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     Maurizio Mancuso
 
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Area Prevenzione Cerebrovascolare

 

Niacina vs ezetimibe e IMT

 

 

L'aggiunta di niacina a rilascio prolungato ad una terapia standard con statine è molto più efficace dell'aggiunta di ezetimibe nel ridurre lo spessore intimo-mediale carotideo, gli eventi CV maggiori e la mortalità. Lo dimostra uno studio interrotto anticipatamente dopo 14 mesi per evidente beneficio della terapia con niacina

Leggi l'articolo sul NEJM del 26 novembre 2009 >

 

 

                                      Chiusura forame ovale: ictus e TIA non recidivano

I pazienti con ictus o TIA presumibilmente criptogenetici presentano bassi tassi di recidiva a seguito della chiusura del forame ovale beante. Si tratta di un intervento sicuro ed efficace con l'uso del catetere, ed ulteriori studi aiuteranno ad accertare chi potrà beneficiarne di più. Le recidive dei fenomeni cerebrovascolari comunque non risultano collegate alle dimensioni iniziali dell'apertura del forame ovale, alla presenza di aneurismi settali atriali o al tipo di apparecchio utilizzato per l'intervento, e nessuno dei pazienti che vanno incontro a recidive presenta shunt residui o trombi intracardiaci. (J Am Coll Cardiol Intv 2009; 2: 404-14)

 

 

Ictus: utile ecografia transesofagea

L'ecografia transesofagea può gettare luce sui fattori cardiogeni che contribuiscono ai casi di ischemia cerebrale criptogenetica. Circa in un terzo dei pazienti con ischemia cerebrale non può essere identificata alcuna causa definita. In più della metà dei pazienti l'ecografia transesofagea garantisce dati rilevanti: i problemi di più comune riscontro sono il forame ovale beante e patologie valvolari precedentemente non diagnosticate, ma si rilevano anche sclerosi della valvola aortica e difetti settali atriali. Il forame ovale beante ed i problemi settali atriali sono caratteristici dei pazienti più giovani, e quindi ne deriva che le ecografie transesofagee sono indicate in tutti i pazienti con ictus criptogenetico a prescindere dalla fascia d'età a cui appartengono. (Cardiovasc Ultrasound online 2009, pubblicato il 22/4)

 

 

Ictus: fattori comportamentali predicono incidenza

La combinazione di quattro fattori comportamentali correlati alla salute è in grado di predire una differenza più che doppia nell'incidenza dell'ictus in ambo i sessi. Fattori relativi allo stile di vita come fumo, attività fisica e dieta influenzano il rischio di malattie cardiovascolari, compreso l'ictus: è stato confermato che la combinazione di fumo, attività fisica, assunzione di alcool e di frutta e verdura esercita un'influenza significativa sul rischio di ictus. Anche piccole differenze nello stile di vita possono dunque avere un impatto potenzialmente sostanziale su questo rischio. L'associazione fra il rischio di ictus e questi elementi risulta costante fra popolazioni diverse, e permane sia negli studi osservazionali che in quelli randomizzati: preoccupa però la scarsità di soggetti che adottino uno stile di vita che protegga dall'ictus. Benché gli interventi sullo stile di vita possano essere di grande beneficio, è necessario un cambiamento radicale nel comportamento di molti pazienti per ottenere dei risultati. (BMJ online 2009, pubblicato il 20/2)

 

Lesioni materia bianca aumentano rischio cadute

Le lesioni della materia bianca cerebrale sono associate ad un incremento del rischio di cadute ed ad una più scarsa capacità di deambulazione negli anziani. La presenza di queste lesioni dovrebbe dunque mettere in allarme il medico sul possibile rischio di caduta del paziente: se tali lesioni potessero essere prevenute, o la loro progressione potesse essere rallentata, potrebbe essere possibile prevenire l'eccesso di rischio di cadute. Il prossimo passo dunque sarà accertare se la reale progressione di queste lesioni influenzi o meno il rischio di caduta; sarà anche necessario effettuare uno studio sulla prevenzione delle lesioni che valuti le cadute come esito. (Stroke 2009; 40: 175-80)
 

Ampliata a 4,5 ore la “finestra terapeutica” del trattamento trombolitico endovenoso con t-PA (alteplase)

 
 
Le conclusioni di due importanti studi appena pubblicati su New England Journal of Medicine e su Lancet mostrano che andrebbe ampliata a 4,5 ore la “finestra terapeutica” del trattamento trombolitico endovenoso con t-PA (alteplase).Lo studio ECASS III (1), pubblicato sul NEJM, ha coinvolto 19 Paesi europei, fra i quali proprio l'Italia ha dato il maggior contributo per numero di pazienti arruolati e qualità dei dati. E’ uno studio randomizzato, controllato, in doppio cieco, con l’obiettivo di valutare efficacia e sicurezza della trombolisi endovenosa con alteplase entro una finestra temporale di 3-4,5 ore dall’insorgenza dell’ictus ischemico e di confermare che la terapia trombolitica migliora l’esito rispetto a un gruppo di controllo trattato con placebo. Condotto su 821 pazienti (418 trattati con alteplase e 403 con placebo), lo studio ha dimostrato che quelli trattati con alteplase in tale finestra temporale estesa hanno un aumento del 34% delle probabilità di avere un esito favorevole a 3 mesi rispetto al placebo (incremento assoluto del 7.2%; p=0.04) secondo la scala di attività di vita quotidiana Modified Rankin Scale (mRS 0-1), anche dopo aggiustamento per possibili fattori confondenti. I pazienti trattati con alteplase hanno presentato un numero maggiore di emorragie intracraniche rispetto a quelli con placebo (27.0% vs 17.6%, p=0.001), ed anche di emorragie intracraniche sintomatiche (2.4% vs 0.4%, p=0.008), tuttavia non è emersa differenza significativa nei due gruppi riguardo la mortalità (alteplase 7.7% e placebo 8.4%, p=0.68). Inoltre l’incidenza di emorragie intracraniche sintomatiche risulta essere sovrapponile a quella osservata in altri studi randomizzati, controllati, sulla trombolisi nell’ictus acuto. Risultati analoghi provengono dal SITS-ISTR (Safe Implementation of Treatments in Stroke – International Stroke Thrombolysis Registry), - un registro relativo all’ictus acuto e alla trombolisi nell’ictus ischemico pubblicati recentemente su Lancet (2). Sono stati appunto considerati i casi registrati nello studio osservazionale prospettico SITS: 664 pazienti trattati fra le 3 e le 4.5 ore sono stati paragonati a 11.865 trattati entro le 3 ore. Non è emersa differenza significativa fra i due gruppi per quanto riguarda la comparsa di emorragie sintomatiche (2.2% vs 1.6%, p=0.24 rispettivamente), la mortalità (12.7% vs 12.2%, p=0.72), e il grado di indipendenza (58.0% vs 56.3%, p=0.42) dopo lo stroke, anche dopo aggiustamento per possibili fattori confondenti. Questi dati, raccolti in contesti clinici reali, suggeriscono che i pazienti trattati con alteplase nel rispetto delle attuali indicazioni per cui il farmaco è stato approvato in Europa, ma in una finestra temporale più lunga e compresa fra le 3 e le 4,5 ore dalla comparsa dell’ictus, possono avere un esito clinico simile a quelli trattati entro una finestra temporale più breve. Tali evidenze quali implicazioni potranno/dovranno avere nel breve termine nell’ambito delle linee guida sull’ictus in termini di raccomandazioni e/o sintesi? (trattamento tuttora off label oltre le 3 ore)

 

Ictus: cattiva prognosi con febbre

La più grande meta-analisi in materia effettuata finora ha dimostrato che la febbre è fortemente associata ad esiti peggiori nei pazienti con ictus ed altri tipi di danni neurologici. Non importa dunque che la natura del danno sia ischemica, emorragica o traumatica, o che l'esito considerato sia clinico, funzionale o economico: la febbre è costantemente associata ad esiti peggiori. Benchè l'ipotermia sia divenuta di uso comune in terapia intensiva neurologica, comunque, non sussistono ancora prove scientifiche abbastanza solide da poterne suggerire l'uso in questa categoria di pazienti. E' necessario effettuare un grande studio prospettico randomizzato per accertare al di là di ogni ragionevole dubbio se un approccio aggressivo alla prevenzione ed al controllo della febbre nei pazienti con danni neurologici sia in grado o meno di migliorarne gli esiti. (Stroke. 2008; 39: 3029-35)
 

 

Fibrillazione e ictus: manca l'anticoagulazione

Fra i pazienti ad alto rischio con fibrillazione atriale ricoverati in ospedale per ictus, la maggior parte non assume alcuna terapia anticoagulante e non risulta in range subterapeutico per quest'ultima. Ciò dovrebbe incoraggiare maggiori sforzi verso la prescrizione ed il monitoraggio della terapia antitrombotica per la prevenzione dell'ictus nei soggetti con fibrillazione atriale. Va comunque ricordato che tali terapie potrebbero non essere sicure negli anziani per via del rischio emorragico, che i vantaggi osservati negli studi clinici potrebbero non riflettersi nella pratica clinica di routine e che il controllo terapeutico di questi farmaci potrebbe non essere facile. Diversi di questi problemi possono comunque essere aggirati con semplicità. (Stroke online 2008, pubblicato il 28/8)
 

 

Ictus: incidenza in declino fra i diabetici

L'incidenza dell'ictus nei soggetti diabetici è diminuita negli ultimi 19 anni, in base a quanto rilevato in Svezia, nonostante il fatto che studi precedenti abbiano invece dimostrato una tendenza verso l'incremento. Le ragioni alla base del declino complessivo nell'incidenza dell'ictus in questi pazienti sono sconosciute, ma può avervi contribuito il declino dei tassi di fumo, colesterolo ed in misura minore anche della pressione osservati nel periodo in studio. D'altro canto però nei soggetti diabetici è stata individuata una maggiore tendenza alle recidive, il che indica la necessità di un'intensificazione della prevenzione secondaria in questa popolazione di pazienti. (Stroke online 2008, pubblicato il 21/8)

 

Depressione aumenta rischio ictus nell'anziano

Sussiste un'associazione fra depressione ed incremento del rischio di primi episodi di ictus nei soggetti anziani. E' stato notato da molto tempo che la depressione è comune dopo un ictus, e che la depressione è associata ad un aumento della mortalità nei pazienti con ictus, ma nell'ultimo decennio diversi studi hanno suggerito che la depressione possa di fatto contribuire al rischio di ictus. E' stato dimostrato che fra i 10 sintomi della depressione soltanto l'umore depresso è un fattore predittivo indipendente dell'incidenza di primi episodi di ictus. Questi dati potrebbero avere implicazioni cliniche in quanto depressione ed ictus sono molto comuni nell'anziano. La possibile riduzione del rischio di ictus è dunque una ragione in più per cui i soggetti depressi andrebbero diagnosticati e trattati adeguatamente. (Stroke 2008; 39: 1960-5)
 

 

Ictus più frequente nelle donne isolate

L'isolamento sociale è un forte fattore predittivo di ictus nelle donne a rischio. Benchè la correlazione fra malattie cardiovascolari e fattori psicosociali quali basso status socioeconomico, depressione e relazioni sociali sia largamente supportata dalla letteratura empirica, le associazioni specifiche fra fattori psicosociali ed incidenza delle malattie cerebrovascolari sono a raffronto piuttosto rare. Pochi medici prendono il tempo di interrogare i propri pazienti su caratteristiche psicosociali quali rapporti sociali o depressione. Non è ancora noto il modo in cui uno stile di vita più isolato si traduca in un aumento del rischio di ictus nelle donne: potrebbero essere presenti maggiori fattori di rischio quali elevati livelli di ormoni da stress o ampie fluttuazioni della pressione (è stato dimostrato che il supporto sociale diminuisce la risposta pressoria allo stress), oppure l'isolamento potrebbe influenzare il comportamento in modi che incrementano il rischio, come ad esempio peggiorando l'aderenza alle terapie o diminuendo l'esercizio fisico. Lo studio di più donne isolate nel loro ambiente naturale per identificare questi fattori rappresenta probabilmente il prossimo passo. (Psychosomatic Med 2008; 70: 282-7)
 

L'ormone predice progressione arteriosclerosi

Elevati livelli di estrogeni ed SHBG sono associati ad una riduzione della progressione dello spessore intima-media della carotide nelle donne in età postmenopausale. La forte correlazione fra concentrazioni sieriche di estradiolo ed SHBG ed arteriosclerosi subclinica rappresenta una novità. Gli studi passati non avevano rilevato alcuna associazione fra estradiolo sierico ed arteriosclerosi o qualsiasi altro esito cardiovascolare. Il campione considerato nel presente studio però è più giovane di quello degli studi precedenti, e non presentava alcuna malattia cardiovascolare clinicamente evidente: gli estrogeni infatti potrebbero non mostrare alcun beneficio su un sistema vascolare malato o danneggiato. (J Clin Endocrinol Metab 2008; 93: 131-8)

Con poca B12 si rischia l'ictus

Bassi livelli plasmatici di vitamina B12 soprattutto se combinati con bassi livelli di folati, sono associati all'aumento del rischio di ictus ischemico o TIA. Diversi studi prospettici ed interventistici hanno dimostrato che l'aumento dei livelli di folati e vitamina B12 diminuiscono i livelli plasmatici di omocisteina, un noto fattore di rischio di infarto miocardico ed ictus. Nell'insieme, i dati del presente studio supportano l'opportunità di ulteriori indagini sul ruolo delle vitamine del gruppo B nella prevenzione primaria dell'ictus: in particolare, non è ancora chiari se vi siano sottogruppi di pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente dall'integrazione della vitamina B. (Stroke 2007; 38: 2912-8)

TIA connesso a rischio ictus entro una settimana
I pazienti che vanno incontro a TIA presentano un sostanziale aumento del rischio di essere colpiti da ictus entro una settimana, il che dovrebbe indurre a trattare il Tia come un'emergenza medica. Il rischio di ictus dopo un TIA è infatti pari al 5,2 percento dopo una settimana ed al 3,2 percento dopo due giorni. Il trattamento precoce del TIA potrebbe portare grandi benefici riducendo il rischio di ictus e delle sue devastanti complicazioni, mentre al contrario un ritardo nella diagnosi e nel trattamento del TIA potrebbe condurre ad un disastro neurologico. E' dunque importante che le risorse e le infrastrutture disponibili lo gestiscano prima possibile. (Lancet Neurol online 2007, pubblicato il 12/11)



LE NUOVE LINEE GUIDA PER IL DIABETE
dell'ESC-EASD
>

 

Gestione dell'ictus:
Progetto PRE.S.T.O. Implementazione pilota nella Regione Lombardia" - Istituto Clinico Humanitas di Rozzano - 15 dicembre 2006.

La presentazione del progetto >
 

Ictus: cerebrale media indica il rischio

L'incremento della velocità del flusso ematico a livello dell'arteria cerebrale media misurata tramite Doppler transcranico (TCD) è associato ad un aumento del rischio di ictus. La patologia delle grandi arterie intracraniche, riflessa da deviazioni nella velocità di flusso, è dunque associata al rischio di ictus indipendentemente dalla presenta di patologia ad altri livelli dell'albero arterioso, il che suggerisce che le grandi arterie intracraniche debbano essere viste come un luogo di origine indipendente per l'ictus ischemico, e non semplicemente come un luogo dove gli emboli si bloccano. L'omogeneità della velocità di flusso suggerisce che essa rifletta una vasocostrizione attiva come quella che si osserva nell'ipertensione, ma l'indipendenza della relazione con l'ipertensione suggerisce invece che si tratti di un restringimento passivo di basso grado e diffuso come quello che si osserva nell'arteriosclerosi. Le misurazioni TCD probabilmente non sono abbastanza precise da consentire di giudicare la patologia su base individuale in pazienti asintomatici, ma nuove tecnologie emergenti auspicabilmente consentiranno di esaminare le grandi arterie cerebrali più nel dettaglio. (Stroke 2007; 38: 2453-8)

 

Ictus ischemico connesso a gene emocromatosi

Un difetto genetico che causa l'emocromatosi ereditaria, che colpisce almeno il 25 percento della popolazione europea, è in grado di predire un significativo aumento del rischio di malattie cerebrovascolari ed ictus ischemico. I soggetti con omozigosi H63D infatti presentano un aumento di due-tre volte di questo rischio. In passato i genotipi relativi all'emocromatosi erano già stati connessi a morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, malattie cerebrovascolari ed ictus, ma questa è stata la prima volta in cui è stato possibile accertare un incremento tanto significativo del rischio di ictus. (Neurology. 2007; 68: 1025-31)
 

 

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Association between Risk Factors and Carotid..
 
 
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