficacia dal rendimento di un trattamento farmacologico è necessario distinguere i diversi sottotipi di DB per ottenere una massima risposta nelle terapie a lungo termine. Il litio rimane la prima scelta per una terapia di mantenimento in pazienti con DB a decorso classico senza manifestazioni psicotiche e comorbidità psichiatriche.

Le opzioni terapeutiche per il DB si sono allargate con l’avvento dei farmaci anticonvulsivanti:

1)      la carbamazepina è più efficace del litio nel trattamento a lungo termine di pazienti con un disturbo della classe dei DB, ma meno efficace nel trattamento del DB classico.

2)      l’acido valproico è efficace in pazienti con la variante “rapidamente ciclica” e le forme miste, ma senza il supporto di studi a lungo termine. Pertanto negli USA è approvato l’uso solo negli episodi maniacali acuti e nella terapia di mantenimento solo nei pazienti resistenti o intolleranti al litio o alla carbamazepina.

3)      risultati promettenti sull’efficacia di nuovi anticonvulsivanti (lamotrigina, gabapentin, topiramate), stanno emergendo da studi ancora aperti, pertanto attualmente vengono impiegati solo nei casi refrattari ai trattamenti tradizionali.

Questi farmaci vengono definiti “stabilizzatori dell’umore” pur avendo meccanismi d’azione differenti.

Come è possibile che un semplice ione come il litio esercita complessi effetti su multipli sistemi biologici ed agisce contemporaneamente su sintomi depressivi e maniacali? Risultati di studi preclinici e clinici suggeriscono che il litio è in grado di agire sui segnali di trasduzione postsinaptica attraverso l’inibizione della sintesi, rilascio e funzione dei secondi messaggeri. Il litio deprime la via del fosfatidilinositolo, ha una azione serotonino-agonista e possiede effetti neuroprotettivi e neurotrofici.

Altri farmaci nella terapia a lungo termine sono: la clozapina con potente azione anti-suicidio nel DB; la levotiroxina è in grado di invertire le forme refrattarie al trattamento con litio, quando il DB “rapidamente ciclico” è associato ad un ipotiroidismo latente.

L’interruzione della terapia a lungo termine nei pazienti con DB si verifica molto spesso nella pratica clinica. Una sospensione brusca del litio comporta un improvviso e crescente peggioramento clinico e un effetto rebound. Se il litio viene gradualmente sospeso, il rischio di ricadute precoci prevalentemente maniacali è minore. L’interruzione di altri stabilizzatori dell’umore potrebbe causare reazioni simili, pur non essendoci in letteratura studi comparati. Il rischio di suicidio aumenta con l’interruzione del trattamento e i pazienti devono essere informati delle implicazioni e dei rischi a cui vanno incontro interrompendo la terapia a lungo termine.

Prevenzione del suicidio

La riduzione degli atti di suicidio dovrebbe essere una misura essenziale nella stima  dell’efficacia e del rendimento di ogni trattamento. Tali dati non esistono per ogni trattamento convalidato. Studi prospettici e retrospettivi dei decenni passati, hanno suggerito che la profilassi a lungo termine con il litio poteva ridurre il rischio di suicidio e anche normalizzare il tasso eccessivo di mortalità, che è anche il risultato di un incrementato rischio cardiovascolare. In un trial randomizzato, ampio, prospettico, di 2-5 anni condotto su 234 pazienti con DB o disordine schizoaffettivo, non ci sono stati atti di suicidio nel gruppo trattato con litio, mentre ci sono stati 6 suicidi e alcuni tentati suicidi nel gruppo trattato con carbamazepina. L’effetto anti-suicidio del litio potrebbe essere correlato al suo effetto antiaggressivo mediato dall’azione serotonino-agonista.

Trattamento dell’attacco maniacale acuto

Il litio in monoterapia è efficace nelle forma maniacale lieve-moderata e molto più efficace nella forma maniacale euforica. Durante la fase acuta il litio può essere iniziato a dosi più elevate che nel trattamento di profilassi, fino a raggiungere le concentrazioni sieriche di 1,0-1,2 mmol/L (vs 0,6-0,8 mmol/L nel trattamento a lungo termine). Dato che l’effetto terapeutico è ritardato di almeno una settimana, le benzodiazepine possono essere associate contemporaneamente per i primi 7 giorni. Nei casi di grave mania con sintomi psicotici, l’aggiunta di farmaci antipsicotici o anticonvulsivanti è spesso necessaria.

La carbamazepina ha un effetto antimaniacale come molti antipsicotici, ma non causa effetti collaterali extrapiramidali. Inizialmente il trattamento ad alte dosi è mal tollerato in quanto induce vertigine ed atassia; comunque gli effetti sedativi possono essere vantaggiosi.

L’acido valproico a differenza della carbamazepina non interagisce con altri farmaci ed è pertanto preferibile nei regimi di terapia combinata. Dosi piene sono ben tollerate e inducono rapidamente un effetto sedativo con bassa incidenza di eventi avversi. Con questo regime, ci si può aspettare una risposta precoce dopo 1-4 giorni.

Gli antipsicotici vengono spesso usati per controllare le manifestazioni psicotiche nei gravi stati maniacali. Sono largamente usati non solo in Europa, ma anche negli USA. A causa dell’alta frequenza di effetti collaterali neurologici e mentali quali le discinesie tardive, è preferibile usarli in combinazione con gli stabilizzatori dell’umore e per brevi periodi. Per esempio l’aloperidolo può essere usato a dosaggi più bassi nell’attacco maniacale acuto se è associato all’acido valproico. La clozapina e l’olanzapina ha un rischio di gran lunga minore di sviluppare effetti collaterali extrapiramidali rispetto ai comuni neurolettici.

Le benzodiazepine vengono spesso usate per ridurre l’iperattività nella mania acuta riducendo così la necessità di ricorre a farmaci antipsicotici.

La terapia elettroconvulsivante è una delle migliori opzioni approvate nel trattamento dell’episodio maniacale acuto, ma viene riservata solo ad alcune condizioni cliniche particolari quali la gravidanza e la resistenza ai trattamenti farmacologici.

Terapia della depressione bipolare

La depressione bipolare è spesso di lunga durata, grave, debilitante ed è associata ad un alto rischio di suicidio. La maggior parte degli antidepressivi efficaci nella depressione unipolare lo è anche nella forma bipolare; comunque i tassi di risposta alle terapie antidepressive sono più bassi nei pazienti affetti da depressione bipolare rispetto a quelli affetti da depressione maggiore unipolare. Inoltre, l’uso di triciclici è spesso complicato dal rischio di una rapida evoluzione verso la forma maniacale o dalla induzione della variante “rapidamente ciclica”.

Se un paziente che non sta assumendo stabilizzatori dell’umore diviene depresso, la terapia con litio deve essere subito intrapresa; se non c’è risposta o la depressione peggiora, deve essere associato un antidepressivo. Se il paziente è già in terapia con uno stabilizzatore di umore ed entra in depressione, il trattamento deve essere ottimizzato, migliorando le concentrazioni ematiche del farmaco o aggiungendo l’ormone tiroideo se c’è ipotiroidismo. A volte, è anche necessario associare un antidepressivo o un secondo stabilizzatore. Gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) sono meglio tollerati e hanno un più basso rischio di indurre la forma rapidamente ciclica rispetto ai triciclici. Nei pazienti con la variante “rapidamente ciclica” è preferibile evitare gli antidepressivi, potenziando la terapia già in atto ed aggiungendo un secondo stabilizzatore. In molti casi di episodi di depressione bipolare gravi e refrattari, si raccomanda anche la terapia elettroconvulsivante per la sua potente efficacia antidepressiva.

Strategie non farmacologiche

Lo stress ambientale può giocare un ruolo importante nello scatenare episodi maniacali o depressivi. Perciò psicoterapie specifiche si dimostrano efficaci in associazione a terapie farmacologiche, in alcune situazioni: per esempio usata per migliorare la compliance alla terapia, per ottenere una migliore accettazione della malattia e per modificare i fattori di rischio ambientali.

La psicoterapia psicodinamica e la psicanalisi cercano di chiarire i processi intrapsichici che portano allo squilibrio affettivo; la terapia cognitiva comportamentale, invece, si concentra sulle attitudini irrazionali del paziente che scatenano i sintomi.

Questi trattamenti sono efficaci nella depressione lieve, moderata e acuta.

Nel trattamento a lungo termine del DB la psicoeducazione è una componente importante di qualsiasi piano terapeutico. Lo stato del paziente può essere migliorato tra un episodio e l’altro, lavorando sui problemi associati alla consapevolezza di essere portatore della malattia, alla povera autostima del paziente dopo gli episodi, alle relazioni interpersonali disturbate, ai conflitti legali indotti da comportamenti violenti durante le fasi maniacali e alla disabilità sociale e lavorativa. Il mantenimento di un regolare programma di attività giornaliera, può aiutare e rafforzare la stabilità tra gli episodi.

EM

F. LORI, J. LISZIEWICZ: interruzioni di terapia (STI) per il trattamento dell’infezione da HIV JAMA 286 (23), 2981-2987, 2001

I farmaci anti-retrovirali  rappresentano una pietra miliare nel trattamento dell’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV); nonostante ciò, problemi emergenti ne limitano l’impiego a lungo termine e un crescente numero di pazienti interrompe la terapia continuativa per brevi o lunghi periodi. Alcuni pazienti sembrano beneficiare di STI, in base ad un attento monitoraggio di cessazione-ripresa di terapia. Peraltro non è chiaro come doversi proporre nel corredare un programma terapeutico siffatto.

In questa review si fa il punto della situazione nell’impiego di STI, per valutare attentamente vantaggi e rischi per il paziente con infezione da HIV; sono utilizzati          da MEDLINE dal gennaio 1999 all’agosto 2001, riguardanti pazienti trattati con terapia anti-retrovirale molto attiva (HAART), per i quali è stata proposta interruzione periodica.

I risultati provenienti dai vari studi rispetto a quest’impostazione terapeutica, alle condizioni del paziente all’inizio del trattamento, al numero delle interruzioni terapeutiche farmacologiche, alla durata di terapia e interruzione farmaco terapeutica, alle variazioni di          virale e alle condizioni del sistema immunitario hanno permesso di affermare quanto segue: i pazienti possono essere inquadrati in tre classi: con infezione acuta da HIV, con infezione cronica soppressa da farmaco e quelli in mancata risposta al trattamento.

Il regime STI sembra offrire più vantaggi per il maggior relativo rispetto del sistema immunitario; resta peraltro da stabilire se STI consente il trattamento a lungo termine della infezione cronica, concomitante –si auspica- ad una diminuita tossicità farmacologica e ad una migliore qualità di vita, senza trascurare che essa sia veramente efficace.

Ulteriori esperienze cliniche sembrano necessarie prima validare STI come trattamento protocollare.

Un’acquisizione recente è quella concernente una vigorosa stimolazione della risposta immunitaria T-cellulare mediata, grazie ad immunizzazione e vaccinoterapia, che sembra migliorare il quadro clinico di coloro che sono sottoposti a STI.

PT

 

Trattamento farmacologico della ipertensione portale: passato, presente e futuro.
Boyer T. D., Hepatology 34:4, 834-839, 2001

La terapia farmacologica della ipertensione portale alla fine degli anni 70 era limitata all’uso di sostanze come la vasopressina e  somatostatina  che, causando una vasocostrizione del letto splancnico erano in grado di abbassare la pressione portale. Ma il loro uso era esclusivamente riservato al sanguinamento acuto di varici esofagee, spesso associato ad altri trattamenti invasivi, mentre la prevenzione del sanguinamento da varici era principalmente ottenuta con metodiche scleroterapiche o con diversi tipi di intervento chirurgico di decompressione del sistema venoso portale (transezioni, shunts etc.). Nel 1980 Lebrec riportò che la terapia con propanololo era in grado di abbassare la ipertensione portale. Numerosissimi studi sono stati fatti in questi ultimi venti anni per stabilire il ruolo della terapia farmacologia (betabloccanti, nitrati etc.) nel trattamento della ipertensione portale. Essi hanno dimostrato che è possibile abbassare significativamente e per un lungo periodo di tempo la pressione portale e che questo si associa ad una diminuzione del rischio di sanguinamento da varici esofagee sia in pazienti che non hanno mai sanguinato sia in chi già ha avuto un episodio di sanguinamento in precedenza. Inoltre si è potuto individuare quale tipo di paziente avrà maggiori benefici dalla terapia farmacologia. Quindi negli anni 2000 la terapia medica della ipertensione portale è ben definita anche se sono allo studio altre molecole e alcuni trial devono ancora dare risposte definitive per sottogruppi di pazienti.

 

                                      Approccio alla profilassi primaria delle varici esofagee

 

                                      CIRROSI + SPLENOMEGALIA E/O PIASTRINOPENIA

                                                                             |

                                                      RICERCA VARICI ESOFAGEE

                                                       /                                               \

            VARICI  MEDIO-GRANDI                                            VARICI ASSENTI O PICCOLE

                                  |                                                                                              |

                   BETABLOCCANTI                                                  CONTROLLO OGNI 1-2 ANNI

                     |                            |

SANGUINAMENTO        NO SANGUINAMENTO

               |                                                      |

AGGIUNGERE BANDING*          BETABLOCCANTI

               |

SANGUINAMENTO

               |

TIPS^ O SHUNT

 

* legatura endoscopica delle varici

^ shunt portosistemico intraepatico transgiugulare

 

                                   Approccio alla profilassi secondaria delle varici esofagee

 

                                      EPISODIO DOCUMENTATO DI SANGUINAMENTO

                                                                                   |

                                                    A SCELTA DEL MEDICO CURANTE

                                        BETABLOCCANTI + BANDING  O  BETABLOCCANTI

                                                                              /              \                                        

                                          SANGUINAMENTO                  NO SANGUINAMENTO          

                                                      |                                                                |                                            

                              BANDING oppure                                             BETABLOCCANTI

      &nbs