Area Prevenzione Cerebrovascolare
Depressione aumenta rischio ictus nell'anziano
Sussiste un'associazione fra depressione ed
incremento del rischio di primi episodi di ictus
nei soggetti anziani. E' stato notato da molto
tempo che la depressione è comune dopo un ictus, e
che la depressione è associata ad un aumento della
mortalità nei pazienti con ictus, ma nell'ultimo
decennio diversi studi hanno suggerito che la
depressione possa di fatto contribuire al rischio
di ictus. E' stato dimostrato che fra i 10 sintomi
della depressione soltanto l'umore depresso è un
fattore predittivo indipendente dell'incidenza di
primi episodi di ictus. Questi dati potrebbero
avere implicazioni cliniche in quanto depressione
ed ictus sono molto comuni nell'anziano. La
possibile riduzione del rischio di ictus è dunque
una ragione in più per cui i soggetti depressi
andrebbero diagnosticati e trattati adeguatamente.
(Stroke 2008; 39: 1960-5)

Ictus più frequente nelle donne isolate
L'isolamento sociale è un forte fattore predittivo
di ictus nelle donne a rischio. Benchè la
correlazione fra malattie cardiovascolari e
fattori psicosociali quali basso status
socioeconomico, depressione e relazioni sociali
sia largamente supportata dalla letteratura
empirica, le associazioni specifiche fra fattori
psicosociali ed incidenza delle malattie
cerebrovascolari sono a raffronto piuttosto rare.
Pochi medici prendono il tempo di interrogare i
propri pazienti su caratteristiche psicosociali
quali rapporti sociali o depressione. Non è ancora
noto il modo in cui uno stile di vita più isolato
si traduca in un aumento del rischio di ictus
nelle donne: potrebbero essere presenti maggiori
fattori di rischio quali elevati livelli di ormoni
da stress o ampie fluttuazioni della pressione (è
stato dimostrato che il supporto sociale
diminuisce la risposta pressoria allo stress),
oppure l'isolamento potrebbe influenzare il
comportamento in modi che incrementano il rischio,
come ad esempio peggiorando l'aderenza alle
terapie o diminuendo l'esercizio fisico. Lo studio
di più donne isolate nel loro ambiente naturale
per identificare questi fattori rappresenta
probabilmente il prossimo passo. (Psychosomatic
Med 2008; 70: 282-7)
L'ormone predice progressione arteriosclerosi
Elevati livelli di estrogeni ed SHBG sono
associati ad una riduzione della progressione
dello spessore intima-media della carotide nelle
donne in età postmenopausale. La forte
correlazione fra concentrazioni sieriche di
estradiolo ed SHBG ed arteriosclerosi subclinica
rappresenta una novità. Gli studi passati non
avevano rilevato alcuna associazione fra
estradiolo sierico ed arteriosclerosi o qualsiasi
altro esito cardiovascolare. Il campione
considerato nel presente studio però è più giovane
di quello degli studi precedenti, e non presentava
alcuna malattia cardiovascolare clinicamente
evidente: gli estrogeni infatti potrebbero non
mostrare alcun beneficio su un sistema vascolare
malato o danneggiato. (J Clin Endocrinol Metab
2008; 93: 131-8)
Con poca B12 si rischia l'ictus
Bassi livelli plasmatici di vitamina B12
soprattutto se combinati con bassi livelli di
folati, sono associati all'aumento del rischio di
ictus ischemico o TIA. Diversi studi prospettici
ed interventistici hanno dimostrato che l'aumento
dei livelli di folati e vitamina B12 diminuiscono
i livelli plasmatici di omocisteina, un noto
fattore di rischio di infarto miocardico ed ictus.
Nell'insieme, i dati del presente studio
supportano l'opportunità di ulteriori indagini sul
ruolo delle vitamine del gruppo B nella
prevenzione primaria dell'ictus: in particolare,
non è ancora chiari se vi siano sottogruppi di
pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente
dall'integrazione della vitamina B. (Stroke
2007; 38: 2912-8)
TIA connesso a rischio ictus entro una settimana
I pazienti che vanno incontro a TIA presentano un sostanziale aumento del rischio di essere colpiti da ictus entro una settimana, il che dovrebbe indurre a trattare il Tia come un'emergenza medica. Il rischio di ictus dopo un TIA è infatti pari al 5,2 percento dopo una settimana ed al 3,2 percento dopo due giorni. Il trattamento precoce del TIA potrebbe portare grandi benefici riducendo il rischio di ictus e delle sue devastanti complicazioni, mentre al contrario un ritardo nella diagnosi e nel trattamento del TIA potrebbe condurre ad un disastro neurologico. E' dunque importante che le risorse e le infrastrutture disponibili lo gestiscano prima possibile. (Lancet Neurol online 2007, pubblicato il 12/11)
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dell'ESC-EASD >
Gestione dell'ictus:
Progetto PRE.S.T.O. Implementazione pilota nella Regione Lombardia" - Istituto Clinico Humanitas di Rozzano - 15 dicembre 2006.
Ictus: cerebrale media indica il rischio
L'incremento della velocità del flusso ematico a livello dell'arteria cerebrale media misurata tramite Doppler transcranico (TCD) è associato ad un aumento del rischio di ictus. La patologia delle grandi arterie intracraniche, riflessa da deviazioni nella velocità di flusso, è dunque associata al rischio di ictus indipendentemente dalla presenta di patologia ad altri livelli dell'albero arterioso, il che suggerisce che le grandi arterie intracraniche debbano essere viste come un luogo di origine indipendente per l'ictus ischemico, e non semplicemente come un luogo dove gli emboli si bloccano. L'omogeneità della velocità di flusso suggerisce che essa rifletta una vasocostrizione attiva come quella che si osserva nell'ipertensione, ma l'indipendenza della relazione con l'ipertensione suggerisce invece che si tratti di un restringimento passivo di basso grado e diffuso come quello che si osserva nell'arteriosclerosi. Le misurazioni TCD probabilmente non sono abbastanza precise da consentire di giudicare la patologia su base individuale in pazienti asintomatici, ma nuove tecnologie emergenti auspicabilmente consentiranno di esaminare le grandi arterie cerebrali più nel dettaglio. (Stroke 2007; 38: 2453-8)
Ictus ischemico connesso a gene emocromatosi
Un difetto genetico che causa l'emocromatosi
ereditaria, che colpisce almeno il 25
percento della popolazione europea, è in
grado di predire un significativo aumento
del rischio di malattie cerebrovascolari ed
ictus ischemico. I soggetti con omozigosi
H63D infatti presentano un aumento di
due-tre volte di questo rischio. In passato
i genotipi relativi all'emocromatosi erano
già stati connessi a morbo di Alzheimer,
morbo di Parkinson, sclerosi laterale
amiotrofica, sclerosi multipla, malattie
cerebrovascolari ed ictus, ma questa è stata
la prima volta in cui è stato possibile
accertare un incremento tanto significativo
del rischio di ictus. (Neurology.
2007; 68: 1025-31)