| THE LANCET INTERACTIVE |
| 356:
999-1000 del 16 settembre 2000 BSE e trasmissione con il sangue. Dai primissimi dati di uno studio sperimentale condotto su 19 pecore trasfuse con sangue intero prelevato da animali simili infettati per via orale con 5 grammi di cervello di bovino affetto da BSE (encefalopatia spongiforme bovina) sembrerebbe che tale malattia sia trasmissibile con il sangue in quanto un animale ha incominciato a mostrare i segni della malattia. I commentatori dell'articolo si chiedono se sia corretto pubblicare una notizia che riguarda un solo caso e non ancora validata dai risultati sui controlli dello stesso studio; inoltre si tratta di un risultato che non cambia la concezione attuale della BSE e della vCJD (variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob) nè sembra avere conseguenze pratiche per la salute in quanto in GB il Servizio Trasfusionale utilizza già la separazione dei leucociti (che da altri studi sembrano trasmettere più facilmente l'agente infettante) dagli eritrociti ed inoltre tutto il plasma è importato da paesi esenti dalla malattia. Probabilmente gli autori hanno sentito la necessità di diffondere la notizia in maniera scientificamente accurata prima che i media lo potessero fare in maniera non corretta.
356:
352/ 359-65 /366-72 In questo numero di Lancet vengono presentati gli studi NORDIL (the Nordic Diltiazem study: diltiazem vs diuretici, beta-bloccanti od entrambi) e INSIGHT (the International Nifedipine GITS study: Intervention as a Goal in Hypertension Treatment: nifedipina GITS vs diuretici) commentati da S.MacMahon e B.Neal dell'Università di Sidney. Fino a non molto tempo fa le uniche categorie di farmaci antipertensivi capaci di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori erano quelle dei diuretici e dei beta-bloccanti. Più recentemente anche gli ACE inibitori ed i calcioantagonisti hanno dimostrato tali caratteristiche. Ancora più recentemente si sono dimostrati effetti differenti per le differenti classi di farmaci. Nello studio NORDIL si è verificata una lieve maggiore riduzione del rischio di stroke con il diltiazem (malgrado una minore riduzione della pressione). Nello studio INSIGHT c'è stato un minimo eccesso di scompensi cardiaci con la nifedipina. In nessuno di questi studi comunque c'è stata una chiara differenza nel numero totale di eventi cardiovascolari maggiori. L'unico studio che ha evidenziato una reale differenza fra i vari farmaci è l'ALLHAT (the Antihypertensive and Lipid Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial) dove una terapia a base di alfa-bloccanti è stata meno efficace dei diuretici nel prevenire lo scompenso cardiaco ed in aggiunta ha presentato un maggior numero di stroke.
356:
291-96 del 22 luglio 2000 Questo
studio prospettico osservazionale è stato condotto in 52 cliniche di 17
Paesi europei ed ha interessato 7300 pazienti HIV 1 positivi. Scopo
dello studio era quello di dimostrare l'effetto delle terapie
antiretrovirali altamente attive (HAART) sull'incidenza delle malattie
opportunistiche e Contraccettivi orali ed embolismo polmonare fatale. Lancet del 17 giugno riporta uno studio neozelandese, commentato sullostesso numero della rivista, che conferma come i casi di embolismo fatale siano rari,ma non da trascurare, considerando che si tratta di un problema che coinvolge donne giovani e sane. Dai dati riportati emerge che i contraccettivi di terza generazione contenenti desogestrel o gestodene sono gravati da un rischio più elevato rispetto a quelli di seconda generazione contenenti levonorgestrel.
Contraccettivi orali ed embolismo polmonare fatale. Lancet del 17 giugno riporta uno studio neozelandese, commentato sullostesso numero della rivista, che conferma come i casi di embolismo fatale siano rari,ma non da trascurare, considerando che si tratta di un problema che coinvolge donne giovani e sane. Dai dati riportati emerge che i contraccettivi di terza generazione contenenti desogestrel o gestodene sono gravati da un rischio più elevato rispetto a quelli di seconda generazione contenenti levonorgestrel.
355:
1869-74 del 27 maggio 2000 Questo
studio analizza fra i dati del Breast Cancer Study Group (IBCSG) quelli
relativi a 314 giovani donne di età inferiore ai 35 anni sottoposte a
chemioterapia adiuvante (CMF) con o senza basse dosi di prednisone ed
ovariectomia. I risultati mettono in evidenza una prognosi peggiore per
le donne con tumori con recettori positivi per gli estrogeni
rispetto alle coetanee recettore negative; nelle donne più anziane non
è stata invece rivelata alcuna differenza. L'interpretazione degli
Autori è che alle donne giovani con tumori estrogeno sensibili
vada consigliata fortemente oltre alla chemioterapia adiuvante anche una
terapia endocrina addizionale 355: 2185-88 Inibitori dell'HMG-CoA e rischio di fratture nelle donne anziane. L'uso continuato per almeno un anno di statine assunte per ridurre i livelli di colesterolo,è associato ad una riduzione di più del 50% del rischio di fratture in donne di età superiore ai 60 anni. Queste sono le sorprendenti conclusioni di un ampio studio caso-controllo condotto da Chan et al. in differenti regioni degli USA. Lo studio non ha però risolto alcuni effetti confondenti come per esempio il fatto che chi ha livelli elevati di colesterolo ha più spesso un BMI elevato e quindi un minor rischio di osteoporosi o al contrario un maggior rischio di osteoporosi si ha in chi è sedentario e/o fuma, fattori a loro volta di un maggior rischio cardio-vascolare. Infine tutte le statine sono state considerate come parte di un unico gruppo senza averne potuto dimostrare una differente efficacia. Questo studio rinforza comunque l'ipotesi che le statine aumentino la densità ossea e riducano le fratture osteoporotiche.
356: 97-102
dell'8 Luglio 2000 Cinquanta pazienti in terapia anticoaugulante orale da un lungo periodo vengono inseriti in uno studio controllato incrociato randomizzato. Questo studio dimostra che l'autocontrollo dell'INR è possibile con risultati almeno equivalenti a quelli di un laboratorio specializzato, ma con maggior soddisfazione dei pazienti. Studi più ampi sono però necessari per valutare gli effetti di questa nuova strategia sull'incidenza di complicazioni tromboemboliche od emorragiche.
356: 9-16 del
1° luglio 2000 Questo studio (Fast Revascularisation during Instability in Coronary artery disease) analizza il risultato del trattamento di 2457 pazienti con angina instabile assegnati a caso ad un trattamento invasivo o non invasivo ed alla somministrazione di dalteparina o placebo per tre mesi. I risultati ad un anno di questo trial indicano che una strategia invasiva comprendente un iniziale periodo di stabilizzazione e protezione con antiaggreganti piastrinici ed anticoagulanti, riduce la mortalità, il rischio di infarto, la ricomparsa di angina ed ischemia e la necessità di un nuovo ricovero. Sebbene la rivascolarizzazione sia associata ad un certo rischio procedurale, essa trasforma rapidamente l'angina instabile in una condizione stabile con una bassa incidenza di eventi nell'anno successivo. Il follow-up di un anno mostra che una strategia invasiva salva 1,7 vite ogni 100 pazienti con una angina instabile da moderata a grave, previene 2 infarti non fatali, previene 20 nuovi ricoveri e determina un più veloce e migliore sollievo dai sintomi, al costo di 15 by-pass e 21 PTCA in più. Sulla base di questo studio vi sono quindi forti ragione per sostenere che un approccio invasivo debba essere la strategia da preferire nella maggior parte di pazienti con angina instabile che mostrino segni di ischemia all'ECG o che presentino un aumento degli enzimi espressione di danno miocardico. MM |